sabato 15 settembre 2012

CriticaLibera: Chatwin, l'uccello migratore




Il n. 521 (luglio-agosto 2012) del Magazine Littéraire, oltre a un mini-dossier sul ruolo e l’importanza dell’utopia nella cultura e nella letteratura contemporanee, incentra il suo abituale dossier sulla letteratura di viaggio (Eloge du voyage), dal quale abbiamo selezionato e tradotto per voi due articoli: il primo, che pubblichiamo oggi, è un pezzo di Christine Jordis dedicato a Bruce Chatwin; il secondo, che pubblicheremo la settimana prossima, è firmato dal direttore del Magazine, Joseph Macé-Scaron, e propone una lettura del Viaggio in Italia di Montaigne.




Chatwin, l’uccello migratore 

di Christine Jordis  [1] 
traduzione a cura di Paolo Mantioni



Se Bruce Chatwin, piuttosto che avere un sorriso gioviale e gli occhi d’un blu luminoso, fosse stato panciuto, semicalvo, e avesse avuto i denti da coniglio, la sua reputazione sarebbe stata differente. Se fosse stato calmo e silenzioso, e non dotato d’una «eloquenza vertiginosa», secondo Susan Clapp, curatrice di alcune sue edizioni e autrice di un interessante profilo biografico, non avrebbe affascinato in egual modo chi gli stava vicino. Chatwin fece della sua vita il migliore dei suoi romanzi e di se stesso il più accattivante dei suoi personaggi. Nessuno dei suoi libri, diceva il suo amico Salman Rushdie, che viaggiò con lui in Australia, rende conto per intero della sua personalità. I suoi amici si sono sforzati di descrivere l’incanto della sua presenza e delle sue risate, la magia di una conversazione inesauribile, e i suoi biografi d’analizzare le sue contraddizioni e voltafaccia continui. Partendo verso luoghi inospitali e lontani, portava con sé pigiami di seta per le notti in treno e una serie di bauli degni di Greta Garbo. «Un enfant prodige spuntato come una pianta di fagiolo, per diventare una sorta di Radiguet dei grandi spazi», scrive di lui Patrick Leigh Fermor, altro grande scrittore e viaggiatore. Eterno bambino dalla vitalità prodigiosa e dalla curiosità infinità. E quel malessere che lo spingeva a riprendere il viaggio, a fuggire verso qualche improbabile destinazione dove scrivere. L’immobilità lo bloccava, il cielo basso, la noia, i condizionamenti – non li sopportava. Si sentiva vivere solo in movimento, la sola parola, forse, che lo caratterizza. E questo movimento lo portava in tutti gli angoli del pianeta, laddove l’ordinario diventa meraviglioso, dove ogni persona incontrata si porta dietro il suo sacchetto di sogni. 


Le peripezie della sua breve vita sono note: «ricami su una verità fondamentale», è in questo modo che Nicholas Shakespeare, che ha procurato la prefazione alla corrispondenza appena uscita in Francia [2], ci invita a considerare queste storie. Sempre attento alla sua leggenda, disdegnoso dei luoghi comuni, Bruce le ha raccontate diverse volte a modo suo. Un’ascendenza di vagabondi patiti dell’orizzonte sconfinato: lo zio Charlie era andato a vivere in Patagonia, lo zio Victor in un campo di cercatori d’oro nello Yukon, lo zio Robert s’era rifugiato in un porto d’oriente, quanto allo zio Walter, «era morto cantando le sure del glorioso Corano in un ospedale del Cairo riservato ai sant’uomini». Il padre, ufficiale della marina inglese, era sempre in mare, e lui ebbe come solo rifugio una valigia nera, dove nascondersi quando le bombe cadevano su Londra in piena guerra mondiale. Un’infanzia itinerante – in particolare in Galles, dal quale provengono molti personaggi che popolano la sua Patagonia e che servì da sfondo alla sua terza opera, Sulla collina nera [3]. A 18 anni un lavoro da Sotheby’s, dove entra come fattorino. Il suo infallibile colpo d’occhio gli vale una promozione folgorante: diventa esperto e poi direttore del dipartimento degli impressionisti. Questa capacità di “vedere” è la base stessa dei suoi racconti. Ma, poco dopo, eccolo diventato cieco. Recupererà la vista, dice, solo sulla strada dell’aeroporto, in rotta verso il Sudan, perché il medico gli aveva consigliato di lasciare il lavoro con la lente d’ingrandimento per orizzonti più vasti. Il mondo dell’arte l’aveva già stancato, così come la vita di società, con la sua parte di intrighi, adulazioni, contorsioni e manipolazioni d’ogni genere. Prendeva il largo. Da questo bisogno trasse una teoria: l’uomo era in origine una specie migratoria, e viveva allora il suo stato d’innocenza. È la sedentarietà che ha fatto di lui un traditore, come Caino, fondatore di città e assassino di Abele, il vagabondo. Avidità, rapacità, arrivismo, tali erano le conseguenze del desiderio di fermarsi, e di possedere. 

