domenica 13 gennaio 2013

Pillole d'Autore: "Il bell'Antonio" di Vitaliano Brancati


"L'unica cosa che mi dispiaccia," ripigliava Edoardo con voce commossa, "è che i tempi della gentilezza, della pietà, della poesia ritornano quando noi non abbiamo più vent'anni! La nostra giovinezza è in tasca a quell'uomo; il giorno che lo arrestano e lo perquisiscono, gli trovano addosso i nostri vent'anni. Questo pensiero mi fa sudare freddo! Vedere un'Europa serena, libera, un'Europa che onora i sogni e la musica, e noi non avere più l'età in cui si sogna con tanto ardore e si passa un'intera giornata canticchiando la nuova canzone di Tosti!... Ma sia fatta la volontà del Signore! L'importante è che tornino tempi felici e, soprattutto, liberi!"
Di tutti gli scrittori attivi nel tempo del Fascismo, Brancati resta forse quello più ingiustamente messo da parte. Per quanto sia stato un momento molto doloroso della nostra storia, rimane profondamente interessante il modo in cui abbia segnato la vita e l'arte di moltissimi intellettuali di quell'epoca: pittori, scrittori, pensatori, di cui la vita e l'opera sarebbero state molto diverse da ciò che le rese il Fascismo. E un ritrovato sentimento antifascista è presente in tutta l'opera di Brancati, che in gioventù aveva aderito al fascismo, e amato l'opera di D'Annunzio. In un passo del Bell'Antonio, Alfio, il padre del protagonista, urla contro il nuovo podestà fascista della città di Catania, in cui si svolge l'intera vicenda:
"Ladri del nostro sangue, ladroni di passo, briganti senza battesimo, vi siete comprata la giustizia e la religione coi vostri soldacci che puzzano di formaggio! Perché avete trovato quegli altri ladroni pari vostri, quegli affamati con l'aquila sulla testa che si mangeranno fino all'ultimo sasso di questa terra disgraziata, se Domineddio non ci pensa in tempo e non li brucia come topi! Vi siete messi d'accordo e avete combinato la polpetta come avete voluto voi, gentaccia col pelo sul cuore, canteri! Ma non sempre ride la moglie del ladro! Deve venire, perdio, la libertà che vi potremo scaracchiare in faccia! Deve venire il giorno dei galantuomini! E intanto vi dico questo: abbasso il re, abbasso il!..."
Indimenticabile il dialogo col cognato, Ermenegildo:
Il signor Alfio si mise ad agitare una mano verso il cognato e a mugolare con violenza: la parola che non gli veniva alla bocca, e di cui aveva impellente bisogno, era il nome di Ermenegildo.
"Come diavolo ti chiami?" gridò.
"Chi, io?" fece spaventato Ermenegildo.
"Tu, come ti chiami?"
Un mattone schiacciò il cervello di Ermenegildo: tra la paura di aver dimenticato il proprio nome, la fretta di rispondere, e la rabbia che gli muoveva tutto questo, si mise a balbettare sillabe sconnesse, passando e ripassando vicino alla parola Ermenegildo e sbagliandola ogni volta.
"Come ti chiami dunque?" gridava il signor Alfio.
"..." rispondeva il cognato.
"Come ti chiami, dillo, che ti sei ridotto peggio di me!"
"..." rispondeva ancora il cognato.
"Non sai nemmeno come ti chiami!" incalzava il signor Alfio.
"Ermenegildo!" esplose finalmente il cognato, scattando dalla sedia fuori di sé e picchiando il bastone sul tavolo. "Perdio, finisce male qui! Ermenegildo! Ermenegildo! Ermenegildo!"
[...]
E poi l'amara riflessione sulle vicende del figlio Antonio, ma con una scelta di parole che la fa scivolare nella comicità:
"Ma io sono vecchio che fra poco mi possono raccogliere col cucchiaio. Devo proprio passare gli ultimi anni della mia vita sapendo che né io né mio figlio ci basta l'animo di andare a letto con una donna? Anzi, a lui non basta l'animo, a mio figlio, a mio figlio perdio che, alla sua età, dovrebbe alzare pietre senz'aiuto di mano! Pietre dovrebbe alzare, pietre!"
