giovedì 8 novembre 2012

Maurizio Cucchi, "Vite pulviscolari"



Vite pulviscolari
di Maurizio Cucchi

Mondadori, 2009


Vite pulviscolari nasce come raccolta di poesie sulla perdita, e la scintilla è esattamente la perdita della madre. Una madre, un uomo (meglio detto figlio), la morte: l’opera nasce dal banale, ormai considerato tale, del quotidiano e dal comune, storia di vita comune anche troppo sentita insomma. Eppure, la svolta della raccolta va ricercata proprio qui. Raccolta di frammenti di memoria spersi, brevi frammenti prosa poesia (dove la prosa si perde nella poesia e viceversa), il cui filo-inchiostro si articola tra evanescente e reale, ma l’evanescente è ancora reale in ogni luogo. Il fulcro, il dramma umano per eccellenza è la banalità del non ritorno, e i pensieri-animo di un uomo, reso all’universale: volti smarriti, fantasmi presenti, teschi tesoro e ricordo, resti che non saranno, bambole devastate e busti, valigie, odori, respiri, dolore e sofferenza, contorsione, cerulee membra, mani, viaggi e selciato, polveri dei passi sul selciato. 
Il transito d’una vita, dunque, con il particolare ideale di memoria tipico dell’autore (memoria come pilastro) e il timbro nostalgico proprio del cerchio rotto o vuoto cielo, in uno stile limpido, lineare, intellettuale à la Montale e à la Eliot, ma l’insegnamento di Zanzotto e dello sperimentalismo conferisce al verso un andamento più sciolto. Maurizio Cucchi nelle sue opere piene di umanità non si è mai riversato nella religiosità, nemmeno nei temi più metafisici, la sua è sempre la scrittura della polvere del selciato e della parola come fare storia e memoria, eppure una piccola virgola smuove l’impianto e nasce ancora dell’umana memoria, ma del più profondo ineffabile. Una poesia:
Sono già lì, sull’orlo del Maelström,
all’orizzonte degli eventi,
potessi darmi un valore
che non fosse pulviscolare...
La polvere è del selciato è del pulviscolo, polvere appunto, polvere nuova. Una mano lega il visibile all’invisibile, il presente al perduto, il ricordo alla mancanza, dove il vuoto è il pieno. C’è una virgola di orizzonte nuovo che apre ad un nuovo respiro, sottesa, forse inconscia: come il silenzio classico fu sacralità e oggi è pace dell’anima, come il cerchio l’armonia e oggi l‘impronta del perfetto, il pulviscolo così è, dove ogni stella polare è perduta e la bussola va impazzita. Un’essenza, prima di ricadere nel nulla cronico e oscuro d’un tempo cielo-vuoto:
A volte troviamo una salvezza provvisoria, naturalmente,
e breve nel quadro ricomposto a geometria
che pur in sé comprende vaghe forme,
strappi sottili, allontanati,
nella quieta penombra negligente
che sfuma a ricrearci
nel mezzo sonno.

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