domenica 18 marzo 2012

Pillole d'autore - l'esperienza di Bianciardi in guerra


La scorsa domenica s'è parlato dei Diari universitari di Luciano Bianciardi (clicca qui). Come promesso, questa settimana lasceremo subito la parola alle pagine dello scrittore sulla guerra. Va detto che, singolarmente, Bianciardi non tratterà mai nelle sue opere narrative dell'esperienza bellica; tutto viene condensato nel diario, che traccia a posteriori l'iter della vita d'ufficiale in Puglia.
Rispetto alla prima sezione dei diari, la cesura è comprensibilmente molto forte: si percepisce nelle pagine belliche uno spirito garibaldino e romantico destinato a una cocente delusione dopo il duro bombardamento degli alleati a Foggia (1943).
Strutturalmente, il diario è ancora diviso in sezioni intitolate dall'autore, sempre datate; tuttavia, va precisato che la ricostruzione è a distanza di tempo, per cui alla cronaca è sovrapposto il filtro del tempo e della veste narrativa. Se Bianciardi decide, dopo una lenta sedimentazione, di rielaborare e ripercorrere gli eventi bellici, è anzitutto per una funzione catartica e consolatoria:

«Volevo cominciare prima, perché aspettavo che le impressioni si posassero ed io potessi raccoglierle limpide, serene, senza risentimenti, ma mi accorgo che il tempo è passato (un mese ormai) e tutto è rimasto uguale. […] Ma bisogna, bisogna scrivere le cose per superarle, guardandole come oggetti, facendone insomma la storia: vediamo di cominciare»[1].
Per quanto la scrittura si incupisca, si faccia a tratti disillusa e violenta, anche nel dolore Bianciardi non rinuncia alla forza espressiva, a quell'energia della prosa che avvince. Stilisticamente semplice ma grande nei contenuti. Critica sociale (pagine pungentissime sulle abitudini dei pugliesi, per esempio), cronaca delle vicende belliche si avvicendano tra lettere d'amore non spedite, pensieri ai famigliari, riflessioni sul presente.

