venerdì 10 agosto 2012

Il viaggio allucinato di due gemelli alla fine della civiltà cristiana

Eravamo una cosa sola
di Alfredo Mogavero
copertina di Giulio Perrozziello
www.lulu.com, 2012


Seduto, inizi a leggere. Fin dalle prime battute del romanzo di questo giovane scrittore, Alfredo Mogavero, vieni posseduto dalla malattia, la stessa che lentamente consuma uno dei gemelli protagonisti di questo mondo allucinato che lo scrittore racconta. Ti ritroverai così, durante la lettura, a dar fuoco ai tuoi polmoni insieme a lui, con la stessa sigaretta infinita che accompagna le sue azioni stanche e i suoi pensieri deliranti verso la morte. La sua malattia consacra la decadenza che pervade l’atmosfera del romanzo ambientato nel prossimo 2026, come a contenere ancora per qualche anno quella disfatta fin de siècle che caratterizza il passaggio a ogni nuova epoca, amplificata nelle sue dimensioni dalla consapevolezza che, questa volta, a terminare è un millennio e con esso nel romanzo la storia di una civiltà, quella cristiana. 
Il genere fantasy, nella sua espressione più alta, attraverso il quale menti visionarie sono riuscite a restituire nel tempo il bisogno di ribellarsi alle (op)pressioni razionaliste della modernità, diventa anche in quest’opera una via estrema per raccontare un disagio che inaspettatamente, nonostante le tematiche affrontate, non prende le sembianze di uno scontro di civiltà bensì sfocia nella deflagrazione interna della civiltà cristiana, che imploderà, allo stesso modo in cui è sorta, per mezzo di una rivelazione.
Sembra ormai troppo tardi per coprire questa rivelazione del misticismo che un tempo ne avrebbe accompagnato la diffusione: la fame pagana divora ogni verità come se fosse l’ultima, il progresso ha perfezionato gli strumenti per ascendere al potere nel nuovo (dis)ordine e inizia così una violenta lotta nel segno di un politeismo usurato che è solo un pretesto per il dominio del territorio della capitale. Roma brucia e cade sotto i colpi di bande di uomini senza dio, che finalmente possono venerare senza mediazione i loro vitelli d’oro e dare spettacolo delle loro più remote perversioni che neanche le più incisive azioni di demistificazione della religione, in passato, avevano avuto l’effetto di liberare. Gli uomini senza dio questa volta non hanno nulla a che fare con atei o eretici, esempio di libertà, ma sono uomini che in seguito alla rivelazione si sentono ingannati, moltitudine che non ha lottato per liberarsi ma è stata liberata, all’improvviso e senza volerlo, dal peso di una verità assoluta e fa ora i conti con una terribile paura del vuoto. È in questo momento in cui il mondo sembra accelerare la sua palingenesi affidando l’ultimo respiro alla brutalità di nuovi fanatismi, che due fratelli gemelli esercitano la loro resistenza nei confronti della maggioranza, cercando di non perdere quella lucidità necessaria per portare a termine la loro missione. Essi si allontanano di gran lunga dallo stereotipo dei gemelli protagonisti di alcuni fantasy minori dotati di sensazionali poteri telepatici: il loro rapporto non ha davvero nulla di sensazionalistico e anche dietro la loro missione, nonostante la grandiosa ambizione del progetto, non c’è alcun fondamento ideologico ma solo la stanchezza causata dalla marcescenza di uno scenario apocalittico, in cui predomina l’odore di sardine in scatola più che quello di cadaveri in decomposizione ormai indistinguibile. Stanchi di sentirsi impotenti davanti all’avidità di uomini che fanno affari sulla sofferenza, decidono di usare la speranza messianica della moltitudine per mettere fine alla legge del più forte. La folla inferocita è organizzata in diverse bande guidate da personaggi sanguinari che un tempo, prima della rivelazione, non erano altro che inetti uomini comuni, sempre obbedienti agli ordini superiori, trasformatisi ora in caricature bizzarre come il Nano malefico in giarrettiera o grottesche come lo spietato Colonnello che si abbandona poi in lacrime alle languide note di canzoni neomelodiche. Questi contrabbandieri di cristiani, nuovamente perseguitati, questa volta da barbari senza impero, saranno i nemici dei due gemelli nel loro affannoso tentativo di ristabilire un ordine, in un mondo che, seppure continuerà ad agire nell’odio, almeno ne rifiuterà i rituali del cannibalismo. Il movimento dei due fratelli, molto diversi tra di loro ma incredibilmente complementari, assumerà coordinate temporali quando il ricordo della loro infanzia sarà un rifugio dalla disperazione che li circonda, un posto ameno in cui far riposare i loro corpi malati. Solo lì sembrano ritrovare il senso di unione spirituale che manterrà vivo il loro folle sogno di liberazione fino al suo compimento. Il Mogavero inventa personaggi destinati a restare nell’immaginario del lettore e compone allegorie che per pagine intere rievocano lo spavento di un mondo che ritorna al suo medioevo, seguendo i ritmi macabri di una narrazione in cui gli eccessi convivono senza tregua al suono di un perpetuo memento mori. Lo stile riesce però a creare il giusto distacco dalla perdizione raffigurata, ora attraverso ironici anatemi che attenuano la tensione accumulata, ora attraverso il disincanto espresso verso una realtà sempre uguale a se stessa in cui la trama di ogni illusione è consegnata a frammenti di bellezza. Viva in un ricordo d’infanzia o nel fuoco della resistenza che è lo stesso con il quale il gemello accende la sua infinita sigaretta nell’impari sfida lanciata alla morte.

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