venerdì 24 febbraio 2012

Il Salotto: “Il tenero peso dell’ombra” e la presenza dei simboli


Il tenero peso dell'ombra
di Sandra Vergamini


Edizioni Lepisma, Roma 2011


pp. 84
€ 12


Se l’ombra avesse consistenza, e non fosse soltanto forma, peserebbe quanto una parola spezzata, quanto un bacio sognato, quanto una candela che sta per spegnersi. Per la poetessa Sandra Vergamini (qui il link al suo sito web), torinese di nascita ma lucchese di adozione, la nostra ombra non è muta, e pesa quanto uno sguardo accecato da ciò che cerca: accecato da se stesso. La sua raccolta, intitolata Il tenero peso dell’ombra (Edizioni Lepisma), offre brevi poesie dense di tormenti,  «sogni sgualciti» che il vento rende «aquiloni impauriti dall’altezza del volo», e dà voce ai pensieri che, come sabbia, scivolano «senza suono dalle mani». L’obiettivo della Vergamini è raccontare l’amore, cogliendo dal sentimento quello che ancora non è stato detto, rielaborando interamente Pedro Salinas, le cui poesie appaiono spesso ritrasformate da una nuova luce tra le pagine del libro. 


Mi vien subito da chiedere: Sandra Vergamini manipola l’amore? 
Da sempre il tema del dolore - che inevitabilmente l’amore procura- mi ha spinto a cercare di analizzare, forse “manipolare” come scrive lei, il sentimento stesso, per tentare di capire come sia possibile, amandosi, giungere a situazioni che hanno davvero del paradossale, considerando che sono generate da un sentimento che per sua natura dovrebbe portare gioia e bene. Tra le tante, stimolanti per la stesura definitiva della raccolta, sono state le riflessioni che Luis Carlos Restrepo fa nel suo saggio Il diritto alla tenerezza. Proprio nell’amore tra uomo e donna, scrive Restrepo, il desiderio di fusione e la conseguente perdita di identità portano inevitabilmente a un’incontrollabile "condizione di dipendenza" che, nell’impossibilità di “perfetta fusione” con l’altra persona, genera una frustrante situazione di “frammentazione dell’io” e un profondo smarrimento. Il rifiuto di questa scissione può portare, nel più conosciuto connubio amore-odio, ai maltrattamenti e alle violenze presenti fin troppo spesso nei rapporti di coppia. Il doloroso e difficile percorso di accettazione della “condizione di dipendenza” del tormento interiore e della tensione prodotta dalla diversità dell’altro, invece, può facilitare l’approdo alla tenerezza intesa come apertura verso l’altro, con la propria ed unica individualità, intesa come tolleranza delle proprie ed altrui debolezze, imparando, in primo luogo, ad essere teneri con se stessi.

Ma che tipo di tenerezza? 
Questa mia ultima raccolta non racconta la tenerezza nell’accezione comune che la pone in antitesi alla passione amorosa, quasi come una sorta di freddezza che impedisce di entrare a pieno nel vortice dei sentimenti provocati dalla passione stessa, ma canta di una tenerezza che è come una conquista ottenuta a proprie spese dopo che l’estasi, l’egoismo, il rancore, il vuoto e tutte le altre facce della passione amorosa, ci hanno attraversato e lasciato deboli e consapevoli della nostra e altrui fragilità. La via che imbocchiamo dopo aver sperimentato la prossimità dell’odio e la facilità con cui riusciamo, anche amandoci, a ferirci a vicenda.

La Vergamini scava all’interno del sentimento. Con un calcolo che potrebbe apparire banale, aggiungerei che stare sulla superficie del sentimento è raccontarlo, scavare al suo interno è raccontare ciò che non si riesce a trovare. Se potessimo scavare, cosa troveremmo? In altre parole, cosa ci manca del sentimento?
Nella ricerca interiore, nello “scavare” che lei cita, un avamposto privilegiato credo ci venga offerto dall’amore, che si pone come una delle più alte esperienze di conoscenza dell’altro e, di conseguenza, di noi stessi. L’amore ci dà la prima esperienza di armonia con qualcosa che non è il nostro ego e ci apre perciò all’altro, ci rende vulnerabili ed esposti all’eventuale ferita del rifiuto, ma pronti ad uscire dal nostro bozzolo per entrare nel mistero del mondo. Questa ricerca si avventura certo in terreni sconosciuti e impronunciabili proprio per l’inadeguatezza stessa della parola a definire l’indicibile, ma credo che anche la poesia, come la musica, «insegua il mistero dell’ineffabile, dell’inesprimibile, perché su di esso c’è infinitamente, interminabilmente da dire» (V. Jankelévitch). E la poesia, come disse Ungaretti, è poesia solo quando porta in sé un segreto, un segreto che forse non riusciremo mai a capire e a definire, ma che si sente e si respira nei versi. L’arte in genere è, dunque, il «tentativo di ridire e di far risuonare una lingua non scritta e non detta» (Merleau-Ponty).

Le sue poesie si concentrano molto su emozioni spezzate, carezze che non arrivano, voci senza parole, illusioni. Come mai le interessa questo lato dell’esistenza? 
Certamente, nel quadro di ascolto del silenzio del mondo che ho descritto, ha giocato un ruolo molto importante la perdita di mia madre, avvenuta nella mia prima infanzia. L’assenza è certo l’impasto di cui sono composta, e, nonostante sia riuscita, anche attraverso la poesia, a elaborare e superare il trauma, ogni nuova forma anche minore di mancanza, di vuoto, riattiva l’antica assenza, come recita la poesia Sei tu, dedicata a mia madre, che chiude la raccolta. Non è però un’assenza vuota, ma piena di simboli, perché, citando Benjamin, «il più alto grado di presenza è l’assenza».

Sei tu

Fra cielo e terra
raccolgo le conchiglie che ho perduto.
Mi attiri ma non capisco dove
qui è tutto già così scontato
eppure mi accendi percorsi.
Nella tua assenza fioriscono miraggi
si rovescia ancora il secchiello
e non trovo più il sasso levigato
rosso striato a forma di cuore.
Non puoi svelarmi l’angolo nascosto
ma non hai mancato la promessa
cadi ancora con me
ed ogni volta sei tu che mi rialzi
mi aggiusti i fiocchi del vestito
e mi spingi sul sentiero più lungo.

Dario Orphée

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