mercoledì 27 febbraio 2013

Luigi Silipo: un altro caso irrisolto della storia italiana

Blocco 52
di Lou Palanca
Rubbettino Editore, 2012

pp. 247
€ 14

Calabria, 1 aprile 1965. Un omicidio. Irrisolto. Impunito. Muore Luigi Silipo. Gli anni Sessanta in cui l’Italia ha vissuto sull’orlo di una guerra civile e che nell’immaginario collettivo sono stati una speranza di liberazione, ci lasciano in eredità morti che qualcuno vorrebbe si dimenticassero. La memoria pesa sul potere; a distanza di tempo ne rivela la natura che resta invariata davanti alle stagioni e ai singoli uomini che lo detengono. 

Blocco 52 è un romanzo storico attraverso il quale il collettivo Lou Palanca ricostruisce con maestria il clima di quegli anni in Calabria e le vicende che forse hanno avuto un peso sull'omicidio di Luigi Silipo, presidente regionale dell’Alleanza dei contadini. L’ennesimo mistero della storia di questo Paese, un pantano per chi vuole conoscere la verità, rendere giustizia ai morti e riprendersi la speranza. Sì, perché la morte di Silipo fu una morte collettiva nella terra desolata di una regione di miseria e arretratezza. 
Quello che si immagina, durante la lettura, è che dopo la morte di Silipo è stato più difficile in questi luoghi non lasciarsi morire giorno dopo giorno: con lui si spegneva la forza di un sogno e tornava puntuale la consapevolezza del prezzo da pagare per chi osa sfidare il potere. Silipo dava voce ai contadini sfruttati che nel Meridione hanno rappresentato il soggetto rivoluzionario, quando la rivoluzione si credeva vicina, si batteva per quella riforma agraria che approvarono solo un attimo prima della sua morte. Un uomo che anteponeva le ragioni della sua lotta ai doveri di fedeltà al partito e che stava diventando scomodo non solo per i padroni ma anche per i compagni. Forti i contrasti di Silipo con la linea del PCI locale sulla controversa questione urbanistica per la quale egli già prevedeva pericolose contaminazioni negli affari dell’edilizia con la malavita, rapporti già denunciati nella rendita fondiaria. 

  
Aiutati da un’accuratissima ricerca stilistica sul linguaggio politico e quotidiano del tempo e da continui richiami alla cultura musicale e cinematografica dell’epoca, grazie a questo romanzo, entriamo nel vivo di un periodo di grande interesse storico così come vissuto in un lembo sperduto di terra, all’ombra di una guerra che raggelava finanche le relazioni personali. Scopriamo che dietro la fermezza dei personaggi di questa vicenda, fermezza richiesta loro dall’ideologia, dall’appartenenza, ci sono uomini che si consumano interrogandosi sulla giustizia delle loro azioni, fino a ritrovarsi in vecchiaia a fare il conto delle loro scelte, ognuno ricordando quel compagno di viaggio. Il romanzo è scandito da continui cambiamenti temporali, dove il filo della vicenda storica, sempre raccontata in prima persona dai diversi personaggi, è ripreso nel presente dalle ricerche che un professore di storia tenta di condurre sul caso Silipo. 

Sullo sfondo, ieri e oggi, una Calabria immobile, eterna, le sue strade attraversate da donne vestite di nero, il suo male ingoiato con il pane di casa, i bar dove si tifa Catanzaro, la rassegnazione ma anche la dignità di chi non vuole cedere a quel detto che come un monito accompagna ogni passo mi ‘nda futtu, ti ‘nda futtu, futtatinda. Una storia italiana da conoscere: quella calabrese è stata la terra che forse più di tutte, in quegli anni, considerando le condizioni di isolamento in cui versava, ha fatto nascere grandi speranze e movimenti di liberazione, a testimonianza di quanto più il dolore e l’oppressione scavano solchi profondi, tanto più cresce la rabbia e la fame di giustizia. La stessa fame che sentì Silipo fino a un attimo prima di morire, e che prende ora noi con un morso allo stomaco quando leggiamo i suoi ultimi pensieri, così come Lou Palanca immagina siano stati, in quella notte, sotto un lampione che oggi, grazie all'impresa del collettivo, può tornare a fare luce su quel corpo disteso che ha fatto sentire la sua mancanza alla storia d’Italia e a tutti gli ultimi di questa terra.

Maria Teresa Rovitto

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