lunedì 31 ottobre 2011

Capolavori noir: "L.A. Confidential"

L.A. Confidential
di James Ellroy

Oscar Mondadori, 1991 (1990)



Terzo capitolo della tetralogia di Los Angeles, L.A. Confidential rappresenta per molti il capolavoro dell'autore americano, senza dubbio uno dei suoi picchi letterari e dei romanzi più corposi da lui scritti. La trama del libro diventa presto una sorta di percorso-guida che fa da colonna vertebrale a un turbinante evolversi della storia, che si dirama in numerose sottotrame e copre un arco temporale di otto anni. Tale colonna vertebrale consiste nella strage del Nite Owl, un coffee shop losangelino dove vengono massacrate sei persone: ecco il centro dell'intricatissima storia, che sprofonderà lentamente ma inesorabilmente in un torbido calderone fatto di prostituzione, pornografia estrema, droga, collusione tra polizia, poteri politici e criminalità, il tutto dentro la cornice del patinato e scintillante mondo di Hollywood degli anni '50.

domenica 30 ottobre 2011

Pillole d'autore: Carlo Dossi e Le note azzurre

Alberto Carlo Pisani-Dossi (in arte Carlo Dossi, 1849-1910), pavese d'origine, divide la sua gioventù tra studi giuridici e letterari. Dopo la formazione, è fondamentale il suo trasferimento a Roma, che considera una seconda patria, dove si inserisce nell'ambiente politico, contribuendo a una riforma del Ministero degli Esteri. Sostenitore di Crispi, alla caduta di questo nel 1891 si ritira a Mairano di Casteggio (Pavia), dove sposa Carlotta Borsani, da cui ha tre figli. Destinato a Bogotà in una sorta di esilio, riesce a ottenere di restare in Italia e alla fine del '93 gli viene restituito il posto di capo di Gabinetto al Ministero degli Esteri. Sempre per lavoro, viene trasferito tra il '95 e il '96 ad Atene, dove può assecondare la sua passione archeologica. Rientrato in Italia, trascorre gli ultimi anni della sua vita nei pressi di Como.

Le sue Note azzurre prendono avvio negli anni '70 e per oltre quarant'anni raccolgono pensieri, riflessioni, schede di lettura, lacerti di vita privata, aforismi piccanti e vividi, con quella ricerca di distacco ironico che sfocia talvolta in deformazione e caricatura. Tutto questo in una Lombardia in cui, per dirla con Dante Isella, curatore dell'opera, "le suggestioni del pastiche portiano, ricuperate sul filo di un'educazione illuministica e volteriana, si offrivano ancora pressoché intatte". Dossi riprende e riconferma l'attenzione all'osservazione minuta e al dettaglio, tipica della tradizione lombarda, ma la intreccia all'esercizio di autori e di dizionari, a tessere di un dialetto privato che si afferma quale "riconquista di un tempo perduto" (Isella).
Questo "diario interiore" e "taccuino di lettura" si sviluppa in 16 quaderni di grandi dimensioni, dalla copertina azzurra (da qui il titolo? Isella ipotizza che nel cromatismo vi sia anche un rinvio alla serenità), che attestano dopo una serie di note sparse le variazioni grafiche, calligrafiche, contenutistiche e stilistiche di questi quarant'anni di scrittura.

La scelta di questa puntata di "Pillole d'autore" è ricaduta su Dossi per la sua estrema vivacità intellettuale, più che apprezzabile tuttoggi; si sono preferite note di carattere aforistico e metaletterario, tralasciando le godibili ma più impegnative riflessioni linguistiche, cui si rimanda all'opera per eventuali approfondimenti.

(Edizione di riferimento: Carlo Dossi, Le note azzurre, a cura di Dante Isella, Adelphi, Milano 1988; con testo, prefazione, note e indici analitici a cura di Dante Isella)




1. Vi ha risposte che sono insieme una domanda - ottime a protrarre un discorso. E io invece, nelle mie risposte, pongo sempre punti; mai virgole né punti e virgola -.

17. O gente che scrivete per non essere capita, non sarebbe assai meglio taceste!

153. La cattedra ci apprende a disputare, non a vivere.

474. Con l'amor non si scherza. Molti che cominciano fingendo amore, ci restano poi colti davvero.

501. Vi ha gente che è sempre del parere dell'ultimo libro che legge.

1348. Un vanissimo letterato, passeggiando per la città, si vede addosso gli occhi di tutti, e lusingato, già gusta il reddito della celebrità. Ma, a casa tornato, e volto un ammiratore sguardo allo specchio, si accorge che lo guardavano tutti... per la sbottonata brachetta.

1675. Qual è la miglior lingua? - Leggo Shakespeare, e dico, è l'inglese - leggo Virgilio e dico "è il latino" - leggo Dante e dico è l'Italiano - leggo Richter, e dico, è il tedesco - leggo Porta, e dico è il milanese.-

1680. I bibliofili possessori di biblioteche di cui non volgono una pagina, si possono paragonare agli "eunuchi in un harem". 

2182. Si ama uno scrittore che parli ne’ suoi libri di sè, quando egli si limita a studiare il suo interno, perché allora studia insieme anche il nostro. Odioso invece è colui che non si occupa se non dell’esterno - il che non è noi.

2206. I dizionari vanno continuamente corretti come le carte geografiche. 

2328. Agli esami, i professori cercano più di far sapere allo scolare che loro sanno, che non di conoscere se lo scolare sappia.

2370. A scrivere io soffro. Ogni linea è per me un dolore. A chi è condannato a molto pensare, Dio avrebbe dovuto concedere, per lo meno, un paio di cervelli indipendenti fra loro, come concesse un pajo di braccia, affinchè l'uno potesse lavorare durante il riposo dell'altro. [...] La più parte degli scrittori hanno le parole e non i pensieri: io con i pensieri non ho la parola. 

2500. Era la prima farmacia della città: avea di che ucciderla tutta... 

2749. - E' un amore indegno di te - mi diceva Perelli a proposito di Ester - Sarà benissimo, rispondevo - Sarà fuoco di gelso, anziché di legna di rovere; ma ciò non diminuisce il bruciore - La mia vita è tutta pazzie. "Ma muta" mi si suggerisce - "Se muto" - rispondo - "sembrerò pazzo". E così, per non lo parere, seguito ad esserlo. - Il mio discorso è tutto cancellature. 
3354. Al fuoco della verità le obbiezioni non sono che mantici.

3608. Lo stile del giornalismo odierno è “forbice e colla”

3619. Scrivo troppo male per scrivere a te - dicevami la mia A. Ed io: t’amo troppo, per ricordarmi, leggendo le lettere tue, che c’è una sintassi e una ortografia.

