giovedì 3 gennaio 2013

La creazione ai tempi dell'agonia dell'agape

L'agonia dell'agape 
di William Gaddis

Alet Edizioni, 2011 
Traduzione di Fabio Zucchella 



 Una foto: Glenn Gould mentre suona il pianoforte e poi un pensiero assillante, l’Io che poteva fare di più, frase tratta da un verso di Michelangelo, «O Dio, o Dio, o Dio/ Chi m’ha tolto a me stesso/Ch’a me fusse più presso/ O più di me potessi, che poss’io?». Gaddis è rapito da questa frase nella ricerca ossessiva delle cause del naturale fallimento umano e della continua riduzione delle proprie ambizioni; in particolare delle ambizioni creative. Il testo si presenta come una nervosa e irruenta riflessione sulla condizione dell’artista compiuta dall’autore in fin di vita, quasi un tentativo di dare un senso ultimo alla sua esistenza e alla sua stessa opera per cercare di recuperare in qualche modo «ciò che era andato distrutto» sotto la morsa di implacabili forze entropiche.

 Gaddis trova il coraggio di affrontare, negli ultimi momenti della sua vita, i motivi di questa incessante degradazione di energia con la quale ogni sforzo creativo deve fare i conti, e lo fa dando finalmente una forma compiuta a quel progetto che lo ossessionò per tutta la vita (ne propose un saggio al «New Yorker» già negli anni Quaranta, periodo precedente all’uscita del suo primo romanzo, Le perizie, ma l’offerta venne rifiutata), ovvero scrivere un storia sociale del piano meccanico in America, punto cardine del processo di simulazione che dal rullo delle pianole meccaniche arriverà fino alle schede perforate dei computer, comportando per noi lettori un’inevitabile riflessione sull’inarrestabile esplosione che l'era virtuale ha avuto dalla morte di Gaddis (1998).Tale invenzione, avvenuta nel 1876, diventa per Gaddis il simbolo di un bruciante cambiamento della condizione stessa dell’artista che nasce all’epoca in cui il progresso tecnologico porterà alla meccanizzazione delle arti e a una stretta sulla figura dell’artista, un uomo che nella sua autenticità può sbagliare e fallire, dove l’obiettivo in una società mercificata, che ha come imperativo quello di vendere, è invece la perfezione o meglio la velocità, l’immediatezza del successo. Se uno dei fattori determinanti nella società capitalistica è la quantità, secondo la banale seppur perentoria osservazione del più si vende e più si guadagna, in questa prospettiva consumistica anche le arti non possono che ridursi a mero intrattenimento, svago o peggio alla parvenza di uno strumento di affermazione del sistema democratico, un perfetto meccanismo di illusione perpetuato dal potere. E la scienza in questo accelera i tempi:
[…] Arte e Scienza, il cui sfrenato accoppiamento arrivò di schianto ad abbattere le gelose recinzioni di classe, gusto e talento, per dischiudere le arti agli americani affinché ne facessero un uso democratico […].
Nel 1950 «The Atlantic Monthly» accettò di pubblicare solo un estratto, intitolato «Stop alla pianola. Storiella n°4», del saggio sulla storia del piano meccanico che nel frattempo Gaddis aveva rivisto. L’Alet Edizioni riporta l’estratto nell’Appendice a cura di Fabio Zucchella. Il brano inizia così:
Vendere pianoforti meccanici agli americani nel 1912 non era un’impresa difficile. C’era posto per tutti, in questo Nuovo Mondo in cui la pianola offriva una risposta a una delle esigenze più sentite d’America: l’opportunità di partecipare a qualcosa che richiedeva pochissima comprensione, il piacere di creare senza fatica, esercizio o perdite di tempo; e l’espressione del talento là dove il talento non c’era. […] La pianola è lo strumento universale per suonare il pianoforte. Universale perché non esiste persona al mondo che, dotata dell’uso delle mani e dei piedi, non sia in grado con un piccolo sforzo di imparare a usarla. Suonare le note giuste, nel momento e nel punto esatto, non è cura dell’esecutore, perché la musica viene correttamente eseguita dai rulli di carta perforata.
Come non riconoscere l’effetto dissacrante che tali considerazioni hanno sulle nostre frequentazioni del mondo virtuale? L’illusione di fare parte di un sistema che controlliamo e che sembra lenire la solitudine? Questa cieca evoluzione tecnologica di cui parla Gaddis negli anni Cinquanta muta non solo la percezione delle arti e quindi dell’artista, ma costituisce proprio una delle cause estreme dell’agonia dell’agape, la comunione dell’amore fraterno celebrata dai primi scrittori cristiani e in generale uno sfaldamento del senso di comunanza e sostegno non solo nello sforzo creativo ma esistenziale, dove si può rischiare di
[...] scrivere versi per soddisfare il cattivo gusto e i loro giudici e alla fine il pubblico si istruisce da solo, perché è così che funziona questa gloriosa democrazia, no?
L’agonia dell’agape è in sé una forma di resistenza al sistema dominante della mercificazione dell’arte, delle idee, del talento già nella prosa intemperante e nello stile scarno e disordinato, che non vuole piacere a nessuno. A tratti si fa fatica a seguirne il pensiero che bisogna ricostruire attraverso dei frammenti, a testimonianza del metodo che lo stesso Gaddis adottava nella scrittura e in particolare in quest'opera, il risultato di appunti sparsi di una vita. Il lettore è costretto a una continua tensione nel seguire gli slanci e le cadute del narratore, le intense digressioni sul denaro e su come condiziona l’esistenza, sulla paura della fine, i continui riferimenti alla vita e alle opere di altri autori, i pesanti confronti, le forme di manipolazione, l’ammissione stessa dei fallimenti, quando la debolezza ha prevalso e si è ceduto al sistema:
Ho tradito perfino me stesso per paura di dover portare l’imperdonabile fardello del vero artista, di provare a nascondere il fallimento di tutte le mie ambizioni.
L’amarezza della conclusione viene distillata nell’unica cosa che resta da fare a questo punto della vita: guardare indietro, ricordare la giovinezza e tutto ciò che si è distrutto quando ogni cosa era possibile, per comprendere fino in fondo com’è avvenuta, in questo sistema, nel corso di un’esistenza, quella dissociazione tra il proprio io e quell’io che poteva fare di più. Come artista. Come uomo. E vengono in mente le parole di una delle più belle canzoni di tutti i tempi: «If I could start again/A million miles away/ I would keep myself/ I would find a way» (Hurt, Nine Inch Nails). Non resta che trasmettere agli uomini attraverso la conversazione, la musica, la letteratura o le arti visive, la proiezione di quella che poteva essere un’altra persona, tenendo in vita così, una forma di agape, quella condivisione tra anime affini che riesce a dare un senso a un luogo, a una parola, a un'azione in questo mondo, in una realtà che si vorrebbe continuamente cambiare.

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