lunedì 28 maggio 2012

"Amore cieco" o cieco amore?


Amore cieco
di Victor Sawdon Pritchett

Adelphi, 1998
74 pp.


La scoperta di piccoli gioielli nascosti non è mai razionale, il più delle volte è casuale e inaspettata. È stato questo il caso, per il vostro recensore, di questo piccolo capolavoro. Un racconto godibile da qualsiasi punto di vista: il contenuto, la trama, lo stile e la cultura letteraria.
La storia inizialmente sembrerebbe scontata e già sentita: quella di un ricco (molto ricco) signore inglese, Mr. Armitage, che essendo cieco viene accudito dalla sua fedele segretaria, Mrs. Johnson.
Lui era sempre molto elegante e toccava a Mrs Johnson controllare che i suoi abiti fossero a posto. Per una persona metodica e pratica come lei, l'ordine in cui viveva era un piacere nuovo. Vivevano sotto leggi stabilite: non una sedia, né un tavolo, neppure un portacenere doveva essere mosso. Non dovevano esserci rischi. Era comprensibile: la facilità con cui lui si muoveva senza incidenti in casa o in giardino dipendeva da questo. 
Ecco che, a questo punto del racconto, vi una rivelazione insospettata sulla natura di Mrs. Johnson (i bravi critici letterari la chiamerebbero anagnorisi). Mrs Johnson non è la brava segretaria che, per compassione o dedizione, è rimasta tanti anni accanto al "povero cieco". Mrs Johnson ha un segreto da nascondere, che aveva evitato di dire anche al marito prima di sposarsi.
Come aveva potuto essere così sciocca da ingannare suo marito? Non l'aveva fatto per cattiveria. Era stata accecata anche lei - accecata dall'amore; in un certo senso, l'amore l'aveva resa così piena di sé che, forse, non aveva mai visto lui. E i sotterfugi a cui era ricorsa... non poteva trattenersi dal sorriderne, ma erano davvero patetici: aveva tanta paura di perderlo e, perdendolo, avrebbe perso quella nuova donna così piena di illusioni. Avrebbe dovuto dirglielo. Le occasioni non erano mancate. Per esempio, nell'appartamento di lui su quel divano grigio con la molla che ti pungeva il sedere cigolando a ogni bacio, quando lui si era lamentato di quei suoi vestiti in cui un uomo non riusciva a infilare le mani. Lui sapeva benissimo che era stata con altri uomini, ma allora perché, quando si erano 'riscaldati' tutti e due, non voleva spogliarsi e andare in camera da letto? Il divano era troppo corto. Si ricordò della faccia scandalizzata che aveva fatto quando si era tirata su le sottane e si era sdraiata sul pavimento. Lei diceva di non aver nulla contro il sesso prima del matrimonio, ma pensava che per certe cose fosse meglio aspettare: sarebbe stato sconveniente se lui l'avesse vista nuda prima del giorno delle nozze. E per dimostrargli che non era una santarellina, ci fu quella volta che finsero di guardare una partita di cricket dalla finestra; o i venerdì nell'ufficio di lui quando gli impiegati se ne erano andati e gli addetti alle pulizie erano in fondo al corridoio. «Hai un neo sul collo» le disse un giorno. «Mia madre andava pazza per le prugne mentre mi aspettava. È una voglia». «È carina» disse lui e baciò la voglia. L'aveva baciata. L'aveva baciata. Si aggrappò a questo pensiero quando, dopo il matrimonio, andarono in albergo e lei nascose la faccia sulla sua spalla e gli permise di tirarle giù la cerniera del vestito. Poi si allontanò e fingendosi timida, si spogliò da sotto la sottoveste. Alla fine si sfilò dalla testa anche quella. Si guardarono, lei con sfrontato terrore e lui... non avrebbe mai dimenticato la sua faccia sconvolta e disgustata.
La storia prende, dunque, una svolta radicale. Non si tratta della tipica storia a metà fra amore e complicità tra un personaggio con un handicap e il suo salvatore. Mrs Johnson, così come Mr Armitage non può vedere, non si vuole far vedere a causa di una voglia che le copre interamente il corpo e, dunque, la storia si fa molto più interessante. A un certo punto, infatti, esplode l'amore tra i due personaggi ma Mrs Johnson, per paura di subire lo stesso trattamento che aveva avuto dal marito, gli nasconde la verità: il loro è dunque un amore difficile, mai dichiarato da parte di lei, pieno di furori e di gelosie incomprensibili da parte di lui, che arriva sempre al limite della rottura.
Verso la conclusione del racconto, però, arriva un incontro con un personaggio decisivo e risolutivo, quello con Mr Smith, un cinico imbroglione che convince Mr Armitage di poterlo curare dalla cecità e gli svelerà il segreto di Mrs Johnson. Proprio quella verità, nascosta per paura da Mrs Johnson, trasformerà quel rapporto in una vera storia d'amore anche se
Mrs Johnson cercava di scacciare l'umiliante sospetto che quel viscido ficcanaso avesse rivelato il suo segreto ad Armitage prima di lei. Ma Armitage disse: «L'ho sempre saputo. Fin dall'inizio. Sapevo tutto di te». Lei non sa ancora se credergli o meno. Quando gli crede, prova più soggezione che vergogna; quando non gli crede si sente spensieratamente felice. Qui lui dipende completamente da lei.
Il romanzo è scritto in terza persona, con la tipica tecnica del narratore onnisciente (di cui maestri nella letteratura italiana furono Manzoni e il Verga del Mastro Don Gesualdo), con pochissime descrizioni e numerosi dialoghi diretti. Questa scelta di tecnica narrativa è abbastanza significativa. Pritchett, infatti, attraverso l'utilizzo di questa tecnica narrativa non esprime giudizi o opinioni di merito (e non li lascia neanche trasparire durante la sua narrazione), ma vuole dare libero e totale sfogo ai suoi personaggi, ai loro pregi e ai loro difetti, e far esprimere direttamente da loro, attraverso i loro dialoghi, il vero cuore della storia.
Il cuore della storia, la seconda lettura di questo racconto, non è rappresentata soltanto dalla storia d'amore tra Mr Armitage e Mrs Johnson. Dovremmo chiederci: che cosa ci vuole dire Pritchett? Indubbiamente, i due personaggi sono un'allegoria della società borghese del primo Novecento e dello scontro dialettico tra i principali difetti di quel tipo di società.
Il vero protagonista di questa storia è infatti la cecità che accomuna i due personaggi: da una parte, la cecità fisica di Mr Armitage e, dall'altra, la cecità interiore di Mrs Johnson che è tanto presa nella sua autocommiserazione che non riesce, neanche lei, a vedere e condividere l'amore reale di Mr Armitage. Non è un caso dunque che, paradossalmente grazie a un imbroglio e a un inganno, cancellata la cecità interiore di Mrs Johnson anche il dolore di Mr Armitage per la sua cecità fisica non sarà più causa del suo dolore e del suo sentimento di inadeguatezza.
Un pomeriggio, mentre se ne stava alla finestra della loro stanza, guardando la gente che attraversava la piazza nella luce color limone, a un tratto gli disse: «Ti amo. Mi sento uno splendore!». Ha notato che l'unica cosa che non gli piace è sentire un uomo che le parla.

Rodolfo Monacelli

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