martedì 10 aprile 2012

Il Salotto: intervista a Pietro Grossi

Il Salotto - Pietro Grossi
a cura di Piero Fadda

Pietro Grossi (Firenze, 1978) è un grande scrittore.
Andavo ad Alghero per preparare questa intervista, un tiepido pomeriggio di qualche giorno fa, e ho dovuto rallentare per dei lavori in corso: asfaltavano una strada. Chi ha letto L’acchito sa cosa rappresenti per Dino, il protagonista che per lavoro ficca ciottoli nelle strade, “l’arrivo dell’asfalto”.
Da quando l’ho letto, non riesco più a vedere lavori di bitumatura senza pensare a niente di particolare, se non provare uno sterile interesse, come accadeva prima; ogni volta mi viene in mente quel libro e la vita di Dino, il suo amore per i ciottoli e la violenza subita all’arrivo di Molly, la macchina bitumatrice.
E dunque, quando uno scrittore ti modifica anche un apparentemente così piccolo e marginale ambito dell’esistenza, rendendolo vivo e diverso da quello che è sempre stato, mi sento di dire che è un grande scrittore. Cos’altro devono fare, infatti, gli scrittori, se non questo? Se non aprire porticine della vita?

Partiamo proprio dall’asfalto: sia ne L’acchito che in Incanto, la strada pre-asfaltata ha un’importanza seminale per i protagonisti, è la loro vita incantata, prima dello “scontro” con la realtà da cui nasce il trauma (anche se travestito da possibilità). Da cosa è nata l’associazione simbolica dell’asfalto con una rottura (mentre nell’immaginario collettivo è abbinato a nuove opportunità e al progresso)?
Da dove è nato, in realtà, non ne ho idea. Iniziai a scrivere L’acchito una notte di fine agosto, steso sul tavolo di formica di un traghetto, tornando da una vacanza in Croazia con fidanzata e amici. Non sapevo niente di Dino quando cominciai, sapevo solo che avevo voglia di provare a scrivere qualcosa sul biliardo e lì nella penombra del traghetto, mentre provavo a dormire, mi apparve davanti agli occhi l’immagine della punta di una stecca che colpisce una palla, e due uomini intorno a un tavolo da gioco. Scrissi poi una sorta di primo capitolo che nel libro definitivo non è mai entrato. Tutto il resto l’ho scoperto nelle settimane successive, scrivendo: fui io il primo a sorprendermi che arrivasse l’asfalto e via di seguito. So solo che mi piacque e decisi di andargli dietro. Per quanto riguarda Incanto è avvenuto un po’ allo stesso modo: tutto ciò che sapevo quando iniziai a scriverlo era che mi sarebbe piaciuto parlare di moto e la prima immagine a venirmi incontro fu la nocca di Biagio contro il vetro. Quando poi mi resi conto che anche in questo caso c’era l’asfalto che arrivava all’improvviso mi dissi che forse era un mio modo per rimediare il danno: ho sempre amato molto l’asfalto, e un po’ mi dispiaceva che ne L’acchito l’avessi associato a una specie di rigurgito del demonio.

