mercoledì 31 agosto 2011

Libri sotto l'ombrellone - I consigli di CriticaLetteraria (3)

Cari amici,
con la fine di agosto arriva la nostra terza puntata dei "Libri sotto l'ombrellone": altri consigli di lettura per questo ultimo tratto di estate.
Se volete recuperare le altre puntate, cliccate qui. E fateci sapere la vostra idea!

Buon settembre (ci auguriamo estivo!)
La Redazione

Gardone Riviera, ferragosto 2011

Adriano consiglia...
Il nome della rosa di Umberto Eco
(clicca qui per l'invito alla lettura)
Perché: è principalmente un gioco, una sorta di lungo divertissement letterario, intenso ed appassionante, ma privo di banalità e smancerie; sapido e piacevole per più palati, un oggetto misterioso bisognoso di letture e riletture.

A chi consigliarlo: A quelli che non sanno star fermi, che saltellano da una parola all'altra e vogliono capire le logiche creative dell'autore; a quelli a cui piace confrontarsi, seppur con un gigante; a chi sa leggere.

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Dario Greco consiglia...
L'importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde
(clicca qui per l'invito alla lettura)
Perchè: Perchè è quel che ci vuole per sorridere tra un pomeriggio estivo e l'altro, veloce e scorrevole, di gran lunga una delle commedie più esilaranti della letteratura classica. Oscar Wilde fa sfoggio di tutto il suo wit per ridicolizzare la borghesia inglese del suo periodo, e ci riesce alla grande, strappando al lettore almeno una risata ad ogni pagina; e poi dopo averlo letto potete anche guardare il film insieme ai vostri amici!
A chi consigliarlo: A chi ama gli intrecci amorosi dai risvolti imprevedibili, a chi ama personaggi sagaci e strampalati, a chi ama Oscar Wilde, ma soprattutto a chi vuole ridere di gusto!

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Dario Orphée consiglia...
Fedro di Platone
Perché: rispolvera concetti ormai perduti, ovvero, ci aiuta capire quello che manca nella nostra strana contemporaneità. Inoltre, perché vengono trattati in maniera genuina dei temi davvero importantanti: la scrittura e la sensibilità (insieme). Essendo un dialogo, lo ritengo un buon alimento per l'anima affamata di lettere.
A chi consigliarlo: a chi vuole provare il brivido del sublime, la più grande sensazione che la letteratura può regalarci.

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Debora consiglia...
Chiedi alla polvere di John Fante
Perchè: perchè Arturo Bandini, sognatore, vaganbondo ed aspirante scrittore è irresistibile nella sua comica caparbietà e nel desiderio bruciante di trovare il suo posto nel mondo. Perchè conoscere Bandini è in qualche modo conoscere Fante.
A chi consigliarlo: a chi cerca un romanzo di formazione poco ortodosso, a metà strada tra i vagabondaggi di Kerouac e i dilemmi esistenziali di Holden.

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Elisa consiglia...
Il giorno in più di Fabio Volo
Perché:una lettura fresca, scorrevole e romantica, che attraversa delicatamente ricordi, esperienze, paure di ognuno di noi. Anche in edizione tascabile, a dicembre uscirà nelle sale l'omonimo film. E prima di vedere qualsiasi pellicola tratta da un libro è cosa buona averlo letto.
A chi consigliarlo: per chi non ha messo da parte l'entusiasta e il sognatore che fu e ama spogliarsi (almeno al mare) delle vesti di ricercatore di illuminazioni letterarie e culturali per lasciarsi sussurrare che la semplicità può emozionarci ancora e che l'amore resta sempre ciò da cui dipende la vera felicità.

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Francesca consiglia...
Pancetta di Paolo Nori
Perché: non fa mai troppo caldo, per dedicarsi alla critica della letteratura russa (ovvio, no?)
A chi consigliarlo: apprezza già lo stile diretto e scanzonato di uno scrittore del calibro di Paolo Nori. E soprattutto per chi, ancora, non ha avuto il piacere di imbattersi nelle sue brillanti e colloquiali perifrasi monologiche.

