domenica 27 gennaio 2013

Primo Levi, un esercizio della Memoria

Il nome di Primo Levi è fatalmente legato alla tragedia della Shoah. Il monito alla memoria di Se questo è un uomo («Voi che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case...»), il picaresco impossibile ritorno alla vita in La tregua sono testimonianze letterarie condivise. Si leggono e commentano nelle scuole, popolano le antologie sul Novecento italiano.
L'ordine imperativo di ricordare l'esperienza disumanante dei campi di sterminio (che ha tutte le caratteristiche di un ufficio liturgico, quasi profetico), ripetuto di anno in anno in occasione della Giornata della Memoria, subisce una sorta di astrazione rituale. Come dire, insomma, che il tributo alla memoria è un po' diverso dal suo esercizio.
Proprio per stimolare, invece, un esercizio attivo, propongo un testo meno noto di Levi: il discorso In onore degli italiani caduti nei campi di sterminio nazisti, pronunciato nel 1980 in occasione dell'inaugurazione del Memorial italiano nel campo di Auschwitz, e pubblicato in seguito in un piccolo fascicolo a cura dell'ANED, l'Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi nazisti. Il Memorial, una struttura nella baracca 21 progettata da Lodovico Belgiojoso, un architetto sopravvissuto ad Auschwitz, versa oggi in uno stato di triste abbandono. Le parole di Levi, che ne accompagnò la presentazione, ripercorrono l'esperienza dell'Olocausto privilegiando una prospettiva storica. Non occorre, per Levi, ricordare soltanto la sofferenza e la morte nei campi; l'esercizio della memoria deve spostarsi dagli effetti alle cause, e tener sempre presente che questa tragedia ha macchiato la storia umana per precise ragioni di storia politica e ideologica. Non ci sarebbe stata Shoah senza la propaganda nazista o la connivenza antisemitica del fascismo; Levi si spinge ancora oltre: le colpe del fascismo nell'aver distrutto una cultura sono ben più profonde...

Del testo presento l'edizione più recente, curata da Paolo Divizia, che ha apportato alcuni cambiamenti alla versione più diffusa sulla base del dattiloscritto originale. Un ultimo appunto: notate come Primo Levi parli sempre al plurale, dica sempre noi. «Noi, gli italiani che siamo morti qui» non è semplice immedesimazione, ma una rivelazione dolorosa: dei campi non esistono veri sopravvissuti, ma soltanto spettri.

Testo di riferimento: Primo Levi, Al visitatore, a cura di Paolo Divizia, ANED (sito web), 2004.

Al visitatore

La storia della Deportazione e dei campi di sterminio, la storia di questo luogo, non può essere separata dalla storia delle tirannidi fasciste in Europa: dai primi incendi delle Camere di Lavoro nell’Italia del 1921, ai roghi di libri sulle piazze della Germania del 1933, alla fiamma nefanda dei crematori di Birkenau, corre un nesso non interrotto. È vecchia sapienza, e già così aveva ammonito Enrico Heine, ebreo e tedesco: chi brucia libri finisce col bruciare uomini, la violenza è un seme che non si estingue.
È triste ma doveroso rammentarlo, agli altri ed a noi stessi: il primo esperimento europeo disoffocazione del movimento operaio e di sabotaggio della democrazia è nato in Italia. È il fascismo, scatenato dalla crisi del primo dopoguerra, dal mito della «vittoria mutilata», ed alimentato da antiche miserie e colpe; e dal fascismo nasce un delirio che si estenderà, il culto dell’uomo provvidenziale, l’entusiasmo organizzato ed imposto, ogni decisione affidata all’arbitrio di un solo.
Ma non tutti gli italiani sono stati fascisti: lo testimoniamo noi, gli italiani che siamo morti qui. Accanto al fascismo, altro filo mai interrotto, è nato in Italia, prima che altrove, l’antifascismo. Insieme con noi testimoniano tutti coloro che contro il fascismo hanno combattuto e che a causa del fascismo hanno sofferto, i martiri operai di Torino del 1923, i carcerati, i confinati, gli esuli, ed i nostri fratelli di tutte le fedi politiche che sono morti per resistere al fascismo restaurato dall’invasore nazionalsocialista. E testimoniano insieme a noi altri italiani ancora, quelli che sono caduti su tutti i fronti della seconda Guerra Mondiale, combattendo malvolentieri e disperatamente contro un nemico che non era il loro nemico, ed accorgendosi troppo tardi dell’inganno. Sono anche loro vittime del fascismo: vittime inconsapevoli.
Noi non siamo stati inconsapevoli. Alcuni fra noi erano partigiani e combattenti politici; sono stati catturati e deportati negli ultimi mesi di guerra, e sono morti qui, mentre il Terzo Reich crollava, straziati dal pensiero della liberazione così vicina. La maggior parte fra noi erano ebrei: ebrei provenienti da tutte le città italiane, ed anche ebrei stranieri, polacchi, ungheresi, jugoslavi, cechi, tedeschi, che nell’Italia fascista, costretta all’antisemitismo dalle leggi di Mussolini, avevano incontrato la benevolenza e la civile ospitalità del popolo italiano. Erano ricchi e poveri, uomini e donne, sani e malati. C’erano bambini fra noi, molti, e c’erano vecchi alle soglie della morte, ma tutti siamo stati caricati come merci sui vagoni, e la nostra sorte, la sorte di chi varcava i cancelli di Auschwitz, è stata la stessa per tutti. Non era mai successo, neppure nei secoli più oscuri, che si sterminassero esseri umani a milioni, come insetti dannosi: che si mandassero a morte i bambini e i moribondi. Noi, figli cristiani ed ebrei (ma non amiamo queste distinzioni) di un paese che è stato civile, e che civile è ritornato dopo la notte del fascismo, qui lo testimoniamo. In questo luogo, dove noi innocenti siamo stati uccisi, si è toccato il fondo delle barbarie. mVisitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita: da qualunque paese tu venga, tu non sei un estraneo. Fa che il tuo viaggio non sia stato inutile, che non sia stata inutile la nostra morte. Per te e per i tuoi figli, le ceneri di Auschwitz valgano di ammonimento: fa che il frutto orrendo dell’odio, di cui hai visto qui le tracce, non dia nuovo seme, né domani né mai.

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