domenica 3 giugno 2012

#Pillole d'Autore: Gottfried Benn

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Gottfried Benn (1886-1956) esordisce nell'avanguardia letteraria Berlinese nel 1912 con la raccolta di poesie Morgue, che si inserisce nella corrente espressionista dell'epoca. Ufficiale medico uscito dalla Kaiser-Wilhelm-Akademie, si congeda ben presto dall'esercito, per divenire, nel 1913, assistente di patologia nelle cliniche berlinesi. Inizialmente aderisce al movimento nazionalsocialista, come testimoniano alcuni suoi discorsi trasmessi per radio nel 1933, anno in cui i gerarchi nazisti gli assegnano l'incarico di dirigere la sezione poetica dell'accademia di Prussia, incarico che svolgerà fino al 1935 quando verrà espulso dall'accademia a causa dei suoi scritti giovanili, macabri e brutali, che poco si sposavano con l'ideale nazista di poesia. Da quel momento in poi prenderà definitivamente le distanze dal nazismo e si allontanerà da Berlino. Alla sua morte verrà ricordato come maestro di lirica moderna irta di contrafforti sperimentali, di contraffazioni ironiche e di un linguaggio brutale ed espressivo, fondamentale per esprimere gli orrori della guerra e la seduzione della decadenza.

I testi presentati appartengono alla prima raccolta di poesie Morgue (obitorio) caratterizzata da liriche ambientate per lo più tra i padiglioni dell'ospedale, tra malattia, autopsie, sangue e morte. Grande sostenitore di miti regressivi e di pre-coscienza, Benn esalta nella raccolta il potere creativo degli stati alterati, come sogno, follia e droga, convinto che solo in essi l'uomo possa trovare il suo vero Io e ricongiungersi alla natura.
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Piccolo Astero [1] (1912)

Venne issato sul tavolo un autista di birreria morto annegato.
Qualcuno gli aveva messo a forza tra i denti
un astero gridellino chiaro-ambrato.
Quando partendo dal petto
di sotto la pelle
con un lungo coltello
rasecai lingua e palato,
devo averlo urtato, perché scivolò
sul cervello lì accanto.
Glielo sistemai nel cavo del torace
tra i trucioli di legno
quando si ricucì.
Bevi a sazietà nel tuo vaso!
Riposa dolcemente
piccolo astero!


Requiem (1912)

Due su ogni tavolo. Di traverso tra loro uomini
e donne. Vicini, nudi, eppur senza strazio.
Il cranio aperto. Il petto squarciato. Ora
figliano i corpi un'ultima volta.

Tre catini ricolmi ciascuno: dal cervello ai testicoli.
E il tempio d'Iddio e la stalla del demonio
ora petto a petto in fondo a un secchio
ghignano a Golgota e peccato originale.

Il resto giù nelle bare. Tutte nuove nascite:
gambe di uomini, petto di fanciulli e capelli di donna.
Vidi, di due che fornicavano un tempo,
là se ne stava, come sortito da un utero.


Sala delle partorienti (1912)

Le donne più povere di Berlino
- tredici bimbi in una stanza e mezzo,
puttane, detenute, reiette -
inarcano qui il loro corpo e guaiscono.
In nessun altro luogo sofferenza e pena
sono del tutto, come qui, ignorati,
poiché qui appunto dura sempre il grido.

<< Spinga, signora! Mi capisce o no?
Lei non è qui per divertirsi.
Non la porti tanto per le lunghe.
A spingere viene anche da evacuare!
Non è qui per riposarsi lei.
Non viene da sé. Deve fare qualcosa! >>
Eccolo che sta venendo: piccolo e bluastro.
Impiastricciato d'urina e feci.

Con un piagnucolio a mo' di salva lo salutano
undici letti di lacrime e sangue.
Soltanto da due occhi erompe al cielo
un coro di jubilate.

Passerà tutto – afflizione e gioia -
per questa cosa piccola di carne.
E se tra rantoli e spasimi gli accadrà di morire,
ce n'è un'altra dozzina in questa sala.

Oh notte -: (1915)

Oh notte! Ho preso già cocaina,
e scissione del sangue sta avanzando,
bianchi si fanno i capelli, gli anni si perdono in fuga,
io devo, devo ancora una volta traboccando
fiorire prima del dissolvimento.

Oh notte! Non voglio poi così tanto,
un grumo solo di raddensamento,
una nebbia del vespero, un fermento
di sottigliezza di spazi, di sentimento dell'Io.

Papille tattili, orlo di cellule rosse,
un va e vieni e con esso profumi,
da rovesci straziato di parole e nubi -:
troppo fondo nel cervello, troppo angusto nel sogno.

Sfiorando la terra s'involano le pietre,
verso una piccola ombra si dilata la bocca del pesce,
nel farsi delle cose solo pencola
maligno lo spolvero del cranio.

Oh notte! Non voglio che tu ti dia pena!
Solo una scheggia esigua, un fermaglio
di senso dell'Io – traboccando, ancora una volta
fiorire prima del dissolvimento!

Oh notte, prestami fronte e capelli,
sciogliti intorno a ciò che nel giorno muore;
sii tu colei che per rifarmi calice e corona
mi generò dal mito di nevrosi.

Oh taci! Sento un oscuro voltolarsi fievole:
in me – senza sarcasmo – s'effondono costellazioni:
Io, visione: me, dio solitario,
un immenso adunarsi intorno a un tuono.

Sintesi (1917)

Tacita notte. Taciturna casa.
Ma stella io sono delle più silenti,
riverso ancora la mia stessa luce
fuori di me nella mia stessa notte.

Cerebralmente son io rimpatriato
da antri, cieli, sozzura e bestie.
Anche quel che alla donna ancor si dona
è cupo onanismo dolce.

Rotolo mondi. Rantolo rapina.
E a notte nella gioia mi denudo:
non torcimento di morte, non fetidume di polvere
me, io-concetto, riavvinghia al mondo.

[1] L'Astero è un fiore appartenente alla famiglia  delle Asteraceae, dall’aspetto di piccole erbacee annuali o perenni dalla tipica infiorescenza simile alle margherite.
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Introduzione e selezione testi a cura di A. Dario Greco 
(Testo di riferimento, Gottfried Benn, Morgue, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1971)

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