Il suo primo tentativo di pubblicare un libro s’intitolava L’alternativa nomade. Voluminoso, appesantito da «digressioni stravaganti» e da «affermazioni grottesche», il libro fu rifiutato. La sua influenza impregna tutta l’opera di Chatwin. Un fallimento fecondo – perché la soluzione del problema che si era posto è data in Le vie dei canti [4], il suo quarto libro, liberatore: con esso abbandona la teoria per descrivere quello che ha visto, sentito, immaginato. Con In Patagonia [5] avrebbe segnato una nuova era nel racconto di viaggio. Il libro è nato, ha spiegato, dalla fascinazione per un oggetto venuto dalle età più fonde: un pezzo di pelle di brontosauro fitto di peli rossastri che, poi, la madre aveva gettato via. 
«Io sono sempre un uomo che gira la terra in lungo e in largo alla ricerca di un pezzo di brontosauro perduto».
Novantasette sezioni numerate, vagamente ordinate in base alla cronologia, provviste d’ampie digressioni: storie di viaggi per mare, di vita nelle fattorie gallesi, ricordi di Butch Cassidy, caccie all’indiano… Insomma una giustapposizione di storie fantastiche. Bruce, l’esperto in arte, dichiarò che aveva voluto dipingere un quadro “cubista” del luogo, dandone un’immagine che sarebbe apparsa dalla struttura del libro, composto di una molteplicità di scenette e di sfondi disposti ad angolo acuto. La sua Patagonia è una riserva di eccentrici, di sbandati, di dimenticati, di ribelli dei quali si succedono gli strani destini, come se l’autore avesse voluto riesumare questi individui, questi oggetti o questi popoli che la storia relega nel dimenticatoio: l’equivalente degli oggetti inutili e preziosi che i bambini conservano e che consentono loro di creare dei mondi. «La realtà sconfina costantemente nel campo del metafisico o del meraviglioso», scriveva di lui W. G. Sebald. Questo campo, appena corretto dal realismo, Chatwin lo avrebbe ritrovato in Australia, dove studiò i miti aborigeni. Scritto sette anni dopo Il Viceré di Ouidah [6], - la storia angosciosa di un mercante di schiavi dell’epoca napoleonica (adattata per il cinema da Werner Herzog in Cobra verde) -, Le vie dei canti si interroga sulla natura umana, sui disinganni del “progresso”, la forza del sogno. Al tempo delle favole, gli antenati, che erano poeti nel senso originale del termine, ovvero “creatori”, diedero vita al mondo attraverso il canto. Essi tracciarono gli itinerari cantando i nomi di tutto ciò che avevano incontrato durante la marcia; così gli uccelli, le piante, le erbe, le rocce e i ruscelli erano sorti. Era compito di tutti, marciando nella scia degli antenati, di ricreare il mondo con il canto – dunque di conservarlo perfetto come loro l’avevano fatto nascere.
Della sua stessa morte, Chatwin fece una storia favolosa. Diede della sua malattia (l’AIDS, che lo avrebbe stroncato nel 1989) diverse versioni rocambolesche. Era stato vittima d’un fungo, a meno che non sia stato un uovo nero mangiato a Lijiang o un’infezione contratta dai pipistrelli in una grotta. Sarebbe voluto tornare sul monte Athos, esprimendo il desiderio di farsi monaco. Se fosse rinato, sarebbe tornato sotto forma d’un «gatto nero che scivola silenziosamente tra i muri bianche di un monastero».



Note del traduttore

[1] Christine Jordis, nata in Algeria, ha studiato alla Sorbona e a Harvard. Scrittrice e critica, si occupa di letteratura inglese per l’editore Gallimard e ha scritto diversi saggi sull’argomento, fra cui De petits enfers variés (premi Fémina e Marcel-Thiébaud), Le paysage et l’amour dans le roman anglais, Gens de la Tamise (premio Médicis 1999), Une passion excentrique e Promenades anglaises (premio Valéry Larbaud 2005). Affascinata dal continente asiatico, dove si è recata più volte, ha anche pubblicato Promenades en terre bouddhiste: Birmanie (Seuil 2004) e Bali, Java, en rêvant (Gallimard 2005).
[2] Non ancora pubblicata in Italia. Shakespeare è anche autore di una minuziosa e discussa biografia dell'autore, disponibile in traduzione italiana: Nicholas Shakespeare, Bruce Chatwin, Dalai 2001, pp. 830.
[3] Ed. orig. 1982, trad. it. Bruce Chatwin, Sulla collina nera, Adelphi 1996, pp. 290.
[4] Ed. orig. 1982, trad. it. Bruce Chatwin, Le vie dei canti, Adelphi 1995, pp. 390.
[5] Ed. orig. 1977, trad. it. Bruce Chatwin, In Patagonia, Adelphi 2004, pp. 264.
[6] Ed. orig. 1980, trad. it. Bruce Chatwin, Il Viceré di Ouidah, Adelphi, 1997, pp. 149.

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