Alfio Magnano, uno dei personaggi più riusciti, è quello in cui Brancati riversa molta della sua ironia: i suoi discorsi sulla prestanza fisica del figlio, le sue uscite bizzarre sui suoi parenti, i suoi discorsi così intrisi di modi di dire profondamente catanesi, sono momenti di ilarità all'interno di un romanzo che parla dell'impotenza di essere cittadini liberi, mascherata d'impotenza sessuale.
L'indomani, di buon mattino, Elena gettò sulla terrazza dei Magnano tre enormi diari d'amore, entro i quali, oltre a disegni, farfalle, violette, rametti di palma, tutta roba che era vissuta e fiorita quindici anni avanti, stava incollata una fotografia di Antonio montato su un cavalluccio di legno, unica nel genere, la cui perdita aveva reso infelice la signora Rosaria.
I diari precipitarono sul terrazzo mentre Antonio stava curvo ad annaffiare i vasi di cactus. Egli non si scompose e, continuando a versare l'acqua fra le spine e i petali, li sfogliò con un piede, leggendo qua e là qualche frase scritta a caratteri cubitali, come per esempio: "Da LUI mi farei camminare sulla FACCIA", "Dalle tre alle otto di sera pensato sempre la stessa COSA", "Che occhiaie OGGI"; poi staccò la fotografia tanto ricercata dalla madre, e il resto gettò nella spazzatura.
Elena si strugge d'amore per Antonio, che invece vuole sposare Barbara; una vecchia foto lo mostra su un cavalluccio, quasi un presagio contorto, mentre non degna di troppa importanza i pensieri di Elena e continua ad annaffiare piante spinose: toccherà quelle pagine solo con un piede.
Leggendo Il bell'Antonio, si ride, tra l'altro, delle disgrazie altrui.
Antonio s'addormentò supino e, dopo due ore, si svegliò con una lacrima sulla guancia. Che sogno aveva fatto? Egli non riusciva più a ricordarlo, ma aveva una voglia violentissima, come di dar pieno sfogo a un pianto che qualcuno gli avesse strozzato in gola.
"Andiamo!" si disse, "giuro davanti a questo crocifisso della parete che non devo essere mai più malinconico!"
E la sera, per vincere la malinconia, accettò lo strano invito di un suo amico e cugino, Edoardo Lentini.
La malinconia si scorge comunque, tra l'ilarità di detti dialettali, di personaggi comici e l'amaro in bocca che lascia la critica al fascismo, nelle pagine di Brancati. La malinconia si scorge con alcuni tratti suoi, un'iconografia, con la luna, il bosco e il desiderio sessuale frustrato.
"C'erano come me Luigi d'Agata, Turi Grassi e i fratelli Pertoni che si andavano rotolando sull'erba come tanti asinacci per il desiderio di una donna. La cercavano da tutte le parti e, non riuscendo a trovarla, non sapevano come fare. La notte, arrabbiati e senza più ritegno, si cacciavano nel bosco vicino e si mettevano a gridare a voce di testa in modo da farlo sentire in tutta la contrada: "cosa faccio, me la taglio?" Se continua così, bella Madre Santissima, me la taglio e la butto ai cani!..." E per ore e ore con la voce lamentosa e lugubre, come lupi mannari, andavano gridando: "Che faccio, me la taglio?"
Lo zio ebbe un sorrisetto che lo riposò dell'oppressione che gli aveva schiacciato il cuore fino a quel momento.
Antonio, di fronte allo zio Ermenegildo, da taciturna bellezza ingenua, diventa un instancabile narratore di sé e delle sue vicende, con la luna che sembra risvegliare i suoi istinti, come in poesie di Pavese e romanzi landolfiani:
"Io rimasi molto turbato da questo racconto, mi parve che una goccia di fuoco mi fosse cascata sulla carne. Dio, che commozione! La notte, mi recai nel bosco solo solo. C'era la luna sulle Dolomiti, gli alberi odoravano e in fondo al bosco si andava perdendo il suono d'una banda musicale che, uscita da Collalbo, si recava in un borgo vicino. Qualcosa veramente si rimescolava nel mio sangue, e questo era confermato dal mio occhio e dal mio udito che parevano tornare alla felicità di una volta, quando una nota qualunque o un raggio di luce mi portavano assai vicino all'estasi..."
