sabato 23 giugno 2012

CriticaLibera: Libri troppo "presentati"? Una riflessione tra Italia e Inghilterra


Qual è la differenza tra le presentazioni di libri in Italia e in Inghilterra (paese dove attualmente vivo)? Per il poco che ho potuto saggiare finora, direi che più o meno è la stessa che passa tra cattolicesimo e protestantesimo. Per carità, non vorrei far aggrottare la fronte a teologi o credenti: il mio paragone è puramente formale. Come il prete funge da intermediario tra la comunità dei credenti e Dio, il critico che fisicamente presenta un libro si frappone tra il pubblico e lo scrittore. Questo in Italia. In Inghilterra, il pubblico e lo scrittore dialogano direttamente, come il fedele protestante con Dio.




Ma quali sono i dati su cui mi sto basando? Per quanto riguarda l’Inghilterra, una presentazione a cui ho assistito di recente e di cui vi parlerò dopo. Per quanto riguarda l’Italia, la quasi totalità degli inviti a presentazioni che mi arrivano via e-mail e che prevedono la presenza di almeno un critico, o comunque persona altra dall’autore che lo presenti. E anche alla mia esperienza diretta: un anno fa, dovendo presentare il mio libro di poesie, ero all’affannosa ricerca di qualcuno che mi introducesse e che dialogasse con me; altrimenti, addio presentazione. Allo stesso modo, a mia volta, ho presentato libri di altri esordienti.

Questo trend, tuttavia, non si limita ai tanti signor nessuno tra i quali mi annovero, e per i quali la presenza di un “garante” può essere utile, se non indispensabile. Al contrario, si estende a tutti i livelli con una crescita direttamente proporzionale: più lo scrittore è noto, più numerosi saranno coloro che, nello stesso evento, lo introdurranno (filtreranno). In principio è giusto che qualcuno introduca, dia riferimenti e cerchi di sollevare interrogativi, così che il pubblico (spesso non ancora lettore del libro o dell’autore in questione) possa orientarsi.
In pratica, però, temo che questo possa ulteriormente aumentare il gap tra pubblico e autore, apparentando - vizio italiano tra i tanti - la letteratura come qualcosa di sacro, che non può essere assunto per via diretta. Serve un intermediario, meglio se competente, e c’è da sperare che abbia anche abbastanza sensibilità per accordarsi a quella dell’autore e abbastanza intelligenza da non annoiare il pubblico.
Insomma, una quantità di variabili che conduce, spesso, a una diserzione. Ovviamente, ci sono altri fattori da tenere da conto: efficacia o meno del marketing, fama più o meno consolidata dell’autore, appeal del genere di appartenenza del libro, raggiungibilità del luogo (non sto scherzando), e così via. Verissimo. È però innegabile che il format delle presentazioni un suo peso ce l’abbia.

Ora cerco di dare un po’ di concretezza a quanto detto fin qui. Giovedì 8 giugno, il poeta contemporaneo inglese Andrew Motion (poeta “laureato” dal 1999 al 2009, con all’attivo otto raccolte per la casa editrice Faber & Faber, fondata da un tale di nome T. S. Eliot) ha presentato a Nottingham il suo nuovo romanzo Silver (una specie di sequel dell’Isola del tesoro di Stevenson) e letto alcune sue poesie. Biglietti a pagamento: da 6 a 11 sterline l’uno. Sala: gremita, 40-50 persone. D’accordo, è un poeta conosciuto. D’accordo, presenta un romanzo e non una raccolta di versi. Però immaginare qualcosa di analogo in Italia è arduo. Non è insolito avere sale gremite in festival che coinvolgono un grande numero di autori affermati (come mostrano le cronache degli eventi qui su Criticaletteraria), ma succede lo stesso con presentazioni singole? Non ho mai assistito alla presentazione di un romanzo da parte di un poeta italiano noto. Però a Pavia ho assistito a incontri con poeti del calibro di De Angelis, Anedda e Pusterla, e mi è sembrato che ci fosse molto meno pubblico. E che interagisse assai meno.
Nella sua presentazione, Motion era da solo. In piedi davanti a un leggio, un bicchiere d’acqua sul tavolino di fianco. Non si è mai seduto, sul palco non c’era nessuna sedia. Ha cominciato a parlare a braccio del suo romanzo, a leggerne estratti, a lasciare entrare il pubblico nel suo vissuto privato a volte doloroso. Lo ha fatto con naturalezza, pudore e umanità. Ha letto dei versi. Ha chiesto se c’erano domande. C’erano, tanto che a fine presentazione ne sarebbero senz’altro arrivate altre. Chi chiede da cosa nasce la poesia. Chi chiede consigli su come scriverla. Chi vuole saperne di più del rapporto tra il poeta e un padre non proprio amante dei libri. Domande semplici, ma l’esperienza è stata toccante.

