domenica 25 marzo 2012

Pillole d'autore: Il padre di Franz Kafka


Franz Kafka


Da Elogio funebre di F. K., di Milena Jesenská, da: Franz Kafka, Lettere a Milena, traduzione di Ervino Pocar e Enrico Ganni, Mondadori, Milano 1988:
Nel sanatorio di Kierling presso Klosterneuburg nei dintorni di Vienna è morto l’altro giorno il dott. Franz Kafka, scrittore di lingua tedesca vissuto a Praga. Qui lo conoscevano in pochi perché era un individuo solitario, un uomo sapiente, spaventato dal mondo. Da anni era affetto da una malattia polmonare e sebbene la curasse, tuttavia consapevolmente la nutriva e incoraggiava col pensiero. Quando l’animo e il cervello non riescono più a tollerare il peso, scrisse una volta in una lettera, i polmoni se ne addossano la metà, affinché esso perlomeno sia meglio distribuito. Cosí fu anche per la sua malattia. Essa gli conferiva una delicatezza quasi stupefacente, un raffinamento d’ingegno del tutto alieno da compromessi; ma lui, l’uomo, aveva scaricato sulla malattia tutta la propria angoscia intellettuale. Era timido, timoroso, delicato e buono, ma i suoi libri sono crudeli e dolorosi. Nel mondo scorgeva invisibili demoni, che straziano e distruggono l’essere umano indifeso. Era troppo perspicace, troppo saggio per poter vivere, troppo debole per lottare, debole come lo sono le creature nobili, belle, che non sono capaci di accettare la lotta contro la loro paura dell’incomprensione, della mancanza di bontà, della menzogna intellettuale, poiché sin dal principio sono coscienti della loro fragilità e nella sconfitta umiliano l’avversario. Conosceva gli uomini, come solo un essere di grande sensibilità nervosa è in grado di riconoscerli, un essere solitario, che da un unico sguardo, quasi profeticamente comprende l’altro. […] La sua coscienza di uomo e artista era a tal punto affinata da consentirgli di penetrare anche laddove gli altri, sordi, ritenevano di essere al sicuro.
Per capire la personalità di Kafka (Praga, 1883 – Vienna, 1924)
è importante questo passo di Milena Jesenská, che ce lo mostra ormai però definitivo, formato, cristallizzato dalla morte: il Kafka che tutti conosciamo e che fa spesso tenerezza (per quanto possa far tenerezza una persona mai vista né conosciuta e della quale si è solo letto).
È seminale invece sapere anche come questo “scrittore di lingua tedesca vissuto a Praga” lo sia diventato, tenero: dando per scontate le predisposizioni genetico-caratteriali, sappiamo che l’ambiente, gli affetti e soprattutto la famiglia hanno una parte enorme (colpa o merito?) nella formazione emotiva e culturale di un essere umano. 
Seminale è il rapporto che il giovane Franz aveva col padre: un legame rimasto irrisolto fino alla fine, vissuto endemicamente; “tormento” è la parola che viene in mente leggendo Lettera al padre (1919), perché ci ritroviamo temi, frasi e concetti ripetuti: quei pensieri dominanti che a chi è vittima di una fissazione pare normale che siano gli unici.

