mercoledì 18 luglio 2012

L'isola delle storie: il secondo giorno a Gavoi

Cronaca del secondo giorno 

a cura di Gabriele Tanda


Paesaggio gavoese

Evelina Santangelo e Alessandra Casella
 Sabato mattina a dare il buon giorno al popolo del Festival ci sono le parole di Tonino Guerra, che verrà omaggiato con varie letture durante tutta la giornata. Subito dopo è il momento dell'incontro tra Alessandra Casella e Evelina Santangelo. La scrittrice siciliana, editor per Einaudi e insegnante alla Scuola Holden, apre con una riflessione sulla quotidianità del fatto mafioso: quando il diritto diventa un favore, la logica mafiosa sta vincendo sulla civiltà e sulla giustizia, quando l’adattarsi a questo modo di vivere vince sulla voglia di cambiamento, la mafia sta vincendo sulla giovinezza e sulla speranza; una riflessione che la Casella ritrova così perfettamente rappresentata nell’ultimo libro della Santangelo – Cose da pazzi – da spingersi a consigliarlo come lettura scolastica. La Santangelo, del resto, sa bene di che cosa parla: ha vissuto la Palermo del ’92, dell’esplosione della rabbia antimafiosa. Ma la scelta del tema non è stata affatto scontata o naturale, tutt'altro: il suo è stato un avvicinamento lento e ben meditato, tant'è che proprio Cose da pazzi è il primo romanzo ambientato nella sua terra natale. Dopo il preambolo, la Casella inserisce un tema molto dibattuto nel campo letterario, cioè l’uso e l’utilità delle scuole di scrittura. La Santangelo, a scanso di pregiudizi, è molto netta: se la scrittura è una guerra contro l’oscurità, le scuole di scrittura servono ad avere coscienza e pratica di tutti gli strumenti che possono essere utili in questa battaglia. Non per niente reputa l'editing l’atto di più alta scrittura, soprattutto l'editing “subito”. Il pregiudizio diffuso è, si sa, che la scrittura sia solo una questione di talento, e che lo stile sia un suo frutto. Ma come non ammettere che la scrittura è imperniata di tecnica, e che senza tecnica non si potrebbe nemmeno scrivere un articolo giornalistico? Il rischio, che la stessa Santangelo ammette, è però che le scuole (le peggiori) diano ai propri frequentatori una sorta di “impronta dogmatica”. Rimane così da chiedersi: sono meglio migliaia di scrittori mediocri che sbagliano le basi della tecnica narrativa oppure migliaia di scrittori mediocri che però almeno non fanno strabuzzare gli occhi per le storpiature della lingua? Personalmente mi schiero a favore delle scuole di scrittura: il talento – se di talento si tratta – sa superare le regole e le influenze (che tutti bene o male seguono, Bloom docet); ma se il talento non c'è, se non altro le case editrici non saranno più intasate di odioso e spesso inutile lavoro.
Marco Belpoliti, Carlo A. Martigli, Giovanni Maria Bellu e Michael Braun
Alle 12, nel salotto di Sant’Antiocru ritroviamo Giovanni Maria Bellu pronto a moderare un incontro con Carlo Martigli – ex banchiere e ora scrittore – Micael Braun – giornalista freelance e corrispondente in Italia per il giornale berlinese Taz: è lui che ieri ha intervistato Peter Probst – e Marco Belpoliti – saggista e scrittore. Il tema è l’inadeguatezza. Dopo essersi concentrati sulle incomprensioni e sulle difficoltà dei rapporti tra italiani e tedeschi con dei simpatici aneddoti portati da Braun e volti a evidenziare l' “inadeguatezza” di entrambi i popoli a comprendersi reciprocamente, Belpoliti avanza una riflessione che allarga il campo: «Citando Levi: l’inadeguatezza è il non avere strumenti adatti. L’inadeguatezza è la vergogna dei tempi passati.  