mercoledì 14 novembre 2012

Il Principe Fulvo, di Salvatore Silvano Nigro

Il Principe Fulvo
di Salvatore Silvano Nigro
Sellerio editore Palermo, 2012

160 pp.
€ 13,00

Come lo stesso autore precisa nel suo congedo, questo “racconto di un romanzo” era una promessa che aveva fatto ad Elvira Sellerio prima che morisse, perché lei ne conosceva bene i temi e aveva chiesto con insistenza che fosse scritto.
Mi ha emozionata leggerlo, perché mi è sembrato di rivivere le lezioni che Salvatore Silvano Nigro ha tenuto a Catania, come professore di Letteratura Questo libro è infatti il frutto di una serie di seminari tenuti in varie e prestigiose università, da Harvard, alla Yale University, dall’ Ècole Normale Supérieure di Parigi a quella di Pisa, passando pure per Catania, dove ho avuto la possibilità di ascoltare le sue lezioni per il primo corso di Letteratura.
Ma cos’è Il Principe fulvo? Di cosa parla? Non è la prima volta che leggo un libro di Nigro e ho sempre notato una straordinaria capacità di analisi, a tutti i livelli. Che si trattasse del pittore Pontormo e del suo diario o della tabacchiera di un celeberrimo autore italiano, ha saputo sviscerare ogni particolare, non subito noto al lettore. A lezione diceva sempre di non fermarsi alla trama di un libro, di andare oltre.
Cimitero dei cani a villa Piccolo, Capo d'Orlando
Dire che Il Principe fulvo è un'attenta analisi del romanzo Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa non renderebbe l'idea, considerando tutti i testi e tutte le discipline di cui tiene conto l'autore. Prende le mosse, cronologicamente, dalle Lettere del giovane Lampedusa ai cugini Piccolo, durante i suoi viaggi in giro per l’Europa. Dell' ironia amara delle pagine dell’unico romanzo di Lampedusa, non vediamo che i germogli più irriverenti: uno dei cugini Piccolo, Lucio, disse che qualcuno un giorno avrebbe letto quelle lettere e si sarebbe divertito “un mondo”. Sono dei veri e proprio bozzetti, jokes, su personaggi della Palermo a cavallo degli anni Venti e Trenta del Novecento, per questo l’edizione curata dallo stesso Nigro e dal figlio adottivo dello scrittore, Gioacchino Lanza Tomasi, è stata pubblicata da Mondadori in edizione critica, giustamente ricca di note esplicative che permettono al lettore di cogliere i riferimenti dei giochi di battute scambiate coi cugini; sì, quelli un po’ strani della villa di Capo d’Orlando (dove ora si organizzano matrimoni) cui assistono anche i cani di famiglia dal cimitero che i Piccolo hanno riservato in un fazzoletto di terra, vicino al pergolato coi glicini.
Tornando alle Lettere, si coglie una evidente simpatia di Lampedusa per Mussolini e il fascismo, scrive Nigro:
Il Duce era per Lampedusa il garante dell’ordine sociale, l’unico che potesse prevalere, con il suo pugno di ferro sulle piazze, sull’eversione comunista, sulle perversioni dei bolscevichi.
Così tremendamente importante, considerando la nostalgia con cui avrebbe parlato della fine dell’aristocrazia siciliana, nel suo romanzo. La ritrattazione o palinodia, come la definisce Nigro
 troverà sintetico spazio, e discreta dissimulazione, nel Gattopardo: con la derisione delle baracconate di “gale di pennacchi”; e adombrando le parate fasciste, un tempo applaudite, in una fantasia di formiche incolonnate che, attratte dal “marciume” ed esaltate dalla “gloria secolare” e dalla “prosperità futura”, “marciano colme di baldanza” verso “il sicuro avvenire”.
