mercoledì 8 febbraio 2012

Mario Lavagetto, Quel Marcel! Frammenti dalla biografia di Proust, Einaudi, Torino 2011

Quel Marcel! Frammenti dalla biografia di Proust
di Mario Lavagetto,
Einaudi, Torino 2011

pp. 395
€ 25,00

    Per la, ahimè, ristretta, ma, vivaddio!, qualificata cerchia dei cultori di critica letteraria un libro di Mario Lavagetto su Proust è un avvenimento editoriale da non perdere. La statura dei nomi, l’imponenza e il valore dell’opera e della biografia messa sotto la lente d’ingrandimento (Proust e la Recherche), l’erudizione, la lucidità, la più che ventennale dedizione e la non comune capacità interpretativa del critico sono garanzia di sicura riuscita. E infatti il libro non delude, proponendo aperture interpretative e ricerche di senso che non scaturiscono solo dall’erudizione.
È un libro di critica letteraria che s’avvale di una strategia comunicativa “straniante” rispetto al genere e ai codici espressivi che normalmente lo supportano. Non è sul piano stilistico in senso stretto (lingua, sintassi, tono o figure) che Lavagetto costruisce la sua peculiare strategia comunicativa, il critico letterario non si traveste da artista o da filosofo, è sul piano dell’esposizione della ricerca e delle riflessioni che essa suscita nello studioso, sul piano della loro presentazione che l’autore dà corpo al suo particolare approccio alla Recherche e a tutto quanto la alimenta (biografia e scritture precedenti e coeve, considerate, a ragione e finalmente, parti integranti della biografia – quindi, non soltanto come la biografia diventa letteratura, ma anche come la letteratura entra e trasforma la biografia). Non volendo travestirsi da artista, il critico letterario lascia sul terreno, qua e là, un certo asetticismo; e non volendo fare il filosofo, deve autoimporsi una puntuale perlustrazione della bibliografia proustiana e, più in generale, della teoria letteraria (che, del resto, è il campo d’insegnamento specifico di Lavagetto), non può permettersi, insomma, quegli scorci interpretativi peculiari dei filosofi che mettono tra parentesi tutto quanto è già stato detto prima di loro. Il critico letterario ha il dovere di essere lento, dettagliato e paziente, correndo il rischio di apparire riepilogativo e didascalico.
Lo “straniamento”, di cui parlavo, nasce dal fatto che il critico prende le mosse da una programmatica rinuncia ad “un attacco frontale” e tendenzialmente esaustivo all’opera di Proust, lo studioso accumula frammenti di ricerca, spesso anche molto minuziosa, che prendono l’abbrivio da frammenti selezionati della biografia proustiana (e il sottotitolo non potrebbe essere più chiaro). In questo modo riesce ad incunearsi nel profondo della biografia e dell’opera proustiana, riesce a ricostruire alcune linee dell’intricatissimo rapporto tra l’una e l’altra, riesce ad estrarne alcuni elementi essenziali, per illuminarli e offrirli alla riflessione sua e del lettore, magari tralasciandone altri, che altri lettori e altri critici hanno considerato altrettanto essenziali. Ad esempio è addirittura eclatante il silenzio su due elementi essenziali della biografia proustiana, l’omosessualità e la malattia (e se, per la prima, si può rimandare al precedente libro di Lavagetto, Stanza 43. Un lapsus di Marcel Proust, Einaudi 1992, per la seconda bisognerà ricorrere agli splendidi saggi di Giovanni Macchia su “malattia e creazione” contenuti ora in Tutti gli scritti su Proust, Einaudi 1997). Ma ciò che innegabilmente e unanimemente fa della Recherche un’opera unica e compatta, nonostante i mille rivoli da cui nasce e nei quali, poi, si dipana, è una concezione della letteratura come esperienza esistenziale, come centro gravitazionale di una vita (o della vita?), e che riconosce “la discontinuità” del mondo e della stessa letteratura, ma offre una modalità, una possibilità – provvisoria, revocabile, accidentale e, cionondimeno, da perseguire con tutte le proprie forze, senza perciò garanzia di successo – di senso, di riconoscimento di sé e del mondo, attivando e realizzando la riconciliazione e l’incontro tra coscienza e spirito vitale, tra il pensiero della vita e la vita. Una conciliazione che passa attraverso la scoperta del sé e del mondo come oggetti della coscienza – della conoscenza, dell’analisi, dell’azione – e del sé e del mondo come produttori e parti integranti della coscienza. Il rapporto frontale io/mondo è sostituito da un rapporto fluido, reciproco, bidirezionale: io dentro il mondo, il mondo dentro l’io. Dopo la celebre formula di Rimbaud “Je est un autre”, “trent’anni più tardi all’uomo già sfrattato, dopo Copernico e dopo Darwin, dal centro dell’universo e dal centro della storia naturale, arriverà (…) un terzo e definitivo sfratto”, lo sfratto dall’identità oggettivamente definita, dal soggetto come perno della conoscenza. “L’identità è un residuo, ricostruibile solo partendo dall’altro, da una realtà che si manifesta per segnali enigmatici e intermittenti”. E non potrà che essere un io che, pur non potendo slacciarsi mai del tutto dalla sua contingenza storico-biografica, ha l’immane compito di diluirsi in un Soggetto collettivo e universale di “dimensioni enormi e sconosciute che procede oscillando sulla cima vertiginosa degli anni, accumulati sotto di lui”. Questa è, insomma, la conclusione verso cui, frammento dopo frammento, pista dopo pista, tentativo dopo tentativo, selezione dopo selezione, ci conduce Mario Lavagetto in un finale avvincente come quello di un romanzo, del quale non tutte le sezioni intermedie ci hanno avvinti e convinti alla stessa maniera. Ecco, il libro di Lavagetto si può leggere anche come una sorta di romanzo storico del quale il lettore è già a conoscenza della fabula, e durante il quale lo specialista può trovare motivo di disaccordo, integrando e correggendo dentro di sé quelle parti che, a suo parere, potevano essere presentate in altro modo, magari lamentandosi che questo o quell’episodio della fabula sia stato trascurato o soppresso, ma ciò che poi conto non è la riproposizione di una vicenda conosciuta, ciò che conta in un romanzo storico è la nuova e originale (quando c’è) visione che di quella vicenda si vuol dare, è la condivisione di un senso ultimo di quella vicenda che non era mai stato presentato o che l’autore ritiene di poter ribadire, se non scoprire. 

Paolo Mantioni

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