Ma se prima era un sentimento riferito ad un’etica comunitaria, ora l’inadeguatezza scatta a causa del fallimento, quando non si ha successo». La vergogna è, d’altronde, un sentimento inespiabile,  come ben dimostra la conclusione del Processo kafkiano. La conseguenza della vergogna è così il rancore sociale, oppure il conformismo, sentito come unico e più semplice rimedio al malessere del vinto; un malessere che in Italia, precisa Belpoliti, si declina in un individualismo collettivo. Martigli, già sereno reo confesso di essere uno dei banchieri che ha rovinato l’economia, tenta a questo punto di fare un elogio dell’inadeguatezza, ma la partita è persa in partenza: immediatamente viene ridimensionato da Belpoliti, che invece precisa che ciò di cui sta parlando l’autore di 999 L’ultimo custode altro non è se non la diversità. Nessun modo sarebbe stato più efficace per mostrare al pubblico un esempio lampante di inadeguatezza, di carenza degli strumenti adeguati. Perché è questa l'impressione che Martigli dà di se stesso: un interlocutore inadeguato alla discussione, un ex-banchiere che ammette candidamente di aver commerciato in titoli spazzatura, e che ora, pentitosi, trova libertà nello scrivere (e io spero che la qualità dei suoi libri sia migliore dei vecchi prodotti bancari) per guadagnarvi la stessa cifra del passato o poco più. L’intento è quello di destare simpatia, ma il pubblico mostra evidenti segni di fastidio e rabbia nei confronti di un ex colletto bianco di prestigio che ora sembra giocare a fare lo scrittore e che come piano B a un eventuale fallimento letterario, confessa, potrebbe mettere in piedi un'industria di mozzarelle: come chiamarla se non inadeguatezza dei mezzi? Per concludere, stuzzicato da una domanda dal pubblico, Braun parla di quei politici italiani che, senza alcuna distinzione, non sentono la loro inadeguatezza, e anzi sentono piuttosto quella del popolo, alle loro grandi capacità di uomini di e per lo Stato. Ne è spia il comportamento verso il Movimento 5 Stelle, respinto e non capito nelle sue ragioni di fondo, chiamato denigratoriamente “antipolitica” o con altri epiteti simili. Insomma, citando Brecht, i politici italiani vorrebbero delle elezioni per potersi scegliere il popolo da governare. Già, ma chissà se troverebbero dei candidati disposti ad un così duro compito!
Davide Enia alla conclusione del reading
Dopo pranzo un nuovo reading aspetta il popolo festivaliero: sale al leggio del giardino di Binzadonnia Davide Enia, scrittore siciliano dalla verve comica molto pronunciata che propone dei brani dal suo ultimo libro, Così in terra edito dalla Dalai. La vicenda altro non è che la storia della sua famiglia, segnata da generazioni dal pugilato e da una città violenta e comica come Palermo, teatro di sparatorie di mafia, ma anche di epifaniche frasi sui muri come: “Uomo, senza parrucca e senza gonna, che donna sei?”. La canicola opprimente sembra quasi sparire grazie alla capacità di Enia di suscitare sempre un sorriso grazie all’uso espressionistico del vernacolo siciliano. Niente di nuovo sotto il sole, diciamocelo: i richiami camilleriani si sentono tutti, eppure perché condannarli? La gestualità istrionica da attore aumenta l’effetto di spettacolo cabarettistico, in un'atmosfera liberatoria di svago: un fresco intrattenimento, insomma, per una brina che sembra colare solo dalle fronti degli spettatori accaldati.
 