3624. I voli dei moderni poeti sono voli di pollo e non di aquila.

3768. Il punto d’esclamazione è quel puntelletto senza il quale uno squilibrato periodo cadrebbe.

3978. L’intreccio in un libro genioso deve servire ad adescare dolcemente il lettore fino alla fine, non già a trarvelo tumultuariamente a corsa: - dee lasciargli cioè l’agio di osservare il paesaggio per cui passa... L’intreccio ha da essere una carrozza, non un vagone. - Nei libri invece cattivi è indispensabile che l’intreccio usurpi tutta l’attenzione del lettore e lo tragga a rotta di collo. Guai se il lettore ha tempo di meditar ciò che legge - Quanto allo stile non dev’essere d’impaccio al cammino del lettore, ma non deve neanche essere una sdrucciolina che lo conduca in un atimo e senza scosse alla fine - In un libro l’intreccio è il veicolo, lo stile è la via.

4525. Dicono alcuni che l’amore è il coito. Sarebbe come dire che il mangiare è il cacare. Certo che il cibo finisce, in parte, nel cesso - ma non si mangia pel cesso come non si fa all’amore pel coito, sebbene ci si finisca.

4818. E’ una repubblica, la letteraria, in cui ciascuno vuol essere re assoluto.

5317. Il galateo l’ho letto, ma non vi appresi che quando s’incontra un somaro in istrada, bisogna salutarlo - Ad un nuovo coinquilino che cerca d’entrare in subita relazione con noi “non mancherò di avere rapporti con Lei in caso d’incendio”.

5418. L’arte non imita, interpreta.


Selezione e nota introduttiva a cura di Gloria M. Ghioni

sabato 29 ottobre 2011

CriticaLibera - Le prose della crisi

Le prose della crisi
di Dario Orphée 
 

Numero 1.
Una mattina, il mio redattore chiama al cellulare e mi fa: so che stavi dormendo, ma ti devi alzare dal letto, perché c’è da scrivere un articolo molto importante. Ascoltami bene, rincoglionito, e prendi carta e penna. Mi sono rimasti gli ultimi centesimi. Hai sentito della crisi economica, no? Bene. Devi scrivere venti righe su questa crisi di m****. Non scrivere nemmeno un rigo in più, perché non te lo pago. Pochi minuti dopo, telefona nuovamente e fa: hai finito di scrivere l’articolo? Strappalo. Venti righe sono troppe. Non abbiamo i soldi per comprare l’inchiostro e dobbiamo risparmiare. Scrivine dieci. E non scrivere nemmeno un rigo in più, perché non te lo pago. Strappo l’articolo, sto quasi per iniziare il nuovo, ma il redattore chiama ancora e fa: cinque righe, cinque! E se l’articolo non è sulla mia scrivania tra un minuto, non ti pago. Mi corico e cerco di riprendere sonno. Il telefono squilla. È il mio redattore, che fa: mi serve un rigo, un rigo! Adesso! Dimmi una frase! Mi sono rimasti gli ultimi centesimi. Ci penso un po’. Poi dico: non bastano venti righe per parlare di questa crisi di m****. E il redattore, dopo qualche attimo di silenzio, fa: meraviglioso! L’indomani, il mio articolo di un rigo viene sistemato in prima pagina, sotto un mosaico di pubblicità colorate che pare lo vogliano soffocare. Chiama il mio redattore, che fa: hai visto che bel articolo? Secco! Senza la pubblicità non avremmo potuto stampare il quotidiano, perché non abbiamo i soldi per comprare l’inchiostro e dobbiamo risparmiare. Per oggi, puoi anche andartene a f******. Non ti posso pagare.

Numero 2.
Le giornate passano tra un tè e i crolli della borsa. Il cielo alterna il suo silenzio con nuvoloni grigiastri. Non si scrive più di altro: crisi è l’unica parola che ascolto dal cuore della gente. Ieri, subito dopo il tramonto, ha soffiato un vento molto freddo. Potevano esserci diciannove, diciassette gradi. Eppure, si rabbrividiva. Se l’insegna della farmacia non si fosse fulminata a causa del temporale, avrei saputo con esattezza la temperatura. Eravamo seduti a un bar, all’aperto. S******* pescò dalla sua borsa un foulard bellissimo: anche se è di seta, va bene, disse, e lo annodò intorno al collo. Sbandierando un capo del foulard da una mano all’altra, arrivava alle mie narici il suo profumo. Le dissi che mi piaceva, ma lei rispose che ormai questa fragranza poteva rimanere un ricordo: utilizzerò le boccettine che regalano allegate alle riviste di moda, mormorò. Poi, mi mostrò un piccolo quaderno. Alle pagine, ella aveva attaccato con la colla dei ritagli di giornale. Durante il suo soggiorno a Parigi, si era preoccupata di raccogliere tutti gli articoli sui suicidi causati dalla crisi. Tranne la prima pagina, che riportava la sua firma, e l’ultima, in cui trovai una mia vecchia poesia chissà come finita su L*********, il quaderno era pieno di disperazione. Lo chiusi e lo tenni tra le mani. Le chiesi se le andasse di bere qualcosa, e lei rispose: sì, grazie, l’importante che sia caldo. Le giornate passano tra un tè e i crolli della borsa. Il cielo alterna il suo silenzio con nuvoloni grigiastri. Non si scrive più di altro: crisi è l’unica parola che ascolto dal cuore della gente.

Dario Orphée

venerdì 28 ottobre 2011

Spazio Libero Cervantes | nessun limite eccetto il cielo


[Trecentosessantacinque]²
due anni di occupazione

edizione autoprodotta dallo
Spazio Libero Cervates


Si può acquistare presso i locali del Libero Spazio Cervantes
o del Circolo Durden di Catania.
Oppure a questo indirizzo: progettocervantes@libero.it








«Il Cervantes è un simultaneo di pensiero e azione. Una sincronia di teoria e prassi. Un coro a più voci, una suonata a più mani. Un unico. Una realtà politica perché nella Città. Un fronte culturale che straccia, produce e amplifica linguaggi. Un pacchetto umano, un esserci nel mondo»

Questo è un frammento estrapolato dal Manifesto politico-culturale (qui) dello Spazio Libero Cervates.
Una definizione politica ridotta all'osso, ricondotta alla sua matrice più immediata.
«Una realtà politica perché nella Città» - così leggiamo alla prima pagina di [Trecentosessantacinque]² , l'autopubblicazione prodotta dal Centro Sociale Spazio Libero Cervantes di Catania in occasione dei due anni di occupazione.

Trecentosessantacinque è «il sostrato culturale del progetto “Catania è Patria”, l'insieme d'iniziative che il Cervantes sta mettendo in opera per il rilancio civile, materiale e spirituale del capoluogo Etneo».

Appare come un catalogo che racconta attraverso immagini, opere, fotografie e fascinazioni le contaminazioni culturali, e i progetti passati e futuri, del centro sociale.

