martedì 17 luglio 2012

L'isola delle storie: prima giornata a Gavoi



Cronaca della prima giornata 

a cura di Gabriele Tanda

Michela Murgia dà il buon giorno al balcone di S'anatana e susu


Tutto è iniziato con la partita Italia-Germania e i due gol di Balotelli: il primo tempo vissuto tra la gente di Gavoi, dove i più sfegatati sono gli ex-emigrati che in Germania hanno subito sospetto e pregiudizio, il secondo nei giardini di Binzadonnia tra i lettori e i letterati. La vittoria – anzi, meglio: una vittoria qualsiasi – contro la Germania è sempre un lieto evento, quasi una rinascita, che alleggerisce da una sindrome di inferiorità storica pari solo a quella dei tedeschi verso il nostro passato, e che ci fa ben sperare per il futuro in un periodo di crisi come questo: abbiamo o no battuto la locomotiva d’Europa? Ah, potere delle illusioni! Una vittoria, dicevo, condivisa da letterati, intellettuali e “popolo” dell’Isola delle Storie: da tutti, insomma, tranne che dai numerosi tedeschi presenti e teutonicamente composti nel loro dolore. Una scelta inevitabile, ma significativa, quella di proiettare il match proprio prima dell’inaugurazione, nell’intento di evitare lo snobismo d’antan ad una rassegna che ha avuto in ogni edizione il merito di dare voce alle più diverse espressioni della cultura letteraria. Perché il Festival di Gavoi, è bene dirlo, non è mai stato il rifugio di una cultura di nicchia, ma fin dalle origini ha ospitato dalle bookstar di chiara fama agli esordienti sconosciuti, dagli scrittori engagé a quelli comici, con un’ampiezza di offerta che ha sempre dato la possibilità di confrontarsi con tutto il panorama letterario attuale e che ha rappresentato, a mio parere, uno dei suoi maggiori pregi.
Pittau, il trombettiere di Manara e Riondino
David Riondino durante il reading
A vittoria acquisita e dopo i preamboli iniziali – con Fois grande assente giustificato: era a Vicenza per il Campiello – sale sul palco David Riondino, che con la sua consueta capacità affabulatoria inizia a narrare la storia di Giovanni Martini, trombettista di Sala Consilina che suonò per Garibaldi e Custer. Giovanni Martini è il tipico italiano cialtrone, donnaiolo e dal talento aguzzo, migrante per necessità più che per diletto, che passa da una peripezia all’altra non disdegnando all'occasione di riscaldare le lenzuola di ben disposte fanciulle. La vicenda, che prende spunto da una storia vera, vuole essere, a sentire Riondino, «un monumento al musico ignoto alla base del nostro sentire musicale contemporaneo». Il reading, accompagnato dalla tromba di Riccardo Pittau, ha come sfondo le tavole di Milo Manara, che illustrano il graphic novel alla base del monologo (Il trombettiere, appunto). Le immagini si susseguono lentamente seguendo il corso delle parole, creando fin da subito un'atmosfera coinvolgente grazie alla teatralità delle sovrapposizioni. Ma l’ora si fa tarda, le persone iniziano a lasciare il giardino, e Riondino è costretto a correre un po' e a buttare via qualche battuta; poco male: lo spettacolo, davvero godibile, ormai ha dato il suo meglio.
Michael Braun e Peter Probst
Il venerdì, al risveglio del Festival, il balcone di S’antana ‘e susu accoglie Peter Probst, scrittore tedesco di noir che grazie ad una residenza d’autore organizzata in collaborazione con il Goethe Institut, ha vissuto per sei settimane a Gavoi. L’incontro-intervista non può non rendere conto di questa esperienza. «Il periodo è stato molto positivo – ammette l’autore, che sembra sincero e non mosso da piaggeria – soprattutto per due aspetti: il senso di comunità dei gavoesi e il loro modo di vivere il tempo». Chi ha dimestichezza di Barbagia sa