sabato 14 aprile 2012

CriticaLibera: Tra Storia e finzione, la polemica

Premetto di non avere ancora visto il film di Marco Tullio Giordana, Romanzo di una strage. Quindi non entrerò nei dettagli della pellicola. Tuttavia, le polemiche che circolano sui giornali da quando è uscito riportano a galla un tema, quello della relazione tra storia e finzione, troppo spesso lasciato in disparte. Inutile dire che a questo Paese una tale polemica fa solo che bene. Poco abituata a guardare il proprio passato con un sano spirito critico, l'Italia ha tutto da guadagnarci nel dibattito che sta ruotando attorno ad uno dei fatti storici più importanti della sua storia recente. Non credo che Marco Tullio Giordana abbia la pretesa di stabilire una verità storica, né che avesse in mente di girare un film documentario sulla strage di Piazza Fontana. Se così fosse non si sarebbe liberamente ispirato a un romanzo e quella parola, romanzo, non l'avrebbe inserita nel titolo. Essa rimanda immediatamente alla finzione, è termine letterario più che cinematografico, è parola che fa a pugni con la realtà storica ma non per questo non è in grado di raccontarla e, proprio attraverso la finzione, svelarne alcune verità o indurci a porci dei ragionevoli dubbi.
Lo scrittore spagnolo Max Aub difese il Guernica di Picasso all'esposizione universale di Parigi nel 1937 dicendo che se è vero che un uomo di profilo ha un solo occhio, è altrettanto vero che un orrore come quello del bombardamento della città basca lo guardiamo con entrambi gli occhi. E l'orrore che ci provoca è perfettamente reso dalla pittura di Picasso. Quindi se c'è un difetto in Guernica, disse Aub, è quello di essere atrocemente vero.

Romanzo di una strage ha, per le polemiche che suscita, già vinto: ci costringe a guardarci indietro, a riconsiderare la nostra storia, ci dà come popolo il dovere di una memoria collettiva, ma anche critica. Dove il dubbio possa trovare delle risposte. La finzione può darle queste risposte, ma ancora di più può e deve renderci cittadini consapevoli, attraverso i suoi mezzi che cancellano il distacco che suscita un documento d'archivio o un verbale di polizia, e ci permettono di guardare al nostro passato con entrambi gli occhi, esattamente come nel Guernica di Picasso.

Adriano Sofri ha praticamente scritto un libro in diretta polemizzando sul film, mentre Miguel Gotor, da bravo storico quale è, minimizza la portata storica del film e Benedetta Tobagi, su Repubblica del 2 aprile scorso, rivendica le sue ambizioni proprio in tale senso. Marco Tullio Giordana ha magnificamente raccontato questo Paese ne La meglio gioventù, quindi, voglio pensare che se avesse voluto veramente girare un film interamente basato su fatti storici allora Romanzo di un strage sarebbe un altro film, ad iniziare dal titolo. Se ha contaminato, come sembra, la storia con la finzione è con un solo obiettivo, che poi è quello principale del fare letterario: far dubitare lo spettatore/lettore, renderlo consapevole di quello che è, è stato e sarà.

A. Piras

9 commenti:

Anonimo

C'è però in alto a destra, in rosso, una frase più importante del titolo, che comunica un significato pesante, chiaro e diretto. Non so se l'hai ignorata deliberatamente (nel caso, sarebbe una grave lacuna, nel tuo ragionamento), o se ti è sfuggita (e allora dovresti rielaborare il tuo discorso, perché quella frase lo rende zoppicante e debole).

Alessio Piras

Quella frase è perfettamente in linea con il mio discorso. Un generale nazista chiese a Picasso come aveva realizzato Guernica (o qualcosa di simile) e lui rispose:"l'avete fatto voi". La verità esiste e l'arte è lì per renderci consapevoli della sua esistenza.
Alessio

Anonimo

Che la verità esista è lapalassiano, è un po' ingenuo sottolinearlo. Non è compito dell'arte farcelo capire, perché l'arte non ha compiti: non serve a dimostrare nulla. Ma questo è un discorso generale.
Il caso di "Guernica" non è comparabile, non aveva il sottobosco oscuro di politica interna di questo evento; era "alla luce del sole".
Nel nostro caso, resta il fatto che quella frase in un manifesto di un film ha un forte significato, anche e soprattutto politico, e diventa pretenzioso inserirla, per poi lamentarsi stupiti se qualcuno avanza critiche sulla veridicità dell'opera. O inserisci "Romanzo" nel titolo (va preso alla lettera?), o inserisci quella frase (va presa alla lettera?): quella tragedia è ancora troppo viva per poter pretendere che nessuno manifesti perplessità utilizzando una frase dal così forte significato. A mio umile parere la tua analisi è molto parziale perché l'ha ignorata.
Penso sia però meglio discutere dopo che il film si è visto.

