lunedì 1 ottobre 2012

Heinrich Böll, "Opinioni di un clown"


Opinioni di un clown
(Ansichten eines Clowns)>/i>
di Heinrich Böll

traduzione di Amina Pandolfi
Oscar Mondadori, 2001 (1963)
253 pp.
9,00

 Se la nostra epoca dovesse meritare un nome, dovrebbe chiamarsi l’epoca della prostituzione. La gente si abitua a un vocabolario da puttane. Una volta incontrai Sommerwild dopo una di queste discussioni –“Può l’arte moderna essere religiosa?”- e mi domandò - “Sono stato bravo? Le sono piaciuto?”. Alla lettera le stesse domande che una prostituta fa al suo cliente che si congeda (...)
È subito chiaro, partendo da questo passo, che ci troviamo davanti ad un autore dall’ironia tagliente e dalla scrittura feroce. Il suo personaggio Hans Schnier, clown, col dono prodigioso di fiutare la persona che si trova al di là della cornetta, viene presentato nel punto in cui la sua esistenza diventa più buia che mai: deve interrompere la sua carriera per un infortunio al ginocchio e viene abbandonato da Maria, fervente cattolica e figlia di un comunista, che decide di allontanarsi da quella vita fuori dalle regole e sceglie il borghese, bravo e cristiano Züpfner. Maria è, come lui la definisce: « la sola donna con la quale posso fare tutto quello che gli uomini fanno con le donne».

“Opinioni di un clown” esprime, tra le righe, una concezione naturale e semplice dell’amore, ma proprio per questo totale e assoluta. La bellezza del romanzo sta proprio nella condanna dell’insincerità morale, nella strenua difesa di questo principio che risulta saldo, intransigente e rigido proprio perché assolutamente naturale. Hans rivendica un amore non vincolato da un contratto statale o religioso. É monogamo nel cuore:
Quando mi figuro che esiste qualcosa come il “dovere coniugale” mi sento venir freddo. Devono essere una cosa mostruosa questi matrimoni in cui una donna è obbligata per contratto, davanti allo stato e alla chiesa a fare questa cosa. La misericordia non la si può imporre.


È come se volesse affermare la superiorità, innanzitutto, del proprio io, della propria morale di essere umano e non di quella deforme che viene offerta ora dalla chiesa ora dalla società. Con sarcasmo non comune:
 Mi ero chiesto se non avrei dovuto andare in campagna, nella mia vecchia scuola, a chiedere consiglio a uno dei padri, ma quelli considerano l’uomo come una creatura poligama (per questa ragione difendono con tanta violenza l’indissolubilità del matrimonio).
Quella che emerge è una religione distante dalla vita. Una distorsione morale che si rispecchia anche nel linguaggio; quello che per Hans è adesione reale, totale e naturale all’altra persona diventa “desiderio della carne”. Böll riesce a proporci pensieri e ricordi semplici, quasi banali, ma estremamente lirici grazie ad una particolare sensibilità per le cose piccole, per i dettagli:
e già quando aveva detto “vai” invece si “se ne vada”. La cosa era decisa. C’era una tenerezza così immensa in quella minuscola parola che pensai avrebbe potuto bastare per tutta la vita (...).
Il grottesco della vita viene svelato, nella realtà il clown diventa il personaggio più serio, l’unico veramente capace di soffrire e amare, tanto che alla fine apparirà come un uomo sognante che tende ad un’utopia dell’amore. Cominciano a profilarsi paradossi: Hans l’agnostico è naturalmente monogamo, Hans l’anarchico è il personaggio più morale, Hans clown diventa l’unico in grado di togliersi la maschera e di denunciare causticamente le ipocrisie. Partendo dalla sua famiglia. Famiglia ricca e in vista della cittadina di Bonn, inizialmente favorevole o comunque non ostile al nazismo, una volta tornati alla democrazia si riconverte, si assesta nella nuova realtà perpetrando la vecchia mentalità; la madre ne è un esempio lampante. Durante la guerra fa arruolare la figlia Henriette come volontaria nella Flak, spedendola a morte certa, adesso è presidente di una società per la conciliazione dei contrasti razziali. Appare chiaro come questa nuova moralità si basi sull’oblio, non è stata compiuta una vera e necessaria espiazione delle proprie colpe. La Germania così si nasconde e cambia abito ma continua a recitare lo stesso soggetto.

Interessante la costruzione del romanzo. Tutto si svolge nell’arco di pochissime ore e la narrazione gira attorno alle telefonate attraverso le quali Hans esprimerà le sue “opinioni” con dialoghi serrati, critici e intelligenti. La narrazione è lenta ma il ritmo cadenzato delle telefonate fa emergere un vorticoso movimento di sentimenti. L’unico personaggio è Hans, il resto è presentato solo attraverso la sua sensibilità. Il picco finale è come un grido malinconico di liberazione, un triste canto d’amore, Hans ha usato tutte le sue parole ma alla fine si abbandona e decide di tirarsi fuori dalla vita. Il romanzo si concluderà con un’immagine quasi fotografica di estrema intensità: un canto sui gradini della stazione in attesa di incontrare Maria, guardarla e capire se d’ora in poi sarà per lui viva o morta, e la prima moneta gettata nel suo cappello segnerà il suo destino.

Böll intesse nel romanzo una profonda e interessante riflessione sulla morale che scaturisce dalla ricerca di una conciliazione tra un’autentica coscienza religiosa e un animo concreto e libero avverso a ogni falsa sovrastruttura dogmatica.

Valeria Inguaggiato