venerdì 20 luglio 2012

L'isola delle storie: cronaca dell'ultimo giorno a Gavoi

Cronaca del terzo giorno a Gavoi

a cura di Gabriele Tanda

Pinuccio Sciola e le pietre che suonano
Anche l’ultimo giorno del Festival di Gavoi si apre al balcone di S’antana ‘e susu. Questa volta però l’incontro è preceduto da una sorpresa: Pinuccio Sciola, l'artista delle “pietre che suonano”, è qui per regalare al pubblico uno dei suoi brani. Con le mani ruvide e nodose inizia a sfiorare gli strumenti, creando un’atmosfera sognante, che ben si accorda alle prime ore della giornata e all'aria assonnata di buona parte degli astanti: gli spettatori ammutoliscono e si concentrano su quel suono così particolare, delicato e simile a quello dell’armonica a bicchieri, forse appena più caldo. Il granito tagliato vibra, e il suono si diffonde tra le persone e le case, anch’esse di granito, che assorbono lentamente quella che mi piace chiamare “la musica delle carezze”. L’applauso finale suggella un momento di incantamento generale.
Si torna alla “normalità”: l'autore che precederà ogni incontro di oggi è
Sandra Petrignani e Alessandra Casella
Antonio Tabucchi, e Marina Massironi ne legge un breve racconto. A seguire ecco l’incontro, moderato da Alessandra Casella, con Sandra Petrignani. Per chi non la conoscesse, la scrittrice è un'autentica poligrafa: oltre a racconti, ha scritto interviste, reportage di viaggio e saggi narrativi. Di tutto, insomma, ma non romanzi, a cui dichiara di non credere, e che, confessa, nemmeno apprezza, sentendoli superati. Suona strano, detto da una donna che ha conosciuto grandi autori come Moravia e Calvino e che è stata inserita anche in quella comunità letteraria che, fino a qualche decennio fa, esisteva ancora e decretava il valore delle nuove leve! Qualche malfidato – e dunque non io – si potrebbe chiedere come mai, essendo ancora viva e in salute Sandra Petrignani, quella comunità non esista più, e perché nessuno si sia preso l’onore-onere di portarne avanti l’eredità. Glissons. La Petrignani si sofferma poi sulla sua centrale esperienza all'interno di un femminismo in cui si è sempre sentita a casa, perfettamente rispecchiata nelle sue battaglie di emancipazione e libertà; racconta dei suoi viaggi e dei suoi incontri, affascinando e temo anche intimidendo il pubblico, al punto che ho quasi il sospetto che l’effetto, dato l’insistere su grandi nomi quasi per accumulazione (credo di averne sentito il maggior numero rispetto a tutti gli incontri), non sia del tutto involontario. Qui, lo ammetto, il malfidato sono io.
Chiara Valerio, Giovanni Maria Bellu e Luca Beatrice
A mezzogiorno ritroviamo Pinuccio Sciola, che nel ripetere la sua magia di inizio mattina precede la lettura di un Tabucchi sempre più impregnato di forza civica, secondo un trend che conoscerà un crescendo per tutta la giornata. L’incontro moderato dal solito Giovanni Maria Bellu è sulla superbia, e i suoi ospiti sono Chiara Valerio e Luca Beatrice: come ha detto bene Fois, si tratta forse dell’incontro più “onomastico” della storia del Festival. Come avrete capito dai miei precedenti resoconti, la mia preferenza è per un tipo di dibattito che sia degno di questo nome: uno scambio vero, serio, articolato, addirittura polemico e duro se necessario, purché costruttivo e scevro da manie di consenso. Posso dire che dopo due incontri in cui Bellu ha dato il meglio di sé dimostrandosi un vero e proprio moderatore troppo moderato, se non addirittura “estremista di centro”, forse alla terza occasione le cose sono andate sensibilmente meglio. Anche se, e questo non va certo a suo onore, il merito va tutto ai due interlocutori. Se questo incontro mi è piaciuto molto, infatti, è per il bello scambio dialettico che si è venuto a creare tra Chiara Valerio – donna ma dal cognome maschile, gesti nervosi, rappresentante di una cultura di sinistra colta, cordiale e non altezzosa – e Luca Beatrice – uomo ma dal cognome femminile, rilassato nei movimenti, rappresentante di una cultura di destra colta, pungente e non (troppo) cafona. Per la Valerio la superbia – che insieme alla lussuria è uno dei pochi vizi capitali di cui ci si possa vantare – deriva da un difetto di percezione del sé: invece di farsi dare valore da altri, il superbo se lo auto attribuisce. Beatrice, da parte sua, vede invece con favore i superbi, in quanto maggiormente decisi e determinati, e alla fine più interessanti nella loro stessa natura, anche nella fattispecie di personaggi letterari. E quando la Valerio ammette che è vero, i superbi hanno un loro fascino, basta che non usino il loro potere per controllare gli altri, ecco che il discorso scivola lentamente nelle colossali paludi della politica, facendo deflagrare le tensioni interne a un pubblico vistosamente schierato a sinistra. Beatrice, che ne è ben consapevole, lancia a questo punto una prima frecciata poco fumosa: «Preferisco un superbo coi suoi errori, piuttosto che un grigio funzionario senza coraggio», rischiarata subito dall'ammissione della sua posizione politica. E il pubblico, come è facile immaginare, contesta a bocca piena, al punto che è possibile sentire distintamente frasi come: “A casa Berlusconi!” e “Ha governato per troppo tempo!”. C’è anche chi, per sottolineare come il tutto stia degenerando in una specie di rissa da stadio pseudo-intellettuale, grida “Forza Balotelli!”. A creare un contraltare razionale a Luca Beatrice ci pensano Filippo La Porta e la stessa Valerio: il primo nota come sia fuori luogo un apologo della superbia in un paese che è ormai pieno di Marchesi del Grillo, e come il primo e più pernicioso effetto della superbia sia quell'irrealtà che fa sparire il mondo circostante e rende incapaci di valutarlo; la Valerio, da parte sua, annovera invece tra le colpe principali della sinistra quella di aver lasciato al monopolio della destra un patrimonio simbolico condiviso: lo avrà fatto per la sua incapacità di condividere superbamente quei valori che un tempo erano e dovevano essere di tutti? Nessuna vera conclusione, ma meglio così.