Sempre L’acchito e Incanto hanno un altro forte punto comune: la Fisica.
Ne L’acchito è presente un’epigrafe che cita il “Principio di indeterminazione” di Heisenberg, mentre in Incanto Jacopo, il protagonista, da brillante studente di Matematica lo diventa di Fisica, perché non capisce più “a cosa serva” la Matematica. Pensa che con il lavoro che circa un secolo fa gente come Planck, Einstein, Bohr ha rivoluzionato la fisica, grazie all’introduzione del quanto, si sia giunti a comprendere maggiormente il nostro mondo e concepire un nuovo senso della vita (sempre che ci sia), o – per ora – invece non si sia incasinato terribilmente di più il tutto? La fisica è una passione solo di Jacopo, o anche di Pietro Grossi?
La fisica, nei limiti della sua ignoranza, è senz’altro una passione anche di Pietro Grossi. Dico della mia ignoranza – e forse in effetti anche delle mie scarse risorse cerebrali – perché quando ti addentri nello studio della Fisica contemporanea c’è un muro sostanzialmente invalicabile: la Matematica. Non è granché possibile comprendere la Fisica quantistica, e quindi buona parte della fisica moderna, se non in termini matematici. È una matematica però molto complessa, e per uno come me, che una volta per la matematica aveva un certo garbo ma che nel frattempo si è intestardito con la letteratura, riempire le lacune significherebbe praticamente ripartire da capo e dedicarci anni. Forse è solo pigrizia, ma alla fine mi sono convinto che l’impresa è un po’ troppo ambiziosa e dispendiosa. Quindi, qualunque giudizio io possa avere o condividere sulla Fisica, è il giudizio di uno che ne sa molto poco e che dunque forse farebbe meglio a stare zitto. Fatta questa doverosa premessa, l’idea che mi sono fatto è che la grande rivoluzione e rivelazione della fisica moderna è stato scoprire che l’uomo non può e non potrà mai arrivare davvero a fondo nel tentare di districare il mistero del mondo. La Fisica quantistica – la fisica cioè che si occupa delle particelle costitutive degli atomi stessi e quindi di ogni brandello di noi e del mondo – si esprime per probabilità, non può dire cioè dove una particella sia e in che stato, ma quante probabilità ci sono che sia in quel luogo e in quello stato. Allo stesso modo in cui, proprio secondo il principio di indeterminazione, “non è possibile conoscere simultaneamente posizione e quantità di moto di un dato oggetto (una particella) con precisione arbitraria (cioè con la precisione desiderata)”. Questo perché nel momento in cui ci concentriamo sulla sua posizione, aumenta la sua quantità di moto, e se ci concentriamo sulla sua quantità di moto diventa proporzionalmente vaga la sua posizione. Che significa questo alla fine della fiera, per gente come noi che di fisica non sa granché e se non passa tre anni a studiare matematica non potrà mai saperne granché? Significa che ogni più minuscola parte di noi stessi e dell’universo è governata da forze che non siamo e non saremo mai in grado di comprendere fino in fondo. Dunque sì, forse in qualche modo il mondo moderno è più caotico, ma è un caos strutturale e innegabile e a suo modo molto confortante: e se questo pensiero fosse entrato davvero nell’immaginario collettivo – cosa che non è avvenuta – come minimo alcune arroganti scuole di pensiero che tentano di determinare la vita loro e degli altri, sarebbero costrette a maggiore umiltà.

Da Heisenberg al suo “avversario”, il determinismo, il passo è breve: esiste la libertà individuale? In Incanto, questo è un problema che si pone in maniera importante, soprattutto in relazione a un personaggio (non sveliamo ovviamente altro per non rovinare la lettura). Pare che, a seguire le ultime teorie scientifiche, buona parte delle nostre reazioni dipenda da geni e da meccanismi inconsci, oltre che da luogo di nascita e ambiente: nessuno di questi parametri è di nostra scelta, per cui ci si domanda: esiste il libero arbitrio, o qualcun altro (Dio o natura che sia) decide per noi? Gli stessi sentimenti non sono altro che espedienti della natura per farci accoppiare e riprodurre?
Domanda da milioni di euro e probabilmente senza risposta, per il semplice fatto che per dare una risposta occorrerebbe l’integrità di elementi a disposizione, di cui siamo – e saremo sempre – sprovvisti. La mia sensazione, sensazione di cui peraltro sia L’acchito che Incanto sono pervasi, è che in effetti di libertà l’essere umano ne abbia davvero poca. Forse l’unica libertà che gli resta è quella che si sviluppa nei confini dei suoi cinque sensi, e – ovviamente – nei confini della libertà di chi lo circonda. Il resto, come detto, è probabilità. Detto questo, ritengo che all’interno di quello stretto recinto – e forse proprio perché il recinto è così stretto –, ogni uomo dovrebbe essere messo in condizione di sviluppare la sua particolare vita con la massima libertà possibile.