Maria Teresa Rovitto

Caro Alessio, io ho visto il film. So che nel contesto culturale in cui versa oggi il nostro Paese, basta poco per prendersi il merito di far pensare, ma non si vince solo per questo. Al di là di ogni considerazione tecnica sul film che colpisce di certo diverse sensibilità ( io ho trovato la pellicola piatta, nessuna visione, i dialoghi, troppo spesso deboli, sembrano non essere sostenuti da alcuna ricerca) sono d’accordo con ciò che afferma Sofri nel suo 43 anni ( ne consiglio vivamente la lettura). Non ci si può nascondere dietro la parola o meglio l’idea di romanzo, perché quando si sceglie di parlare di eventi come quello di piazza Fontana, si hanno delle responsabilità. Anche storiche, certo. Il suo racconto è fermo in una palude di ambiguità, la stessa che per anni è stata volutamente mantenuta. Confido nella buona volontà di quanti vorranno sapere come sono andate davvero le cose.

Alessio Piras

Il film ha vinto perché si è tornato a parlare di quell'evento. Poi a mio avviso forse è un po' prematuro nel senso che deve essere ancora storicizzato sul serio. Vedo che il mio punto di vista non è stato capito e mi rammarico del fatto che si pensi ancora all'arte fine a se stessa, relegandola a puro oggetto estetico. Giordana era per me un semplice pretesto. Mi sono spiegati male, me ne rammarco.
Pregherei l'anonimo di firmarsi. Grazie.
Alessio

Piero Fadda

non entro nel merito del film, perché di cinema non sono appassionato e non l'ho visto. penso però che prima di tutto l'arte sia estetica, non etica o politica: dire che è "puro oggetto estetico" non significa relegarla, anzi, vuol dire liberarla. ogni artista è poi libero di mandare i messaggi che vuole e impegnarsi, va da sè che però è il valore estetico che - a parità di "impegno" - offre la qualità dell'opera, fa sempre la differenza. ma ciò è ovvio.
la letteratura "impegnata" per esempio mi suscita sempre diffidenza, e l'"impegno" secondo me non andrebbe utilizzato come parametro di valutazione. saviano lo reputo un grande divulgatore, ma se devo valutarlo come scrittore e dunque artista, lo trovo mediocre.
trovo interessante il punto di vista di gao xingjian, secondo cui lo scopo della letteratura non è la critica sociale, ma offrire visioni estetiche (gao xingjian, claudio magris, “letteratura e ideologia”, traduzione dal cinese di simona polvani, pp. 64, 10 euro, bompiani, 2012).

brunocorino

Ogni ricostruzione cinematografica di un "evento" storico esprime un punto di vista. Porsi la domanda tra realtà e finzione è fuori luogo. Il cinema e l'arte in genere non è un'opera storica. Qualsiasi film "storico" è un impasto tra "realtà" e finzione: il film "La caduta" (gli ultimi giorni di Hitler) è realtà o finzione? Se un film o un'opera d'arte riesce a far emergere un diverso punto di vista su un determinato evento storico, se riesce a far vedere le cose da un'altra prospettiva senza mistificare la realtà dei fatti, senza compiere interpolazioni o manipolazioni, allora è un'opera riuscita. Il diverso punto di vista serve a suscitare domande nello spettatore, e non a dare risposte. Lo induce ad approfondire e a documentarsi meglio sul tema sulla scorta delle domande che il film ha saputo suscitare. Se un film conferma il punto di vista dello spettatore è completamente inutile.
brunocorino

Alessio Piras

Caro Piero, molto interessante il tuo punto di vista. Ne arrivo da un convegno in Spagna dove è emerso, tra le altre cose, che anche negli anni '20 quando Ortega teorizzava la disumanizzazione dell'arte, alla fine quest'ultima continuava ad essere un continuo questionamento della realtà.
Caro Bruno, lei ha colto nel segno. L'arte può indurre lo spettatore/lettore al dubbio e quindi fare in modo che si ponga delle domande. "Romanzo di una strage" non è un documento storico, esattamente come non lo è "Guerra e pace".

Piero Fadda

ci siamo intesti alessio: sì, sono d'accordo sul fatto che l'arte sia un continuo questionamento della realtà: di cosa dovrebbe occuparsi sennò? quello che intendo dire è che comunque non ha nessun tipo di obbligo verso l'etica, la morale, la politica, etc.... e ha il diritto (spesso anche dovere) di essere "puro oggetto estetico" e fine a se stessa, senza che il suo essere o meno "impegnata" possa essere una discriminante di valutazione.