Il catalogo è tutto immaginato come la descrizione urbanistica di una geografia umana immaginaria.
«Dentro troverete una mappa di luoghi dedicati a degli eroi, a degli esempi. L'Ospedale Celìne e il Tribunale Borsellino. La palestra Mishima e la prefettura Mazzini. Ma anche un salto nei luoghi della desolazione come il carcere Bobby Sands o il cimitero Brassillach, esempio di come sa morire con dignità un uomo che ha sognato e vissuto un'idea [...]»
Una citazione si sussegue all'altra come tappe di un viaggio. E ogni luogo, ogni personaggio è una stella che indica la rotta, è un approdo ideale che dialoga con la cronaca testuale e fotografica di progetti sociali e di tutte iniziative dei ragazzi del Cervantes.











C'è di fondo uno spirito libero nell'interpretare e attraversare autori e fascinazioni anche molto distanti fra loro. Distanti, sì, o meglio distanziate da una critica e un giornalismo contemporanei sempre più ideologizzati, sempre più strumentalizzati.

Così, alcuni autori come Ezra Pound – come se per magia fossimo tornati all'eclettismo di Pasolini – possono ancora dialogare con delle riflessioni su Che Guevara: «Il Che altro non è che un Don Chichotte che per sbaglio ha letto Marx» (Fiammetta Pessa, da Il sacerdote rosso è vinto).

Oppure, sulla stessa onda, Trecentosessantacinque diventa un'occasione per rielaborare le polemiche intorno al 150° anniversario dell'Unità D'Italia. Quindi, riesumando la storia e lo spirito, non si ha paura di palare degli intrighi «che la massoneria mise in piedi con l'aiuto di Cavour, l'esercito francese, e il furto delle casse del Banco di Napoli per sviluppare il nord industrializzato riducendo il Sud al suo perenne stato di povertà, obliando la memoria dei ribelli borboni e trasformandoli in briganti». Ma, nello stesso tempo, le celebrazioni per un'Italia che «vuole essere uno stimolo, una scossa elettrica […] un faro di civiltà» vengono “salvate” dalle derive localistiche, federalistiche e reazionarie.

Un fucina d'idee quindi, che non guarda in faccia nessuno, ma segue senza pregiudizi una Pratica della politica a servizio di bisogni reali, concreti.
E così l'Idea precipita sempre nell'Azione.
E, sfogliando il catalogo ci si può imbattere in La città di Miguel – forse è lei ad aver ispirato i progetti e le rappresentazioni 3D della giovane architetto Giada Coppola (grafica a cura dell'Officina Central Diaz y Diaz) che illustra nei suoi lavori alcune possibili soluzioni per riorganizzare architettonicamente e logisticamente un Centro Sociale, in armonia con l'ambiente e con i bisogni della comunità. Potete "visitare" il progetto in un video 3D a questo link.


Un parte dello studio dell'architetto Giada Coppola
(grafica a cura dell'Officina Central Diaz y Diaz)






O, ancora, le divagazioni sulle architetture novecentesche potrebbero commentare Contro il Degrado, il titolo delle operazioni di bonifica che i ragazzi dello Spazio Libero Cervantes hanno intrapreso all’interno del “Parco Gandhi” (qui), e del “Parco Horacio Majorana” (qui).

Così si racconta Cervates. Racconta due anni di occupazione, due anni di attività per la valorizzazione del territorio, due anni di azioni sociali partecipative: una palestra, una biblioteca organizzata e indicizzata, una sala concerti, una radio, un dopo scuola...








Ma il Cervates non è certo una voce nel deserto.

La cultura della destra giovanile ha attraverso profondi cambiamenti negli ultimi anni, allontanandosi drasticamente dai vecchi paradigmi novecenteschi, e continuando a raccogliere partecipazione e consensi sempre più ideali, e sempre meno ideologici, sempre più attivi e sempre meno attivisti, nonché rigorosamente al di fuori della logica dei partiti.
Ne è testimonianza il crescente successo dell'Associazione Casa Pound Italia.

Solo per dare qualche imput sull'argomento, ricorderei qui il discusso articolo, del 31 Ottobre 2008, di Pietrangelo Buttafuoco su Panomara, Il lato D della protesta. Quelli del Blocco studentesco (qui); fino al recente Nessun dolore - Il romanzo di CasaPound (Rizzoli 2010) di Domenico Di Tullio, avvocato penalista e scrittore romano (qui una recensione).
O ancora, un intervento, del 18 ottobre 2010, a firma di Fernando Massimo Adonia, su SUD, un noto free press catanese (qui).

In questo orizzonte potremmo identificare il lavoro del Centro Sociale Cervantes.

L'orizzonte di una Giovinezza al potere che «non è xenofobia, spazzatura estremista, minutaglia da tristo nostalgismo. Non è neppure parentela con Forza nuova, con Fiamma tricolore, né con i residui dei fuorusciti della Destra o di An. Nulla c’è che riguardi la bottega della politica. È piuttosto una malattia allegra che conquista i ragazzi di una città che non è solo quella raccontata dai figli di papà, ma anche quella non conforme rispetto alle ideologie e ai cappelli dell’egemonia culturale della sinistra». (Pietrangelo Buttafuoco, Panorama, 31 Ottobre 2008)

Riccardo Raimondo







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TRECENTOSESSANTACINQUE si può acquistare:

a Catania presso i locali dello Spazio Libero Cervantes (via Santa Sofia,) e al Circolo Durden (via San Gaetano, 22).
oppure per e-mail a questo indirizzo: progettocervantes@libero.it
Il costo è di 10 euro



giovedì 27 ottobre 2011

Editori in ascolto - Galaad Edizioni


Editori in ascolto
- con Paolo Ruggieri e Paola Vagnozzi per la Galaad Edizioni -


Quando è nata la vostra casa editrice e con quali obiettivi?
La Galaad Edizioni è nata nel settembre 2006 ma l’attività editoriale vera e propria è iniziata negli ultimi mesi del 2007. Gli obiettivi di allora erano gli stessi di oggi: pubblicare libri che riflettano i nostri gusti letterari e la nostra linea editoriale.
 
Come è composta la vostra redazione? Accettate curricula?
La redazione è formata da me e da Paola Vagnozzi, che siamo anche i soci fondatori della casa editrice. Naturalmente ci avvaliamo dell’apporto di una serie di collaboratori esterni, editor, traduttori, revisori, illustratori e così via. Certo che accettiamo curricula.
 
Qual è stata la vostra prima collana? E il primo autore?
La nostra prima collana è stata Lumina Mundi, nella quale abbiamo pubblicato Il risveglio di Kate Chopin.

Se doveste descrivere in poche parole il vostro lavoro editoriale, quali parole usereste?
Curiosità, passione, impegno, voglia di migliorare, umiltà.

A distanza di cinque anni dalla fondazione della vostra casa editrice, quali obiettivi ritenete di avere raggiunto e a quali puntate? Abbiamo conquistato una certa visibilità, abbiamo pubblicato libri che ci piacciono e nei quali ci riconosciamo conquistando la stima e la fiducia dei loro autori e di gruppi sempre più vasti di lettori affezionati. Erano esattamente questi gli obiettivi che ci eravamo posti per il nostro primo quinquennio di attività. In futuro i nostri sforzi saranno finalizzati a crescere ulteriormente nella qualità dell’offerta editoriale e a consolidare le nostre posizioni sul piano delle vendite.