Fortemente relazionato, a volte, coi sentimenti, è il sesso: a tal proposito, in Incanto c’è una pagina molto bella su Jacopo alle prese con una vagina: cito:
«Qualcosa che aveva a che fare più con l’universo che con il mondo.»;
e, più prosaicamente:
«Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso, era come un potente magnete, l’inizio e la fine del mondo, e d’un tratto fui risucchiato per la prima volta dall’unico vero dramma di ogni uomo: come può un qualunque brandello di carne umana stravolgerti in quel modo l’esistenza?».
In un momento storico, dovuto alle vicende di Berlusconi e del ruolo della donna, in cui la sessualità femminile è molto discussa, pensa che – spingo un po’ sul manicheismo – le famose “olgettine” siano vittime o carnefici? Che abbiano un potere o una schiavitù?
Diciamo che mi pare generico e strumentale e probabilmente retorico pensare univocamente una cosa o l’altra: alcune di loro si saranno senz’altro trovate in meccanismi scomodi o drammatici senza riuscire a cavarsene fuori, altre sapevano bene dove stavano e cosa andavano a fare – qualunque cosa fosse – e con tutta probabilità ne hanno tratto dei discreti vantaggi.

In Pugni (Ballerino-La Capra in Boxe; i due fratelli in Cavalli), come in Martini (Frank-Martini) e ne L’acchito (Dino-Cirillo), l’impianto delle storie è fortemente basato su dualismi dei personaggi, tanto che si tende quasi a considerarli come due lati di un unico uomo: è questa un’interpretazione soggettiva di un lettore, o c’è l’intenzione dell’autore di mostrare come – per quanto diverse possano sembrare le vite degli uomini – alla fine le esistenze siano tutte simili, se non uguali? (Nella bandella di Pugni è scritto:
«[…] entrambi […] lottano per una specie di unità dell’esperienza.»)
Mah, l’autore non aveva grandi intenzioni, se non quella di provare a scrivere divertendosi e lasciandosi andare il più possibile. Tanto che è stato solo quando si è iniziato a parlare pubblicamente di Pugni, che mi sono reso conto di quanto le storie fossero rappresentazioni di giochi a due. Questo in qualche modo è continuato – anche se qualche volta in maniera molto diversa – anche nei libri successivi, e sempre senza che io ci facessi granché caso. Pensandoci, mi sono detto che il motivo era molto banale: funziona così la mia architettura interna. Fin da molto piccolo vivo la vita come una sorta di gara, soprattutto tra parti di me stesso, è immagino sia stato naturale che filtrino attraverso di me storie che hanno questo stesso meccanismo.

Nei suoi libri ha un ruolo importante lo sport: il pugilato in Pugni (nel racconto Boxe), il biliardo ne L’acchito, il motociclismo in Incanto. I tre personaggi che li praticano sono dei talenti puri (da Boxe:
«Lo vidi quasi partire quel destro, e vorrei poter dire che ebbi la prontezza di fare perno sul piede e portare la combinazione decisiva, ma seppure sia esattamente quello che feci, accadde puramente per riflesso automatico, come se fosse qualcun altro a comandarmi. Non so, forse è questo il talento, qualcosa che ci sfugge di mano e di cui volenti o meno siamo schiavi.»).
Talento, però letterario, c’è anche in Martini. Il talento è dunque strettamente rapportato all’inconsapevolezza e all’istinto: quale spiegazione dà del fatto che spesso il talento puro diventa una via preferenziale verso l’autodistruzione? E per tornare a un tema caro a Jacopo: “a cosa serve”, il talento, quando ti distrugge la vita?
Se avessi una risposta a questa domanda, sarei una persona probabilmente risolta e felice. Va da sé che non è così. Ciò che posso dire è che avere la sensazione di portare un talento è effettivamente come la sensazione di essere nato con in mano qualcosa di piuttosto prezioso: per quanto in diversi momenti ti riempia di soddisfazione, alla lunga ti rendi conto che per stare dietro a quell’oggetto perdi un sacco di tempo prezioso e allontani un sacco di persone e ti chiudi molto in te stesso e ti riempi di ossessioni e paranoie. Ti falsa la vita, quell’oggetto, e dopo un po’ non sai più bene se sia stato un regalo o un brutto tranello. Un modo per venirne a capo sarebbe risolvere un’altra domanda, a sua volta però fastidiosamente sprovvista di risposta: servono davvero a quell’oggetto tutte quelle cure e attenzioni? Il talento, cioè, è incastonato bene e resiste a qualunque intemperia o bisogna davvero preoccuparsene tanto?

