lunedì 28 maggio 2012

Manuel Giovannelli, XXII




Manuel Giovannelli
XXII
Montecovello editore

pp. 276, € 16.

Inserito dall’editore nella collana Fantasy, il bel romanzo di Manuel Giovannelli, XXII, non ha, a mio parere, nessuno dei tratti distintivi che definiscono il genere. Si tratta di un romanzo che, in uno scenario geo-politico futuribile, quello appunto del ventiduesimo secolo, narra le vicende, più o meno intrecciate tra loro, di un gruppo di personaggi la cui vita è pesantemente influenzata dalla situazione storico-sociale nella quale si trovano a vivere. Protagonisti del romanzo sono dunque i personaggi, la vicenda narrata e, forse più ancor di più, la situazione politica, sociale ed economica che, nella fantasia dell’autore, si sarebbe venuta determinando dei due secoli che ci separano dal tempo presente. Situazione che Giovannelli descrive riannodando i fili della Storia che dall’oggi (tempo della scrittura) arriva fino al ventiduesimo secolo (tempo narrativo). Nel solco di questa affabile e plausibile ricostruzione, l’autore traccia le vicende individuali di un padre che da tempo non ha più notizie del figlio, di un poliziotto arruolato in corpi speciali per la difesa della Federazione (l’insieme di stati europei e mediterranei) governata, sotto le apparenti spoglie della democrazia, con metodi militari e fascisti, di un’avvenente ventenne che “fa carriera” e di altre vicende ora più, ora meno marginali rispetto all’intreccio principale.

L’impianto ideologico generale è piuttosto chiaro: le vite individuali non possono essere considerate come monadi autonome rispetto alla Storia e alla situazione politica, economica e sociale entro cui si svolgono. Gli individui di fronte a una realtà che assume l’aspetto potente e opprimente della immodificabilità ne sono talmente condizionati che, acquiescenti o ribelli, con essa devono fare i conti. A sua volta, la realtà data non è ontologicamente immodificabile, bensì storicamente determinata e politicamente modificabile (e il finale aperto del romanzo, né utopico né distopico, ne è una ragionevole testimonianza). Insomma, in tempi bui e “senza futuro” come i nostri, una non disprezzabile lezione di senso storico. Il romanzo suscita interesse nel lettore in virtù dello scenario geo-politico descritto e delle vicende individuali che vi si svolgono (motivi già validi per una piacevole lettura), e dell’impianto ideologico cui ho fatto cenno, ma è sul piano espressivo, sulle scelte stilistiche e compositive che vorrei soffermarmi, perché, e anticipo almeno in parte le mie conclusioni, esse vanno per lo più in direzione contraria rispetto all’impianto ideologico da cui il testo sembra prendere le mosse.

Le due peculiarità espressive più evidenti e originali possono essere lette entrambe sotto il segno della giustapposizione irrisolta. Sul piano lessicale si assiste da un lato all’uso di termini ricercati, specifici, talvolta spinto fino al recupero del tecnicismo – specie nell’ambito delle descrizioni naturalistiche, flora, fauna, paesaggio – quasi un rampino da Cavalier Marino (il dimenticato poeta barocco) con il quale Giovannelli tira su termini come luì (uccello), masseteri (architettura), serliane (idem), e così via; dall’altro il ricorso a un linguaggio colloquiale, informale, spesso gergale fino al limite del disfemismo (all’uso, cioè, del termine volgare in luogo di quello neutro o dell’eufemismo), se la vedevano un po’ grigia, cazzo, finalmente uno dei nostri, ecc.

Più evidente ancora e principio strutturante del testo è la giustapposizione tra ciò che i personaggi pensano durante i dialoghi e ciò che dicono: una delle scene madri del romanzo è tutta costruita su quest’opposizione. “Disordine? Io avrei detto sfascio totale”, pensò De Marchi, “Montana? Ma non era inglese” pensò Elmo. «Sei americano?» chiese. Mi limito a esempi brevi, ma il romanzo è costellato di dialoghi in cui ciò che si dice non è ciò che si vorrebbe dire. Come se il ruolo sociale e l’apparenza del sé in pubblico avessero rotto tutti i ponti con l’intimità e l’autenticità dell’io e che, di conseguenza, la persona non fosse più il frutto di un compromesso tra i vari aspetti di una personalità.

Un ruolo a parte ha il frequentissimo ricorso al linguaggio diretto di lettere, biglietti, dispacci con ordini perentori. In questo caso il linguaggio scritto è autoritario o enigmatico (spesso le due cose insieme). Ancora a parte va considerato il ricorso diretto alle “pasquinate del futuro” che, sì, dicono il vero, ma in forma anonima e “notturna”. Insomma nelle scelte espressive di Giovannelli mi pare di vedere un che di irrisolto: mentre sul piano ideologico è ben rappresentata l’omogeneità e la reciproca influenza tra Storia e vite individuali, tra l’oggi del ventiduesimo secolo e il percorso che l’ha determinato, sul piano della concreta realizzazione letteraria quella visione unitaria viene meno, non dà le stesse certezze. E in questa prospettiva vanno letti anche altri due elementi costitutivi del testo. La deliberata e costante schivata nei confronti del pathos (quasi che l’autore non volesse partecipare alle sofferenze dei personaggi – e non per ritegno), che può arrivare fino a una specie di “stonata” frivolezza: una giovane e simpatica monella dodicenne affetta da leucemia fulminante va a curarsi “al Poliambulatorio Francesco Totti, dedicato a un campione sportivo dei secoli passati”. Come se tra la vicenda narrata e l’oggi dell’autore e del lettore non possa realizzarsi che una comunicazione ideologica e razionale e non emotiva.

E la marginalizzazione in nota di gran parte delle spiegazioni storico-sociali dell’immaginario ventiduesimo secolo lascia ulteriormente perplessi perché un narratore onnisciente extra-diegetico (ovvero, un punto di vista narrante che sta fuori e sopra la materia narrativa, che sa tutto, che legge i pensieri dei personaggi, ecc.) avrebbe potuto agevolmente inserire tutti gli elementi di contestualizzazione all’interno della materia narrata, amalgamarli a essa. Invece li separa, non li rende omogenei.


Un bel romanzo, ripeto, con qualche ingenuità e qualche frivolezza di troppo, ma che, fatta salva qualche scena particolarmente riuscita, segnatamente la lotta tra l’uomo e il branco di lupi, sembra avere più il passo e il tono della ricerca storica che quello dell’opera letteraria.

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