giovedì 28 febbraio 2013

#PagineCritiche: Girard e la menzogna dell'Io divino


Menzogna romantica e verità romanzesca
di René Girard

Bompiani, 2002 (1961)


«Il vanitoso romantico vuole convincersi a ogni costo che il proprio desiderio rientra nella natura delle cose o, il che è lo stesso, è l’emanazione di una soggettività serena, la creazione ex nihilo di un Io quasi divino».
È questa la menzogna romantica per eccellenza: l’illusione di una assoluta autonomia dell’individuo dalla società e dall’Altro. L’imitazione è, invece, il vero fondamento del desiderio e della conoscenza: è questa la base da cui parte l’opera Menzogna romantica e verità romanzesca di René Girard.
La scoperta stupisce se si pensa che l’opera è datata 1961, ovvero due anni prima della neo-avanguardia e il suo nuovismo, e sette anni prima del movimento del ’68 e della sua retorica della trasgressione destinati entrambi a scadere ben presto nel loro opposto museale e di costume. Ma lo stupore si accresce ancora di più se si pensa che le sue intuizioni hanno anticipato – come confermano le affermazioni di Vittorio Gallese, autore degli esperimenti – la scoperta neuroscientifica dei neuroni specchio.
Ma il desiderio mimetico è solo la base per un discorso sulla società ben più profondo e interessante, una trattazione che arriva a conclusioni illuminanti, ma con un metodo, eufemisticamente, eretico. L’opera è infatti un saggio di critica letteraria, ma nella pratica gli autori analizzati non sono affrontati come scrittori, ma come grandi studiosi dell’uomo: le loro opere vengono esaminate come analisi antropologiche di determinati processi sociali e umani. La contrapposizione, che qualsiasi critico aborrirebbe, è tra la verità di chi svela reticoli di interdipendenza tra i desideri dei personaggi – e tra questi i campioni sono Stendhal, Proust e, soprattutto, Dostoevskij – e la menzogna di chi invece li nasconde propugnando una mitica autonomia dell’individuo – come ad esempio Camus.
Il saggio di Girard è dunque affascinante ma sbagliatissimo, illuminante nelle sue intuizioni quanto riduttivo nelle letture critiche degli autori. Ma quali sono le idee che lo rendono ancora così contemporaneo?

La nascita della società moderna e borghese ha distrutto teologia e diritto divino, calando dal piedistallo dei modelli di riferimento il re e la divinità. In un mondo di eguali – anche se non di fatto – il riferimento inarrivabile non esiste, il mediatore del desiderio diventa perciò il proprio vicino, il prossimo: gli uomini sono dèi gli uni per gli altri. La struttura portante è perciò il triangolo in cui l’oggetto del desiderio diventa una propaggine del rapporto conflittuale vero: quello tra desiderante e mediatore. Da ciò deriva un accrescimento vorticoso della competizione, ma anche dei suoi corollari meno nobili dell’invidia e dell’odio. Il fatto che la competizione sia borghese, esclude poi la violenza, inserendo come arma principale di successo una diffusa ipocrisia e dissimulazione, mentre la sincerità e la spontaneità condannano alla marginalità e al fallimento: l’ingenuità e la bontà sono, dunque, le peggiori colpe. L’uomo contemporaneo dissipa le sue energie in un gioco di ascesi – ovvero contenimento dei suoi desideri – senza metafisica, in una commedia sociale frustrante fatta di stima e odio, invidia e ricerca di consenso. Il leone di questa giungla è lo snob, con tutte le sue declinazioni sociali, un individuo che, disprezzando ogni cosa, cerca disperatamente il consenso e la stima altrui. Minute analisi di altri fenomeni sociali vengono fatte nelle pagine del saggio – che invitiamo a leggere nella godibile prosa girardiana – ma ognuna viene esemplificata non da esperimenti sociali, bensì dai personaggi di alcuni romanzi: le diverse tipologie di triangolo del desiderio sono presenti Ne L’Idiota, nella Ricerca del tempo perduto e ne Il Rosso e il nero, vari snob si ritrovano in Proust, mentre ne L’eterno marito di Dostoevskij abbiamo l’esempio massimo di rapporto amore-odio tra mediatore e individuo desiderante. La potenza della mediazione interna – quella tra uomo e uomo – in chiave sociale con i suoi strascichi di invidie, gelosie e odio è invece perfettamente raffigurata nelle pagine de I demoni. Stavroghin è il mediatore di tutti i personaggi giovani dell’opera: lui insuffla le idee all’ingegner Kirillov, lui influenza Šatov, lui affascina la società e le donne del piccolo paesino, ancora lui è il candidato ideale – lo zarevic Ivan – scelto da Pëtr Verchovenskij per governare la rivoluzione e la società futura. È proprio il demone più luminoso che offre l’epilogo di questo percorso:
«Dietro la fantasmagoria moderna, dietro il turbinio degli avvenimenti e delle idee, al termine dell’evoluzione sempre più rapida della mediazione interna, vi è il nulla. L’anima è giunta ad un punto morto. Stavroghin incarna questo punto morto, il puro nulla dell’orgoglio assoluto.»
L’uomo contemporaneo ha perso ogni scopo, ma non la sua sete di senso e di autonomia, bramosia di trascendenza che si riflette sugli uomini che lo circondano e su sé stesso creando un gioco tanto infernale quanto grottesco e ridicolo. Nel delirio di ascesi lavorativa e non solo, nel parossismo di indipendenza solitaria – e il discorso dello zaino di Ryan Bingham in Tra le nuvole ne è un perfetto esempio – gran parte degli individui vive una realtà aliena dall’Altro, senza compassione e vera condivisione dimenticando la dimensione sociale dell’essere umano. Girard crede che, come doveroso passo verso un evoluzione positiva, ci sia la maturazione di una prospettiva lontana, una visione consapevole del mondo delle relazioni, che porti, infine, ad una riconversione al messaggio cristiano. Quest’ultima prospettiva è mostrata nei termini entusiastici del neofita e perde quel realismo negativo e critico presente sia nei romanzi analizzati, sia nelle altre pagine del saggio: l’innocenza è persa come pure l’ingenuità, L’Eden è ormai perduto.

In definitiva, Menzogna romantica e verità romanzesca apre ad un’ampia gamma di meditazioni sulla quotidianità – anche in chiave polemica – ma allo stesso tempo mostra come la letteratura non sia meramente un effetto di realtà, bensì, se è vera Letteratura, una profonda antropofania. Ciò che importa è che le domande siano poste con passione verso la conoscenza e non per accondiscendere alla vanità del “puro nulla dell’orgoglio assoluto”.

Gabriele Tanda

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