I DIARI DI GUERRA (1944-1946) 
E il solito ottimismo
Ma ora in fondo posso esser contento di me vedo che so ancora lavorare, come un tempo, e che la calma non mi manca in mezzo all'attività. Direi quasi che questa strana mia scrittura di ora, puntuale e chiara, è la scrittura dei momenti migliori. 
Vivo anche nella consapevole illusione di un affetto dolce e casalingo, quello che sempre cerco. Forse non è del tutto onesto e qualche volta mi pare di essere in torto con certe persone: però cerco di non far male a nessuno e son convinto che anhce questa situazione farà il suo corso regolare e si concluderà nella maniera più logica.
Anche perché so nuocere a me stesso, e mi fido in quel buon senso che mi piace considerare come una prerogativa di razza.
Mancano ancora certe cose molto grandi, tutto un mondo di sentimenti, ma questo piccolo mondo nuovo ha pure le sue possibilità di farsi accettare. E allora avnti, se si può lavorare lavoreremo.
Locorotondo, Aprile 1944
La mia storia
Un giorno mi venne in mente di raccontare i fatti che stavo vivendo isolandoli e sospendendoli in una atmosfera immobile, e mi ci provai: rimase un tentativo. Mi son convinto che solo ora, a distanza e fuori da quelle esperienze, sia possibile narrarle. Solo ora infatti ogni cosa acquista il suo giusto valore e prende il posto che le spetta nella prospettiva totale. Mi provo dunque a raccontare quel che mi è accaduto, dentro e fuori, nei sei mesi densi e pieni che vanno dal 6 luglio del '43 al 18 gennaio '44. Una serie di esperienze diverse, tragiche e comiche, che hanno agito profondamente su di me.ALla fine dove sarà possibile, voglio raccontare senza commenti (ed ora che son distante è più facile) perché non ho ancora del tutto lasciata la vecchia pretesa di tirarne fuori qualcosa di "narrato" (novella o romanzo che sia). Chissà che ritornando sopra a queste note frettolose, e conclusa anche questa attuale esperienza non mi provi...
Il bombardamento ha un senso tutto particolare originalissimo: credo che non sarebbe possibile creare artificialmente una città bombardata. Particolarissime buche, alberi schiantati in una maniera inimitabile, case sfondate tutte allo stesso modo ed anche i morti, animali e uomini, erano caratteristici. Il volto scuro, la pelle colorita di un bruno scuro, come se fossero stati rotolati nella polvere, i cavalli con la pancia gonfia, enorme. Sul ponte della ferrovia ingombra di fili spezzati e di rottami, sentivano gli scoppi dei carri di munizioni colpiti. Doveva trattarsi di pallottole, perché pareva che un gruppo di mitragliatrici impazzite stesse sparando in tutti i sensi. Passammo di corsa.
Il sogno strano
Questa abitudine di non stupirsi più di nulla e rimanere indifferente di fronte a tutte le novità qualche volta mi impensierisce: quasi che fossi un pezzo di legno che la corrente si porta dietro a un capriccio.
Una partenza un tempo mi avrebbe dato perlomeno un senso di salto, di distacco da qualche si lascia, ora no: non lascio nulla dietro di me, nessuno di quelli che ho conosciuto posson dire di avere qualcosa di mio. Sono seriamente solo. Avevo un amico, l'avevo trovato al principio di questo lungo peregrinaggio, quando il cuore era più giovane e voleva cantare, ma l'ho perduto e credo che quesa sia l'ultima disillusione e che ormai non ci sia altro da perdere. 
Ma forse bestemmio, perché ho ancora una famiglia, la guerra non me l'ha portata via, e quando li avrò raggiunti sarà come se la lunga parentesi sia conclusa per sempre. 
E sento che l'unico affetto che non potrò perdere è quello, mio padre e mia madre e ricordo un impossibile sogno angoscioso in cui i miei rivedendomi non mi riconoscevano, mi avevano dimenticato, come una donna dimentica il suo uomo. Era un tormento indescrivibile. [...] Dimentico subito perché non mi impegno mai, parto senza rimpianti perché non lascio un passato. Direi che la mia vita di ora è tutta nel presente: sono le tre e dieci e so pensare solo che tra cinquanta minuti andrò a dormire, nient'altro. Cosa mi importa di quello che accadrà domani? Se svegliandomi mi trovassi con una gamba di meno non mi stupirei molto: andrei dal capitano e gli chiederei di comprarmi una stampella. Nient'altro. [...]
Taranto, Settembre 1944
Può darsi che in ciascuno di noi ci siano i germi della pazzia, che potenzialmente siamo tutti folli. E credo anche che confessandoci a noi stessi, accusando esplicitamente i segni di questa potenziale insania, possiamo evitare che il bacillo si diffonda e provochi la cancrena. Ho sempre avuto, a momenti, l’ossessione dell’Io, la noia angosciosa di essere sempre presente a me stesso. Lavoro, mangio, passeggio, mi diverto, ma sono sempre in compagnia di un me stesso che mi guarda, mi sorveglia, e non si stacca mai. Solo nel sonno senza fantasmi mi libero del secondo me stesso: e allora benedico quelle poche ore di vera solitudine.[...]
Forlì, luglio 1945
Ossessione di te
E anche ora, come prima, come sempre, ci sei tu. Credevo che solo il mio sentimento fosse vivo, un sentimento soggettivo, unilaterale, ma mi sbagliavo. Ci sei tu, tu persona fisica, coi tuoi occhi, i tuoi capelli, il tuo sorriso, sempre presente come una progressiva ossessione.
E sei ancora il colroe dell'atmosfera in cui vivo. 
Il caldo, la bile, l'esaurimento nervoso (che sia la solita angoscia fatta malattia? Malattia fisica e psichica così evidente che anche il tenente meditco ha dovuto riconoscerla) tutto questo rabbioso limìo che mi consuma dentro e fuori, son fatti di te, del tuo colore. [...]
Tu entravi e tutto era pieno di te: un sorriso aggressivo superiore, lo sguardo obliquo ad angolo con la sigaretta. Anche così ti volevo, perché eri qualcuno, avevi una persona definita da mostrarmi.
È questo che più mi tormenta e mi mette smarrito in un labirinto senza uscita. 
Forlì, agosto 1945
Qualcosa si muove dentro
Poi ci si accorge che qualcosa si muove dentro, e non si dispera più. Non è ancora una base ritrovata, ma un senso di fermento interno che muove lo stagno sordo dell'indifferenza sofferente e prevede la ripresa.
Si ascolta Beethoven, si ripensa a un lavoro visto a teatro, si tenta di raccontare cose viste e sentite, e pare che il piombo grigio si sciolga lentamente.
Chissà che non sia proprio quella la maniera di togliere ai ricordi ogni forza corrosiva: raccontarli, metterseli dinanzi come un moto incerto, indeterminato, che ancora non riesce a prendere corpo, ma è un movimento. 
Quando mi accorgerò che tutto in me seguirà quel movimento, e che non sarà movimento in me, ma di me, quando vedrò che il movimento ha un suo corpo, un suo contenuto - tutto me stesso - allora non ci sarà più crisi. Né dell'uomo, né della cultura.
E sarà anche segno che la base è ritrovata.
Pisa, Marzo 1946
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Introduzione e selezione dei testi a cura di Gloria M. Ghioni

(Opera di riferimento: LUCIANO BIANCIARDI, Diari di guerra (1944-1946), in L’antimeridiano. Tutte le opere, a cura di Luciana Bianciardi, Massimo Coppola e Alberto Piccinini, Isbn Edizioni - Ex Cogita Editore, Milano 2005, i, 1969-2077).

[1] Diario di guerra, p. 1994.

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