che il controllo sociale è sensibile, ma anche che l’ospitalità e il gusto di stare insieme non mancano affatto: c’è il piacere di “offrire un giro” agli amici, di fare gruppo e stare in allegria. Tutto molto diverso rispetto alla provincia bavarese, più silenziosa e composta: nessuno sa della vita del proprio vicino, neanche nei piccoli paesi, e tutti pensano solo al lavoro. Ed è proprio il lavoro il Molok contemporaneo tedesco: «ho riscoperto tempi di meditazione e condivisione al di fuori del pensiero costante di produrre – afferma Probst – che mi hanno arricchito tantissimo». A Gavoi lo scrittore confessa di avere sperimentato la possibilità di convivere con il tempo senza lottarci contro: come quando, concluso un taglio di capelli, gli viene offerto un caffè dal parrucchiere, e al suo rifiuto – deve lavorare, ha da fare e non può prendersi del tempo così – il parrucchiere stesso lo redarguisce: «Sei ancora convinto che il tempo ti appartenga? Quando sei nella mia bottega il tuo tempo appartiene un po’ anche a me». L’incontro, moderato dal giornalista Michael Braun, va lentamente a toccare l’essenza della narrativa probstiana, definibile come un incontro di noir e cattolicesimo. Il delitto serve a svelare i segreti dei personaggi, ma anche a riportare le nefandezze di un’istituzione ecclesiastica che vuole evitare il giudizio dell’opinione pubblica. Il mio dubbio è lecito: fa forse parte, Probst, di quell'ampio gruppo di umanità annebbiato dall’estremismo di qualsiasi segno esso sia? E lo dice uno che la Chiesa non la visita da anni. E invece no: la religione è affrontata dallo scrittore in maniera talmente problematica e priva di schieramenti che ne conseguono in pari misura sia minacce sia inviti a convegni ecclesiastici. Un approccio che a Probst viene dagli studi di teologia, ma anche dalla sua posizione agnostica: un punto di vista interessante, e che purtroppo ancora non ha avuto una traduzione italiana. Piccolo rammarico dell'incotro: non avere un’arma contundente per sedare le due adorabili vecchine sedute dietro di me, che commentavano non so bene se l’incontro – forse a momenti un po' troppo anticlericale – o la peperonata cucinata la sera prima da tzia Mariola – evidentemente troppo speziata.
A mezzogiorno, nel primo incontro nel salotto del festival, a Sant’Antiocru, si dibatte sul tema della felicità, vista non nella sua declinazione individuale, ma in quella sociale. Sembra perfetta quindi la lettura che l'attore Eros Miari fa dei versi di Zanzotto, inserita in un omaggio al poeta scomparso , e le cui opere precederanno gli appuntamenti di tutta la giornata di venerdì: «In questo progresso scorsoio/ non so se vengo ingoiato/ o ingoio». Mentre dei nebulizzatori tentano di rinfrescare l’aria torrida, Giovanni Maria Bellu, moderatore dell’incontro, parla di sua figlia e di come cresca in fretta. La sorpresa iniziale nel sentirlo parlare di un dettaglio così intimo della sua vita privata si chiarisce presto: sua figlia non crescerà all’infinito perché ciò è impossibile, e la stessa cosa vale per le società e le economie; la pretesa di una crescita continua, infatti, non
Giorgio Boatti, Meinhard Miegel, Soledad Ugolinelli (traduttrice) e Giovanni Maria Bellu
porta felicità, ma solo frustrazione. Dello stesso parere sembra essere Meinhard Miegel, scienziato sociale tedesco in forza alla commissione per il benessere e la qualità della vita del Bundenstag, che aggiunge: «dalla cacciata dall’Eden in poi, l’uomo ha dovuto fare i conti con tre maledizioni: la fame, i dolori del parto e la morte». E io che pensavo fossero Andreotti, le mogli e la cucina tedesca! Meglio così. Nel corso della storia, continua Miegel, si è riusciti solo in parte a contrastarli, fino al XIX secolo, in cui i passi avanti sono stati sempre più numerosi e significativi.
