mercoledì 2 maggio 2012

Il giardino segreto delle madri: "Una casa di petali rossi"


Una casa di petali rossi
(The Girl In The Garden)
di Kamala Nair

Nord, 2012


La scritture liminali sono sempre le più feconde. Lo sa bene la letteratura angloamericana, tanto familiare col concetto di frontiera e di identità multiculturale: si pensi ai capolavori di Salman Rushdie, o a tanta narrativa il cui volto ha fattezze occidentali e orientali insieme. Nel caso di Una casa di petali rossi, esordio narrativo di Kamala Nair uscito in Italia il 26 aprile per Nord, questa commistione di stimoli visivi e letterari ottiene un felicissimo risultato. E non poteva essere altrimenti: l’autrice è una giovane rappresentante della cosiddetta «second generation», termine che in una società indica chi proviene da una famiglia di origini straniere ma, nato e cresciuto altrove - tra Londra e gli Stati Uniti, nel caso della Nair - ne ha ormai metabolizzato le istanze culturali, che hanno interagito con le proprie origini a un livello più sotterraneo, e per questo  misterioso.

Una casa di petali rossi racconta un viaggio di ritorno, di reimmersione nei «sounds and scents of deep India». I suoni e i profumi nel profondo dell’India. La stessa autrice svela il fondo autobiografico di questa storia, nata da un viaggio che lei realizzò davvero - e alla stessa età della protagonista Rakhee - nel Kerala, la terra del padre, dove il nonno aveva fondato un ospedale che praticava la medicina ayurvedica. È esattamente la stessa premessa del romanzo, ma con un’importantissima differenza: in Una casa di petali rossi il Kerala non è la terra del padre, ma la terra della madre. È Amma a provenire dalle viscere dell’India; Abba, il padre, proviene dall’ambiente metropolitano di Delhi, che non è per niente avvolto nel mistero. Quest’informazione è fondamentale, perché Una casa di petali rossi è un "romanzo delle madri"; lo avrebbe amato per questo, ne sono sicura, l’italianissimo Elio Vittorini. Perché il viaggio nel Kerala significa per la piccola Rakhee essenzialmente una cosa: scoprire la natura incontrollabile della propria madre. Una natura divina, ma di una divinità mutevole e terribile: Amma è la dea del silenzio e dei petali rossi che frusciano al vento, è un personaggio sfuggente, che può coltivare dentro di sé la dolcezza dell’istinto materno e il rifiuto stesso della maternità, capace di tenere per mano e costruire prigioni. La casa della nonna, che prende il nome dall’albero dai petali rossi, Ashoka, non è altro che la casa delle madri: Mutashani, la nonna, non è che lo specchio/spettro di Amma; Sadhana, la zia, è anche lei un riverbero della figura materna, delle sue componenti perturbanti e tragiche; Tulasi, la misteriosa abitante di una giardino nascosto nel verde, rappresenta l’incontro di Rakhee col proprio doppio, gentile e delicato, soltanto che questo esibisce proprio sul volto, come una metafora fisiognomica, le tracce della terribile colpa della madre.

Ma parlavamo di scritture liminali, di frontiera culturale. Una casa di petali rossi è una storia dai forti sapori indiani, ma non faremmo giustizia alla sua autrice se ci fermassimo qui. La critica finora ha definito succintamente il romanzo «a tragic novel», «a dark fairy-tale»: ma ci sono ragioni decisamente letterarie per cui Una casa di petali rossi è un romanzo «tragico» e una oscura «fiaba». Il romanzo infatti si modella su due solidissimi ipotesti, uno scoperto, l’altro più nascosto. Il primo è chiaro, un vero piacere per il lettore: Il giardino segreto, notissimo libro per l’infanzia di Frances Hodgson Burnett puntualmente ripreso per temi e motivi. Il secondo è sorprendente: il teatro di William Shakespeare. Shakespeare è l’autore preferito di Tulasi, e la lettura delle sue tragedie diventa una vera e propria metafora della scoperta del mondo e del rapporto fra verità e menzogna. Ma non solo: come in Amleto, Rakhee e le sue cugine passano l’estate organizzando una rappresentazione teatrale, che però metterà in scena due tragedie dei personaggi reali (l’insulto alla bellezza femminile e il matrimonio combinato) più che la storia che le cugine si erano preposte; come se ci trovassimo al confine tra la tragedia elisabettiana e quella greca, il nucleo è in una relazione, ma l’orrore (incestuoso?) e la colpa della madre non è svelato, ma suggerito.

Una casa di petali rossi è una lettura accattivante, dalla scrittura acquatica e dal fondo oscuro. Come un pozzo in cui, forse, si cela uno spettro. Da leggere assolutamente.




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