martedì 24 aprile 2012

CriticARTe - Domenico Scialla e le sensazioni elettroniche



Via i pennelli, la tela e la tavolozza. Via anche i classici concetti. I dipinti di Domenico Scialla amano ciò che sta oltre le definizioni. Scialla ascolta quello che vuole esprimere chiudendosi in se stesso, e se potesse fare a meno della mano, disegnerebbe direttamente con le sensazioni. La sua formazione viene dalla strada, dai viaggi compiuti per il mondo, dalla gente con cui intrattiene relazioni. E il suo modo di comporre: «è qualcosa di istintivo, che viene totalmente dall’anima -dice-. È una traduzione, su carta, di ciò che trovo in me stesso. Quando avverto dentro di me una gran voglia di creare, chiudo gli occhi. E sentendo quel “magma” di suoni, immagini e sensazioni, la mia mano inizia a muovere un pennarello su un foglio di carta, o il mouse su una tela elettronica del computer. Da quel risultato rudimentale, sempre riascoltando le sensazioni, passo a dare più corpo e colore alle forme. Spesso rivedo proprio quei colori nella mia mente, altre volte do a quelle sensazioni un colore ben preciso. Ed è sorprendente vedere certi risultati. Per me, creare è come un gioco. È divertimento, fluidità e armonia. Non ci deve essere alcuno sforzo, alcun impegno per farlo». E infatti, le tre tele elettroniche intitolate “Forest”, “Lettera a Catullo” e “Sifoide” ci portano l’immaginazione alla pittura fatta da tratti carichi di estrema libertà: «Avendo gli occhi chiusi e osservando con gli occhi dell’anima una realtà diversa da quella reale, che si avvicina più ad una realtà onirica, mi viene quasi automatico tracciare, sempre rigorosamente alla cieca, dei segni e delle forme che la descrivano. E poi, al computer, ingrandendo all’estremo le parti piccole volta per volta, coloro le varie zone con dei colori che mi ricordano quelli delle scene vissute nel buio della mente, o che si accendono in base a una sensazione. Osservando il tutto, se sento una sensazione di armonia su tutta l’opera, o almeno su una parte di essa, capisco di aver raggiunto lo scopo e di aver completato il file elettronico. In questo caso, mi ritengo pronto per inviarlo in laboratorio e farlo stampare, su tela o carta speciale, concretizzando l’opera (prevedo una sola copia su tela e una tiratura limitata su carta)».

Passiamo alle fotografie, “Energia” e “Airport”. Entrambi illustrano dei paesaggi che, volgarmente, potremmo definire “sfocati”. Lasciano appena intravedere delle tonalità di verde incluse tra parentesi di azzurro e blu. Riflettono tanto gli elementi sostenuti da Scialla, ovvero divertimento, fluidità e armonia. Insieme a queste, aggiungerei anche semplice improvvisazione, che elettrifica le composizioni: «Esattamente. Sono foto venute in modo particolare in seguito alla regolazione particolare dell’esposizione della fotocamera e a dei miei movimenti spontanei che ho fatto durante l’apertura del diaframma. In queste non c’è alcun intervento, alcun ritocco né manuale, né al computer. Non escludo che possa fare in futuro delle foto e ritenere opportuno aggiungerci qualcosa. Nella mia creazione non ho limiti: faccio tutto quello che ritengo opportuno. Il mio creare si può definire anche come una sorta di sperimentazione».
Di altro genere è invece “Sleeping girl with marks”, esposta alla “Galleria Immagini di Cremona”. Una ragazza di colore, in calzoncini blu e magliettina bianca, dorme serenamente, forse su una simpatica tela da spiaggia, evidentemente bidimensionale. Sembra sabbia quella macchia color marrone sulla quale giace il corpo della donna, e sembra un ombrellone quella stretta asta grigia finemente resa cilindrica dalla sfumatura. Fa, da sfondo, una curiosa alternanza binaria di toni freddi, che ricordano una colata di acquarello: tappe dei sogni della ragazza, colte da Scialla per accogliere il corpo della dormiente. Zampettano sul dipinto alcune orme, che accompagnano il nostro sguardo. Un’orma, addirittura, macchia il sorriso della tela. Ma la ragazza dorme, sognando chissà quali colori: «Bella interpretazione la sua. Io invece, quando ho finito l’opera, l’ho descritta in questo modo. Una ragazza stupenda dorme soave. La sua bellezza è tale da far prender vita alle cose che la circondano. La parete nella stanza in cui dorme fa un sorriso tra il malizioso e il gioioso, spalancando due grossi occhioni. Le impronte potrebbero essere quelle di un altro oggetto che si è messo a camminare. In realtà, avevo immaginato che il mio gatto Emilio passasse su una stampa dell’opera che avevo posto da poco sul divano. Ho usato l’espressione “appena finita l’opera” perché, come succede con quasi tutte le mie opere, solo alla fine posso dare una descrizione. Non parto mai con un’espressione del tipo “devo rappresentare una bellissima ragazza che dorme e…”. Nel caso di questa opera, per esempio, è avvenuto tutto nel modo seguente. Appena finito di realizzare un qualcosa di indefinito, secondo il procedimento che ho descritto in precedenza, alcuni miei collaboratori, mia mamma compresa, videro che una piccola parte sembrava proprio una ragazza la quale, distesa, dormiva. L’ho estratta, l’ho ingrandita e, pian piano, è nato il dipinto intitolato “Sleeping girl”. La stessa cosa è accaduta per altre opere. È frutto della casualità dei gesti della mia mano».
Cosa si aspetta dal futuro? «Sicuramente che le mie opere si diffondano sempre di più ed entrino nelle case delle persone e nei musei di arte moderna e contemporanea. Spero di trovare un buon agente che si occupi di me, curando la parte pratica e imprenditoriale. Io non sono capace di fare l’imprenditore. Voglio fare solo l’artista, per continuare con le mie sperimentazioni e creazioni».

Dario Orphée

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