Un libro che vi è rimasto nel cuore e che continuerete a riproporre al vostro pubblico.
Il primo libro è come il primo amore, non si dimentica mai. Quindi direi Il risveglio di Kate Chopin.

Come vi ponete nei confronti delle nuove tecnologie?
Siamo interessati al mercato dell’e-book. E così nei prossimi mesi alcuni nostri titoli verranno proposti anche in versione e-book.

Cosa pensate delle mostre-mercato del libro? Hanno accusato forti cambiamenti negli ultimi anni?
In questi quattro anni abbiamo scelto di partecipare solo a mostre di piccola e media dimensione, che giudicavamo più adatte a noi. Finora non siamo mai andati a Roma né a Torino, ma in futuro rimedieremo a questa assenza. Che dire? Per quanto riguarda le fiere alle quali abbiamo partecipato, l’impressione è che attraggano sempre meno visitatori attenti e interessati, ma anche qui bisognerebbe distinguere caso per caso, ogni fiera è una storia a sé, almeno per noi. Comunque, confrontandoci anche con l’esperienza di altri editori più “navigati”, abbiamo percepito un calo progressivo e costante nell’affluenza che credo possa essere attribuito a molti fattori, non ultimo il fatto che c’è stata una proliferazione incontrollata di questo tipo di manifestazioni – quanto meno è questa l’idea che ci siamo fatti, considerata la quantità di richieste di partecipazione che ci giungono da ogni angolo della penisola.

Come vi ponete nei confronti dell’editoria a pagamento e del print on demand?
Il discorso sarebbe lungo e bisognerebbe fare troppi distinguo. Ciò che mi sento di dire è che gli autori che pubblicano con Galaad Edizioni non tirano fuori un centesimo e sottoscrivono un regolare contratto di edizione. Questo è il percorso che avevamo scelto sin dall’inizio e, nonostante le ovvie difficoltà, continueremo su questa strada.

Ritenete che il passaparola informativo, tramite blog o siti d’opinione, possa influenzare il mercato librario? E la critica tradizionale?
Se i blog o i siti letterari riescano a influenzare il mercato librario e in che misura sinceramente non lo so, non sono riuscito a farmi un’idea. Per quanto ci riguarda, nel nostro catalogo ci sono titoli che sono andati a gonfie vele anche se non ne ha parlato nessuno e altri che, pur avendo ricevuto abbondanza di commenti e recensioni in rete, hanno avuto riscontri di vendita molto inferiori alle aspettative.

Pubblico: quali caratteristiche deve avere il vostro lettore ideale?
Non esiste un lettore ideale. Quando abbiamo iniziato questa attività avevamo senz’altro in mente un lettore che condividesse i nostri interessi e le nostre passioni letterarie. Ora non saprei.

Un aspirante scrittore può proporvi i propri manoscritti? Come deve fare? Sono graditi consigli!
Certo. Basta visitare il nostro sito, www. galaadedizioni.com, e seguire le poche semplici regole che abbiamo esposto alla voce “Invio manoscritti”.

Avete un sassolino nella scarpa o un piccolo aneddoto da raccontarci circa la vostra casa editrice?
Avrei un’infinità di aneddoti da raccontare, alcuni molto gustosi. Si va dall’aspirante scrittore che ci bombarda con mail del tipo: “Ho appena iniziato a scrivere un romanzo così e cosà. Vi interesserebbe pubblicarlo?” a quelli che sulla busta che contiene il manoscritto riportano il nome della casa editrice con due elle e via dicendo. Quando abbiamo chiesto i diritti di traduzione dell’autobiografia di Andy Summers al suo agente letterario eravamo sicuri di ricevere un bel no secco, invece siamo stati subito presi in considerazione, abbiamo pubblicato il suo memoir e ora siamo diventati amici virtuali: ci scambiamo un sacco di mail, e abbiamo scoperto che questo grandissimo musicista è un tipo veramente simpatico e disponibile.
 

Qual è il vostro ultimo libro in uscita? Lo consigliereste perché…
Consiglierei i due ultimi romanzi che abbiamo pubblicato nella collana La Quercia e Il Tiglio, Il mare immobile di Valentina Ferri e Il crocifisso di Leonardo Marini, molto diversi tra loro ma entrambi coinvolgenti e ben scritti. Il primo racconta una vicenda di abusi su una bambina con un’intensità emotiva e una maturità stilistica che ci hanno colpito sin dalla prima lettura. Nel Crocifisso, invece, il protagonista Alessio Parisi si converte al cattolicesimo, innescando una serie di eventi dall’esito imprevedibile: il crocifisso diventerà la sua trasgressione, la sua menzogna, il suo adulterio, il suo segreto, il suo amore proibito.

Volete preannunciarci qualche obiettivo per il vostro futuro?
Un po’ l’ho già anticipato nelle altre riposte: consolidare le nostre posizioni sul piano della promozione, della distribuzione e delle vendite è la nostra priorità immediata.

Se vi fosse concesso di tornare indietro, scegliereste ancora di fare gli editori?
E’ un lavoro difficilissimo e il periodo storico non è dei migliori, ma la mia risposta è sì. Assolutamente sì.
 
Intervista a cura di Gloria M. Ghioni
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Visita il sito della casa editrice: clicca qui

mercoledì 26 ottobre 2011

Da quei bravi ragazzi che si sono inventati Pearl Harbor

Da quei bravi ragazzi che si sono inventati Pearl Harbor
di Jerry Della Femmina
Bur - 335 pagine - 12,50 euro


Forse avrei dovuto aspettarmelo da un libro che parla di pubblicità e pubblicitari, che fosse venduto bene, ma ci sono proprio cascata in pieno. Quando ho preso fra le mani il libro di Jerry Della Femina e letto lo strillo Il libro di culto che ha ispirato Mad Men ho immaginato Don Draper, e Roger Sterling (soprattutto l'affascinante Roger Sterling), l'America degli anni cinquanta e tutto quello che fa loro da contorno.
Certo non mi aspettavo di ritrovare nomi, luoghi e situazioni, ma qualcosa di simile si, qualcosa anche, e forse qui l'errore è mio, di narrativo, descrittivo, che sapesse rendere quella società e  quel lavoro.
Inutile dirvi che mi ero sbagliata: Da quei bravi ragazzi che si sono inventati Pearl Harbor è una raccolta di aneddoti, probabilmente veri, ma niente di più. Dal particolare non si passa mai al generale, al racconto di costume, al quadro sociale. Non si arriva neanche ad un discreto approfondimento dei personaggi, dei loro caratteri. Il protagonista è un pubblicitario, il prototipo, e i pubblicitari sono presentati come uguali, interscambiabili, funzionali al racconto minuto, all'aneddoto appunto, incapaci per questo di generare simpatia e affetto.
Col senno di poi non mi stupisce che la strategia di marketing si sia orientata sull'esterno, sulla serie televisiva (Mad Men, prodotta per AMC, giunta per il 2012 alla sua quinta stagione) che, soprattutto in America, ha raggiunto il successo forse proprio perché ha saputo fare quel passo in più.
Nel complesso la sensazione che lascia questo libro è di occasione sprecata e, nel descriverlo, potrei utilizzare la locuzione preferita di tutte le maestre della storia: non che non sia intelligente, è che non si applica.
In compenso le 335 pagine si leggono proprio in fretta, se avete un pomeriggio in più da passare davanti al camino.

