venerdì 21 settembre 2012

Il Salotto: Incontro con Pino Imperatore




Questo è il suo romanzo d'esordio. Le va di presentarlo ai nostri lettori e spiegare come le è venuta la voglia e il desiderio di scrivere un romanzo?

L'idea ce l'avevo da anni: raccontare la camorra in modo differente da quanto fatto finora. Negli ultimi anni, infatti, è stata raccontata in due diversi modi: il modo "Saviano", che ha mostrato all'opinione pubblica fatti e aspetti della criminalità che conoscevamo poco ed ha acceso i riflettori su un fenomeno estremamente diffuso e pericoloso, e favorendo anche importanti operazioni della Magistratura e delle Forze dell'Ordine.
L'altro modo è stato quello con cui film e serie televisive, sia italiani che stranieri, hanno messo in luce, secondo me in modo sbagliato, varie figure di malavitosi che sono quasi diventati "eroi positivi". A dimostrazione di ciò vi è il fatto che a Napoli, ma non solo a Napoli, a seguito degli arresti di alcuni boss, alcuni ragazzini hanno messo sui desktop dei loro computer e sui display dei loro telefonini le immagini di questi delinquenti.
Io, invece, ho voluto far che capire che i camorristi sono personaggi ridicoli, da quattro soldi, che campano con la paura addosso di venire ammazzati o arrestati. Del resto, è un dato che questi personaggi vivono la metà degli anni di una persona normale. E questo dovrebbe far riflettere, come dico ai ragazzi ogni volta che vengo invitato a presentare il mio libro nelle scuole o in associazioni culturali.

Nel suo romanzo abbiamo riscontrato dei riferimenti a Eduardo e a Pirandello. Lo condivide? Quanto questi autori hanno influenzato la sua carriera?

Chi scrive testi comici o umoristici non può prescindere dai grandi autori del passato: Wodehouse, Jerome e Twain, ad esempio. Nel mio caso, ho tenuto anche conto della straordinaria tradizione partenopea: Totò, Eduardo, Troisi, Viviani, Petito, Scarpetta. La tradizione letteraria è importante.  È da lì che bisogna partire. Ma bisogna innestare nella tradizione la modernità. Anche per questo definisco il mio stile Realismo Comico.

Lei descrive la camorra in maniera ironica e quasi surreale. Ritiene che questo modo di descriverla sia più efficace dei testi dove, al contrario, la si definisce quasi invincibile? Si definirebbe un "antisaviano"?

No, un antisaviano assolutamente no. Apprezzo tantissimo Saviano per il suo lavoro. Io ho semplicemente scelto una strada alternativa. Quella della letteratura comica che fa ridere, ma anche pensare. Nel mio romanzo "Benvenuti in casa Esposito" non vengono citati nomi reali, ma descritti modi di vivere. I tanti lettori che hanno apprezzato il mio libro, soprattutto quelli che vivono a Napoli, hanno riconosciuto umori, comportamenti, contesti sociali. Ne sono molto contento, perché era esattamente il mio obiettivo: descrivere cioè la camorra dall'interno, e capire se proprio nei suoi spazi più oscuri vi sia qualche possibilità di redenzione. Del resto, non è un caso che uno dei personaggio più emblematici del romanzo sia proprio Tina, la figlia di Tonino, che svilupperò nel sequel del romanzo.


Il suo romanzo non è tanto un romanzo "sulla" camorra, ma "dentro" la camorra. Come mai questa scelta?

Volevo comprendere, capire e illustrare le dinamiche segrete della camorra. Non tutti i personaggi del libro sono camorristi, e ho cercato di mostrare che cosa accade in una famiglia di questo tipo. Non tutti i camorristi o i mafiosi sono boss potenti come ci vengono mostrati dalla televisione, dalla cronaca o dalla letteratura. Esistono anche i criminali di piccola taglia. E cosa fanno queste persone ogni giorno? Come vivono? Quali sono i loro rapporti umani? Ho voluto, insomma, raccontare la quotidianità della camorra.

Nella nostra recensione abbiamo scritto che tutti i personaggi di "Benvenuti in casa Esposito" non sono né buoni né cattivi, ma vivono tutti all'interno di un limbo, quello della cultura camorristica. Lo condivide? Ed è un caso che l'unico personaggio che si oppone frontalmente al clan sia un personaggio che viene da "fuori", Don Francesco?

Lo condivido. Del resto, in alcuni contesti geografici e sociali la cultura dell'illegalità è talmente diffusa che si corre il rischio che anche gli onesti la accettino. Le mafie hanno cambiato il modo di vivere e di pensare di molte persone, che tollerano il venditore di sigarette di contrabbando, il parcheggiatore abusivo o chi lascia l'auto in seconda fila. Ma a chiudere sempre gli occhi si rischia di rimanere ciechi.

In questi ultimi anni sono usciti molti romanzi che trattano temi sociali e realistici. Vede questo fenomeno? Secondo lei è l'avvisaglia di un nuovo realismo e di un nuovo impegno da parte dello scrittore?

Si, lo vedo e lo apprezzo. Raccontare, attraverso lo straordinario strumento della Letteratura, la vita di tutti i giorni e i fenomeni che ci circondano, ci permette di non staccarci dalla realtà. Nel mio caso, poi, è stato certamente facile descrivere certi personaggi, situazioni e ambienti perché li avevo analizzati e studiati. E sono molto contento che il mio romanzo sia stato apprezzato soprattutto dai napoletani, che quando incontro mi dicono che in certi personaggi del romanzo vedono delle persone reali che conoscono e mi dicono di essere riuscito a rappresentare un'epoca. Questo vuol dire che sono riuscito nel mio intento: raffigurare, cioè, non luoghi comuni, ma le persone per come sono veramente.

L'intervista è finita e La ringraziamo per l'intervista da parte di tutta Critica Letteraria.

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Intervista a cura di Rodolfo Monacelli

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