sabato 5 gennaio 2013

CriticArte: Breve storia di due opulenze

Henri Matisse, Opulenza 
U zu Renatu si arricampò alla piazza della Vucciria, dopo un’assenza di alcuni mesi, con una nuovissima automobile. Rossa, i cerchioni in lega luccicanti, un marmittone che borbottava più del meteorismo intestinale di chi ha mangiato fagioli e ceci per una settimana, e l’alettone posteriore adornato da alcuni adesivi con motivi tribali. Con la sua entrata in piazza, il mondo si era fermato per un attimo. Tutti lo osservavano, attendendo che dicesse qualcosa. Stringendo il collo di una bottiglia di spumante, annunciò, come se si trovasse in un comizio, di aver vinto alla lotteria dopo anni di tentativi. “E che serva a tutti di lezione”, aggiunse, “Ci sono arrivato vecchio a vincere… Ma ci sono arrivato!”.

“Auguri!” facevano i presenti, “Auguri, zu Renatu!”, baciandolo e abbracciandolo con caloroso, ma ritengo non veritiero, affetto. E accarezzavano il bolide, in ogni angolo, chiedendosi quanti chilometri avesse potuto raggiungere in rettilineo, o, se, addirittura avesse potuto volare. “Troppo bella è, zu Renatu. Complimenti!”. Tutti erano con gli occhi fissi sull’automobile, ruttando lo spumante e notevolmente eccitati, nemmeno fosse stata una coniglietta di Playboy in perizoma che girovagava sensualmente attraverso le botteghe. “Zu Renatu”, chiese un ragazzo, “posso farmi un giro?”. L’uomo lo guardò fisso negli occhi, tenendolo per il mento: “Mi aspettano le Bahamas!”. Salì in auto e urlò dal finestrino una frase simile a “Andate a quel paese!”. Non era proprio questa, ma simile. Poi, accese il motore e lasciò la piazza, sgommando e alzando un gran polverone.

Intanto, dal quarto piano di un palazzo, N., professore di arte in pensione, osservava nascosto dalla tenda della cucina. Poggiò, sul lavello, le sarde che aveva appena acquistato come se le sdegnasse. Forse, stava provando un brivido di gelosia riguardo u zu Renato, con il quale, anni addietro, avevano insegnato presso lo stesso istituto. “Ma guarda un po’”, fece stizzito, “da professore di educazione fisica a milionario che defeca euri nel cesso!”. Si sedette sul divano del salotto, e Matisse, un simpatico bassotto centenario, andò a fargli compagnia. “Matisse! Meno male che ci sei tu”, sospirò il professore. Lì, accarezzando il cane per le orecchie, gli venne in mente quando, in gita scolastica, visitò il museo “Come si chiamava? Non ricordo più”, pensò. Quando in gita, nell’anno “1974/75. No, 75/76. Mi pare. Non ricordo nemmeno questo”, pensò ancora. Insomma (se il professore mi permette di continuare senza intromettersi con i suoi pensieri), quando in gita, nel museo che non ricorda, nell’anno che non ricorda, incontrò per la prima volta Opulenza di Matisse; non il bassotto, ma il pittore vero.
Ed elencò uno per uno i colori del dipinto, iniziando dal basso, sezionandoli dai contorni:

arancione
bianco
rosa
verde
marrone
porpora
azzurro
bianco

Che percorso! Dall’arancione al bianco, dal basso in alto, da sinistra a destra, passando da gradazioni rosa e azzurre. “Sembra un tramonto!”, fece. Sì, sembra davvero un tramonto. A raccontare tutto questo, tre donne in un paesaggio: le prime due, in primo piano, sovrapposte leggermente, e la terza in fondo. Il paesaggio, invece, è diviso tre parti: la prima, che contiene le donne; la seconda, l’acqua al centro; e, infine, la terza, con le montagne, il cielo e le nuvole. Il bilanciamento tra parte bassa e parte alta del dipinto è meraviglioso. Ma il concetto più curioso, pensava il professore N., è il piccolo mazzo di fiori poggiato sul verde del fiume, che sembra curvato rispetto al punto di fuga, stabilendo l’asse di simmetria di tutto il dipinto[1].
“Sono a casa! Hai comprato le sarde?”, si sentì urlare. Il professore, che stava quasi per addormentarsi sul prato arancione di Opulenza, balzò dalla paura sulla poltrona, tanto che gli venne la tosse. “Mia moglie!”, sussurrò, con un tono che stava per: “quella rompi p**** è arrivata”. “Hai comprato le sarde? O non le hai comprate? Ti avevo detto di comprarle! Allora? Le hai comprate o no? Dimmi che le hai comprate. Dimmelo”, ripeteva lei, stringendo il quotidiano sotto l’ascella. Con i frammenti del dipinto ancora in mente, leggeri come schegge di un sogno al mattino, il professore rispose di averle comprate. 

Dario Orphée



[1] Cfr. Rudolf Arnheim, Arte e percezione visiva, Feltrinelli, pagg. 296, 297. 

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