 Il cast di Mad Men (2007-) la serie tv liberamente ispirata al romanzo di Della Femmina

martedì 25 ottobre 2011

Patrizia Poli, Signora dei filtri

Signora dei filtri
di Patrizia Poli
Ilmiolibro.it, 2009

La vicenda di Medea, di Giasone, di Orfeo, degli Argonauti, dell’oro di Eeta, della Grecia arcaica: questo il materiale narrativo con cui si confronta il romanzo di Patrizia Poli. Ho scritto vicenda e non mito perché la storia narrata, i personaggi e gli ambienti sono ricostruiti a partire dal basso, dalla quotidianità, e risultano così plausibili, così vicini al comune sentire, vivere, gioire e soffrire da perdere ogni solennità mitica. E anche il soprannaturale che il mito tramanda è ridotto al senso comune, alle possibilità insite nella razionalizzazione del mito stesso, in un percorso inverso a quello dell’immaginazione mitologica. Patrizia Poli riesce nell’impresa di ri-umanizzazione del mito senza però la spocchia del razionalista, senza l’ironia o la supponenza del materialista, rispettandolo e riportandolo ad un naturalismo di stampo lucreziano, tutt’altro che arido. Solo per fare un esempio: il soprannaturale del passaggio nel regno dei morti di Orfeo e della definitiva perdita di Euridice è derubricato a sogno dello stesso Orfeo, il che però non vuol dire che il suo dolore, il senso di un vuoto incolmabile non siano reali e non abbiano conseguenze concrete nell’animo del personaggio.
Sul piano dell’espressione, la cifra stilistica del romanzo è l’equilibrio: equilibrio linguistico – si tratta di una lingua piana, precisa, non ricercata, senza fronzoli; equilibrio compositivo – la linearità cronologica e la puntuale determinazione spaziale non sono mai abbandonate, se non nel brevissimo (e bellissimo) prologo; equilibrio retorico – le figure non sono ingombranti, non assorbono nell’immagine o nel gioco di parole il significato, non rubano l’attenzione del lettore; equilibrio sintattico – la frase di Patrizia Poli non è deliberatamente paratattica (secondo il riprovevole costume attuale che fa della semplicità manierata il dito dietro cui nascondere il vuoto di contenuti) né raffinatamente ipotattica, non affida, cioè, ai meandri del pensiero o dell’analisi il contenuto da comunicare, è, bensì, una frase semplice che descrive dall’esterno, come occhio-che-guarda; equilibrio diegetico – la narrazione si sviluppa alternando la voce del narratore onnisciente, i dialoghi, l’indiretto libero dei personaggi e il diario di Orfeo, assicurando in questo modo anche la varietà di toni e di punti di vista, ovvero quella coralità che è una delle proprietà letterarie più peculiari dell’autrice. Ed è proprio nel contrasto tra l’equilibrio espressivo e la materia narrata, quant’altre mai frutto del disequilibrio, dell’eccesso, della follia, a segnare la riuscita letteraria del romanzo.
Da un lato, la materia narrata non deborda, non si fa grido inarticolato, non stravolge nell’enfasi o nella svenevolezza l’espressione, dall’altro, la stessa espressione, ammettendo increspature, effrazioni alla pura comunicazione, non cancella quanto d’incomunicabile, d’irrazionale e irriducibile la materia narrata comporta. Sotto l’equilibrio si avverte la profondità, l’abisso, la resa alle forze irrazionali, comunque in qualche modo operanti nell’agire dei personaggi (e di ognuno di noi). Si tratta d’increspature, di emersioni appena percettibili, sulle quali l’autrice non indugia, quasi di fenditure inappianabili che testimoniano lo sforzo, la tensione per trattenere contenuti psichici che metterebbero a repentaglio l’assunto comunicativo e narrativo. Nel prologo Medea, ormai bandita dal consorzio umano, sola in un’isola deserta, dice
“So quando la fame è in agguato dietro un cespuglio, e quando la preda smette di dibattersi, quasi un sollievo, e si arrende”. 
Quasi un sollievo… (al riguardo vorrei notare che anche qui, come nel Respiro del fiume – l’altro romanzo di Patrizia Poli che abbiamo recensito sul nostro sito -, è rappresentata una scena di suicidio dalle caratteristiche molto simili: il placido e imbelle scivolamento dal dolore, vivo e crudele e immeritato, alla morte) E ancora di Medea:
“Era la sua disgrazia, accorgersi di tutto, avvertire ogni vibrazione, intuire i pensieri della gente e l’ostilità che la circondava. Era sempre stato così, da quando ricordava, e ne aveva molto sofferto, senza mai farne parola con nessuno, per orgoglio, per non mostrare debolezza”. 
Come dire: l’eccesso di odio e d’amore, la follia dell’incantatrice, della Signora dei filtri (farmaci o veleni, non pozioni magiche) ha un’origine non dissimile da quella del diverso, dell’artista, di chi potrebbe diventare la Signora della scrittura. Insomma quell’equilibrio, quella scelta comunicativa e narrativa sono anche la trasfigurazione artistica – letteraria, nello specifico – delle forze che potrebbero squassarlo. È, alla fine, il consentimento alla scoperta della costante compresenza e di una comune origine dei contrari: chiaro e scuro, solarità e lunaticità, vita e morte.
Ah, dimenticavo. Signora dei filtri è un libro autopubblicato, ovvero poco più (non me ne voglia l’autrice) di un dattiloscritto affidato ai capricci ondivaghi della Rete. Io credo che meriti qualcosa di più: ad esempio un editore che dica al pubblico: “comprate e leggete questo libro, ne vale la pena, io stesso ci ho scommetto qualche soldino”.
Orsù, editori - piccoli, medi o grandi – date, o fate dare, un’”occhiata” a questo romanzo, chissà che…

Paolo Mantioni

lunedì 24 ottobre 2011

The Language Show Live




THE LANGUAGE SHOW LIVE
CriticaLetteraria alla “fiera delle lingue” di Londra
a cura di Serena Alessi


