venerdì 27 luglio 2012

Federica d'Amato, Poesie a Comitò

Poesie a Comitò
di Federica D'Amato
Edizioni Noubs, Chieti 2012


pp. 82
€ 10

         Poesie a Comitò si compone di 5 sezioni: Dove sei Comitò, il cui nucleo tematico sta nel rapporto tra l’io lirico e l’espressione poetica e in quello della poesia con il mondo: il suo ruolo, la sua funzione, il suo posto nell’epoca contemporanea che quasi la bandisce preferendo al Poeta lo scienziato che documenta instancabilmente “che al mondo un modo c’è di campare/senz’avere il bisogno di doverlo raccontare”; Personae separatae, breve canzoniere di un incontro d’amore mancato, che segna l’irreversibile separatezza del Poeta dal mondo e dai suoi sgraziati o aggraziati abitanti; Fermagli, dove l’impulso a farsi cantore delle improvvise accensioni epifaniche è tanto forte da superare l’ostacolo della separazione; Chiose, prose poetiche che ricostruiscono le origini letterarie ed esistenziali di alcune delle poesie –ovvero quelle occasioni poetiche per le quali Vittorio Sereni trovò la splendida definizione di Immediati dintorni della poesia; Tentazioni haikai, 7 componimenti che rivisitano alcune delle poesie di fermagli nella fulminante dimensione dell’haiku. Il tutto contenuto in un’ottantina di pagine, comprensive di una breve prefazione di Massimo Pamio.


            Nonostante il velo sperimentale, presente, ma non eclatante (inedite soluzioni lessicali, riuso parodico o frammentario e quasi insignificante della rima, prose poetiche, haikai, ecc.), queste poesie di Federica d’Amato suscitano questioni e riflessioni più sul piano tematico e concettuale che su quello dell’espressione. Perciò, contrariamente alla mia convinzione che di un testo letterario si debba ascoltare più il modo di dire che le cose dette, mi soffermerò su alcuni temi e concetti che la poetessa ha sentito di dover esprimere. E lo farò citando per intero una delle poesie che mi pare contenga in vitro il buono e il meno buono di questo libro.


            Dalla sezione Fermagli:


       Amicizia


Attica chioma liberata
Dalle indigeste servitù
Di doverti servire al mio fianco,
la vanità del soliloquio
impone che un tuo ritratto
magnifichi questo breviloquio,
cui bellezza col verso io contratto
Monete diffuse nella mano,
velocità polverosa delle strade,
mistero occultato lungo la durata,
non c’è che un languore disumano
in questo cielo senza te che sciogli la diade
di assenza e tormento nel tuo, o librata
creatura che mi passasti accanto
e nella gola avevi l’amaro disincanto
di che sa bene le regole del pianto:
stringe, bacia, dimentica dormendo,
piano piano.

Di sicuro una bella poesia, una bella immagine che, però, il Poeta sente il bisogno di introdurre, spiegare, giustificare. Vissuto un momento così bello e poetico, lo vuole trarre dalla “vanità del soliloquio”, quasi scusandosi dell’irresistibile impulso.


            In queste poesie ci sono molte belle immagini, molti bei pensieri versificati, ma la trama concettuale entro cui sono accolti sembra quasi voler negare loro un valore assoluto, autosufficiente. Come se non potessero bastare a se stessi. Insomma i temi e i concetti che ho sommariamente riassunto introducendo queste impressioni di lettura – la separatezza del poeta e della poesia dal mondo, l’incontro d’amore mancato, le emergenze epifaniche che impongono l’espressione poetica, la difficile traduzione dell’esperienza esistenziale impoetica nella scrittura, ecc. – sembrano prevalenti o più urgenti rispetto alla loro espressione poetica. A me sembra che a dispetto delle indubbie doti di sensibilità e di elaborazione intellettuale, la poesia di Federica d’Amato debba ancora incominciare: comincerà quando non sentirà più il bisogno di giustificarla, quando saprà definitivamente affrancarla dalla prosa, quando vi si abbondonerà fiduciosa che il verso sa e può dire di più del pensiero o dell’immagine che ne sono all’origine. Sarà poesia quando la sua ragione di esistere come poetessa non sarà la ricerca di una mano amica che tragga l’io lirico dal “putridume del mondo”. Sarà poesia quando sarà vinta, sciolta nel mondo attraversato e da attraversare, la separatezza da esso. Sarà poesia quando il cuore della poetessa sarà la mano offerta a sé, al mondo e al lettore. Non si dà poeta senza separazione dal mondo e si dà poesia solo quando la scrittura ne rielabora e ne scioglie il nodo, in forma il più delle volte provvisoria. Sono d’accordo con Massimo Pamio, sono poesie della gioventù (e per quello che intendo non hanno nessun rilievo i dati anagrafici della poetessa). Sono poesie che traggono dalla giovinezza la perentoria e irreversibile segregazione del Poeta dal mondo, sono poesie che, come i giovani, chiedono amore, più che darne. Sono anche il frutto della nostalgia del Poeta epico, del giovane aedo capace di interpretare il sentimento di una comunità. Così, mi piace immaginare questo libro di d’Amato come il diario giovanile, in versi e prosa, di una futura grande, o comunque, buona poetessa. 


Paolo Mantioni


             

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