Andrew Motion
Siamo sicuri che sia solo perché gli inglesi leggono di più? Credo piuttosto c’entri il fatto che l’autore venga percepito e apprezzato, che diventi veicolo delle proprie fatiche letterarie. Può non essere bello. Può essere triste, per un amante della letteratura, che non sia la qualità intrinseca dell’opera il primo, se non unico, motivo. Però è un dato di fatto che ho esperito, e non credo di essere l’unico. Per esempio mi ricordo che l’affabilità, l’intelligenza e l’umiltà di Pusterla mi indussero ad acquistare un suo libro, anni fa.
Il punto è che spesso il modello frontale, accademico nella forma ma spesso non nella sostanza al quale siamo abituati riduce sia l’espressività dell’autore sia l’interazione del pubblico. L’autore è legato all’inquadramento critico che gli viene cucito addosso, alle domande specifiche che gli sono poste. Oppure divaga in discorsi che interessano solo lui, si compiace, il pubblico si allontana. È difficile che un autore si compiaccia in egual misura se nessuno lo elogia o lo accosta per vie traverse a Montale (per dire). E se anche lo facesse, il pubblico non si mostrerebbe tollerante quanto il relatore.
Dopo venti minuti di introduzione, venti di dialogo specialistico o pretenzioso, cinque minuti di lettura dell’opera (evviva! ma non sarà tardi, ormai? perché non cominciare da quella?), rimane poco tempo per le domande del pubblico. Il tempo è poco, ma a volte è infinito perché al “… ci sono delle domande?” tutti restano muti, gli sguardi evasivi si moltiplicano. Non hanno proprio niente da chiedere? Eppure, forse, dopo le alte disquisizioni di prima, alcuni potrebbero sentirsi intimoriti. Intimoriti che le loro domande siano banali, banali come quelle fatte a Motion. Ma lì era la cosa più naturale del mondo. Così, se il pubblico italiano ha delle curiosità, se le terrà per sé. Probabilmente non comprerà il libro. E probabilmente l’autore penserà che il suo pubblico non lo merita, non lo capisce.
Cominciamo allora a sperimentare non solo nella letteratura, ma anche nel modo di proporla, ripensandone i contesti, rimettendoci in discussione - e che non sia una discussione che riguarda pochi.

8 commenti:

FastiFloreali

Ho letto con molta attenzione questo post ed ho subito pensato alle librerie Feltrinelli di Roma e di Firenze, ad altre librerie di nicchia ma molto attive sempre a Roma e all'unica libreria con potenzialità non sfruttate in provincia a Frosinone. non mi sento in grado di affrontare l'argomento dallo stesso punto di vista dell'autore ma faccio delle riflessioni estremamente semplici, su ciò che mi circonda, quindi opinabili.
Io 45 anni, laureata, dipendente, lettrice accanita, marito diplomato dipendente, lettore saltuario, amici di estrazione varia, pochi laureati, molti diplomati, pochissimi lettori. nel 90% delle abitazioni della ns cerchia, non esistono libri, non c'è carta stampata di nessun tipo. Il 95% non è mai andato ad una presentazione di un libro. Le uniche presentazioni fatte a Frosinone hanno avuro come perni Fabrizio Corona, ma anche Sveva Casati Modignani, almeno fin quando sono state fatte e pubblicizzate. quel restante e depresso 5% si considera un alieno e deve fare più di cento Kilometri per arrivare sino a Roma, se vuole partecipare a qualche avento culturale........

Cirano

in Italia sarebbe difficile far pagare per una presentazione, anche perchè il libro magari lo compri al banchetto.....