Ileana M. Pop (traduttrice), Dan Lungu,  Chiara Valerio e Giovanni Montanaro
Alle 17,15 nel nuovo spazio di Mesubidda, Chiara Valerio incontra Dan Lungu – scrittore rumeno conosciuto in tutta Europa e qui pubblicato da Aìsara – e Giovanni Montanaro – finalista al Campiello di quest’anno con il libro Tutti i colori del mondo. Partiamo dal giovane narratore veneto: il suo libro parla dell’incontro a Gheel (un paesino belga sui generis, in cui i pazzi hanno libera cittadinanza, onore e rispetto) tra il pittore Van Gogh e una ragazza di nome Teresa Senzasogni, musa dalla fittizia pazzia che farà scoprire i colori al grande artista. Il colore è un codice, sia della natura, sia della comunità umana, e Teresa, nel mostrare questo linguaggio a Vincent, gli renderà possibile un’evoluzione poetica decisiva. Peccato però che l’intervento dell'autore ricordi solo una gamma indistinta di grigi, e abbia tutta l’aria di un qualcosa di pronto e studiato: battute e chiusa finale sono dette senza grande entusiasmo o convinzione. Fiaccarello, il ragazzo dell'83. E del resto, come fargliene una colpa, dato il lungo, costante e continuo pellegrinare per la promozione del Campiello? Immaginate ripetere come un mantra le stesse idee, le stesse parole, varie volte alla settimana: credo che ben presto pure io finirei cittadino onorario a Gheel, e con pessime intenzioni! Più fresco e sorprendente invece Lungu, che presenta il libro Sono una vecchia comunista, ritratto di una anziana signora rumena che di fronte alle prime elezioni libere mostra tutta la sua nostalgia per il vecchio regime. Lungu, da parte sua, è sincero, e confessa di non aver alcun rimpianto per Ceausescu, ma ammette che alcuni, nel suo paese, guardano in maniera ancora più positiva al vecchio regime: i soliti luoghi comuni di efficienza nei trasporti e lavoro per tutti, non crediate chissà che... Lo so che cosa state pensando: a che cosa non era disposto l’uomo medio pur di avere la garanzia di un treno puntuale e di un lavoro pur che fosse! Ma per fortuna i tempi sono cambiati.... O sbaglio? Insomma: Sono una vecchia comunista oltre a voler essere un ritratto di queste persone, mira anche a rappresentare la mentalità e i costumi rumeni in genere, e soprattutto una cosa che non conoscevo affatto: lo humour rumeno. Infatti, secondo Lungu, in Occidente perdura un pregiudizio rispetto ai vecchi paesi comunisti, e cioè che si trattasse di realtà totalmente monocordi, bigie e inespressive. Niente di più sbagliato: in ogni luogo e in ogni epoca, anche se alle prese con mille difficoltà, perdura nell’uomo la volontà di ridere ed essere felice. Il sorriso di Longu la dice lunga.
Alle 19,30 è di nuovo il turno di La Porta, che incontra Alessandro D’Avenia, già autore di Bianco come il latte, rossa come il sangue, e ora di Cose che nessuno sa, editi entrambi da Mondadori. L’incontro non potrebbe essere tra personalità e approcci più diversi: critico professionista La Porta, convinto della necessità di una letteratura di stile e di pensiero problematico, giovane scrittore e professore di liceo D’Avenia, sostenitore della semplicità e dell’incontro con l'universo adolescenziale. Entrambe posizioni di tutto rispetto, ci mancherebbe, ma D’Avenia è, per i miei gusti, un po' troppo piacione nell'abuso accattivante di una retorica buonista e giovanilista. Per intendersi: è vero che i giovani sono il futuro e in loro tutto è capitale, ma un po’ di critica e di distacco da un autore ormai sui trent'anni non guasterebbe. La Porta risponde addentrandosi – ma non troppo – nel campo del giovane scrittore: presenta, anche lui, le proprie esperienze di vita, ma al contempo punzecchia l’interlocutore con affermazioni e domande insidiose del tipo: «La tua letteratura è come un incontro tra Moccia e Brizzi. [...] In Italia c’è forse un problema di narrazione dell’emozione amorosa?». Lo scontro è interessante, quasi agonistico direi. E il problema sorge spontaneo: c’è proprio bisogno di scrivere per gli adolescenti? Per l’infanzia posso capire, ma per l’adolescenza no: se gli adolescenti (mi dispiace ma trovo che la categoria young-adult sia uno degli anglismi più inutili!) vivono un’età che tende verso quella adulta e che come tale vuole essere