domenica 7 ottobre 2012

Pillole di Autore - XS ospita "Una suora siciliana" di Dacia Maraini


Dacia Maraini (1936) è una delle scrittrici italiane più apprezzate dal grande pubblico e dalla critica, in particolar modo per il suo La lunga vita di Marianna Ucrìa, che si ricorda come uno dei libri più venduti e discussi degli anni Novanta, vincitore del premio Supercampiello. L'altrettanto fortunato Bagheria (1993) riconferma la fortuna della scrittrice, che è forse la più tradotta all'estero. La sua attenzione alla ricezione psicologica della realtà, la passione per la storia, a tratti fiabesca (come in Colomba del 2000), l'attenzione per le realtà minori e disagiate, con una focalizzazione particolari su protagoniste femminili memorabili, l'interesse per il teatro (le opere sono state raccolte di recente in Fare teatro), questi e altri fattori riconfermano la poliedricità di una scrittrice mai stanca di sperimentare.
Anche in questo racconto, apparso prima su «Nuovi Argomenti» e ora proposto per la collana mondadoriana XS d'autore, fa della paratassi lo strumento prescelto per introdurre il lettore nel mondo fantastico, vagamente fiabesco ma dai risvolti drammatici di Una suora siciliana. Angeli, morti e beatificazioni preannunciano una narrazione serrata dai risvolti senza dubbio inaspettati. Leggete per credere! 




Una suora siciliana
di Dacia Maraini

Ore 10. Comune di C.
Un liceo. In un piccolo paese fra le montagne siciliane. Tanti studenti. Che chiedono alla scrittrice impegnata di impegnarsi di più. Ma come? Un ragazzo dai capelli ricci color carota la guarda con severità. «Voi scrittori avete una voce che viene ascoltata ma non la usate come dovreste.»
Giorgia osserva il ragazzo dai ricci rossi e vede con apprensione che dalle sue spalle gracili spuntano due lunghe ali bianche che si alzano minacciose verso l’alto.
«Noi lavoriamo coi tempi lunghi» risponde timidamente.
Ora accanto all’angelo sbuca, non si sa da dove, una ragazzina dalla pancia scoperta. Ha un anello d’argento che occhieggia sull’ombelico nudo e la fissa con sorridente ardimento. «Avete un’arma e non la sapete usare», dice con voce indignata «ci lasciate marcire in questa Sicilia corrotta e violenta, senza una parola.»
   

Ore 12
Una studentessa dai calzettoni rossi l’accompagna a visitare il convento arrampicato sulle rocce di C.
«Qui la monaca Filomena si fermava a pregare davanti alla Madonna dell’angelo.» Ancora un angelo? Avrà la testa dai ricci color carota? Si chiede Giorgia seguendo la studentessa dai calzettoni rossi su per una scala ripida e scoscesa.
«Queste sono le celle» spiega lei aprendo una porta di legno tutta incisa e intagliata. Dentro la stanzuccia bianca di calce si vedono: un cantaro, un lettuccio, una catinella di metallo scrostato, una brocca bianca, una croce appesa sopra la lettiera e un minuscolo inginocchiatoio di legno grezzo. Accanto alla porta, sul pavimento giace una cassapanca su cui spiccano dipinti elegantemente mazzetti di fiori gialli e lilla e due pappagalli dal becco ricurvo e le ali rosse e verdi.
«E questa cassapanca?»
«Ogni monaca aveva la sua. Ci tenevano il corredo. La stessa cassapanca, quando morivano, serviva da bara.»
«Da bara?»
«Questa cassapanca è stata dissepolta durante i lavori del convento. Il corpo della suora è stato messo in una teca. Dicono che fosse integro. È in lista per la beatificazione.»
La studentessa dai calzettoni rossi ora la precede lungo corridoi labirintici che portano verso un cortile esagonale. Colonnine ritorte di marmo bianco reggono le volte di un loggiato ombroso. In mezzo al cortile un giardinetto striminzito in cui crescono disordinati polloni di rose e ciuffi di lavanda. Al centro un pozzo di pietre grigie, sormontato da un arco di ferro battuto.
  

 Ore 13. Hotel Belvedere
Giorgia rientra in albergo. Si siede sul letto e continua a pensare a quella cassapanca dipinta a colori vivaci. Prima ci tenevano le lenzuola, gli asciugamani, la biancheria e poi ci adagiavano il corpo della monaca morta. Ma da quando in qua le bare si dipingono con fiori e pappagalli?
Cerca di immaginare la giovanissima suor Filomena giunta da qualche mese al convento di C. con la sua cassapanca piena di stoffe. Porta un velo nero appuntato sul capo. La gola è coperta dal camauro candido che le scende sul petto come un grembiulino sempre pulito e stirato. Ogni due giorni il camauro va lavato e messo a stendere. Ogni due giorni va inamidato e stirato. Come vanno lavate e stirate le camicie di cotone grezzo che le giovani suore indossano a pelle. Le piccole e fattive mani di Filomena sono sempre in moto come vuole l’ordine del convento: una donna con le mani in mano si fa preda del demonio, perciò bisogna tenerle attive: la mattina alle cinque c’è da mungere le pecore e poi scaldare il latte nei grandi pentoloni di rame. Subito dopo c’è da lavare le lenzuola e stenderle in giardino. Più tardi bisogna badare all’orto: pulire, sarchiare, togliere le foglie morte, innaffiare i pomodori e le verze. Quindi di corsa in cucina per setacciare la farina, tagliare le verdure, friggere le uova, fare lievitare il pane, sgusciare i fagioli. Nei momenti di pausa le dita dovranno cercare il rosario appeso al fianco e fare scorrere i grani mormorando una preghiera. Poi ci sarà da applicarsi sul ricamo, e verso sera, sui libri sacri e poi ancora attorno ai piatti sporchi dopo la cena, e la notte, quando gli occhi saranno gonfi per il sonno e la stanchezza, le piccole mani robuste dovranno reggere il pesante libro delle preghiere, mentre le ginocchia si punteranno sul legno ruvido dell’inginocchiatoio per l’ultimo saluto al Signore prima di coricarsi. Suor Filomena conosce il suo dovere. Da quando è stata destinata al convento che aveva appena otto anni, ha rinunciato agli specchi, ai vestiti, ai sogni d’amore. La sua immaginazione infantile non riesce neanche a concepire la qualità del sacrificio che sta affrontando. La vita indaffarata e la compagnia continua di altre ragazzine come lei la distraggono dal pensiero della segregazione. Le sue mani giudiziose intrecciano fili di seta, la sua gola, quasi in silenzio, rimugina una canzone che usava cantare assieme alle sorelle da bambina quando giocavano a scovare ranocchie nello stagno dietro casa.

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