Dal Novecento – superati in Occidente i tre tormenti biblici – si è però aggiunta una nuova maledizione, tutta nuova: quella del produrre, del crescere a non finire. Prende a questo punto la parola l'altro interlocutore, Giorgio Boatti, scrittore e giornalista d’inchiesta che ha pubblicato recentemente per Laterza Sulle strade del silenzio. Viaggio per monasteri d’Italia e spaesati dintorni, in cui parla della sua esperienza di “ritiro materiale” al di fuori del consumismo. Boatti descrive la sua scelta di essenzialità come frutto di un periodo di crisi che, confessa, gli ha cambiato l’esistenza proprio partendo dalla quotidianità, dall’oggettualità, fortino di abitudini dannose. La discussione procede senza grossi intoppi, l’accordo tra i tre è pressoché totale: consumare, ingrassare, sprecare sono dannosi per tutti, la crescita eccessiva e la modernità sono fonte d’infelicità, e via dicendo. Tutte tesi condivisibili sul piano teorico e sostanziale, ma due interventi ne smascherano subito l’afflato retorico. «Mi dia dei numeri! Quanto dovrei decrescere? Il mio blackberry è uno spreco? La prego, mi dia dei numeri!»: è questa la prima obiezione portata da un Antonio Pascale combattivo e scapigliato ad un discorso che per quanto affascinante e in alcuni punti addirittura idilliaco (tornare all’essenzialità della terra, vivere all’aria aperta, lavorare meno e far l’amore tra i boschi? A me piacerebbe... Basta che il bosco non sia una pineta!) risulta in verità molto spinoso proprio per la sua indeterminatezza. Se il rischio, ammette Miegel, sarebbe quello di un’autorità che dica che cosa è e che cosa non è spreco, finendo ben presto per configurare le condizioni di un regime di stampo socialista, la soluzione non può che essere nell’autocoscienza. Il disagio in sala, a questo punto, è però percepibile, forse anche per il tono provocatorio di Pascale. A perseguire il percorso critico ci pensa Marco Belpoliti, che annota come molte cose non abbiano una effettiva utilità, ma un valore prettamente simbolico: «la cappella Sistina non ha alcuna funzionalità, ma credo che nessuno possa dire che sia inutile o uno spreco». E qui casca l’asino! Perché faccio la stessa domanda anche a te, lettore: a che cosa saresti disposto a rinunciare per il bene del mondo? Intendo: oltre a non comprare più Ferrari e vestiti di lusso, che cosa c’è di inutile che ti circonda e che adesso sei disposto a non rinnovare mai più? Il tuo cellulare o la tua biblioteca? Se sei troppo grasso, smetti di mangiare troppo: da domani inizia il digiuno! Se compri troppe scarpe, non ordinarne più on line: da domani vai a piedi scalzi! La provocazione è reale. Penso a me: faccio una vita tutto sommato parca, non credo di avere particolari abitudini consumistiche oltre all'acquisto compulsivo di libri, e ho un cellulare a conchiglia da tempo immemore. Ebbene, io non saprei a che cosa rinunciare nel quotidiano. E Bellu? Bellu non rispose alla provocazione, inserendo un riferimento fumoso alla Sardegna e cambiando il target della conversazione, accennando ai Paesi in via di sviluppo, che ovviamente, Miegel ammette, non vorranno a loro volta saperne di autolimitarsi in futuro. Il tema della decrescita felice, spinoso e quanto mai attuale, avrebbe potuto ricevere una spinta dall’accettare fin dal principio una visione contrastante, che invece, si è voluto evitare cadendo in una retorica poco problematizzata e facilmente attaccabile. In definitiva, ancora non so di preciso a che cosa dovrei rinunciare, ma so che vorrei sostituire il mio cellulare.