Nel weekend del 21-23 ottobre Londra si è trasformata nell’Eldorado di tutti gli appassionati delle lingue. Alla National Hall di Olympia si è svolto, infatti, il Language Show Live 2011, un evento internazionale dedicato a insegnanti, apprendenti, traduttori e interpreti.
Giunto alla sua XXIII edizione il Language Show Live ha proposto ai suoi visitatori oltre 160 stand, seminari e lezioni di lingua, oltre a una Careers Zone dove chi era alla ricerca di un impiego nel settore delle lingue ha potuto usufruire di consulenze specifiche e lasciare il proprio CV. Un evento che ha colpito per la perfetta organizzazione e per la vasta risonanza che ha avuto in tutta l’Inghilterra.
Molti i seminari sulla traduzione e l’interpretariato, sulle tecniche per diventare un successful freelance translator e su come queste professioni si stanno velocemente evolvendo nel loro affrontare i problemi dell’ economic downturn. I visitatori hanno anche avuto la possibilità di vivere una simulazione di interpretazione simultanea in cabina: una divertente occasione che lo show ha fornito per misurarsi con le difficoltà (spesso sottovalutate) di questa professione.
Probabilmente i veri protagonisti di questo evento sono stati gli insegnanti: è a loro che si è rivolta la maggior parte dei seminari. Sono venuti da ogni parte dell’UK: insegnanti di lingue straniere, insegnanti di inglese, docenti universitari e assistenti di lingua, per confrontarsi ed ascoltare esperti di tutto il mondo parlare di nuove metodologie didattiche e tecniche di insegnamento. Dagli approcci più disparati come il learning languages through sport ai consigli per rendere le lezioni di grammatica più appetibili per i giovani studenti, lo show ha offerto una pluralità di argomenti e i visitatori possono ritenersi nel complesso soddisfatti e piacevolmente divertiti. È innegabilmente mancato un più adeguato approfondimento delle tematiche trattate, che tutto sommato erano adatte ad un pubblico generico e non agli “specialisti del mestiere” che gremivano le sale. Fortunatamente ci sono state delle piacevoli eccezioni: è stato a dir poco originale e sicuramente inaspettato, ad esempio, l’intervento della professoressa Helen Myers che ha illustrato gli enormi vantaggi dell’uso di Second Life e dei mondi virtuali nell’insegnamento delle lingue straniere.
 
Ovviamente non si parla solo di insegnamento, ma anche di apprendimento delle lingue: varie le lezioni di memory techniques, dove si esaminano le strategie da adottare per una più rapida ed efficace acquisizione linguistica. C’è anche la possibilità di seguire delle lezioni di lingua: taster classes gratuite per tutti coloro che vogliono affacciarsi a una nuova esperienza linguistica e intensive classes a pagamento per chi vuole fare una vera full immersion.
Ma al Language Show Live si parla anche dei problemi del bilinguismo, di blog linguistici e di experiential learning, e tra un assaggio gastronomico e una perfomance di flamenco si ha l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con gli altri visitatori e di informarsi su corsi di lingua e vacanze studio all’estero. Non mancavano infatti i banchi espositivi delle scuole di lingua, istituti di cultura e università, che hanno saggiamente visto nell’evento londinese un’opportunità unica per farsi conoscere e per promuovere la loro lingua e i loro corsi. Ed è stato un vero peccato e un’occasione mancata non vedere accanto all’Instituto Cervantes e al Goethe Institut neanche uno stand della Società Dante Alighieri o dell’Istituto Italiano di Cultura a Londra. Noi amanti della lingua italiana speriamo nella XXIV edizione del Language Show Live.

Serena Alessi

Tredici cadenze: occasioni poetiche nel segno del "glocale"


TREDICI CADENZE
Giovani poeti in Pavia 
AA.VV.

PuntoaCapo Editore, 2011

prefazione di Gianfranca Lavezzi



Questo è un periodo buio per l'editoria. Soprattutto per l'editoria poetica. (Ho avuto il piacere e la presunzione di sciorinare una polemica qui). Vediamo e abbiamo visto sorgere “Antologie generazionali” che vorrebbero descrivere nuovi imprinting estetici, nuove tendenze, nuovi orientamenti.
Ma si sa che queste operazioni, almeno quelle che contano, sono sempre pilotate e manipolate: gli editori e i critici letterari usano le pubblicazioni proprio come farebbe il peggiore politico con i suoi giochi di clientele.

E allora perché recensire un'ennesima antologia poetica?

Perché in questo marasma ci sono ancora dei progetti editoriali che, a mio avviso, hanno un peso specifico, rappresentano qualcosa, significano qualcosa.
Al di là delle geometrie dei miserabili poteri editoriali, «aggiungono un valore nient'affatto banale e invece peculiare» (dalla prefazione) al panorama poetico italiano.
Un valore parziale, certo, ma rappresentativo.

In particolar modo – e questo è un dato che redime tonnellate di carta straccia – Tredici cadenze. Giovani poeti in Pavia è un'antologia territoriale, glocale. Perciò, le dinamiche alla base di questo lavoro editoriale sono soggiaciute alle semplici categorie di spazio e tempo, lontanissimissime da giochi di potere e favoritismi grotteschi.
«La storia di quest'antologia è singolare […] Nasce da un'amicizia a più voci caratterizzata e nutrita dalla comune passione per la poesia, che porta alla costituzione di un vero “gruppo di poesia”, il quale da alcuni anni si incontra periodicamente, senza ambizione di creare una “scuola”, ma con la volontà di dare voce al fermento poetico “sotterraneo” di Pavia» 
Così la Prof.ssa Gianfranca Lavezzi apre la sua introduzione, in modo molto aperto, es-soterico, incisivo. Non c'è stata una selezione all'ombra di un retrobottega editoriale, per comporre quest'antologia... Nasce, piuttosto, da un'occasione reale, un'occasione di vita che testimonia la vita: la città, Pavia, un gruppo di poeti.

Mi sentirei in imbarazzo a presentare qui l'antologia e i tredici poeti, sostituendomi al discorso introduttivo della Prof.ssa Lavezzi. Così, dopo questo mio commento iniziale, preferisco dare voce alla prefatrice:

«Apre la silloge Roberto Bonacina, il quale conferma la sua abilità nell'intersecare i piani temporali […] unisce il passato (“Un minuto di voce di madre / traghettava nel muto del sognare”) al presente (i pensieri “nel presente / vivono accanto, seduti sulla sedia”) e al futuro»

«I versi di Alessandro Castagna puntano all'autoriflessione, al rapporto vita – letteratura talvolta provocatoriamente sbilanciando verso la prima (“Ma per sentirmi più sicuro / ho dato fuoco al mio rifugio; / mi sono abbandonato sulle cose»

«Di Virginia Fabrizi […] notevole nei suoi versi la sua visionarietà, inquietante (“È terribile quando le parole crollano”)»

«Di Dario Bertini ritroviamo qui […] la vita che “si nasconde del suono capovolto” dei vuoi ti bottiglia abbandonati all'alba sui marciapiedi; o i “fuochi della sera” che “sembrano lampi del tuo riso»

«Nella lirica di Davide Castiglione […] [si apprezza] la meditata lucidità della riflessione poetica (“Ti si vorrebbe radice, terra musicata, / verbo coniugato alla terra / e invece / ti svesti in un dissidio inerte, / poesia”). L'intellettualizzazione non è mai fine a sé stessa, il gioco di parole – anche concettoso – non è mai gioco d'artificio ma spunto per una meditazione più vasta»

«Di Vanessa Navicelli: emblematica la leggerezza ironica di una divertente filastrocca come Antonio, addio!, dove il protagonista da “ragazzo simpatico e carino” si trasforma, per un crescente eccesso di romanticismo, in un “immane cretino”.»

