martedì 11 dicembre 2012

Federica Rossi, Poesie da non so dove


Poesie da non so dove 
di Federica Rossi 
Bébert edizioni, Bologna 2012

pp. 69 
€ 9,00

          Dopo il libro di storia contemporanea di Giulia Saccani, che abbiamo a suo tempo segnalato nel nostro sito, la neonata Bébert edizioni propone, per la sua seconda pubblicazione, il libro di Federica Rossi, Poesie da non so dove. Dalla storia, dunque, si passa alla poesia, mantenendo, però, l’impostazione progettuale dell’editore, che prevede, tra le altre idee qualificanti, di dar voce a figure giovani (Rossi è del 1985) e poco note che raramente troverebbero spazio nei comuni canali della comunicazione culturale. Dichiaratamente editore non a pagamento, Bébert edizioni ha in animo di ridurre al minimo le spese di edizione producendo libri tipograficamente curati, ma sobri e monocromatici e cercando di valorizzare l’oggetto libro sulla base della qualità dei contenuti piuttosto che su quella del suo aspetto esteriore.

          La qualità e la peculiarità delle poesie di Federica Rossi non sono tanto da ricercare nella ricerca stilistica ed espressiva o nell’elaborazione intellettuale dell’esperienza esistenziale dell’io lirico (sulle quali in verità ci si deve augurare che la giovane poetessa saprà fare meglio e più pazientemente), bensì sulla rappresentazione quasi in presa diretta di una condizione personale e generazionale che va guardata con il dovuto interesse e rispetto. Federica Rossi nelle sue poesie ci mostra, quasi colto sul nascere e lasciato fluire così come si manifesta, irriflesso, spigoloso, finanche rabbioso, l’affacciarsi al mondo di un io lirico giovane e poco propenso ad accettare senza resistenze l’adeguamento ad una realtà che non promette nulla di buono e appagante. Sono poesie che parlano della gioventù, con i suoi disagi di sempre, esacerbati e resi più foschi e indefinibili da un trentennio di storia nazionale e sovranazionale imbambolato, pacifico e feroce, balordo e melenso. Di fronte a questo mondo, allora, si instaura innanzitutto un movimento di riconoscimento e di differenziazione, un io/mondo che contrappone i termini e li definisce.
Da ciò nasce una dialettica tra resistenza, che è anche percezione critica del mondo, e abbandono. Dalla resistenza nascono le “domande perentorie” di cui parla in quarta di copertina Daniele Benati, quelle domande, cioè, che non attendono risposta, ma valgono e si esprimono in quanto tali (si vedano le poesie Pietralata 49, Massarenti 48 o Silenzio). Domande che intendono opporre alla rumorosa acquiescenza acritica il silenzio pensoso nel quale sono destinate a cadere. Dall’abbandono nascono invece tre diversi movimenti e aneliti contrastanti, ma coerenti con il carattere aperto di queste poesie. La poetessa anela ad abbandonarsi all’infanzia idilliaca, del tempo, cioè, che non ha ancora conosciuto l’affrontamento e la definizione dei termini io/mondo; oppure si abbandona senza resistenze al desiderio, al mondo che verrà; oppure, infine, piega verso la trasfigurazione fantasmagorica e surreale (e qui Federica Rossi raggiunge i suoi risultati migliori, si vedano le poesie Palermo o Riavvolgimento). Ma idillio, sogno, fantasmagoria sono in realtà alternative all’abbandono totale che sembra incombere minaccioso sulla parola poetica di Federica Rossi: ossia l’abbandono al vuoto, al nulla. Dunque la vera e sottostante lotta non è tra l’io e il mondo, bensì tra l’io e il vuoto, lotta che la poetessa combatte con le armi, forse deboli, forse spuntate, della trasfigurazione onirica della realtà.

Paolo Mantioni

     

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