Sandro Bonvissuto
Dopo la pausa pranzo si ritorna al giardino comunale (teatro della partita di giovedì) per il reading di Sandro Bonvissuto. Sandro Bonvissuto è un esordiente atipico: laureato in filosofia, ma ora cameriere non pentito a Roma, autore di una silloge di tre racconti, Dentro, pubblicato dalla Einaudi e subito adottato da alcuni autori già affermati come Michela Murgia. I brani che legge, in stile piano e poco enfatico, per quanto emozionato, rivelano uno stile che si immerge nel dettaglio, in un vortice di minuzie oggettuali e sensoriali che mira al totale coinvolgimento del lettore, che viene quasi invitato a trovare il mondo nei sui aspetti “in minuscolo”. Mi vengono alla mente certi dipinti fiamminghi in cui facilmente si possono contare i peli o analizzare i dettagli orafi dei gioielli. Li ho sempre trovati estremamente precisi ed estremamente inquietanti proprio per il modo in cui il loro eccesso di realismo sa sfociare in una parvenza (per quanto rivelatrice) di assoluta irrealtà. Per quanto riguarda Bonvissuto, il risultato è ottimo per il racconto eponimo ambientato in carcere, un po' meno per gli altri due, in cui il racconto di esperienze infantili rivela forse un po' troppo il punto di vista dell'adulto ragionatore e consapevole.
Soledad Ugolinelli (traduttrice), Eva Rossmann, Chiara Valerio e Alessandro Stellino
Quest’anno si è inaugurato anche un nuovo spazio, la piazzetta di Mesubidda, appena rinnovata proprio per essere resa fruibile al pubblico del Festival. Ad aprire il nuovo salottino l’incontro con Alessandro Stellino ed Eva Rossmann moderato da Chiara Valerio. Stellino, critico cinematografico di origini sarde ma residente a Milano, ha esordito nella narrativa con Incendi edito per Il Maestrale, opera che si biforca nei due racconti paralleli di una medesima vicenda: nel primo, il punto di vista di una bambina sassarese è depurato dall’autore da quella fastidiosa e innaturale maturità che inquina molta letteratura con al centro adolescenti e bambini, e si apre invece all’assertività e ingenuità proprie dell’età; il secondo, invece, è narrato da un giornalista d’inchiesta, e serve a svelare tutti i misteri della sezione precedente. La lettura di un brano da parte del brillante attore Alessandro Melis suggerisce un libro divertente e originale, in cui è molto facile innamorarsi dei personaggi. Non capita lo stesso con la conclusiva lettura dell’opera di Eva Rossmann, un giallo che sembra molto simile ai grandi romanzi thriller o polizieschi d’oltreoceano, con in più una spruzzata di caratterizzazione macchiettistica per alcuni personaggi. Chiara Valerio, invece, dà mostra di sé conquistando fin da subito il popolo festivaliero, con uno stile nervoso e una parlata veloce, spigolosa e densa di concetti. Simpatica e intelligente ma forse un po’ troppo svelta come alle interrogazioni quando dovevi dire qualcosa di cui non eri proprio sicuro e allora cercavi di attaccare i concetti e le parole una all’altra senza fiato in mezzo. Oppure come questa frase in cui non c'è l'ombra di una virgola, da leggere tutta d’un fiato.
Alessandra Casella, Tess Gerritsen e Juana Weber (traduttrice)
Una vera bookstar del thriller è invece ospite dell’incontro delle 19,30 a Sant’Antiocru. Si tratta di Tess Gerritsen, autrice della serie che ha per protagoniste Jane Rizzoli (detective di Boston) e Maura Isles (medico legale e sua inseparabile amica). L’incontro-intervista è guidato da Alessandra Casella, attrice televisiva, ideatrice e direttrice editoriale del portale Booksweb.tv (unica webtv totalmente dedicata ai libri che sento di consigliare per la mole importante di interviste e programmi di vario genere), presenza fissa del Festival che con evidente mestiere riesce a mostrare i tratti positivi dell’opera della scrittrice. Lo ammetto: non leggo molti noir o polizieschi o thriller che dir si voglia. In questo incontro un po' se n'è parlato, eppure, inutile nasconderlo, oltre a qualche simpatica nota biografica relativa alla sorridente autrice dai tratti orientali, non vengono sviscerati poi grandi temi o ragionamenti. Maledizione di un genere che è tutto centrato su azione e intreccio? Comunque sia, sorprendentemente, non posso dirmi deluso: la presentazione ha ottimi tempi, riesce anche a intrattenere. L’esperienza e la bravura della Casella ripagano.

