lunedì 20 agosto 2012

Andrea Camilleri, "La concessione del telefono"

La concessione del telefono
di Andrea Camilleri

Sellerio, 1998
pp. 269




Il sottoscritto Genuardi Filippo, fu Giacomo Paolo e di Posacane Edelmira [...] desidera venire a conoscenza degli atti occorrenti per ottenere la concessione di una linea telefonica per uso privato.



Sicilia, anno di Grazia 1891: questa semplice richiesta di informazioni per l'attivazione di una linea telefonica scatena una ridda di eventi esilaranti e surreali, complici un Prefetto squilibrato, un Tenente dei Reali Carabinieri dotato di rara ottusità, l'immancabile "uomo di rispetto" e la proverbiale burocrazia italica, tanto bizantina quanto demenziale.

Genuardi Filippo da Vigàta, giovane di belle speranze e di conveniente matrimonio, inoltra a Sua Eccellenza Vittorio Marascianno, Prefetto di Montelusa, una domanda di informazioni circa gli adempimenti da porre in atto per la concessione di una linea telefonica - compresa la posa dei pali e il collegamento del cavo - tra il suo magazzino e la casa del suocero, facoltoso commerciante sposato con una donna molto più giovane. L'insistenza del Genuardi, che in mancanza di riscontro invia due solleciti, alimenta i sospetti del Prefetto, napoletano ossessionato dalla "smorfia", che nelle ripetute istanze dell'uomo e in un banale errore nello scrivere il nome del funzionario vede addirittura una congiura sovversiva contro se stesso e l'intera struttura dello Stato.

Ai deliri di Sua Eccellenza si aggiungono le attenzioni verso Filippo da parte di don Lollò, "omo de panza" cui il giovane si rivolge per un'intercessione - in omaggio alla tradizione nazionale -, che naturalmente comporta l'obbligo di sdebitarsi. Insomma, in breve tempo il nostro eroe si trova sotto doppia sorveglianza, con i "Carrabbinera" da una parte e la mafia dall'altra.

A nulla serve il tentativo di riportare  alla normalità la questione da parte del Questore Arrigo Monterchi, persona dotata se non altro di un certo senso pratico, che attraverso le indagini del funzionario delegato alla Pubblica Sicurezza traccia un profilo del Genuardi profondamente diverso, descrivendolo per quello che è: un opportunista che grazie alla disponibilità economica del suocero ha intrapreso numerose avventure imprenditoriali senza portarne a termine alcuna, che ha speso una fortuna - non sua - per comprarsi un quadriciclo a motore, unico esemplare in tutta l'isola e che passa il tempo nelle case da gioco e in altri ritiri parimenti ameni, accompagnandosi all'amico Sasà La Ferlita, "vera sentina di ogni deboscio". Riguardo la politica, il nostro Pippo neanche sa cosa sia:
Le idee politiche del Genuardi sono inesistenti. Vota secondo le indicazioni del suocero, che è uomo d'ordine. Non ha mai espresso in pubblico un'opinione.
Per non rovinare la suspence lascio al lettore scoprire chi, fra i diversi funzionari coinvolti, sarà promosso e chi invece andrà a passar carte in Sardegna (non a Stintino però, ricordiamoci che siamo a fine Ottocento). Il telefono tanto agognato, poi, farà da megafono al finale "esplosivo".

Leggere Camilleri è un po' come assaporare gli arancini di riso, il pesce alla griglia o altre sicule "delikatessen", risveglia i sensi e appaga l'animo. La sua grande capacità immaginativa ci consegna un esilarante romanzo strutturato in "cose scritte" e "cose dette", ossia in capitoli che riportano la corrispondenza - a tratti incredibile - fra i vari personaggi e in altri che riportano i dialoghi nel consueto e meraviglioso miscuglio italo-siciliano cui lo scrittore ci ha abituati. L'assenza di un narratore - le "cose dette" sono praticamente un "romanzo di parole" - non impedisce di seguire il corso degli eventi, anzi aumenta la godibilità della lettura.

"La concessione del telefono" è in realtà un romanzo amaro; una lettura minimamente attenta permette di andare oltre le risate e, scostato il velo del grottesco, di intravedere il reale quadro di un Paese che già agli albori della propria esistenza annegava nei difetti e nei problemi che presto sarebbero diventati tara ereditaria, quasi un lascito generazionale. Corruzione, inefficienze, mera incapacità sono stati i tratti caratteristici delle classi dirigenti italiane, soprattutto in Meridione, ove i diversi governi nazionali spedirono quelli che Pirandello, citato in apertura da Camilleri, definisce "gli scarti della burocrazia", gli elementi peggiori e più asserviti ai potenti di turno, buoni soltanto per occupare le poltrone strategiche in quei territori cui il passaggio dai Borbone ai Savoia non comportò progressi di alcun genere ma ne acuì lo status di terre da conquistare mediante la sottomissione delle popolazioni e la sistematica razzia delle risorse.

Sicilia, anno di Grazia 1891. Praticamente l'Italia di stamattina.

Stefano Crivelli

1 commenti:

Alessio Piras

Quando lessi "Il nipote del Negus" provai le stesse cose. Lì era l'Italia fascista, non per questo meno pirandelliana di quella post-unitaria e di quella contemporanea. Camilleri si rivela, a ogni nuova uscita non montalbaniana, un grande romanziere (storico). Tutti lo ricorderanno per Montalbano, e va bene. Ma è lui, senza ombra di dubbio, insieme forse ad Eco, il miglior scrittore italiano vivente.