Gloria Ghioni

A Pavia ho presentato spesso libri e, devo ammettere, è una realtà parecchio presente. Si può contare su uno zoccolo duro di lettori appassionati che frequentano quasi abitualmente le presentazioni, a prescindere dal libro, per il gusto di discutere e avviare poi il dibattito. Ancor più vivace è la realtà libraria a Sassari, specialmente grazie alla Libreria Koiné, che è vero e proprio centro nevralgico di organizzazione di eventi culturali e di incontri con l'autore. Qui devo dire che ho scoperto il piacere di interagire con gli autori, in modo molto molto più diretto. Il fantomatico spazio per le domande non resta mai silenzioso.
Pagare per la presentazione è difficile, è vero, quasi inconcepibile per la nostra mentalità, ma non sarebbe tanto male come idea... Al Festival di Mantova lo fanno, ad esempio.

Alessio Piras

In Perú, vicino Chimbote, la presentazione del libro d'esordio di Braulio Muñoz (un signor nessuno con tanto talento) fece centinaia di presenze. Lì è la norma.
In Italia non solo si legge poco, ma c'è una distanza tra autore e lettore che è siderale; la presenza del critico non fa che aumentarla. Davide, non so se lo reputi un paragone opportuno, ma in Spagna lezione nelle Università si fa tra pari: nel senso che il docente non si pone al di sopra del discente. È un dialogo costante: i ruoli sono definiti, ma ci sono molte più domande e dialogo. Ecco, a me pare che in Italia sopravviva ancora un modo di insegnare, presentare libri, eccetera, che è vecchio, nel quale vengono messe delle distanze che in realtà ostacolano, forse volutamente: non quanti scrittori (e docenti) abbiano veramente voglia di sottoporsi alle domande e al dialogo con il pubblico.

Piero Fadda

Oddio Alessio, non sono tanto d'accordo. Anche in Italia è la norma vedere tantissime persone alle presentazioni dei libri: lo dimostra il fatto che ce ne sono sempre e ovunque. Anche sul fatto che in Italia si legga poco sono perplesso. Ma sono punti di vista.
Non sono neanche convinto che un distacco tra autore e lettore vada di per sé interpretato in accezione negativa: spesso si cade infatti nel problema opposto: ossia presenzialismo esasperato, e l'autore che entra nel ruolo del dover spiegare tutto dei suoi libri, volente o nolente (sennò di che parla?), e anche divismo.
Sono snob, e per me gli autori più affascinanti sono quelli che si ritraggono: i classici McCarthy, Salinger, o altri.
Infatti non mi attraggono molto le presentazioni.

Alessio Piras

Le presentazioni sono affollate quando l'autore è molto noto. Il mio esempio peruviano era di un benemerito sconosciuto (bravissimo) che ha riempito un auditorium da trecento posti. Sulla distanza autore-lettore posso essere d'accordo: le presentazioni sono un atto puramente commerciale, un'operazione di marketing obbligatoria. Anche io le rifuggo e se fossi un autore cercherei di evitarle. Ma qui interviene una differenza tra narrativa e poesia: il buon romanziere può permettersi l'isolamento; per il buon poeta, invece, sarebbe un suicidio. La lettura dei versi in pubblico fa parte della poesia stessa: uno scrittore spagnolo sosteneva di essere un pessimo poeta perché non aveva orecchio musicale. :)

Davide Castiglione

Grazie a tutti per le vostre riflessioni, che hanno arricchito il mio post.

Sulle presentazioni: hanno senso se l'autore è noto perché è normale che venga voglia di conoscerlo, avendo già letto i suoi libri; per l'esordiente, è quasi obbligatorio perché - sprovvisto in genere di qualsiasi appoggio, sostenuto da case editrici piccole e con poco potere, impossibilitato a vedere i propri libri in libreria - le presentazioni sono, accanto a eventi più interattivi (festival con musiche...) e internet, l'unico canale per essere letti.

Io dico che servirebbe una Real Academia della letteratura, che discuta i libri e aiuti i lettori a orientarsi; un'autorità mossa solo dalla competenza e dalla qualità, non da interessi di mercato.

@ Alessio: che splendido esempio il tuo... sarà che in Perù c'è un senso della comunità che qui manca? Forse...

Alessio Piras

Non so se sia senso della comunità, probabile visto che Muñoz ha madre quechua. Molto più semplicemente credo che da quelle parti ci sia gente che pensa che i libri possano cambiare il mondo :)
Del resto basta leggere qualche saggio di Vargas Llosa, o lo splendido dialogo tra lui e García Márquez della fine degli anni '60, per rendersi conto che è così.