Una sedia per Rossella Urru
Giulio Cavalli
Dopo pranzo ecco l’ultimo reading del festival. È strano come gli appuntamenti conclusivi di una rassegna sembrino sempre e solo gli ultimi, mai i terzi o i quarti di una serie, quasi che la fine aggiungesse un senso ustorio allo spettacolo. Un valore che brucia ancor di più perché ormai, in questa terza giornata di Festival, si inizia a percepire una sensazione di sconfitta o di smobilitazione. Arriva l’annuncio tanto atteso, il nome dell’ultimo ospite: Rossella Urru. Si, proprio la cooperante di Samugheo rapita in Algeria da più di duecento giorni. Lei non ci sarà, come è purtroppo ovvio, ma gli ospiti dell'Isola delle Storie proporranno delle riflessioni per lei. La sorpresa è palpabile tra il pubblico, ma nessuno si lamenta (e ci mancherebbe)... Eppure si capisce che la finale degli Europei stia già pesando sulla programmazione dell’orario di partenza di molti. Ma ecco, insomma, il reading, una lettura impegnata seppur ironica, anzi pirandellianamente umoristica. L’autore-attore è Giulio Cavalli, che reciterà direttamente dal suo libro L’innocenza di Giulio. Andreotti non è stato assolto. La lettura è preziosa perché il fluire di date e dati riesce a ricreare collegamenti altrimenti sfuggenti, sottolineati da battute capaci di lasciare un riso amaro nella gola, e sulle labbra un sorriso obliquo. Gli anni ricostruiti sono quelli dei fratelli Salvo, di Salvo Lima e dei loro legami con Andreotti. Cavalli sottolinea a più riprese come nella sentenza di ultimo grado del 2004 si sostenga che il “divo” Giulio sia stato legato alla mafia fino al 1980, ma che il reato sia caduto in prescrizione, e come buona parte dei media, a tutto detrimento delle verità processuali, abbia affermato la sua totale assoluzione. Quello lanciato da Cavalli è un invito importante: «bisogna fare in modo che la mafia sia noiosa e poco attraente e fare diventare pop la cultura antimafia». Solo attraverso questa via sarà possibile conquistare l'attenzione e il cuore delle giovani generazioni, così come il suo spettacolo riesce a fare con la piccolo folla durante un'ora scarsa di spettacolo. Una bella lezione da parte di un attore e scrittore costretto a vivere sotto scorta per il suo impegno politico e civile, e che mi piacerebbe vedere messa in pratica da un Massimo D’Alema, beneamato e bendifeso da Bellu nel precedente incontro.
Alberto Masala, Serge Pey e Patrick Le Masson (traduttore)
Alle 17,15 a Sant’Antiocru è il momento dell'incontro poetico moderato da Alberto Masala. Gli ospiti sono notevoli: il primo è Jacek Napiorkowski, poeta polacco dalla lunga esperienza statunitense, autore di testi di sapore avanguardista; il secondo è Serge Pey, autore francese ma “adottato” dalla comunità gavoese (perché di una gavoese innamorato). Vengono lette alcune poesie e il dibattito ruota attorno alle tematiche proprie della versificazione. É da questo momento che iniziano a vedersi le prime sedie vuote, come se la poesia, purtroppo, fosse destinata a scontrarsi sempre per suo statuto con una barriera insuperabile di incomprensione. L’atmosfera di smobilitazione cresce, si sente come una generale delusione per un finale che si è rivelato in sordina rispetto alle aspettative: i pronostici davano la presenza di Roberto Saviano o addirittura un premio Nobel. Voci e ciance, ovviamente, niente di ufficiale. Ma il pubblico si aspettava – come dire – qualcosa di più. Sono certo che agli organizzatori non è sfuggita questa sensazione di deriva e di abbandono provocandogli una comprensibile e giustificabile delusione.
Marcello Fois al balcone di S'antana e susu
