martedì 6 marzo 2012

Michel Foucault, "L'ordine del discorso"





L'ordine del discorso
e altri interventi

di Michel Foucault

Einaudi, 2004 (1972)
ed. originale Gallimard, Paris, 1994 (1971)


Ma che c'è dunque di tanto pericoloso nel fatto che la gente parla e che i suoi discorsi proliferano indefinitamente? Dov'è dunque il pericolo?
Questa la retorica interrogazione dalla quale prende il via la disamina ontologica di Michael Foucault, in merito all'analisi programmatica, da lui strenuamente perseguita, sulla genealogia critica delle differenti formulazioni linguistiche che pertengono alla produzione del discorso dialettico, all'interno delle dinamiche sociali e politiche a lui contemporanee.
Dopo un'osservazione panoramica sulle differenti modalità espressive, controllate e selezionate dal regime capitalistico e mediatico, messein atto dalle organizzazioni governative delle varie civiltà, Foucault riscontra una sorta di malcelato timore, nei confronti appunto delle determinazioni linguistiche del discorso, e, più propriamente, delle possibilità, sovversive o, al contrario, indottrinanti e mistificatorie, che si parano dietro una compiacente cortina dilogofilia apparente, di millantato, sovraesposto piacere della parola.
E' come se degli interdetti, degli sbarramenti, delle soglie, dei limiti, fossero stati disposti in modo da padroneggiare, almeno in parte, la grande proliferazione del discorso, in modo da alleggerire la sua ricchezza della parte più dannosa e da organizzare il suo disordine secondo figure che evitano quel che vi è di più incontrollabile; è come se si fossero voluti cancellare sinanco i segni della sua irruzione nei giochi del pensiero e della lingua.
Di stringente attualità, dunque, è l'avveduta intuizione di Foucault, che rintraccia nel comportamento verbale socializzato, quand'esso sia appannaggio di una classe dominante accentratrice e coercitiva, un impiego smodato delle meno significanti modalità dialogiche – ridotte anzi, a ben vedere, ad assiomatiche esclamazioni monologiche – atte a scongiurare le pericolose potenzialità di un linguaggio scevro da condizionamenti strutturali.
Lo scopo ultimo, che è quello del controllo smodato e dell'indiscriminata libertà di spadroneggiare, al contrario, perseguito dall'ordinamento statale generalizzato tramite una plastica verbalizzazione omologata della comunicazione civile, si concretizza in un eloquio quanto più possibilmente condiscendente nei confronti delle sovradeterminazioni illanguidite dal mercato pubblicitario, e in una discorsività faceta, che sia altresì plaudente all'andamento informativo e culturale corrivo.
E se si vuole – non dico deporre questo timore – bensì analizzarlo nelle sue condizioni, nel suo gioco e nei suoi effetti, occorre, credo, risolversi a tre decisioni alle quali il nostro pensiero, oggi, resiste un poco, e che corrisponde ai tre gruppi di funzioni che ho testé evocati: rimettere in questione la nostra volontà di verità; restituire al discorso il suo carattere d'evento; toglier via infine la sovranità del significante.

Francesca Fiorletta

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