venerdì 14 dicembre 2012

"Lamento di Portnoy", Philip Roth


Lamento di Portnoy
di Philip Roth
Einaudi, 2005

pp. 236
€ 10,50

Lamento di Portnoy, quarto libro di Philip Roth, contiene in nuce molte delle caratteristiche che diverranno distintive dello scrittore americano, ovvero di una delle penne più acute e penetranti dell'ultimo mezzo secolo. Prima di La macchia umana, di Pastorale americana – romanzo che gli varrà il Premio Pulitzer nel 1997 – e delle peripezie di Zuckerman, personaggio che ricorre in più romanzi, l'autore mette a punto qui le istanze libertarie che in seguito saranno, forse, meglio definite e 'formalizzate' ma che ora vengono sguaiatamente gridate e veicolano un senso di esplosiva liberazione raramente rintracciabile nei lavori successivi. Il paziente Alexander Portnoy dà vita in queste pagine a un monologo che diventa dialogo soltanto nelle ultime righe, unico luogo in cui lo psicanalista proferisce le sue parole, dieci in tutto il libro: «Allora (disse il Dottore). Forse noi adeso potvemo incominciave. No?» (p. 236).

Tanto per cominciare, precisiamo che quello che troppo spesso viene identificato come un grossolano antisemitismo è, in realtà, un bruciante desiderio di liberarsi da imposizioni legate a un modello educativo opprimente e fondato sul rispetto assoluto e insensato di precetti di natura formale e dogmatica. I genitori di Alexander innescano nel figlio, per reazione, la necessità di frantumare tabù che hanno racchiuso la sua infanzia e adolescenza entro l'asfittico perimetro di una gabbia ben poco ossigenata. La madre, castrante, violenta e iperprotettiva, costituisce di fatto il polo 'virile' della coppia genitoriale; il padre è una figura sbiadita e impotente di fronte al dominio della moglie, e quando prende la parola lo fa quasi sempre per ricordare al figlio il futuro che dovrà avere: «Là dove lui era stato prigioniero, io avrei volato: ecco il suo sogno. Il mio ne era il corollario: la mia liberazione sarebbe stata la sua, dall'ignoranza, dallo sfruttamento, dall'anonimato» (p. 10).

Il mondo, nella visione manichea che vige in casa Portnoy, si divide tra ebrei e
goyim (non ebrei). Questi ultimi, va da sé, incarnano agli occhi dei genitori l'antimodello per eccellenza. Sono coloro che Dio punirà per la condotta immorale e per aver trasgredito divieti assoluti come, per dire, quello di mangiare aragoste. La succosa satira rothiana si appunta però, è bene ripeterlo, su una forma mentale che infetta coloro che vi entrano in contatto e assicura lo sviluppo di insidiose nevrosi. Non è attaccata una religione: sono bersagliate tutte, sebbene in modo meno insistito, nella misura in cui premono la loro santa mano sull'individuo limitandone la libertà: «Senti, non credo in Dio e non credo nella religione ebraica, o in una qualsiasi altra religione. Sono tutte balle» (p. 55), e più avanti leggiamo: «Io disprezzo gli ebrei per la loro ristrettezza mentale. Per l'ostentazione della loro rettitudine […] ma quando si tratta di pacchianeria e ostentazione, di credenze che farebbero vergognare persino un gorilla, è praticamente impossibile raggiungere i livelli dei goyim. Che razza di rincoglioniti da quattro soldi sono costoro per adorare un tizio che, primo, non è mai esistito e, secondo, se è esistito, a giudicare da quel quadro era senza dubbio La Checca della Palestina» (pp. 144-145). L'atteggiamento forse più stigmatizzato nella prima parte del libro ha a che vedere con la tendenza ebraica all'autoflagellazione e al compiacimento che ne segue, con il considerare la vergogna e il dolore come patenti insuperabili di provata moralità: «Dottor Spielvogel, non è per niente un sollievo abbandonarsi al biasimo – il biasimo è di per sé sofferenza, ovviamente – nondimeno, cosa avevano questi genitori ebrei, cosa, da riuscire a convincere noialtri ragazzini ebrei di essere una parte principi, rari come gli unicorni […] da una parte, e dall'altra molesti, incompetenti, scriteriati, imbelli, egoisti, perfidi stronzetti ingrati!» (p. 103).
Neppure la psicanalisi, in fondo, sfugge all'ironia dello scrittore. Il linguaggio deformato del dottore lascia forse intuire un esito non esattamente roseo della terapia di cui l'intero romanzo è il monologo preparatorio.

