martedì 20 novembre 2012

Elio Paoloni, Piramidi


Piramidi
di Elio Paoloni,
Sironi, Milano, 2002

pp. 128 
€ 10,80.




          Piramidi, uscito ormai più di 10 anni fa, è stato il secondo libro di Elio Paoloni e faceva seguito a Sostanze (Manni, 2001) pubblicato appena un anno prima. Da allora, fatto salvo qualche intervento saggistico su varie riviste, la voce creativa di Elio Paoloni tace, e, a giudicare dal libro d’esordio e in special modo da Piramidi, è un peccato, perché si tratta di una voce suadente, sobria, curata. Probabilmente se fosse stata tenebrosa, enfatica e trasandata il mercato editoriale le avrebbe concesso maggior fiato per affermarsi e continuare a rintronare il cervello dei lettori.


          Piramidi descrive la condizione esistenziale di un aspirante letterato che di fronte al muro di gomma dell’ambiente verso cui si sentirebbe portato, si trova, quasi suo malgrado, ad essere invece golosamente tentato e felicemente accolto da una grande compagnia multilevel marketing che si occupa di integratori alimentari e che gli assicura, previa rinuncia ad ogni astrazione speculativa e allo sguardo critico, ossia ad ogni pensiero, il successo economico e l’ascesa sociale. Potrebbero sembrare le tragicomiche avventure di un letterato deluso e pentito sperso per il mondo del successo, dell’adeguamento ai canoni del neoliberismo, della perdita di sé. Però Paoloni, grazie ad uno stile affabile e ricercato, pur senza particolari sperimentalismi espressivi, scarta sia la tragedia che la commedia (che, detto per inciso, in Italia, per chissà quale motivo, finisce sempre per diventare farsa); ed evita pure l’ordinato e astratto quadretto sociologico. Insomma, il personaggio che dice io (che non ha nome) vive dentro la situazione, evita giudizi su sé e sugli altri, descrive con spirito brillante e acuto, ma non supponente, gli ambienti e le persone che le due attività gli permettono di frequentare. E se per il mondo della riuscita sociale non mostra l’entusiasmo o il perfido godimento che potrebbe suscitare, per il vacuo e pigro mondo delle lettere non si lascia andare né alla satira rabbiosa e feroce né all’autocompatimento. Ne risulta una situazione di stallo, d’indecisione, d’inconciliabile giustapposizione, che, sul piano della composizione letteraria, impedisce lo svolgimento narrativo. Paoloni descrive, spiega, suggerisce, ma non rappresenta svolgimenti, non offre sviluppi narrativi, come se la mancata dialettica tra i due temi non consentisse quell’incontro o scontro foriero di conseguenze materiali o spirituali.


Il personaggio che dice io, che pure sembrerebbe portato per la riflessione solitaria e la profondità storica è costantemente assediato dagli spazi chiusi e affollati in cui trionfa un superficiale e autocompiaciuto presente.   


Ho già avuto modo di dire che la prosa di Paoloni è affabile, ma curata, perciò sorprende trovare ad un certo punto una frase come questa: «All’incrocio dei vialetti lastricati incrocio Dora». Una ripetizione che sembrerebbe un’inavvertenza, una mancata correzione, uno sbrego sul tessuto morbido e liscio della scrittura di Paoloni. Senonché nel finale ci si accorge che Dora, personaggio che il protagonista frequenta in qualità di esponente della compagnia multilevel marketing, dalla quale è attratto sentimentalmente e che con uno stratagemma riesce ad invitare ad un convegno letterario, Dora, appunto, avrebbe potuto rappresentare la possibilità dell’incontro, dell’incrocio dei due temi e avrebbe potuto dar vita ad uno sviluppo narrativo che però non viene svolto, in un finale, al contempo, aperto e circolare che riporta all’iniziale «bavero. Non è l’abito che fa l’uomo ma il bavero. Ti appendi qualcosa al bavero e diventi qualcosa di preciso», un finale che è anche un ottimo esempio dello stile dell’autore, «Withman o Diet? Seguirò il profeta della poesia o quello della sana nutrizione? C’è contraddizione? Il vecchio dalla barba bianca era anche il profeta della democrazia e delle conquiste. Uomini – e donne – sani e industriosi. Ma è necessario seguire un profeta? Non ho più bavero. (…) Non posso appenderci niente al bavero, perché non ce l’ho».


          A più di 10 anni di distanza, mi piace pensare che, prima o poi, l’autore ci racconterà gli sviluppi di un itinerario letterario che aveva preso un abbrivio tanto promettente.

            

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