venerdì 30 novembre 2012

La memoria di Mendel


Mendel dei libri
di Stefan Zweig
Edizioni Adelphi, 2008
pp. 53
€ 5,50


Jakob Mendel, il piccolo, grinzoso ebreo galiziano, tutto inviluppato nella sua barba e per di più ingobbito, era un titano della memoria”.

La memoria prodigiosa di Mendel però era tutta rivolta ai libri o meglio ai titoli dei libri, al loro prezzo, alla veste editoriale, al frontespizio, senza alcun riguardo al significato, al loro contenuto spirituale (“forse non ha letto tutti i libri, ma che tutti li conosce”).
Di ciò Mendel sapeva veramente tutto, e per questa sua abilità era spesso consultato da studenti o da collezionisti su bibliografie difficili o quasi impossibili da trovare.
Uno di questi studenti è il protagonista del libro “Buchmendel”, studente viennese, che per una tesi su Franz Mesmer, entra appunto in contatto con questo particolare personaggio grazie a un amico (lo stesso Zweig, grande scrittore di biografie, ne ha scritto una proprio su questo medico magneto-esoterico che anticiperà gli studi sull’ipnosi).
Il vero leitmotiv del libro-racconto di Stefan Zweig- poco più di cinquanta paginette che si leggono in un fiato - è la memoria.
Il protagonista, per ripararsi dalla pioggia, entra in uno dei tanti caffè viennesi e rendendosi conto di esserci stato, cercherà quell’insight necessario, quel particolare concreto, per far affiorare il ricordo. Si renderà presto conto di trovarsi nel caffè Gluck, dove tanti anni prima, aveva conosciuto Jakob Mendel, luogo dove quest’ultimo ogni giorno, dalla mattina alla sera, stava seduto davanti a un tavolino di marmo, leggendo e dondolandosi alla maniera degli ebrei (“la lettura non deve avvenire solo con le labbra e con il cuore ma anche con il corpo”). Come era stato possibile dimenticare Jakob Mendel, il Mendel dei libri?
Mendel leggeva continuamente per memorizzare una grande quantità di dati e lo faceva noncurante di ciò che lo circondava, del rumore della sala da giochi attigua e dei clienti del locale. La realtà esterna per Mendel non esisteva, tutto iniziava e finiva con il fissare a mente, prodigiosamente, tutti quei libri.
A Mendel non interessavano i giornali quotidiani con le notizie del giorno né le chiacchiere.
Tutto in lui era concentrazione assoluta per l’archiviazione mnemonica di un’enorme quantità di dati e si esaltava soltanto quando veniva in contatto con qualche copia pregevole o edizione limitata, delle quali sfogliava, estasiato, tutte le singole pagine, una dopo l’altra.
Ciò che colpiva era proprio questo suo estraniarsi, questa grande concentrazione che riusciva a raggiungere, dimenticandosi di tutta la realtà esterna.
In Jakob Mendel, in quel piccolo rivendugliolo galiziano con i suoi libri, avevo visto personificato per la prima volta – ero giovane allora – il grande mistero della concentrazione assoluta, che rende tali l’artista e lo studioso, il vero saggio e il perfetto monomane, la tragica ventura e sventura della piena possessione”.
La concentrazione era il vero segreto della memoria e dell’eccezionalità di quell’uomo.
Come era stato possibile dimenticare tutto ciò?
Nessuno, camerieri o astanti, si ricordava più di quell’uomo che “agli occhi dei profani, era naturalmente soltanto un piccolo trafficante di libri”:
Sentii sulle labbra un gusto amaro, il gusto della caducità: a che scopo vivere, quando il vento stesso che ci sospinge spazza via anche l’ultima traccia del passo appena compiuto? Per trent’anni, per quaranta forse, un essere umano aveva respirato, letto, pensato, parlato in quei pochi metri quadri, ed erano bastati tre o quattro anni appena, […] e già non si ricordava più di Jakob Mendel, di Mendel dei libri”.
Con lo scoppio della Grande Guerra e per alcune ingenuità causate anche dal suo completo estraniarsi dalla quotidianità (l’aver inviato delle lettere in Francia e Inghilterra, paesi nemici, lui di nazionalità russa, in Austria senza documenti in regola ed ebreo) Mendel finì per essere internato e per giunta senza occhiali, quindi senza più possibilità di leggere e tenere in allenamento la sua formidabile memoria.
Quel mondo esterno, che aveva sempre rifiutato, gli si abbatté contro inesorabilmente e brutalmente.
Dopo due anni uscì dal campo di internamento, anche perché erano emerse certe richieste (sempre di carattere bibliografico) di alcuni nobili e personalità importanti - a cui Mendel aveva fornito la sua proverbiale competenza bibliografica - che imbarazzavano le autorità.
Mendel fece ritorno nel caffè Gluck, ma non era più lo stesso Mendel dei libri, forse a causa dell’esperienza nel carcere o per la progressiva perdita di memoria.
Il proprietario del caffè aveva sempre tollerato la sua presenza perché portava diversi avventori, studenti e appassionati di libri, che alla fine consumavano anche loro qualcosa o diventavano clienti abituali.
Il caffè tuttavia cambiò presto proprietà dopo la Grande Guerra e il nuovo proprietario non accettava di buon grado quella sorta di peso morto che occupava il tavolo tutto il giorno, per pochi caffè e panini. E per giunta adesso non più in possesso di tutte le sue stupefacenti facoltà mentali.
Le difficoltà economiche di Mendel fecero il resto: costretto a mangiare dei panini di nascosto e, ovviamente scoperto, fu miseramente buttato fuori dal locale.
Non si seppe più nulla per diversi anni.
Alla fine una mattina presto ritornò al caffè, sperduto, fuori di sé e senza probabilmente più memoria. Invitato a uscire dalla signora delle pulizie dei bagni, per evitare problemi con il proprietario, si avviò alla porta ma svenne e la sera stessa morì.
Lasciò un libro al caffè Gluck.
Il destino, “sempre faceto e ironico”, volle fosse la Bibliotheca Germanorum erotica et curiosa di Hayn, un libro scabroso ben conosciuto dai collezionisti, capitato quasi per caso in quelle mani da cui erano passati più che altro libri di preghiere (inizialmente Mendel aveva studiato per diventare rabbino).
La storia di Mendel fu ricostruita proprio grazie alla signora che lo vide per l’ultima volta e che considerava, ancora dopo tanti anni con agitazione, un’infamia l’averlo cacciato dal caffè, con l’accusa di aver rubato qualche panino.
Quella signora, nella sua ignoranza e semplicità, si era sempre ricordata di quel “brav’uomo” perché in fondo si era affezionata a lui.
Il protagonista invece era riuscito a dimenticare, chissà perché, questo straordinario personaggio, il Mendel dei libri:
proprio io che avrei dovuto sapere che i libri si fanno solo per legarsi agli uomini al di là del nostro breve respiro e difendersi così dall’inesorabile avversario di ogni vita: la caducità e l’oblio”.
Zweig si è suicidato ma ci ha lasciato numerosi racconti e biografie e quindi in parte è riuscito a difendersi da questa caducità e dall’oblio.
Di lui, ancora oggi, possiamo dire usando le stesse parole che ha riservato a Jakob Mendel:
Solo adesso – anch’io più in là con gli anni – capivo quale grande perdita sia la scomparsa di uomini simili”.

Giuseppe Savarino

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