A proposito di talenti, che idea ha della situazione che i “giovani talenti” devono affrontare in Italia? Ci sono davvero grossi handicap rispetto a altri Paesi? È colpa anche della mentalità di persone più avanti con l’età che sottovalutano coloro che hanno ancora pochi decenni sulle spalle? (cit: Pietro Citati:
«Gli italiani non hanno mai letto Dickens e Balzac. Oggi, anche Kafka (che nel l970-80 era amatissimo) va a raggiungere Tolstoj e Borges nel vasto pozzo del dimenticatoio.»;
Dario Fo:
«A me non interessa fare una mostra, ma la parte didattica, per mostrare ai ragazzi ciò che non conoscono: la satira, l’oscenità e i paradossi che esistono anche nella pittura alta, in Michelangelo ad esempio.»)
Forzando tempi e contesti, chiedo se potrebbe succedere in Italia oggi quello che nei primi decenni del ’900 è accaduto con la rivoluzione del quanto in fisica, generata da scienziati e studenti di un’età media di trent’anni?
Potrebbe senz’altro succedere, se arrivasse il messia che finalmente ha la rivoluzionaria idea di credere e investire nella ricerca e nello sviluppo. Per tornare alla domanda precedente: l’Italia di talento ne ha quanto ne vuole, e probabilmente vista la sua storia è pure in grado di resistere a qualunque intemperia, ma se non gli si dà modo di esprimersi si va poco lontano.

Quali sono, tra classici e contemporanei, i suoi scrittori di riferimento?
La lista sarebbe troppo lunga. Posso dire qual è stata, finora e in generale, la letteratura che più mi ha travolto e forse influenzato: il novecento americano. E qual è, finora e in particolare, il libro che più mi ha sconvolto: Guerra e pace.

E cosa è per lei la letteratura: strumento di conoscenza e autoconoscenza, o attrezzo estetico? O entrambi?
Senz’altro, dovendo scegliere tra l’una e l’altra, strumento di conoscenza o autoconoscenza. Un grande libro, a mio avviso, fa una cosa molto semplice: sposta di qualche grado, o anche solo qualche centesimo di grado, la tua percezione del mondo. Se lo fa con delle particolari riflessioni, se con il disegno di una particolare storia, o anche semplicemente con attrezzi estetici – con la bellezza – è tutto da vedere. Eppure è questo che fa ogni volta: fa sentire più vecchi. Tanto che alcuni libri – penso tra tanti a I demoni – ti domandi alla fine se non era meglio non leggerlo, allo stesso modo in cui spesso ti domandi se non stavi meglio quando eri più piccolo e del mondo e dei suoi cunicoli non sapevi niente.

