martedì 5 febbraio 2013

CritiCINEMA - Les Miz: il grande musical finalmente al cinema

Les Misérables
regia di Tom Hopper (2012)

tratto dall'omonimo romanzo di Victor Hugo (1862)



Correte al cinema. Godetevi 158 minuti di pura emozione, commuovetevi, arrabbiatevi, innamoratevi, andateci se amate i musical, se li odiate, se non li conoscete: Les miserables è un capolavoro, punto. Il film evento del 2012 osannato da critica e pubblico finalmente arriva in Italia, per una volta, con tutta la forza e l'onestà del film in lingua originale, sottotitolato. 
Tratto dal memorabile musical di Broadway messo per la prima volta in scena nel 1985, anch’esso si basa ovviamente sul capolavoro di Victor Hugo. Ad altri il compito di ricordare lo straordinario romanzo francese, capace ancora oggi di coinvolgere il lettore con la sua storia di riscatto, passione, lotta e fango: qui celebriamo per una volta la magia del Cinema, quello con la lettera maiuscola, unito alla forza del musical. Perchè Les Misérables è innanzitutto un musical, va ribadito, in cui rarissime sono le battute recitate, e tutto è musica, canzoni, brani indimenticabili (tutti già noti agli amanti di Les Miz che certamente non potranno non notare l’inedito Suddenly cantato da Jackman novello padre adottivo) registrati dal vivo sul set, una sfida che ha dato vita ad esecuzioni ancora più intense.
Tom Hooper ha saputo mettere insieme un cast di prim’ordine, esaltando al massimo ogni interpretazione dai protagonisti ai ruoli secondari e spesso sono proprio questi ultimi a regalare al pubblico alcuni tra i momenti di maggior pathos e drammaticità. Un lavoro tutt’altro che semplice dirigere alcuni tra i nomi di rilievo del cinema hollywoodiano in un musical che ha il sapore del grande kolossal, pur restando sempre fedele alla sua natura di spettacolo nato sul palcoscenico. Un’identità che si legge negli innumerevoli primi piani, a detta di alcuni portati fino all’esasperazione, ma inevitabilmente capaci come pochi altri mezzi di mostrare tutta l’intensità e la lotta nell’animo degli interpreti. Tuttavia non mancano quadri più ampi, in cui si concentrano i grandi momenti d’azione, l’esplorazione del mondo di quei miserabili che Hugo ha superbamente descritto. Ed è fango, desolazione, notte cupa, ma anche desiderio di riscatto e ribellione ed infine amore.
Dopo l’acclamato The King’s Speech che è valso un Oscar alla regia (oltre ad un premio a Colin Firth come miglior attore protagonista) anche questo film di Hooper ha quindi fatto incetta di nomination e premi ai recenti Golden Globes, che - è ormai noto - sono l’anticamera degli Oscar. Nomi di rilievo, si diceva, si sono fatti avanti per prendere parte a questo ambizioso progetto: non tutti con precedenti esperienze nel musical, il che ha portato a interpretazioni sfaccettate e non sempre sullo stesso livello ma in generale capaci di rendere piuttosto bene i propri personaggi. I ruoli maschili principali sono stati affidati ai due australiani tanto amici nella vita reale quanto diversi nella loro interpretazione: Hugh Jackman, veterano del genere, dà voce e cuore a Jean Valjean, l’ex detenuto che cerca in ogni modo di riscattarsi e superare le incertezze e le paure che gli lacerano l’animo; sua nemesi Javert, intransigente garante della legge incapace di credere nella redenzione, è interpretata da Russel Crowe.


Jackman ha dimostrato in diverse occasioni le proprie doti canore, con un timbro quasi da tenore, ma ciò che è evidente in questo film è soprattutto la straordinaria capacità (comune a pochi oltre lui) di fondere l’esecuzione canora con la presenza scenica, la capacità interpretativa attoriale. Nel confronto Crowe non appare così a proprio agio, quasi fosse troppo concentrato sul cantare finendo per mettere in secondo piano il proprio talento d’attore, che, come tutti sappiamo, possiede senz'ombra di dubbio. Ci sono, è vero, alcuni momenti intensi, ma in generale l’interpretazione dell’ex gladiatore appare statica, lontana dagli alti standard a cui ci ha abituati, e Jackman finisce quindi per dominare la scena. Il suo volto scarno e tormentato è difficile da dimenticare.


Intorno a loro si muovono attori capaci di reggere i ruoli secondari con una discreta bravura, dai giovani innamorati Amanda Seyfried/Cosette (che già si era cimentata con il musical cinematografico in Mamma mia) ed Eddie Redmayne/Marius perfetto nella parte dell’appassionato diviso tra impegno politico e sentimenti; ma rimane impressa, soprattutto,  la bella interpretazione di Samantha Barks, al suo debutto su grande schermo ma con una carriera nel musical considerevole, oltre alla precedente interpretazione dello stesso ruolo, Eponine, nel celebre venticinquesimo anniversario di Les Miz.


Nonostante il notevole livello degli interpreti chiamati per questa prova, è Anne Hathaway a distinguersi e ad elevarsi una spanna sopra tutti. La sua Fantine, mai come qui tragica e disperata, in poco più di venti minuti sulla scena ci ricorda cosa sia il grande Cinema. Hathaway, trent’anni, ha appena conquistato un Golden Globe che, possiamo starne certi, sarà seguito da un Oscar come miglior attrice non protagonista. Un’interpretazione straordinaria, intensa e sofferta, che al di là dei premi resterà quasi sicuramente come il culmine della sua carriera di attrice. Precisione canora ed espressione recitativa, da quel corpo fragile e martoriato scaturisce con tale forza una tragica disperazione che riporta il celebre I Dreamed A Dream all’originale intensità. È il grido della Miserabile cui la vita ha portato via ogni cosa e quel sogno è ormai ucciso dall’inferno dell’esistenza, non può esserci più luce, né speranza, né vita: un'interpretazione straordinaria.

Debora Lambruschini

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