domenica 30 settembre 2012

Pillole di Autore - XS presenta un inedito di Alessandro Piperno


Prima domenica con i libri della nuova collana digitale di Mondadori, "XS di autore" (vuoi saperne di più? Leggi la nostra intervista a Francesco Anzelmo). Primo protagonista è Alessandro Piperno, autore dell'esplosivo Con le peggiori intenzioni (2005), che gli vale il Viareggio e il Campiello opera prima. Nonostante il suo carattere riservato, è stato al centro dell'attenzione mediatica negli scorsi mesi quale vincitore del Premio Strega di quest'anno per il suo Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi, che abbiamo recensito di recente.
Lo scrittore, che molti avranno conosciuto nei suoi corsi di Letteratura Francese a Tor Vergata, si divide tra l'insegnamento, la ricerca e la narrativa. Senza dubbio lo si può ritenere (e a ragione) una delle voci più interessanti degli ultimi anni, forse "poco italiana" per la vena di ironia cinica che permea le opere, mai indifferenti al terremoto valoriale degli ultimi anni, ma per niente giudicante o moralistico.

Il racconto Pastiche proustiano in biancoceleste, di cui vi offriamo l'inizio, accosta fin dal titolo due elementi diversissimi: cosa c'entrano Proust e la Lazio? La risposta alle parole dell'autore, qui sotto, che gentilmente s'è prestato a farci leggere le prime pagine...




Pastiche proustiano in biancoceleste
di Alessandro Piperno




Per troppo tempo non sono riuscito a prendere sonno per via della Lazio.
È come se quel concetto astratto, che mi ostinavo a riempire di così tanti dettagli concreti – colori, odori, fissazioni, riti, mal di stomaco, giornate uggiosamente piovigginose –, e che si materializzava di fronte ai miei occhi ogni qual volta la mia lingua e il mio palato trovavano il coraggio di unire le due magiche sillabe “La-zio!”, si fosse preso l’ingrato compito di riempire i vuoti sinistri del mio nulla esistenziale. Era strano come le vicende che accadevano sui campi di calcio che non avevano alcuna seria relazione con la mia vita potessero coinvolgermi in un modo che se non poteva dirsi paranoico, certo arrivava a sfiorare la nevrastenia. E dire che non era sempre stato così. C’era stato un tempo della mia vita in cui associavo quel nome – Lazio – a uno strano ballo in maschera che una domenica sì e una domenica no io, mio padre e mio fratello e un altro gruppo di circa quarantamila persone tutte provenienti da diversi gruppi sociali e dai più disparati quartieri, inscenavamo nel solito posto: quell’astronave enorme atterrata con grande discrezione e chissà quanti anni prima della mia nascita ai bordi verdeggianti del Tevere che per comodità ci ostinavamo a chiamare “stadio” ma che in realtà io sapevo essere molto di più. Tanto che quando mio padre, dopo un pasto rispettosamente frugale (non si va a messa con la pancia piena), pronunciava la frase: «E allora si va!», venivo afferrato da quell’angoscia e da quell’euforia che, negli anni successivi, quelli della mia adolescenza, avrei ritrovato, in una gradazione alcolica diversa e assai più preoccupante per il mio sistema nervoso, nei minuti precedenti all’istante in cui mi sarei mosso da casa per raggiungere una festa piena di ragazze indifferenti capaci di esaltare, con la loro sola esistenza, la mia umana irrisorietà.
Il fatto strano è che all’epoca tutte le mie emozioni si concentrassero sul “prima”, sugli antefatti, e come il “dopo” e il “durante” mi apparissero per lo più molesti. Ogni volta pregustavo il momento in cui avremmo parcheggiato l’auto, quel momento in cui, una volta scesi, ci saremmo ritrovati nel pieno del ballo in maschera. Era un’autentica gioia vedere tutta quella gente di sesso diverso, di diversa età, di diversa estrazione confluire in una punteggiata fiumana di cobalto. Se qualcuno avesse avuto la possibilità di contemplare quella scena dall’alto, probabilmente avrebbe potuto vedere un torrente nuovo di zecca fluire con una certa impetuosità nel suo letto fatto di marmo e di prato, che con il suo colore smagliante sembrava farsi beffe dell’altro fiume, quello istituzionale, il cui color senape suggeriva un’idea di squallore che in certe giornate grigie risultava perfino intollerabile. Ma ciò che attendevo con maggiore trepidazione, cui non avrei potuto rinunciare neppure sotto l’allettamento di qualche altro divertimento più canonico, era di salire lo scalone che ci avrebbe condotto all’interno dell’arena. Sapevo, per averlo provato oramai decine di volte, che l’impressione che mi avrebbe dato la vista improvvisa e quasi miracolosa di tutto quel verde scintillante – un colore così poco naturale che mi veniva facile associarlo al tappeto verde su cui i miei genitori giocavano a peppa il sabato pomeriggio o a certe porcellane scolpite da Luca della Robbia che avevo contemplato in una scampagnata con i miei zii in un piccolo cimitero vicino Lucca – sarebbe durata pochi istanti al massimo, prima che l’Abitudine non prendesse il sopravvento sull’emozione data dalla novità, e che, in ogni modo, non avrei potuto replicarla neppure se fossi uscito e poi rientrato. Sapevo che, per ricreare le condizioni affinché si manifestasse ancora quel tipo di emozionante miracolo, così naturalmente compromesso con l’attesa, avrei dovuto aspettare altre due settimane.
 Ma che diavolo sto scrivendo?
Lo so: è un delirio. È davvero difficile scrivere seriamente di cose serie, per questo svicolo con lo stile: faccio il pagliaccio (di questi tempi è una delle cose che mi viene meglio).
La Lazio per me è una cosa dannatamente seria: per questo la butto in burletta. Non ho alternative. In fondo le cose serie sono le poche che ti fanno perdere il sonno e l’appetito. Il resto ci riguarda solo per spirito di convenienza, di emulazione o di opportunità: quindi non ci riguarda. D’altra parte è tipico: uno si rifugia nei Pastiche per affrontare, o per meglio dire, per tenere a bada argomenti delicati: per demistificarli. Lo faceva Proust con gli scrittori che lo ossessionavano. Perché non posso farlo io, attraverso il suo viatico, per arginare i nefasti influssi che la Lazio continua a esercitare su di me dopo tutti questi anni di scalogna e di palpiti? In fondo la Lazio, per me, è la sola fuga mistica che abbia saputo concedermi in una vita consacrata al più disincantato materialismo.
Sono un laziale e non ho mai voluto essere altro. Ma questa ossessione, come tutte le vere ossessioni, mi ha portato soprattutto dispiaceri.

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Si ringraziano Mondadori e l'autore per la concessione di questa prima parte dell'opera.

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