Brancati, pur nella sua trascinante ironia, non manca di tracciare il lato oscuro di certi suoi personaggi, di caratterizzarli in tutte le sfumature di cui fosse capace, raccontandone l'infanzia, le radici familiari. Cosi fa con Barbara, la donna di cui si innamora Antonio, quella con cui si consuma la sua sventura. Narra a lungo della "stranezza di Barbara":
Barbara era molto attirata da questo nonno che pareva un grosso giocattolo di pezza, e per non farsi sentire dalla madre, che le aveva proibito di andare da lui, saliva a piedi nudi la scaletta della soffitta e, appiccicato il viso a una fessura della porta, rimaneva per lungo tempo a divorarsi con gli occhietti furbi quel vecchio immobile e privo di qualunque rumore, anche di quello del fiato, e che, pur così rinsecchito e spento, aveva davanti a sé ancora vent'anni di vita.
Quella stranezza di Barbara mon piacque in casa Puglisi, e mandò addirittura in bestia il notaio che stava sempre all'erta contro le stranezze. Nella sua famiglia, tutti erano stati uomini gravi, seri, amministratori del Comune o di alcuni suoi enti, notai senza rivali, detentori di segreti delicatissimi, il cui volto con la barbetta a punta, stampandosi negli occhi dei moribondi, già invasi da uno spirito di frivolità e ironia verso le cose di questo mondo, li richiamava al sentimento del dovere verso le terre, gli armenti, le case, i depositi in banca; erano state donne irreprensibili dai confessori, con occhi belli ma freddi a cui i predicatori novellini, nel momento di fare la loro tirata contro la donna, cercavano di sfuggire in tutti i modi per paura di smarrirsi e prendere una zeppa; una di esse, col solo suo arrivo di nottetempo in campagna, aveva spinto un contadino ladro a buttarsi nella cisterna; padrone della propria casa al punto che certi fornelli dal tiraggio asmatico si piegavano ad accendersi soltanto alla loro presenza; [...] donne e uomini eccezionalissimi nella loro normalità, fuorché quando erano nati diversi (caso che si era verificato tre volte in cento anni) perché allora non si contentavano di essere artisti o fannulloni o dongiovanni o scienziati, come la maggior parte degli uomini che non siano comuni, ma diventavano matti scatenati capaci di qualunque azione. [...] La nuova stranezza della figlia impaurì il notaio. Di questo passo, dove si andava a finire?
Attraverso un'analisi minuziosa della salute mentale della famiglia di Barbara, indugiando sugli strani avvenimenti che si sono consumati intorno a loro, l'autore prepara il terreno al colpo di testa della giovane, che tutti sapevano innamoratissima di Antonio, che pure lascerà freddamente per un matrimonio d'interesse.
La lettura scorre piacevole, tra la leggerezza dell'ironia, la gravità della presenza fascista, i lati oscuri dei personaggi, l'ingenuità di Antonio, di cui non si sospetta la consapevolezza, fino a che non la dichiarerà lui stesso allo zio Ermenegildo, che, insieme al cugino Edoardo, rappresenta l'unico personaggio con cui il protagonista amerà aprirsi completamente.
"Queste cose, che non ho detto mai a nessuno, io le ho scritte e ricopiate cento volte in fogli che poi ho bruciato, ed ora, le so a memoria! E ti confesso che quando pensavo a una persona a cui potessi confidarle, questa persona eri tu!"
La consapevolezza della scrittura: Antonio ha analizzato il suo comportamento e ne ha scritto a lungo, per questo risulta perfettamente consapevole dei suoi comportamenti e di ciò che è successo dentro di lui. E Brancati non rinuncia mai a sottolineare il suo fascino, la sua bellezza.
Ma che diremo? Che quest'uomo di trentacinque anni, bello in gioventù e al tempo felice, era diventato, attraverso l'insonnia, l'umiliazione e l'angoscia, estremamente più bello?

Lorena Bruno

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