lunedì 5 novembre 2012

"Dario Fo. Un giullare nell'età contemporanea"


Dario Fo. Un giullare nell’età contemporanea
di Antonio Catalfamo
Solfanelli edizioni, Chieti, 2012

pp. 95 
€ 9,00.


            Quest’interessante e documentata monografia che Antonio Catalfamo dedica a Dario Fo si compone di due parti distinte, ognuna delle quali ha ragioni per suscitare l’attenzione del lettore, comune o specialista che sia. In entrambe spicca comunque un retroterra di studio e di formazione del giudizio ben solidi e argomentati. La prima parte, che dà il titolo al libro, ricostruisce l’origine e l’impatto culturale (teatrale, sociale, ideologico e politico) dell’opera di Dario Fo: la sua scelta radicale a favore di un teatro popolare, la ricerca storico-filologica, la creazione di un nuovo linguaggio e di una nuova forma di rappresentazione che, guardando al passato, alla tradizione medievale, alla Commedia dell’Arte, al teatro di Ruzzante, riproponesse in forme fruibili per la società di allora una linea artistico-letteraria alternativa e ribelle rispetto alla cultura elitaria. Una scelta e un impegno di questo tipo, che in quel momento comportavano comunque rinunce a prebende e a facili gratificazioni di pubblico, vista tra le nebbie della nostra contemporaneità non apparirebbe, senza la necessaria storicizzazione, tanto innovativa e eversiva, come invece fu. Anche perché negli ultimi trent’anni la stessa cultura accademica ha abbondantemente scandagliato e fatto riemergere quel fiume carsico, la cultura popolare, che per secoli ha accompagnato in posizione defilata e semiclandestina la produzione letteraria e teatrale colta. La scelta e l’impegno di Dario Fo non si limitavano alla creazione di spettacoli teatrali popolari, ma traevano origine e rispondevano ad un più generale impegno etico e politico, dell’uomo prima che dell’artista, e che riguardava l’insieme della produzione e dello spettacolo teatrale, coinvolgendo i luoghi delle rappresentazioni (fabbriche, piazze, ecc.), e il pubblico, non più prevalentemente borghese e istruito. Dario Fo è stato, insomma, il rappresentante più preparato, talentuoso e creativo di un’aspirazione comunemente sentita per un teatro del popolo e per il popolo. Dubito, onestamente, che quel tipo di impegno, quel tipo di coinvolgimento totale non sia legato specificatamente ad una precisa stagione storico-culturale e son quasi sicuro che oggigiorno sia addirittura deleterio parlare di “cultura popolare” come alternativa alla cultura colta, tanto la situazione s’è trasformata che quella cultura, sana, vigorosa, ribelle, appare sempre più assorbita da una melassa informe e succube di visioni politiche e sociali del tutto confacenti al potere che dovrebbe combattere. Credo perciò che l’opera di Dario Fo e tutta la stagione di cui è un benemerito esponente possano essere rivitalizzati e reinseriti con profitto nell’attuale circuito culturale solo grazie ad un’energica storicizzazione. Al di là di questo, tra i punti qualificanti della proposta di Catalfamo c’è, a mio parere, l’insistenza sulla ricerca filologico-storica di Dario Fo, sul tentativo di ricostruire una metodologia della rappresentazione che facesse proprie le concrete condizioni del teatro popolare antico. Ricerca che non tralasciava dati antropologici di sicuro interesse: «Dario Fo dice di aver imparato il coordinamento tra gesto e parola ancora una volta dal popolo, dai Comacini, operai muratori che eseguivano lavori di edilizia nel Medioevo, dai rematori veneziani, dai fabbricatori di corde in Sicilia, che sincronizzavano i vari gesti, corrispondenti alle varie fasi della lavorazione, con le canzoni (…) Fo si richiama alle teorie dello studioso russo Plechanov, secondo il quale “la gestualità dei singoli popoli è determinata dal loro rapporto con la sopravvivenza”».

            A voler essere pignoli, questa prima parte sarebbe stata più accessibile e utile al lettore non specialista se avesse contemplato un profilo biobibliografico di Dario Fo e una bibliografia critica più ampia rispetto a quella deducibile dalle note.

            La seconda parte del libro di Catalfamo, intitolata Il Contrasto di Cielo D’Alcamo: testo della letteratura «colta» o «giullarata» medievale? L’interpretazione di Dario Fo, è un’accurata e godibilissima ricognizione delle diverse interpretazioni suscitate dal celeberrimo Contrasto (“Rosa fresca aulentissima…”, tanto per rinverdire le sopite reminiscenze liceali) di Cielo D’Alcamo. I primi due versi sono da sempre oggetto delle più disparate parafrasi letterali: se la “rosa” è metafora per “donna” come può essere desiderata da “pulzell’e maritate”? Per sintetizzare il pregevolissimo lavoro di Catalfamo si può dire che l’interpretazione oggi più accreditata (e più pacificante…) è quella dell’iperbole: “tanto bella da piacere anche alle altre donne”. Ne rimangono, però, altre, più o meno condivise, più o meno argomentate, tra cui quella di Dario Fo fondata non solo su una precedente interpretazione d’inizio Novecento fornita da un insigne studioso di letteratura medievale, ma anche su una “filologia integrale” che fa del testo il risultato di un ambiente storico, sociale e culturale molto ampio e dettagliato. L’interpretazione di Fo, sulla quale non mi dilungo in particolari per invitare il lettore a scoprirla da sé, fa del Contrasto un autentico saggio letterario e teatrale capace di porsi in radicale alternativa alla letteratura colta, svellendone le artificiose e accomodanti sovrastrutture retoriche; interpretazione che per altro svela tutto il secolare lavorio per riportare quel testo ad una considerazione più consona ai dettami della letteratura colta.

Ma per quanto si possa concordare o meno sull’interpretazione di Fo, in fondo un testo letterario, al di là della sua pur necessaria oggettività filologica e interpretativa, è in grado di produrre senso nel Lettore fin tanto che riesce ad interagire con il suo spirito e la sua contemporaneità. Spirito e contemporaneità che sono componenti essenziali di quella “filologia integrale” auspicata da Antonio Catalfamo.

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