lunedì 19 marzo 2012

Il diario di Anna del Monte, un'ebrea imprigionata

Rubare le anime
Il diario di Anna del Monte
ebrea romana

a cura di Marina Caffiero

Viella, 2008

"Senta, Illustrissimo Signore, Io son incarcerata in questo luogo innocentemente senza trovarne la Causa, ma trovandomi nelle vostre Mani, potrà ordinare la mia Morte, benché ingiusta, ma dell’Anima mia, non vi è altro padrone assoluto che Iddio."

Roma 20 Aprile 1749: Anna del Monte, un’ebrea del ghetto romano, viene sottratta alla famiglia e condotta alla casa dei Catecumeni, luogo in cui, nell’osservanza di una normativa papale, gli infedeli avrebbero dovuto essere illuminati e convertiti. Per infedeli, si intendevano allora gli ebrei, i musulmani e chiunque professasse una religione diversa da quella cattolico-cristiana. Ma l’attenzione di cui gli ebrei godevano, in materia di conversioni, derivava soprattutto dalla valenza simbolica ed apologetica della loro religione.

L’ebreo, di per sé, ha sempre dovuto sopportare il peso di un’infamia dichiarata e scritta sui libri “sacri” dei Padri della Chiesa, oltre che all’interno del Diritto canonico. L’infamia era una colpa generalmente incancellabile, a meno che il papa non intervenisse in merito ad una persona o a un gruppo. Infami s’intendevano tutti coloro che, per scelta o per nascita “abbandonano le regole stabilite dalla legge cristiana e disprezzano gli ordinamenti ecclesiastici”. Gli ebrei, in quanto infami, vivevano esiliati, sottomessi, scherniti. Non esisteva altro mezzo, per essere integrati nella società, che convertirsi. Ed è su quest’idea fondamentale che Paolo III Farnese fondò la casa dei Catecumeni nel 1543, prima della costruzione del ghetto romano avvenuta nel 1555 in seguito alla bolla Cum nimis absurdum di Paolo IV. I modi più semplici per condurvi gli ebrei erano la denuncia e l’offerta. Nel primo caso sia cristiani che neofiti denunciavano che un ebreo avrebbe espresso la volontà di diventare cattolico; nel secondo caso, era soprattutto un giovane a decidere di “offrire” la propria promessa sposa o la ragazza che avrebbe voluto diventasse tale. La casa dei Catecumeni avrebbe svolto così la funzione di un tribunale in cui assicurarsi dell’effettiva volontà dell’accusato. Pure, la frequenza delle denunce di giovani ragazze da parte soprattutto dei neo-convertiti, scosse la comunità ebraica e fece nascere una serie di contestazioni. Per tali motivi, Benedetto XIV stabilì che fosse necessario, innanzitutto, provare la correttezza degli sponsali, e, nel dubbio, condurre la donna offerta fuori dal ghetto, in un luogo neutro, prima di mandarla alla casa dei Catecumeni nella speranza di un’effettiva conversione.

In tale contesto si inserisce la storia di Anna del Monte, diciottenne colta e gentile, appartenente ad una ricca e nota famiglia del ghetto. Come tante giovani graziose e in età da marito, anche lei venne offerta al cattolicesimo. Fu il neofito Sabbato Coen, dichiaratosi suo promesso sposo, a fare in modo che venisse arrestata, come una delinquente, e imprigionata nella Casa dei Catecumeni. Così, almeno, Anna racconta nel suo diario. Sebbene molti siano i punti oscuri di questo testo, forse modificato più o meno profondamente da Tranquillo del Monte, fratello della ragazza, scrittore e membro di organismi politici importantissimi all’interno del ghetto, non c’è dubbio sul fatto che Anna, come altre donne prima di lei, fu vittima di violenze e torture psicologiche. Dal giorno del suo “rapimento”, eseguito da uomini armati e minacciosi, Anna si trovò a dover fronteggiare non solo gli attacchi di preti, curati, monache, ma anche le angosce di un’anima stanca e apparentemente contesa da chiunque andasse a farle visita. La Casa dei Catecumeni viene descritta come un luogo spaventoso, pieno di aguzzini e di uomini arcigni, in abito scuro, pronti a muovere il crocifisso come una spada ed a ferire con esso il cuore e la mente di chiunque avessero sotto tiro. Nonostante questo, Anna riuscì a non perdere mai del tutto la calma e la lucidità. Già dal primo giorno, chiese che le portassero come cibo due uova, in modo che, mangiatane una, conservasse l’altra per tenere il conto dei giorni.

Di riga in riga scopriamo un diario intenso, ben scritto, ricco di dettagli e di ragionamenti arguti. Anna racconta come cercò di convincere il Monsignor Vicegerente (Ferdinando Maria De Rossi) di essere stata vittima di una falsa denuncia e di non aver mai frequentato Sabbato Coen né un qualunque altro ragazzo, e visitata da una serie di Neofiti pronti a offrirle la chiave della verità e della luce, insistette col sottolineare la sua libertà di culto e il desiderio di morire “Giudia come son nata”. Lo stesso fece di fronte all’arciprete di San Celzo e al Predicatore. Erano passati già cinque giorni, quando questi entrò nella sua camera “che pareva un demonio uscito dall’Inferno, di cattivi abbiti, e coi i capelli avanti gl’occhi” e la minacciò in questi termini:

“Dì un poco, ti credi forse colla tua ostinazione, che noi vi facciamo ritornare in vostra casa? Cavatevelo pur dalla testa, poiché vi ritrovate nelle nostre mani. O’ avete da esser come noi, e credere quel vero Dio, che crediamo noi, o’ avete a finire i vostri Anni in questo chiostro, e non sperare di riveder mai più né Padre né Madre.”

Ma le minacce non furono l’unica cosa che atterrì Anna. Lo stesso Predicatore, ad esempio, cercò di battezzarla versandole addosso dell’acqua benedetta e provocando nella giovane questa reazione:

“non sarà mai che la mia carne, ne il mio viso riceva goccia di quest’acqua, mentre Io sono Ebrea, e non ho niente che fare con la vostra acqua, ne con altre vostre superstizioni. Per che fo conto mi abbia urinato addosso un cane”.

Parole irriverenti, queste, come quelle che utilizzò in altre circostanze attaccando i cristiani e i padri della Chiesa, rispondendo ad ogni accusa, presentando lucidamente i punti della propria religione e difendendoli. E così, avanti, giorno dopo giorno, con la viva speranza di tornare a casa.

Che vi fece davvero ritorno, e quando, poco importa in questa sede. Anna si era già liberata da sola, e lo aveva fatto lottando con quelle idee e quelle certezze con cui aveva plasmato la sua coscienza profondamente. La vittoria di Anna è una vittoria in nome del Libero Arbitrio e il suo diario una testimonianza autentica di fede e dignità umana contro l’oscurantismo che per troppi secoli ha avvelenato l’Italia e non solo; contro l’imposizione di una verità che il singolo ha diritto di scegliere e in cui vivere nel rispetto reciproco.

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