mercoledì 9 gennaio 2013

Ragione e rivelazione


Ragione e rivelazione
Introduzione alla filosofia della religione
di Pio Colonnello e Pasquale Giustiniani

Borla, 2003

pp. 400



Dicono bene Colonnello e Giustiniani tra le primissime righe del loro bel libro, Ragione e rivelazione: riflettere, o meglio, riflettere dubitando su un oggetto di studio [1] complesso come la religione, implica il raggiungimento ovvio dei limiti della ragione. Perché la religione è un oggetto "immenso, che evoca insondabilità e non-riconducibilità" [2]. Se poi teniamo conto che questa riflessione si svolge in un'età, quella contemporanea,  particolarmente complessa, allora... allora le cose si infittiscono, per non dire che si mettono - filosoficamente - male. 
Ed ecco, dunque, la domanda più pericolosa: come produrre un concetto sulla divinità, la quale, per statuto [3] sfugge a qualunque concettualizzazione?

Con il puro intelletto umano, che illumina, o tende di illuminare, le tenebre del non sapere. Oggi, comunque, come sottolineano gli studiosi del testo di cui qui si sta trattando, vi è una debolezza di pensiero che, permettendo i gioco di parole, pensa carentemente l’assoluto. Ciò è dovuto a uno degli effetti della laicizzazione: l'inaridimento delle forme di narrazione religiosa, siano esse artistiche o letterarie. Ridare dignità all’arte e alla letteratura, come momenti che non solo conservano, ma, addirittura, rappresentano l’assoluto, potrebbe, in qualche modo, anche se non so dire in che misura, dare una svolta alla crisi della teodicea moderna. Che tale crisi sia generata proprio da un’ossessiva ricerca intellettuale?, ovvero da una fredda ricerca di risposte (al male, al non senso, ecc.) non coadiuvata dal calore della mania, come Platone fece pronunciare a Socrate, attore protagonista di quei meravigliosi dialoghi [4] simili a tragedie?
Resta il problema, però, del senso: ha senso il bene, il male? Ha senso il senso?, scrivono Colonello e Giustiniani? Chissà. Di certo, "ritornano, cambiate di tono, le antiche domande" [5]. Un’ulteriore domanda a quelle esposte sopra, perché il pregio della filosofia sta nel proporre domande, è: la storia ha voluto concentrarsi sulla scienza perché insoddisfatta della poesia, ritenendola limitata, o perché ha avuto paura della parola poetica [6]?
Piuttosto che usare sempre le solite tonalità melodiche, le quali ci accompagnano sul pentagramma degli enigmi dell’esistenza nostra, oltre ad aver ormai compreso che l’epoca corrente è lo spettacolo di un tramonto che erode quello che pian piano smette di illuminare [7], sarebbe bene avanzare una ri-configurazione delle formulazioni filosofiche e religiose. Liquidare ogni domanda non produrrebbe alcun suono, e saremmo ancora tra le tenebre del non sapere. Così, dunque, come si passò in musica dalla monodia alla polifonia, producendo nuovi sapori alle orecchie, tale ri-configurazione intesa da Colonnello e Giustiniani trasforma (o trasformerebbe) il modo di concepire i "termini in gioco" [8]: il passaggio deve essere effettuato dalle relazioni interpersonali tra soggetti umani alle relazioni tra soggetti religiosi.
È pur vero che il soggetto religioso sta fuori il soggetto uomo. Sta altrove. Ma è altrettanto vero che esso risulta pensabile. Anzi, desiderabile! Come? "Mediante nuove formulazioni delle domande" [9], mediante nuovi tragitti. L’assoluto domanda di ritornare all’idea; ma con una domanda corretta, stavolta. Eppure, questo non sembra sufficiente. Il passo che ci porta a una filosofia della religione è la fede, o meglio: tentare di sentire l’assoluto tramite la ragione (e non unicamente cercarlo), per sentirlo con il sentimento[10]. Cosa significa? Questo: piuttosto che utilizzare la ragione-faro per illuminare il senso delle cose forse da sempre battute dal sole di mezzogiorno, potrebbe essere preferibile abbandonarsi alle tenebre, e lì, con il sentimento, scovare la verità. 
La filosofia, che contiene in sé la ricerca della verità con una spinta sentimentale (con amore), e la religione, che vede l’amore come verità, se unite in un nuovo rapporto, con aspetto critico nei confronti della modernità, potrebbe "sospingere gli uomini dell’inizio di questo millennio" [11] a fornire una filosofia della religione non più “bipolare”. L’Assoluto, dunque, non è soltanto una speculazione filosofica che rimane all’interno dei libri, ma ha vita a partire da essi e, fuori di essi, si manifesta come realtà (nella natura o nell’arte), presente per l’intelletto in cerca. Il punto è fare esperienza dell'Assoluto.
L’esperienza, infatti, comporta sia l’aspetto dell’abbandono fiducioso, come si verifica ad esempio nell’atmosfera religiosa di preghiera, in cui l’orante si può appunto abbandonare al “suo” Assoluto e al “suo” Sacro, sia quello di un movimento ulteriore di ricerca, che l’intelligenza può promuovere e favorire, approfondendo il credo iniziale, oppure educando la fiducia di partenza messa in moto dalla religione stessa. Si aprono, così, ulteriori spiragli. Dio può essere ritenuto esperimentabile/pensabile dall’uomo, ma pur sempre all’interno della finitudine e della determinatezza umana. [12]
L’esperienza appare qui quasi come una delle possibili risposte alle domande filosofiche sulla religione. Essa non è da prendersi come rivelazione: il mistero, in quanto tale, rimane lontano dall’uomo. Ma, tuttavia, l’esperienza del mistero darebbe fiducia: perché aver esperienza religiosa gratificherebbe l’intelletto che si sforza nella ricerca. Essa, però, ha un difetto, se in questo modo possiamo definirlo: è vissuta dal soggetto, e rimane non narrabile (forse), come se fosse una bellissima melodia, impossibile da tradurre a parole. Siamo nelle tenebre (del linguaggio). Ma come parlare dell’esperienza religiosa? E ci si spinge anche oltre: dato che l’oggetto di una esperienza religiosa sta nell’anima che di chi la prova, fino a che punto possiamo considerarlo reale[13]? Secondo Colonnello e Giustiniani si deve intervenire fornendo interrogativi terapeutici, ovvero rintracciando la struttura dell’oggetto in base a due aspetti:

           
a. Perimetrazione, sondando il campo di ricerca,
            b. Configurazione dell’oggetto, individuando le domande corrette rispetto alla ragione.

Il problema inevitabile è che entrare nell’esperienza religiosa sarebbe come entrare in un labirinto. Colonnello e Giustiniani sottolineano, per la ragione che cerca, proprio questo aspetto tragico. E allora, diverrebbe inevitabile innervosirsi e urlare: insomma, non usciamo mai dalle tenebre? Il punto è proprio questo: la ragione che cerca il suo oggetto non deve affatto uscire dalle tenebre, ma entrarci, perché:
[...] Invece dell’abdicazione o del ritiro onorevole dal campo dell’esperienza religiosa, il nostro potrebbe anche configurarsi come il tempo di un nuovo coraggio nell’esercizio di una ragione, sicuramente consapevole dei propri limiti, ma anche pronta a esercitarsi qualora si trovasse di fronte al passaggio, nella propria sfera, di quanto ha a che fare con il divino... [14]
Esattamente. Anche se la ragione appare limitata, non significa che si debba necessariamente escludere. Ci sono prodotti della ragione che appaiono comunque validi. Da questo punto, a mio avviso, si nota l'impostazione kantiana del libro, che, comunque, è a tratti aperta all'ermeneutica contemporanea. 

Dario Orphée


[1] Pio Colonnello - Pasquale Giustiniani, Ragione e rivelazione, Borla, pag. 17.
[2] Pio Colonnello - Pasquale Giustiniani, cit., pag. 17.
[3] Pio Colonnello - Pasquale Giustiniani, cit., pag. 18.
[4] I dialoghi platonici sono uno strumento, uno dei primi strumenti, di verità.
[5] Pio Colonnello - Pasquale Giustiniani, cit., pag. 22.
[6] Il nostro periodo storico sembra aver dimenticato l’etimologia della parola logos. Tuttavia, vorrei solo sottolineare un fatto banale, che, prendendolo a esempio, potrebbe far comprendere quanto la poesia sia importante. Omero ed Empedocle, per Aristotele, erano scienza, scienza da verificare. Lo dimostra il modo in cui quest’ultimo tratta i poemi, e gli influssi omerici ed empedoclei nei suoi appunti.
[7] Colonello e Giustiniani parlano di una “crisi di solarità” del soggetto e dell’Assoluto. Pio Colonnello - Pasquale Giustiniani, cit., pag. 24.
[8] Pio Colonnello - Pasquale Giustiniani, cit., pag. 25.
[9] Pio Colonnello - Pasquale Giustiniani, cit., pag. 27.
[10] Cfr. Pio Colonnello - Pasquale Giustiniani, cit., pag. 28.
[11] Pio Colonnello - Pasquale Giustiniani, cit., 40.
[12] Pio Colonnello - Pasquale Giustiniani , cit., pag. 44.
[13] Cfr. Pio Colonnello - Pasquale Giustiniani, cit., pag. 59.
[14] Pio Colonnello - Pasquale Giustiniani, cit., pag. 65.

1 commenti:

Gabriele Tanda

Mi pare di capire che i due autori propongano di accostarsi alla religione attraverso un'esperienza sentimentale del divino e poi mettere in moto il ragionamento. Ma questo, oltre che essere una vecchia idea (vedi Rudolf Otto), si scontra con un fatto: i sentimenti non nascono da un vuoto di convinzioni. Per intenderci: una persona si innamora come le hanno insegnato, come ha visto fare e come crede sia giusto, non in maniera totalmente spontanea e pura. L'esperienza religiosa e divina come l'amore, perciò, sarebbe inquinata dai pregiudizi e dalle convinzioni del singolo. Il rischio concreto, insomma, sarebbe quello di non trovare il divino, ma solamente le convinzioni sul divino sentite irrazionalmente. D'altronde come può il singolo, senza un riscontro fisico e fuori di lui, discernere tra una sua autoillusione e la fondatezza della sua intuizione metafisica?
Il riaccostamento al fatto religioso attraverso la fede, è inoltre molto simile al "credi e capirai" di Agostino, che in fondo in fondo è una autolimitazione della ricerca (quella che in un punto è anche teorizzata dal testo) che non la rende libera di poter vagare e porre le domande più scottanti sulla fede e su Dio, ma piuttosto schiava delle proprie certezze di fede.