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martedì 31 gennaio 2012

Caro Michele
di Natalia Ginzburg
Einaudi Tascabili, Torino 2001

Con prefazione di Cesare Garboli
9.50
pp. 186

1^ edizione: Mondadori, Milano 1973

Con Caro Michele siamo lontani anniluce dal romanzo familiare che dieci anni prima aveva proclamato la grandezza della Ginzburg: il “lessico familiare” di Caro Michele non ha mai un gergo affettuoso e caldo da nicchia ristretta; semmai è l'esatto contrario. Le lettere che compongono il romanzo sono l'attestazione annichilita di quanto sia difficile (perlopiù impossibile) comunicare davvero: autoreferenzialità, opportunismo, lamentele vittimistiche, preghiere inascoltate e senza risposta, in quella che Garboli definisce giustamente  
«una famiglia dispersa e divisa senza alcuna ragione. Simili a schegge, a frammenti scagliati nel vuoto da un'esplosione così silenziosa da sembrare piuttosto una inspiegabile malattia, i personaggi di Caro Michele non sanno e non possono più riconoscerci». 
In questa perdita di identità o, meglio ancora, di obiettivi, i personaggi si muovono quali indifferenti di una borghesia sterile e priva di valori negli anni '70 (sarà un caso che il Michele del titolo porti lo stesso nome del protagonista moraviano?). In questo clima di spaesamento generale, è impossibile portare avanti sentimenti autentici e, qualora ci si provi, non si trova riscontro nell'altro. È il caso di Adriana, ad esempio, che scrive spesso lunghe lettere al figlio Michele, senza arrendersi davanti alle misere e rare risposte di lui, piene di pretese economiche e prive di reale interessamento alla vita della madre e delle sorelle. A un egoista Michele scrive anche Mara, unico personaggio per cui si può provare una qualche tenerezza: giovane ragazza-madre, ingenua e poco acculturata, non sa se il figlio è di Michele, e che cerca una salvezza dalla povertà estrema in cui si trova. Ma a Michele scrivono anche le sorelle, Angelica e Viola, più o meno disperate all'idea di dover gestire la depressione della madre Adriana; e poi c'è Osvaldo, amico fidato di Michele, forse amico intimo, che cerca di aiutare Mara a trovare un tetto sopra la testa. Non resta che affidarsi alla “strana, gelida, desolata consolazione” della memoria, da sempre fondamentale rifugio per la Ginzburg, e lasciare che i personaggi rimarchino nelle lettere e nei dialoghi l'importanza del ricordo, soprattutto quando non restano altre manifestazioni di felicità a cui aggrapparsi (“Ci si abitua a tutto quando non rimane più niente”, sostiene Angelica verso la fine del romanzo): si leggano a tal proposito le frasi in chiusura del romanzo, affidate a Osvaldo. 
 
A questi personaggi principali si aggiungono comparse minori, come la zia Matilde o Ada, l'ex moglie di Osvaldo: tutte piccole tessere che vanno a dare forma a un puzzle dagli agganci narrativi mai forzati, ma sempre magistralmente gestiti dall'esperienza della Ginzburg.
Risulta particolarmente acuta la scelta di lasciare ai singoli personaggi l'occasione di esprimersi direttamente con le lettere, e di ridurre al minimo le parti dialogiche e narrative (gestite, in ogni caso, da un narratore di terza persona non intrusivo). In questo modo non ci sono filtri, né interpretativi e contenutistici né linguistico-stilistici: i personaggi si esprimono con i loro mezzi, con le ripetizioni, i costrutti, le zeppe e gli anacoluti tipici dell'oralità. Tutto si muove con la giusta misura: non ci sono stereotipi eccessivi, né si percepisce il trucco letterario. Spontaneità e crudeli ritratti psicologici garantiscono al romanzo di scampare a qualsiasi già detto. 
Gloria M. Ghioni

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