«I versi di Enrico Barbieri nascono da un difficile equilibrio tra il senso rassicurante e tragico delle proprie radici […] e la consapevolezza della solitudine: “Siamo molto soli / senza parenti, amici o amanti / scriviamo biglietti / da appendere all'albero, per i giorni / che verranno senza cambiamenti / differenze, speranze”.»

«Di poesia civile possiamo a pieno diritto parlare per Barbarah Guglielmana, che ci offre immagini di forte pregnanza come il “viso di una donna / screpolato al sole della vita”.»

«Quella di Marco Ferrari Piccinnini è una poesia densa di parole e immagini, che predilige […] la valorizzazione simbolica degli oggetti: […] “il braccio delle vecchie meridiane” che “distacca le ore / dall'ombra del sole”.»

«Le liriche di Costanza Gaia hanno attacchi forti, di grande effetto, come “Mi piace masticare / notte” o “Sento la mia voce raccontare / ad un buio che non fa rumore” [...]»

«Giacomo Franceschi Lombardi è particolarmente attento al paesaggio del suo Piemonte, disegnato con maturità stilistica notevole in rapporto alla giovane età del poeta […] con delicata e sentimentale adesione alla memoria dei “vecchi”: “È un mese con la erre il mese di Aprile: / fa male (così i vecchi dicono) il sole. / Ma scoprire la pelle al primo tepore, / obliquo, / sulle luminose panchine di un modesto riverbero, / che restano tiepide solo per poco, / il placido sgarbo all'antico proverbio.»

«[Chiude] Silvia Patrizio […] riesce a filtrare una materia dolorosamente arsa e incandescente con uno stile misuratissimo, di rara efficacia […] [come] in questa Istantanea: “Non ha promesse la memoria / solo rami che spezzano il paesaggio / coi loro voli esausti”.»

Riccardo Raimondo

domenica 23 ottobre 2011

Pillole d'autore: Marguerite Yourcenar, Fuochi

Conosciamo tutti Marguerite Yourcenar (1903-1987), francese di origine belga, per il suo grande capolavoro: il romanzo Memorie di Adriano (1951). Con esso ha consegnato alla storia letteraria un autoritratto spirituale - al contempo imponente e cesellato, ma dotato, soprattutto, di struggente intensità - del grande imperatore Adriano, membro della dinastia degli Antonini e di un'epoca in cui la romanità comincia a presagire l'insorgere della propria decadenza. Tributo all'amore per la lingua e la civiltà greca, Memorie di Adriano è la punta di diamante di una ricca e variegata produzione letteraria, che trae ispirazione dalla profondissima cultura della Yourcenar (precoce traduttrice di Virginia Woolf, comparatista e acuto critico letterario) e dalla sua altrettanto profonda sensibilità (basta scorrere i suoi dati biografici: inesausta viaggiatrice, innamorata dell'Italia, esploratrice di luoghi selvaggi e solitari, eremita della letteratura e ultima grande aristocratica della narrativa francofona).
Feux (1936), l'opera da cui abbiamo scelto i passi che seguono, è probabilmente la più rarefatta e insieme autobiografica della Yourcenar. Ma come per il suo più grande e indimenticabile personaggio, Hadrièn, l'io frantumato e molteplice di Fuochi è iperstorico e iperletterario, riflette su se stesso e sull'amore come un oracolo che cerca di spiegare una profezia dopo che questa si è avverata, come un Giovanni che vuole interpretare i segni dell'Apocalisse dopo che questa ha ormai cancellato il mondo e la storia. L'amore si codifica e, codificandosi, parla oltre il tempo e lo spazio. La "crisi passionale" (così in Prefazione) che ispirò l'opera si trova quindi trasfigurata: ascoltiamo i monologhi di Fedra, di Antigone, di Maria Maddalena, di Clitennestra, di Saffo, ma, come nei Dialoghi con Leucò di Pavese - opera pubblicata dodici anni dopo, in tutt'altro contesto letterario, ma come affratellata da una spiritualità comune e da un comune dolore - le parole si sottraggono al narrativo e al contingente.  L'edizione italiana (Bompiani, 1986) ha anche un valore aggiunto: la Yourcenar ha avuto una traduttrice del calibro di Maria Luisa Spaziani. Sarà prosa lirica, o prosa d'arte che dir si voglia, ma della miglior specie.


Non darsi più, è darsi ancora. Significa dare il proprio sacrificio.
Nulla di più improprio dell'amor proprio.
Il delitto del pazzo è quello di preferirsi. Quest'empia preferenza mi ripugna in quelli che uccidono e mi spaventa in quelli che amano. La creatura amata non è più, per quel genere di avari, che una moneta d'oro su cui artigliare le dita. Non è più di un dio: è appena una cosa. Mi rifiuto di fare di te un oggetto, quand'anche fosse l'Oggetto Amato.
L'unico orrore è di non servire. Fai di me ciò che vorrai, uno schermo magari, magari del metallo buon conduttore. Tu potresti sprofondare in blocco in quel nulla dove scompaiono i morti: io mi consolerei se tu mi lasciassi l'eredità delle tue mani. Soltanto le tue mani sopravvivrebbero, scisse da te, inesplicabili come quelle degli dei di marmo diventati polvere e calce della loro stessa tomba. Sopravvivrebbero ai tuoi atti, ai corpi miserabili che hanno accarezzato. Non servirebbero più da intermediarie fra le cose e te: sarebbero mutate loro stesse in cose. Ridiventate innocenti, dal momento che non ci saresti più tu a farle tue complici, tristi come levrieri senza padrone sconcertate, come arcangeli a cui nessun dio dirami più ordini, le tue mani inutili riposerebbero sulle ginocchia delle tenebre. Le tue mani aperte, incapaci di dare o di prendere una gioia qualsivoglia, mi avrebbero lasciata cadere come una bambola rotta. Io bacio, all'altezza del polso, quelle mani indifferenti che la tua volontà non scosta più dalle mie; accarezzo l'arteria azzurra, quella colonna di sangue che un tempo sorgeva incessante come lo zampillo di una fontana dal suolo del tuo cuore. Con brevi singhiozzi soddisfatti io abbandono il capo come nell'infanzia fra quelle palme piene di stelle, di croci, di precipizi di ciò che fu il mio destino.
Non ho paura degli spettri. I vivi sono terribili soltanto perché hanno un corpo.
Non esistono amori sterili. Le precauzioni non servono a niente. Quando ti lascio, il dolore sta al fondo del mio essere come una specie di orribile figlio.