L’incipit è monolitico, nella sua chiarezza:
Mio caro papà,
non è molto che mi hai chiesto perché asserisco di aver paura di Te.
Nel resto della lettera, qua e là si nota in Kafka una sorta di auto-giustificazionismo per le sue mancanze verso il genitore, senza però cadute nella completa de-responsabilizzazione individuale: è troppo intelligente, il praghese, per cadere nella facile (as)soluzione dello scarica-barile; e a proposito, dà un colpo al cerchio e uno alla botte:
«Non dico, naturalmente, di essere diventato quel che sono soltanto per il Tuo concorso. Questo sarebbe molto esagerato (e io inclino fin troppo a tale esagerazione). È assai probabile che, anche se fossi vissuto libero dal Tuo influsso, non sarei diventato un uomo come volevi Tu. Sarei stato pur sempre una creatura debole, paurosa, dubbiosa, inquieta, certo non un Robert Kafka o un Karl Hermann, certo però diverso da quello che sono, e avremmo potuto vivere in buona intesa. […] Tu invece sei un vero Kafka per robustezza, salute, appetito, sonorità di voce, facondia, soddisfazione di Te, superiorità verso il mondo, tenacia, presenza di spirito, conoscenza degli uomini, una certa generosità.»
Andando avanti, viene quasi il dubbio che noi lettori dobbiamo ringraziare il signor Kafka per aver cresciuto/plasmato il figlio – male o bene, sono punti di vista. È, mi rendo conto, un’affermazione crudele, cinica; del resto, però, ogni opera di alta letteratura che può portarci o piacere o aiuto nasce spesso da una sofferenza dell’autore. I lettori sono terribili parassiti.
Il secolo che è passato tra noi e lui permette comunque valutazioni più distaccate e dà il via alle solite domande oziose, e stupide: sarebbe esistito Franz Kafka autore senza il padre? Probabilmente sì, ma come sarebbe stato? Avrebbe provato quell’angoscia che ha iniettato nei suoi libri e che avrebbe reso la sua opera un faro per chi cerca la comprensione della condizione umana? O avrebbe finito per scrivere romanzi leggeri che l’avrebbero reso ricco ma più lieve e dunque soggetto all’usura del tempo? Kafka è diventato una fortezza che nessuno riesce a espugnare, in cui si difende la letteratura come conoscenza e dolore, come catarsi e catabasi e anche salvezza, a volte. Letteratura anche difficile e ostica, senza ansie da consenso o scorciatoie descrittive (come capita spesso oggi, quando leggiamo libri – per esempio – con ritmi e “immagini” cinematografiche, per ingraziarsi l’uditorio della frettolosa civiltà appunto “dell’immagine”, che per la letteratura stessa però sono riduttivi, la impoveriscono essenzialmente).
Per lui la letteratura era la vita, vivere era leggere e scrivere, e non aveva senso la distinzione “letteratura/vita” che può venire da autori magari anche bravi, ma inautentici. Forse è per questo che Kafka è un unicum, del quale si discute sempre la biografia quasi quanto l’opera; fatto in effetti strano, considerando che la sua biografia ci racconta un’esistenza terribilmente normale, anzi comune. Ma si può pensare che proprio l’essere un umano comune, un semplice uomo che soffre, lo renda universale e senza tempo.
E quanto il padre sia stato demiurgo inconsapevole, in ciò, lo si capisce dal seguente passo:
«Più esattamente colpisti con la Tua avversione la mia attività letteraria e tutto ciò che, a Te ignoto, vi si ricollegava. Qui io avevo fatto veramente un tratto di cammino indipendente da Te, anche se faceva un po’ pensare al verme che, schiacciato da un piede nella parte posteriore, si libera con la parte anteriore e si trascina da un lato. […] l’avversione che Tu naturalmente provasti subito per i miei scritti, questa volta eccezionalmente mi era gradita. La mia vanità, la mia ambizione soffrivano, sì, per l’accoglienza ormai scontata che Tu riservavi ai miei libri: “Mettilo sul comodino” […], ma in fondo ne ero contento, non soltanto per una trionfante cattiveria […] ma istintivamente, perché quella frase significava per me: “Adesso sei libero!”. Naturalmente era un’illusione; non ero – o almeno non ero ancora – libero. Nei miei scritti parlavo di Te, sfogavo sulla carta quello che non potevo sfogare sul Tuo petto.»

Opera di riferimento: Franz Kafka, Lettera al padre - Gli otto quaderni in ottavo, traduzione di Anita Rho e Italo A. Chiusano, I Meridiani Mondadori, Milano 1972


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a cura di Piero Fadda

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