Antonio Pascale e Filippo La Porta
 
Antonio Pascale durante l'incursione
D’altra pasta è invece l’incontro (sempre a Sant'Antiocru) tra Filippo La Porta e Antonio Pascale, l’incursionista provocatore durante l’incontro sulla decrescita felice. La sua è una figura tra le più curiose del festival: tanto determinato e spiazzante nell'affermare i proprie dubbi la mattina, quanto pacato e raffinato intellettuale (sfodera anche la erre moscia da noblesse campana!) nell’incontro serale. Inoltre, alla conduzione c’è un critico di lungo corso che spinge verso una discussione che vada più in profondità rispetto alla corrività del dibattere. Anche l’opera evenemenziale di Pascale viene solo lambita, perché il vero fulcro della conversazione è lo stile, inteso come questione non solo formale. Lo stile è il modo di conoscenza, dice La Porta, e quello pascaliano è uno stile di simulata trasandatezza, che in ogni pagina rifugge la retorica. Una scelta precisa, che vuole anche essere un invito a quegli intellettuali italiani che se vogliono cambiare davvero qualcosa nel loro Paese dovrebbero cercare di contrastare lo stile ampolloso di marca paternalistica e fascista tutto teso alla battuta denigratoria o, come nell’Altare della Patria, all’urlo delle radici italiche. Il percorso di Pascale è preciso, e ha inizio davanti al monumento alle Fosse Ardeatine a Roma; un monumento che programmaticamente rifiuta la retorica del Ventennio mussoliniano preferendogli un'essenzialità forte. Il vero dramma dell’Italia contemporanea, dice Pascale, sta tutto nella confusione degli stili. E quando il discorso finisce sulla politica mi assalgono i primi dubbi. Come potrebbe un qualsiasi partito o movimento adottare uno stile che non rappresenti la maggioranza dell’elettorato? Non sarebbe una partita persa, soprattutto nei consensi? Il partito in questione rischierebbe persino di diventare antipatico, addirittura un po' altezzoso. Insomma, farebbe la fine del PD. L’obiettivo del cambiare stile e prospettive individuali dovrebbe essere, secondo me, tutto della cultura, intesa nel suo senso più ampio. Quando gli elettori cambieranno il loro modo di sentire, allora anche la politica cambierà. Altro dramma, secondo Pascale, è quello della retorica degli intellettuali della vecchia guardia, colpiti dai due difetti radicali del sapere nostalgico e della retorica dell’apocalisse (e ora che ci penso anche mia nonna – riposi in pace –  soffriva degli stessi due difetti una volta superati gli ottant'anni). Entrambe sono posizioni anti-moderne, frutto di una nostalgia per delle età – quella della cultura dei cacciatori raccoglitori o quella contadina pre-moderna – che non ritorneranno più e che a loro volta erano segnate dallo stigma e dal giogo del cosiddetto “imponderabile”. La modernità, insomma, ci ha portato a ribellarci, a essere più liberi: perché denigrarla? La Porta, d’accordo con il discorso di fondo, sottolinea come non possa esistere un unico modello di sviluppo, e sia anzi necessario essere “moderni” in tempi e modi differenti. Differenze che si annidano in quegli anacronismi che ogni società porta nel suo quotidiano, e che vissuti dall’individuo possono diventare piccoli o grandi spazi di libertà. E queste parole, che descrivono una modernità dal volto umano, riecheggiano perfette e sonore in una valle agricola e pastorale come quella gavoese, che ha saputo accogliere e valorizzare da quasi un decennio un Festival letterario ormai diffusamente apprezzato.

Gabriele Tanda

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