E poi:
Muore, Don Fabrizio. Si spegne alla fine di luglio del 1883 […]. Contemporaneamente, a Dovia, frazione di Predappio, nasceva Benito Mussolini. La coincidenza porta fuori degli argini del romanzo. Non fa parte della narrazione. […] Non è nell’ordine della storia, ma dell’allegoria. “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni”, aveva detto il Principe: “quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”. Il futuro si prodigò subito.
Quando Nigro legge Lampedusa ne individua tutti i riferimenti letterari, artistici, storici. Oltre al famigerato romanzo, Lampedusa scrisse splendide e molto personali Storie della Letteratura francese e inglese, così Nigro scrive il periodo che forse mi ha colpita di più:
La letteratura scorre nelle vene, a Lampedusa. Gli pulsa dentro. Declinata a memoria, con qualche approssimazione, e una cert’aria scanzonata, da Paul Valéry (“Comme le fruit se fond en jouissance”) e da Robert Herryck (“Whenas in silks my Julia goes”); tra gli evocati Yeats, Shelley, e Meredith.
Ma Nigro fa di più, si immerge così a fondo nel testo e nella ricerca letteraria di ognuna delle parole di Lampedusa, da immedesimarsi nel suo pensiero, tanto da riuscire a vederne le esperienze nei viaggi in Europa, narrati nelle lettere, e mostrarle pure a chi legge:
Il Faubourg Saint-Germain, a Parigi, avvolge il Mostro (il soprannome con cui Lampedusa si identifica scherzosamente coi cugini, ndr) nell’aura proustiana dei Guermantes. Lo seduce. E lo strega. Lo costringe a ripassare mentalmente le prime pagine di Sodome et Gomorrhe. Su quelle pagine il Mostro scende con lo sguardo. Vi entra dentro. Si sporge da una finestra. E si aspetta di sorprendere, nel cortile, il “panciuto” e “invecchiato” barone Charlus e l’ex farsettaio Jupien impegnati in un corteggiamento da “calabrone” a “orchidea”.
Qual è il sostrato culturale del Gattopardo? Cosa c’è dietro a quei meravigliosi capitoli letti e riletti in tutto il mondo, reinterpretati su pellicole memorabili, percorse con la mente mille volte da chiunque faccia un giro per certe vie di Palermo? Chi è Tomasi di Lampedusa? Cosa faceva quel ragazzino a cui piaceva passare il tempo “più con le cose che con le persone”, che già a vent’anni padroneggiava la storia, la letteratura in almeno tre lingue? Cogliendone tutti i riferimenti, Nigro riesce a rispondere a questo, facendo intuire la ricchezza culturale di Lampedusa, che spariva volentieri nelle stanze disabitate delle sue dimore, dove poteva godere unicamente della compagnia della storia e della letteratura.
Nel secondo capitolo Nigro rilegge La Sirena, un racconto di Lampedusa, alla luce del Gattopardo:
Negli anni 1956 e 1957, Tomasi di Lampedusa è uno scrittore segreto. Da un anno ha cominciato, in silenzio e in solitudine, la stesura del Gattopardo. Ora si piega su un foglio bianco. Avvia un racconto intitolato La Sirena.
don Fabrizio "corteggia la morte"
Quindi sia il romanzo che il racconto sono stati scritti contemporaneamente, sono come fatti della