presa sul serio, perché allora trattarli da adulti malriusciti, da adulti a metà? Il mio vero avvicinamento  alla letteratura è stato con la lettura di Dostoevskij: i vari tentativi fatti prima con libri d’avventura o per ragazzi mi annoiavano, perché preferivo i film di Indiana Jones o quelli drammatici (mi ricordo ancora la grande commozione alla fine di Balla coi lupi), se non addirittura i video giochi: le sensazioni erano più o meno le stesse, se non addirittura maggiori, ma ottenute con meno sforzo! Ho preso sul serio la letteratura solo quando mi sono sentito preso sul serio. Quando ho percepito che non capivo tutto e che dovevo sforzarmi di rendere chiaro qualcosa che mi avrebbe chiarito e sostenuto nel cammino di tutti i giorni. La mia esperienza mi ha dato la prova che è un meccanismo valido non solo per me (ho collaborato per tre anni ad un corso in una scuola superiore) e che il rischio, a mio modesto parere, è quello di creare un falso e facile percorso verso risposte che in realtà ciascuno di noi dovrebbe costruire da sé. Insomma, un’edulcorazione di contenuti ostici e ruvidi che, proprio per le loro qualità, sono molto appetibili per tutti quegli adolescenti che infatti adorano scassarsi i timpani di rap e rock pestone. Parlo ovviamente per grossi numeri: esistevano ed esistono ragazzi che vogliono essere accompagnati con più garbo alla maturità, ma rimango tuttavia del mio parere perché non so quanto giovi essere troppo garbati nel parlare di “cose” che purtroppo garbate non sono. Aggiungo che, quando ero adolescente e vedevo tra gli scaffali delle librerie romanzi dove il protagonista era un giovane o un bambino, proprio da adolescente non li compravo: eppure erano i più consigliati dalle professoresse. Libri che spesso mostravano tutta la nostalgia dei loro autori per gli anni prima della maggiore età e il loro intento didascalico; il tutto però nascosto da una maschera di ragazzo. Lo confesso: nell’unico libro che ho concluso (per poi rimuoverlo immediatamente) ho tifato fino alla fine per la disgrazia.
Matteo Galli, Friedrich C. Delius e Soledad Ugolinelli (traduttrice)
Dopo cena, e prima del “Mirto con gli autori”, si torna a Sant’Antiocru per incontrare Friedrich Delius, scrittore tra i più importanti del panorama tedesco e fregiatosi fin da giovanissimo del riconoscimento e della stima di autori come Böll, Gunter Grass ed Enzensberger e che, sempre giovanissimo, ha fatto parte insieme a loro del gruppo ’47. Insomma: un pezzo da novanta. Il momento, però, non è dei più favorevoli: l’ora tarda e il successivo appuntamento con la risata garantita aiutano poco, e il popolo del festival latita. Per essere sinceri ed equi, e capire ancora meglio le ragioni del pubblico, bisogna però ammettere che al moderatore manca la verve teatrale per fare un po' di “spettacolo”, tanto da dare l’impressione che l’incontro stenti a decollare. A ciò si aggiungano i tempi della traduzione simultanea, che inevitabilmente rallentano il ritmo del dialogo: il risultato è un’occasione mancata, per molti, di incontrare uno scrittore di pregio, dalla carriera lunghissima e dai frequenti successi, che ha raccontato la sua nazione nelle epoche più diverse, dalla seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri, inserendosi al contempo nelle vicende letterarie più importanti del suo Paese. Insomma, un grande intellettuale, oltre che un grande scrittore.
Per chiudere la giornata più lunga del festival ecco il tanto atteso Mirto con gli autori, incontro ormai attesissimo dell’Isola delle Storie in cui sul palco dei giardini comunali di Binzadonnia gli scrittori vengono chiamati da Marcello Fois a confessare le più strane debolezze e le più segrete perversioni. Un dopo cena lungo e costellato di gag, sorprese e, come è ovvio, di tanto divertimento. Un incontro che però – sadicamente, lo ammetto – non racconterò, nell’augurio che anche voi possiate assistere in prima persona a uno spettacolo come questo, di intelligente intrattenimento. E poi perché costringermi alla prolissità proprio in questo caso? Spero saremo tutti d'accordo nell'affermare che le barzellette, così come le poesie, non si spiegano che da sole.

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