Ho conosciuto dei giovani che venivano dal mondo degli dei. I loro gesti facevano pensare alle traiettorie degli astri; non ci si stupiva che il loro duro cuore di porfido fosse insensibile; se tendevano la mano, la rapacità di quei mendicanti squisiti era un vizio da dei. Come tutti gli dei, rivelavano inquietanti parentele con i lupi, gli sciacalli, le vipere: ghigliottinati, avrebbero assunto l'aspetto livido dei marmi decapitati. Certe donne, certe fanciulle provengono dal mondo delle Madonne: le peggiori allattano la speranza come un figlio promesso alle crocifissioni future. Alcuni miei amici provengono dal mondo dei saggi, da una sorta di India o di Cina interiore: l'universo intorno a loro si dissipa in fumo, accanto a quei freddi stagni in cui si rispecchia l'immagine delle cose, gli incubi si aggirano come tigri addomesticate. Amore, mio duro idolo, le tue braccia tese verso di me sono vertebre di ali. Ho fatto di te la mia Virtù; in te accetto di vedere una Dominazione una Potenza. Mi affido a quel terribile aereo alimentato da un cuore. La sera, in quegli antri malfamati dove ci trascinavamo insieme, il tuo corpo nudo sembra un Angelo incaricato di vegliare sulla tua anima.
Mio Dio, rimetto il mio corpo fra le tue mani.
Si dice: pazzo di gioia. Si dovrebbe dire: savio di dolore.
Possedere è l'equivalente di conoscere: la Scrittura ha sempre ragione. L'amore è stregone: sa i segreti, è rabdomante, sa le sorgenti. L'indifferenza è guercia, l'odio è cieco; incespicano a fianco a fianco nel fossato del disprezzo. L'indifferenza ignora; l'amore sa; va compitando la carne. Bisogna godere di una creatura per aver l'occasione di contemplarla nuda. Ho dovuto amarti per capire che la peggiore o la più mediocre delle persone umane è degna di ispirare lassù l'eterno sacrificio di Dio.
Sei giorni fa, sei mesi fa, erano sei anni allora, e fra dieci secoli... Ah! morire per fermare il Tempo...

L'amore è un castigo. Veniamo puniti per non essere riusciti a rimanere soli.
Bisogna amare un essere per correre il rischio di soffrire per lui. Bisogna amarti molto per rimanere capace di soffrirti.

Non posso impedirmi di vedere nel mio amore una forma raffinata di dissolutezza, uno stratagemma per passare il tempo, per negare il Tempo. Il piacere compie in pieno cielo un atterraggio forzato, nel folle stridore meccanico degli ultimi sussulti del cuore. In volo planato, vi sale la preghiera; l'anima vi trascina
il corpo nell'assunzione dell'amore. Perché sia possibile un'assunzione, ci vuole un Dio. Tu hai quello che ci vuole di bellezza, di accecamento e di esigenze per sembrare un Onnipotente. In mancanza di meglio, ho fatto di te la chiave di volta del mio universo.

Ho ritrovato il vero senso delle metafore dei poeti. Mi sveglio ogni notte nell'incendio del mio stesso sangue.

introduzione e selezione di Laura Ingallinella

sabato 22 ottobre 2011

CriticaLibera - Oscar Wilde critico. In due punti



Primo punto. Dialogo.
Monte pellegrino, ore: 05:30 a.m. Il sole, che sta per sorgere, illumina debolmente il golfo di Palermo. Un uomo sulla quarantina, un giornalista, con “Il critico come artista” tra le mani si dirige verso il punto più alto del Monte, dove lo attende Oscar Wilde. I due si incontrano e, dopo i saluti, ha inizio una conversazione.
Giornalista: La ringrazio per la disponibilità, ma perché ha voluto che ci incontrassimo qui?
Wilde: Ritengo che l’alba alle sue spalle le stia rispondendo.
L’uomo si volta. Rimane qualche attimo ad osservare l’orizzonte, smarrito. Poi, ritorna in se stesso ascoltando questa domanda.
W: Ha letto il mio libro?
G: Sì.
W: Non voglio sapere se il testo le è piaciuto, né che tipo di recensione scriverà sul quotidiano; piuttosto se esso avrà un giorno la possibilità di diventare il testo canonico dei critici artistici e letterari.
G: Prima di rispondere, vorrei che mi aiutasse a risolvere un dubbio: era così necessario trasformarsi in personaggi di una recensione-dialogo, nonostante nel suo libro (cioè l’edizione italiana oggi nelle librerie) ve ne sia una di grande qualità, come quella di Silvio Perrella, che, inoltre, ritengo insuperabile?
W: Non saprei. Siamo frutto della fantasia dell’autore di questa recensione. Tuttavia, non c’è nulla di male nel dialogare.
G: Questo mi fa sorridere: Ne “Il critico come artista”, lei riflette tanto sull’importanza dell’immortalità nell’arte. Si contraddice?
W: Adesso è lei che mi fa sorridere: nel libro ho scritto anche che il critico è irrazionale; non ricorda? Dunque, come la mettiamo?
L’uomo, perplesso, cerca nel vuoto una risposta.
W: Voglio aiutarla. La critica è più creativa della creazione; essa, a volte, rivela ciò che neanche l’artista comprende nella sua opera. E il critico è un “eletto”, poiché vede ciò che nessuno vede.
G: Ma raramente i critici sono in grado si scrivere quello che hanno scoperto.
W: Uomo meschino! Lei pensa che il dialogo tra Gilbert ed Ernest de “Il critico come artista” sia risolto in se stesso?
G: Cosa intende dire? Che i critici nascondono, all’interno dei loro scritti, argomenti che pochi sono in grado di scoprire?
Silenzio. Wilde storce il naso.
W: Non ha ancora risposto alla mia domanda: il libro avrà un giorno la possibilità di diventare il testo canonico dei critici artistici e letterari?
G: Perché le interessa così tanto? Un uomo immorale non dovrebbe avere a cuore le sorti della critica…

Secondo punto. Epilogo.
E invece, è proprio questa la base. Nei due bellissimi saggi, intitolati “Il critico come artista” e “L’anima dell’uomo sotto il socialismo”, Oscar Wilde tenta di riportare il logos ai suoi binari: da un lato, vi è presente una cura per il pensiero artistico, perdutosi negli anni di Wilde (forse anche nei nostri) tra gli articoli di cronaca sui quotidiani o, riguardo all’arte figurativa e plastica, allontanatasi dalla bellezza greca; dall’altro, una cura per la società, fornendo delle prospettive ben precise al fine di ristabilirla. Ora, la domanda: perché tanto scrupolo da parte di Wilde? Perché sta tutto nella ricerca della bellezza il senso, per godere del piacere che essa dà all’anima. Per realizzare ciò, è necessaria una forma di governo che aiuti gli uomini a fare il bello: tale forma è il socialismo, secondo Wilde. “L’anima dell’uomo (,) sotto il socialismo”, potrà dunque vivere intensamente perché -è semplice il concetto- non soffrirà più: ella si occuperà soltanto di se stessa. Senza la critica, e il pensiero critico, resta davvero poco di bello, sia nell’arte che nella società. Chissà se il Giornalista del dialogo qui sopra ha capito.

Dario Orphée