venerdì 18 maggio 2012

«Dove finisce Roma» di Paola Soriga


Dove finisce Roma
di Paola Soriga
Einaudi 2012
pagg. 140, Euro 15,50



Ciò che mi ha spinto a comprare l’esordio di Paola Soriga (per il gossip, sorella minore di Flavio) è stata la curiosità, poiché su internet e sul giornale «La Nuova Sardegna» ho letto recensioni tendenzialmente positive. Pieno di fiducia, spendo i 15,50 euro per 140 pagine (Einaudi Stile Libero Big), e apro il libro.

Si legge la storia di Ida, giovane staffetta partigiana pre-adolescente, sarda spostata a Roma, che passa buona parte delle giornate nascosta in una grotta per paura dei fascisti e dei nazisti che la potrebbero catturare: tra i salti di memoria scopriamo così frammenti della vecchia vita in un paesino sardo, e di quella continentale, con sempre in primo piano i primi vagiti dell’amore: dall’attrazione pura di bambina per il professore di scuola in Sardegna, a quella più consapevole per Antonio, bel ragazzo dai riccioli neri e gli occhi chiari. Questa, all’osso, la trama.

Già da metà lettura, però, ho iniziato a avere perplessità, tanto che ho faticato a concludere il libro, nonostante la sua brevità.
Il primo fattore per me respingente è stato lo stile della Soriga: una penna ineccepibile nella forma, elegante, senza punti deboli o cadute, ma proprio per questo fortemente impersonale: conseguenza, a mio parere, di una scelta rischiosa: ossia quella di appoggiarsi in tutto e per tutto all’anacoluto, del quale mi sento di dire che c’è stato un abuso. L’intenzione suppongo fosse quella di valorizzare il registro non programmatico dell’oralità, considerando l’età della protagonista: e qual è il rischio dell’anacoluto? È quello della spersonalizzazione e della superficialità, quando non è accompagnato da una profondità di contenuti: e questo è il secondo fattore per me respingente, meno immediato e constatabile ovviamente solo andando avanti fino alla fine. Per mancanza di profondità dei contenuti, intendo prima di tutto le caratterizzazioni di personaggi e della protagonista: tutti, senza eccezione, persone senza spigoli, monodimensionali, senza zone oscure o nascoste, senza quei non detti che rendono vero l’uomo. Tutte le lacrime (tante) e i sorrisi (pochi) in «Dove finisce Roma» sono disciplinati e ordinati: arrivano quando ce li aspettiamo, e sembra quasi che assecondino l’aspettativa del lettore; pare che il loro primo fine sia quello consolatorio e di intrattenimento, ossia quello che (per me – che forse esagero nella mia concezione) è letale per la letteratura. Un libro pieno di statue di cera: bellissime, ma finte.

A conferma, possiamo notare come tutti siano personaggi “buoni”: gli antifascisti.
«L’antifascismo è per natura.»
Ma ne siamo certi? Scrivere un libro, nel 2012, in cui tutti i personaggi siano buoni antifascisti senza sfumature non è una via facile? Non è un’adesione troppo semplice al “senno di poi”? Da un punto di vista letterario, cosa mi dà un libro che dice ai lettori quello che vogliono sentirsi dire? La vicenda di Ida si sviluppa esattamente come ci si aspetta: le avversità affrontate con coraggio, le malinconie e le speranze, con la classica morte tragica finale di un innocente.

Forse si voleva raccontare solo una storia d’amore, o indirettamente i nostri tempi, o entrambi: ma perché scegliere questo periodo storico per piegarlo a esigenze di rassicurazione? La letteratura deve essere terreno di ricerca, non conferma strumentale delle nostre certezze o, peggio, adulazione emotiva del lettore.

Personalmente, mi è sembrato di leggere un libro programmato per lo schermo, per una fruizione il più possibile facile e comoda per il consumatore.

Non può non venirmi alla mente «Le benevole», di Jonathan Littell (Einaudi, 2007), in cui il protagonista è Maximilian Aue, un giovane ufficiale nazista che – pur nelle sue parossistiche immoralità e amoralità – mi racconta la natura umana con tutti i suoi umori più spregevoli e nauseanti, dicendomi che anche io li contengo, e dicendomi tutto quello che non vorrei sentire: è questa, per me, Letteratura.

Post scriptum: forse l'intenzione dell'autrice è esplicitata in una frase di Valeria Parrella:
«[...] Nella penna sorprendente di una donna, giovane all'anagrafe, ma dalla scrittura solidissima, nel suo sapersi commuovere, e saper commuovere raccontando le storie giuste [il corsivo è mio, n.d.A.], quelle che dal passato della nostra Repubblica portano all'oggi [...].»

Piero Fadda

7 commenti:

Antonio Demontis

Chapeau Piero

Alessio Piras

Caro Piero, la tua recensione ha il grande merito di distinguersi, di andare contro la corrente dell'adulazione a prescindere. Bravo! Bella! Sottoscrivo anche le virgole!
Su Littel: non è un caso che "Le benevole" è qualche centinaio di pagine più lungo ed è stato definito da Guido Mazzoni (critico e docente a Siena): il più bel libro del XXI secolo scritto finora.

Piero Fadda

Grazie Antonio e Alessio, non so se voi abbiate letto il libro, ma sono rimasto proprio basito perché ho letto di paragoni unanimi con Elsa Morante, Fenoglio... e dunque ero andato davvero speranzoso a leggerlo.
Per quanto riguarda "Le benevole", concordo sulla eccezionale qualità. Il fatto (oltre alle quasi 1000 pagine) che sia scritto con uno stile anche respingente dimostra che Littell intendeva prima di tutto creare qualcosa, senza voler accattivare o adulare il lettore, o cercare consenso. Paola Soriga invece fa il contrario: manca spessore narrativo, insomma.

Antonio Demontis

No, Piero, non ho ancora avuto modo di leggerlo, ma la tua recensione, che non esito a definire magistrale, mi ha colpito per la chiarezza, la perfetta armonia tra le parti e lo spessore degli argomenti addotti a sostegno di un giudizio di valore tanto rigoroso. Rinnovo i miei complimenti. Mi permetto di suggerire, a proposito di paragoni impropri e precipitosi, la lettura dell'ultima perla del più noto critico(?) italiano, Antonio D'Orrico, che dopo una ricerca infinita ha finalmente trovato il "Raymond Carver italiano": Luciano Ligabue. Tiriamo tutti un sospiro di sollievo

Piero Fadda

Sempre equilibrato D'Orrico :-)

gilberto dell'elce

Sono a metà circa. Raramente capita di leggere una recensione così chirurgicamente esatta. Complimenti.
(Leggendo il bro ad un certo punto ho cominciato a "vedere" certi quadri del neorealismo sovietico)

Anonimo

Allora non sono la sola. Buona la lingua ma il contenuto e' debolissimo, come i personaggi che racconta. Un romanzo trascurabile. Einaudi ha fatto un ottimo lavoro, non c'è che dire. Ho letto L'eredità dei corpi di un altro autore giovane e sempre sardo, con una narrazione potentissima. Peccato arrivi da un piccolo editore. Ve lo consiglio.