stessa sostanza, rileggendoli insieme si scopre il dialogo tra un testo e l'altro: il narratore è un giornalista di nome Paolo Corbèra di Salina, esattamente il casato del protagonista del Gattopardo, inoltre sembra un alter ego dell’autore, poiché alcuni episodi della sua vita li ha in comune con lui; altro tema ricorrente in entrambi i testi è la morte, la parola che si ritrova nella citazione nel primo capitolo del Gattopardo (Nunc et in hora mortis nostrae. Amen): alla morte di don Fabrizio è dedicato uno dei capitoli più importanti del romanzo, morte che lui stesso va vedendo intorno a sé in tutto ciò che lo circonda, nella fine e nel decadimento della sua classe sociale; infine la morte ritorna in molte espressioni, similitudini, in tutto il romanzo. E così anche nel racconto, il bar in cui i due protagonisti si incontrano “era una specie di Ade”, vi regna “un adattissimo Limbo”, soprannominato “gli Inferi di via Po”, un “Erebo pieno di ombre”. 
Nel racconto si narra la storia d’amore e la morte del Senatore Rosario La Ciura, che avvengono per mano di una splendida sirena immortale, Lighea. Nigro accosta la bella signora che don Fabrizio vede al suo capezzale prima di morire, ossia la Morte, alla creatura magica, mitologica di Lighea.
L’anonima signora in veletta aveva imperio sul cielo e sulle acque marine. Rendeva equivalenti cieli e abissi. Era una stella ed era una dèa. Conciliava mitologi e astronomia, romanzesco storico e genere fantastico. Era Venere d’amore e di conforto. […] Questa Venere in abiti mondani, questa Venere viaggiatrice, era la sirena di La Ciura ritruccatasi a piè di pagina nel romanzo di Wells, dentro la toilette della ciprigna Signora del mare.
E ancora sciorina riferimenti letterari, spunti, suggerimenti di lettura, in cui io stessa mi sono avventurata per percorrere almeno uno di quei sentieri che il professore di letteratura tratteggiava nelle sue lezioni.
L'altro capitolo del libro fa ripercorrere Il gattopardo dal punto di vista della mitologia e della Storia dell'Arte. Scrive Nigro:
Il Principe di Salina abita dimore barocche e rococò ancora frequentate, sulle volte istoriate e sulle piastrelle maiolicate dei pavimenti, dalle familiari divinità dell'Olimpo e dalle congeniali favole degli antichi eroi.
Da esse guarda con sospetto, preoccupazione e sarcasmo, alle acquisizioni neoclassiche della borghesia. Lui vive in un altro spazio. In un altro tempo. In un'altra arte.
A parte la fondamentale precisazione circa lo spazio, altro importantissimo protagonista del capolavoro lampedusiano, Nigro sottolinea che don Fabrizio vive in un'altra arte rispetto al suo tempo e rispetto alla borghesia.
In un mondo posto sotto il segno di Venere: della divinità del rococò, che il presentimento malinconico della fine intreccia con la voluttà e la sensualità. Fin dentro il paradiso terrestre dell'isola di Citera. Le architetture sacre e profane, tra le quali si muove, variano il motivo della conchiglia legato all'iconografia di Venere; e con le loro curve evocano pittoricamente le «ànche distese», e i «seni eretti» dei quadri di Boucher e di Fragonard.
Il segno di Venere e della conchiglia che compaiono qua e là nel romanzo, ad esempio nel passo in cui don Fabrizio si concede una breve sosta in giardino, nella sua casa di Donnafugata, accanto alla fontana di Anfitrite: “Soffiate via dalle conche dei Tritoni, dalle conchiglie delle Naiadi, dalle narici dei mostri marini, e acque erompevano in filamenti sottili...”; a pellegrinaggi a Citera, isola dalle cui acque sorse Venere, Fragonard ha dedicato dei dipinti.
Sempre a proposito di riferimenti all'arte , in merito a don Fabrizio, Nigro scrive:

Lampedusa lo disegna, e soprattutto lo scolpisce. Ne fa un colosso, una montagna di marmo come l'Ercole di Ovidio; tutto un paesaggio, una berniniana Fontana dei Fiumi. Nudo, lo fa uscire dalla vasca da bagno. E la sua «mole» immensa, «spropositata», offre alla vista di padre Pirrone che ha urgenza di parlare con il Principe: «Don Fabrizio di era allarmato della fretta del Gesuita; e un po' per questo e un po' per rispetto dell'abito sacerdotale si affrettò a uscire dal bagno: contava di poter mettersi l'accappatoio prima che il Padre Pirrone entrasse; ma ciò non gli riuscì, e il prete entrò proprio nell'istante in cui egli non era più velato dall'acqua saponacea, non ancora rivestito dall'effimero sudario, si ergeva interamente nudo, come l'Ercole Farnese, e per di più fumante, mentre giù dal collo, dalle braccia, dallo stomaco, dalle coscie l'acqua gli scorreva a rivoli, come il Rodano, il Reno e il Danubio traversano e bagnano i gioghi alpini. Il panorama del Principone allo stato adamitico era inedito per Padre Pirrone».

L'idea che Lampedusa scolpisca il suo protagonista come marmo è affascinante, la rievocazione della Fontana dei Quattro Fiumi lo è altrettanto. Ma perché Lampedusa ha scelto proprio l'Ercole Farnese? Nigro spiega come il Principe abbia gli attributi mitologici di quella statua in particolare, non di un Ercole qualsiasi: la pelliccia del leone sotto il braccio, poiché «Don Fabrizio incarna il Gattopardo danzante del suo stemma gentilizio», i tre pomi del giardino delle Esperidi e la clava cui si appoggia dopo le sue fatiche. L'Ercole Farnese, originariamente ospitato a Palazzo Farnese a Roma, in seguito venne trasferito nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ossia il palazzo del real museo Borbonico. Nei suoi Ricordi d'infanzia Lampedusa racconta di come Palazzo Cutò a Santa Margherita del Belice, residenza estiva della famiglia Lampedusa, nel 1810 era stato oggetto di cure particolari per il periodo in cui Ferdinando IV e Carolina furono costretti a vivere in Sicilia mentre a Napoli Murat era al potere. Dunque, Nigro conclude che

L'Ercole Farnese è il simbolo storico della regalità borbonica, dei suoi fasti mitologici: un ricordo inarrivabile, nel Gattopardo; andato a male, definitivamente corrottosi.

Fontana dei Quattro Fiumi di Bernini, particolare del leone
A completare il testo e i suoi riferimenti, una sezione del libro è stata dedicata alle immagini delle opere d'arte citate da Nigro e da Lampedusa, nel suo romanzo.
L'ultimo capitolo dedicato al racconto del Gattopardo ne rievoca le pagine in cui ricorrono i temi della perdita e al disfacimento, ancora una volta; è un capitolo illuminante sul personaggio di Concetta, la figlia di don Fabrizio, l'ultima Salina. Rifacendosi agli echi letterari che coglie nelle pagine del Gattopardo, Nigro ne descrive i sentimenti, il suo cupo rancore.
«Il padre la pensava placida e sottomessa. Eppure avvertiva i lampi di alterigia dei suoi occhi. […] Trascurava però di registrare «il bagliore ferrigno che traversava gli occhi della ragazza quando le bizzarrie alle quali ubbidiva erano davvero troppo vessatorie».
Stavolta il referente è Dante.

«Le parole portano spesso le impronte della letteratura. E senz'altro dantesco, infernale, è quell'urto di sasso ferruginoso dello sguardo di Concetta.
Il comportamento di concetta faceva sempre eccezione. Il padre rantolava sul letto di morte. I parenti gli si affollavano intorno. Tancredi diceva: «Zione caro!». Gli altri piangevano, tutti. «Tranne Concetta».
Sotto l'apparente remissività, Concetta alimentava un inferno ostinato di rancori».

Inoltre Nigro rievoca la vicenda delle reliquie di casa Salina, in cui le tre sorelle, ormai zitelle, non fanno che coltivare l'unica fonte di conforto: il loro fervore religioso. Hanno trasformato un salone in una cappella, grattato via gli affreschi a tema mitologico: lo spazio è alterato dai suoi abitanti, che non sono più in sintonia con esso, come hanno perso la loro posizione all'interno della società di cui facevano parte; hanno collezionato decine di vecchie reliquie, che, al primo controllo, sono state riconosciute in massima parte come false. 
«Un monsignore le ha chiamate “belli arredi”. Lampedusa ci tiene che il lettore riconosca la citazione letteraria. Fa sentire la sua presenza. […] e dentro una parentesi sussurra all'orecchio di chi legge: «proprio così disse, dantescamente». Il rimando è al canto XXIV dell'Inferno: alla settima bolgia che punisce i ladri fraudolenti; al furto del «tesoro» di una chiesa; al nobile pistoiese Vanni Fucci che si era confessato «ladro a la sagrestia d'i belli arredi». Forse il monsignore ha voluto essere maliziosamente delicato. […] In ogni caso, attraverso i vani delle cosrnici, si è infiltrato all'improvviso un riflesso d'inferno che non manca di lavorare le pagine finali del Gattopardo
Senza dubbio, questo "racconto di un romanzo" apre nuove strade, dando spunto a fruttuose riflessioni su uno dei romanzi più importanti della nostra letteratura, a più di cinquant'anni di distanza dalla sua pubblicazione. Se è vero che un classico è capace di offrire sempre nuove opportunità di approfondimenti e riflessioni, e se è vero che c'è un fitto dialogo tra i libri, questo vale senz'altro per Il Gattopardo e Le memorie di Adriano, tra Tomasi di Lampedusa e Marguerite Yourcenar, su cui Nigro ha recentemente riflettuto in un articolo pubblicato recentemente sul Sole 24 Ore.


Lorena Bruno

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