A garantire polemiche a non finire e, nello stesso tempo, un'invidiabile successo di pubblico (la prima edizione vide la luce nel 1969 e fruttò un milione di dollari) fu l'utilizzo di termini e descrizioni al limite, e oltre, della pornografia. Il giovane Alexander pregusta la sessualità a venire dedicandosi, nella prima pubertà, a estenuanti attività onanistiche, piacevoli vie di fuga dalle costrizioni subite quotidianamente. I sogni di penetrazione si concretizzeranno in improbabili “rapporti” con bistecche o mele, e il sesso sarà poi concepito come una forma mista di rivalsa e libertà. Rivalsa perché, ed è questo uno dei punti di forza del libro, il protagonista non è uno spirito critico che in piena autonomia distrugge un sistema di valori che gli va stretto; al contrario, ne è inevitabilmente contagiato e la critica si mescola a sfumature d'orgoglio per la propria estrazione religiosa e culturale, orgoglio rinnegato subitamente con l'augurio che possa venire impiccato il Super-ego che ancora lo lega a un passato da lasciarsi definitivamente alle spalle.

Le donne con cui realizza i suoi costanti slanci erotici sono indicate attraverso nomi simbolici - La Scimmia, tanto ignorante quanto voluttuosa e perversa, ad esempio – e, di fatto, incarnano simboli esse stesse. Sotto pesanti strati di turpiloquio, la compulsiva attività erotica di Portnoy cela in realtà il tentativo di introdursi negli “universi
goyim” rappresentati dalle varie ragazze: «Il succo del mio ragionamento, Dottore, è che non mi par tanto di ficcare il mio uccello in queste ragazze, quanto di ficcarlo nei loro ambienti sociali...come se scopando volessi scoprire l'America. Conquistare l'America, è forse più corretto» (p. 202). Va da sé che l'intero romanzo potrebbe essere letto attraverso la lente di uno studio di tipo psicanalitico, e quasi ogni pagina apporterebbe arricchimenti e variazioni sul tema. Ovviamente si tratta di un'analisi che non è possibile intraprendere in questa sede. Può essere interessante però notare come, in una sorta di contrappasso, il rapporto che il protagonista tenta di consumare con Naomi, ragazza sensibile alle tematiche sociopolitiche e propensa a improvvisare infinite “conferenze” sul popolo di Israele, fallisce miseramente dopo aver virato bruscamente verso la violenza. Alexander subisce lo smacco proprio sul suolo israeliano raggiunto nelle pagine conclusive del Lamento, dunque al centro del mondo che ha vanamente tentato di scrollarsi di dosso. Con Naomi (definita, ed è emblematico, «succedaneo di madre» (p. 229)), inoltre, si rovesciano gli abituali rapporti di forza: durante il tentativo di violenza Alex cade, non in senso figurato, ai piedi della donna che lo irride e gli consiglia di “tornare in esilio”. Il conflitto tra il paziente e i retaggi della sua educazione è ben lungi dall'esser risolto.

Fernanda Pivano, in
Libero chi legge (antologia di recensioni dei cento libri americani della sua biblioteca ideale), inserisce Lamento di Portnoy nel capitolo che raccoglie i testi inerenti alla libertà sessuale. Ecco, il capolavoro di Roth è davvero un inno alla libertà sessuale e, forse prima ancora, alla libertà di pensiero. Eccessivo e a tratti, se volete, persino fastidioso, è animato dalla rabbia purissima e dagli intensi desideri di chi prova a sganciarsi da un passato difficile da recidere e a conoscere meglio se stesso. Tentativi, questi, destinati in buona misura a fallire: «Ma cosa ha fatto la mia cosiddetta coscienza alla mia sessualità, alla mia spontaneità, al mio coraggio! E non parliamo neppure delle cose a cui tento così disperatamente di scampare, perché resta il fatto che comunque non ci riesco» (p. 107).


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«Perché mai dovrei vergognarmi tanto di essere, come lo si chiamava onorevolmente anni fa, uno scapolo? In fondo si riduce tutto a questo: celibato. Qual è il delitto? La libertà sessuale? Al giorno d'oggi? Perché dovrei inchinarmi io ai borghesi? Gli chiedo forse di inchinarsi a me? […] Sono, se mi è consentito dirlo, un uomo onesto e sensibile; a giudicare dalla media degli uomini, io sono...Ma perché devo stare a giustificarmi? Scusarmi! Perché devo giustificare le mie voglie con l'Onestà e la Sensibilità? Ho delle voglie e basta...[...]» (p. 90).