Come si pone nell’eterno dibattito sull’impegno politico in letteratura? L’arte ha doveri etici o, al contrario, non ha niente a che vedere con l’etica e la morale?
La letteratura è libertà, e qualunque etichetta gli si voglia appiccicare è ridicola e fine a se stessa. Un buon libro, se è davvero tale, lo è prima che possa o meno diventare un manifesto per qualcosa d’altro. Dire che la letteratura è e deve essere impegno sarebbe tanto ridicolo quanto dire che la letteratura è e deve essere solo sarcasmo o ironia o qualunque altra cosa. Dove metteremmo, tanto per citarne uno, Proust? O il più amorale di tutti gli autori: Shakespeare? Ripeto, la letteratura è libertà, e cercare di ingabbiarla in qualunque particolare recinto significa non aver capito niente di cosa sia la letteratura stessa.

Domanda per tutti gli aspiranti speranzosi scrittori: come è arrivato, dopo l’esordio del 2000 (Touché) con Polistampa, a una casa editrice prestigiosa come Sellerio?
Ci è arrivato, più o meno per conto suo, Boxe, il primo racconto di Pugni. Era un periodo in cui non avevo ’sta grande urgenza di pubblicare, ma piano piano chi leggeva il racconto mi iniziò a chiedere se lo poteva far leggere a questa o quella persona che collaborava con questa o quella casa editrice. Uno dei contatti più vaghi era proprio con una persona che sembrava collaborare con Sellerio: tanto vago che me ne ero dimenticato. Lavoravo a Milano in un’agenzia pubblicitaria, allora, e quando a metà mattinata ricevetti la telefonata di Antonio Sellerio, lì per lì pensai che fosse uno scherzo. Per gli aspiranti speranzosi scrittori ho un solo consiglio: provare a smettere. Se gli riesce vuol dire che non era cosa si può rilassare sapendo che avrà una vita molto probabilmente più serena; se non gli riesce prima o poi qualcosa accadrà.

Nella sua opera domina l’epica del quotidiano, e una notevole attenzione per i dettagli, i piccoli gesti e le espressioni facciali dei personaggi (tra i leitmotiv, per esempio, lo “strizzare la fronte”): la pensa come Dostoevskij:
«Non dimenticare i particolari, non dimenticare le minuzie: più sembrano insignificanti, e più talvolta importano.»?
Diventano cartina di tornasole per l’interpretazione del quotidiano?
Sono assolutamente d’accordo con Dostoevskij: i dettagli sono gli strumenti più potenti di un racconto. Ma non è così difficile: quando sei molto concentrato, sono la prima cosa che noti.

Le piace più leggere o scrivere?
Quando va bene, scrivere. Più leggi però e più ti rendi conto dei tuoi limiti e quindi meno è facile avere la sensazione che va bene. Presumo quindi che andando avanti, se sopravvivo al crescente senso di inadeguatezza, amerò sempre meno scrivere e sempre più leggere.

Classica domanda di chiusura: è già pronto qualche altro scritto? Tornerà al racconto o continuerà con il romanzo? Ha preferenze per l’uno o l’altro?
Non ne ho la più pallida idea: Incanto è stato un libro per me molto complesso e faticoso e a suo modo definitivo. Per mesi la sola idea di riaprire un quaderno o riprendere in mano una penna mi faceva venire voglia di vomitare. Adesso mi sono rimesso da qualche giorno a scrivere, ma mi fa molta fatica e mi pare tutta robaccia e mi domando se ne vale la pena. Forse è la volta buona che mi riesce smettere.


Critica letteraria.org e i suoi lettori la ringraziano per la disponibilità!

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intervista a cura di Piero Fadda 

Opere di Pietro Grossi:

Touché, Polistampa, 2000
Pugni, Sellerio Editore Palermo, 2006 (premio «Cocito Montà d’Alba»; premio «Chiara»; premio «Fiesole»; finalista premio «Strega» e premio «Viareggio»; premio «Campiello Europa 2010»)
L’acchito, Sellerio Editore Palermo, 2007
Martini, Sellerio Editore Palermo, 2010
Incanto, Mondadori, 2011

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