Alle 19 dunque, ecco che Marcello Fois si sostituisce ai poeti per raccontare le difficoltà dell'edizione giunta ormai al suo epilogo. I fondi sono stati tagliati drasticamente, tanto da mettere in dubbio la tre giorni del prossimo anno. C’è il rischio che si faccia un giorno con due o tre ospiti, nulla più. C’è il rischio che l’Isola delle Storie diventi un' “isola che non c’è più” per colpa di politiche culturali che non ci sono mai state, in un Paese che non programma niente e che sembra sempre più navigare a vista. La sensazione che si era percepita all’inizio del pomeriggio si rafforza e brucia ancora di più: potrebbe essere l’ultimo anno di un Festival davvero fantastico, che nei suoi alti e bassi ha portato fermento culturale in un piccolo centro che è isola nell'Isola. Sicuramente se ne riparlerà molto presto, nella convinzione che se non è possibile “fare le nozze con in fichi secchi”, il prezzo da pagare sarà la scrittura di un triste epitaffio di morte (precoce) per una manifestazione che da nove anni a questa parte ha saputo coniugare cultura e intrattenimento senza mai scadere nell'intellettualismo o, vicecersa, nel populismo.
Iniziano le letture e le riflessioni per la liberazione di Rosella Urru. Il momento è breve e intenso, poco meno di mezz’ora in cui si alternano sul palco, oltre a Marcello Fois, Michela Murgia, Giulio Cavalli, Evelina Santangelo, Sandro Bonvissuto, Chiara Valerio, Alberto Masala e Sandra Petrignani. L’elenco non è e non vuole essere un j’accuse nei confronti di chi non è intervenuto: la volontà, è bene ricordarlo, spesso si scontra con la possibilità, eppure mi sembra giusto sottolineare chi ha voluto dare il proprio contributo. Mentre i volontari impilano le prime sedie, si vedono molti visi commossi: il Festival è finito.
Che bilancio trarre da questa nona edizione? Senza dubbio si è trattato di un Festival nettamente più umile rispetto a quello dell’anno 2011, forse con meno grandi nomi, ma con più scrittori puri. Sono stati trattati temi importanti, e si è riso molto meno. Un Festival che risente della “crisi” (di una crisi) non è un male assoluto, perché anzi questa urgenza lo avvicina alla quotidianità, facendogli in un certo senso riscoprire le sue origini. Sono certo che questa non sarà l’ultima edizione. L’Isola delle Storie ha un suo carattere ben preciso e già troppo radicato per essere eliminata con un semplice taglio di bilancio o essere ricollocata in qualche contesto magari più cittadino e, latu sensu, più comodamente borghese: è inserita in un territorio periferico, ma dalla grazia estrema; ha un'ampia varietà di proposte (oltre a quello che ho cercato di descrivere c’è un Festival parallelo, che per le sovrapposizioni non ho potuto seguire, tutto dedicato alla letteratura d’infanzia e giovane, e che continua negli spettacoli teatrali, nelle proiezioni cinematografiche e nelle mostre) che riescono a fondersi mirabilmente e in un ritmo che rilassa e concilia la riflessione. Tutti gli incontri sono gratuiti e l'intero paese collabora per la riuscita della kermesse mantenendo prezzi modici e accogliendo con grande affetto ogni visitatore. Per ben nove anni il Festival è stato un punto di riferimento per tutta la Sardegna, una speranza per lo sviluppo della periferia all’insegna della cultura e dell’onestà. La sua morte sarebbe la morte di questa speranza. Ed è questo, soprattutto, che davvero non possiamo permetterci.

Gabriele Tanda

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2 commenti:

Piero Fadda

Ciao Gabriele! Bel reportage, e hai reso molto bene la figura di Pascale, che apprezzo molto come intellettuale.
Gavoi è un festival da "visitare", almeno una volta.

Gabriele Tanda

Grazie Piero! Pascale sembra un intellettuale fuori dal solito coro, non lo conoscevo, se non per qualche articolo sul corriere, ma mi ha colpito.
Si, Gavoi è davvero un festival che vale la pena di vivere almeno una volta.
P.S.
Sfrutto l'occasione del commento per far notare il tempismo degli articoli: appena pubblicati viene liberata Rossella Urru.