mercoledì 6 giugno 2012

Arthur Conan Doyle, "221B Baker Street"



221B Baker Street: sei ritratti di Sherlock Holmes
di Arthur Conan Doyle
Letteratura Universale Marsilio, 2011 

Testo a fronte, 367 pp. 


Ogni lettore ed ogni scrittore ha nella sua rubrica letteraria, vicino ai cari amici, agli acerrimi nemici e ai conoscenti, la categoria degli “illustri sconosciuti”: con questo abusato ossimoro voglio indicare quei personaggi talmente famosi da essere entrati nell’immaginario collettivo pur senza aver mai letto le pagine e i romanzi dai quali provengono. Sono quelle figure che vengono citate come universalmente note. Chi non conosce Don Chisciotte e non sa del suo infruttuoso combattimento con i mulini a vento? Quanti, in tutta coscienza, possono alzare la mano e dire di aver letto per intero l’opera di Cervantes?
Non vi ho di fronte a me, ma non penso siate poi tanto numerosi. Io per prima non alzerei la mano.
Un altro illustre sconosciuto per eccellenza è Sherlock Holmes. Tutti sanno della sua pipa, della lente d’ingrandimento, dell’inseparabile dottor Watson a cui tocca sempre sentirsi ripetere “Elementare, Watson”. Chi non ha mai sentito parlare dello “studio in rosso” o del “mastino dei Baskerville”? Potrei di nuovo chiedere, a quanti hanno letto le opere di Conan Doyle, di alzare la mano. Chi davvero conosce la figura del più brillante investigatore di tutti i tempi, con buona pace di Poirot, Nero Wolf e Maigret?

221B Baker Street è una piccola antologia, sei avventure del grande detective, in cui si mettono in luce le caratteristiche salienti di Sherlock Holmes. La sua amicizia con il dottor Watson, compagno, fida spalla e biografo delle avventure; l’appartamento a Baker Street in cui vive; la Londra tortuosa, buia e pericolosa che Sherlock conosce alla perfezione; la sua arroganza, sempre mitigata dalla pacatezza vittoriana, che deriva da un’intelligenza eccezionale; il dottor Moriarty, nemesi ed acerrimo nemico del protagonista, l’unico che gli sia intellettualmente alla pari.
In queste pagine c’è tutto quello serve per formarsi un’idea su questo personaggio, per conoscerne i molti pregi e gli infiniti difetti (dalla misoginia all’abuso di eroina) e per seguirlo nella risoluzione dei casi più difficili con un semplice ragionamento.
Eppure, in tutte queste pagine, non ci si affeziona mai davvero a Sherlock Holmes. Non ha debolezze che potremmo definire umane: si, nutre affetto per Watson e lo considera il suo unico amico, ma non esita ad ingannarlo o a lasciargli credere la sua morte dopo lo scontro finale con Moriarty. Il genere umano è per lui oggetto di studio, ma mai nessuno riesce davvero a conquistarsi la sua stima. Non parliamo nemmeno di simpatia verso il gentil sesso!
Non si riesce nemmeno ad entrare nel vivo delle investigazioni. In un qualunque racconto di Agatha Christie il lettore viene messo di fronte ad una serie di indizi: se si presta attenzione e si ragiona si può riuscire ad arrivare allo scioglimento del mistero insieme al Poirot o alla Miss Marple di turno. Con Holmes tutto questo non avviene: il detective capisce tutto prima ancora che gli vengano forniti gli elementi. Nove volte su dieci formula un’ipotesi che si rivela poi corretta. Ci si sente tagliati fuori e si capisce di non essere dei gran geni. Il che, per la propria autostima, non è proprio un toccasana.
Nemmeno a Conan Doyle, il suo creatore, Sherlock Holmes piaceva più di tanto tanto. Scriveva con soddisfazione nel suo diario “Oggi ho ucciso Sherlock Holmes” dopo la pubblicazione dell’avventura con Moriarty in Svizzera alla cascate Reichenbach. Fu solo il furor di popolo a costringerlo ad una miracolosa resurrezione. E’ un personaggio che si può ammirare, ma al quale non ci si affeziona.

Sherlock Holmes ha fatto storia e continua a farla. Recentemente è uscita una serie televisiva “Sherlock” ambientata nella Londra dei giorni nostri dove Sherlock Holmes è un nevrotico giovanissimo investigatore con Blackberry all’ultimo modello e Watson è un reduce dell’Afghanistan che tiene un blog sulle avventure del suo coinquilino.
E, ovviamente, il primo episodio si intitola “Uno studio in rosa”. 

Giulia Pretta

1 commenti:

reallynothing

In realtà, negli libri di Conan Doyle non compare mai la frase "Elementare, Watson". Credo appaia un paio di volte (in tutte le storie su Sherlock Holmes) il solo "Elementare". La frase venne utilizzata nelle trasposizioni cinematografiche.