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Giuseppe consiglia...
Neve di primavera di Yukio Mishima
Perché: è un romanzo di una profondità straordinaria, da cui trapela la spiritualità che sta alla base dell'opera di Mishima. Il grande "vate" giapponese scrive una storia che parla dell'amore innocente, tratteggiata con maestria sullo sfondo di un Giappone imperiale austero, immobile, forte delle sue tradizioni. L'esplosione dei sentimenti del giovane Kiyoaki è in realtà il vero e proprio "personaggio principale", per così dire, del libro, un sentimento che trabocca fino a possedere completamente le azioni del protagonista. Un connubio tra estetica e spiritualità sapientemente miscelate in un'opera assai meritevole di essere letta.
A chi consigliarlo: a chi ha voglia di immergersi in una lettura coinvolgente e profonda. Non è un libro liquidabile in pochi giorni, ma senz'altro terrà compagnia agli animi più sensibili anche sotto l'ombrellone.
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Gloria consiglia...
Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes
Perché: s'è detto tanto dell'amore, ma a furia di libercoli di poco conto si rischia di farsi sfuggire quelle pagine che contano davvero. Queste.
A chi consigliarlo: agli appassionati dell'amore e dello scavo psicologico e linguistico; insomma a chi vuole una speculazione intelligente su uno dei sentimenti che mai passeranno di moda. E poi a chi conosce Barthes come critico e lo vuole scoprire nella sua veste meno accademica. E anche a chi desidera un libro dalla struttura originalissima, oltre le regole.
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Laura consiglia...
Sogni di sogni di Antonio Tabucchi
Perché: ottimo per il caldo asfissiante o per la (sperata) frescura dei temporali di fine estate, Tabucchi offre un mosaico onirico in pillole. Anche i grandi dell'arte e della letteratura hanno le loro rêveries chiuse in un armadio o, meglio, inventate su un cuscino: Ovidio, Pessoa, Majakovskij, Rimbaud...
A chi consigliarlo: a chi ha voglia di un tascabile da portare ovunque (è il bello della Sellerio...) ma soprattutto a chi si è chiesto, almeno una volta, cosa diamine sognasse Sigmund Freud.

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Lorena consiglia...
Il Giornalino di Gian Burrasca di Vamba
Perchè: Per gustare un classico della letteratura italiana per giovani e meno giovani, che fa tornare un po’ bambini, che diverte, in un italiano che più piacevole non si è mai letto.
A chi consigliarlo: A bambini che hanno voglia di leggere di un monello e agli adulti che hanno una gran voglia di immedesimarsi in un ragazzetto pestifero che ne combina di tutti i colori anche quando non ne abbia l’intenzione.

martedì 30 agosto 2011

Una nave persa

Un’isola normale
di Francesco Neri

Edizioni Pendragon (2010)
pp. 165
€ 14,00


Ci sono esistenze che scorrono immerse inesorabilmente nella normalità, scosse solo a tratti da momenti di felicità passeggera, da piccoli barlumi di originalità, da momenti più o meno da ricordare.
Chi vive in questo modo lo sa perfettamente. Lo sente. C’è costante quella sensazione indecifrabile di fastidio della quale non si riesce a comprendere l’origine. Credo si chiami insoddisfazione.
Giovanni vive così, nella sua piccola isola del sud Italia, intrappolato in un lavoro che non ama, in una famiglia che lo sottovaluta e non lo capisce e, soprattutto, in un ruolo che è stato lui stesso a costruirsi: quello del bravo ragazzo anonimo, senza particolari capacità o aspettative, senza sogni, senza progetti.
Ma Giovanni non è questo. È un trentenne brillante e pieno di talento (le imitazioni il suo forte), consapevole delle sue attitudini ma bloccato da quello che sembra essere il suo alter ego, combattuto tra l’istinto di fuggire per ricominciare tutto da capo o continuare ad elemosinare il consenso e l’approvazione di chi gli sta intorno.
Mi vedo come un comune passacarte di provincia, che, lontano dalle grandi ribalte, davanti a persone ordinarie, si accontenta dell’imitazione di un mondo triste e monotono, dove in realtà non succede mai nulla e popolato da gente mediocre; un patetico buffone come quelli delle carte, magari gobbo e nano, con dei sonagli attaccati al cappello colorato e un bastone in mano che si aggira tra gli invitati alla ricerca di una risata e di un’elemosina.
Si dice che il treno passi una sola volta e bisogna prenderlo al volo. Giovanni ha questa fortuna, vive l’occasione di cambiare la sua vita e renderla diversa, migliore. Il treno o, meglio, la nave che lo avrebbe potuto portare via ha un nome: Paola, un’amica delle estati adolescenziali, una ragazza considerata da tutti molto strana, forse un po’ matta.
Ma la sua pazzia diventa normalità agli occhi di Giovanni. I due si comprendono, forse si riconoscono. Ed è proprio dal loro inaspettato incontro che prende vita tutta la vicenda raccontata nel libro, la lotta interiore che il protagonista deve affrontare, la ricerca del coraggio per fare quello che nessuno si aspetterebbe da lui e subirne le conseguenze, la derisione, i pettegolezzi, unico passatempo in un’isola normale dove la follia, come quella dell’amico Giacomo - una sorta di "grillo parlante" per Giovanni - sembra essere più sensata della mediocre consuetudine.

È facile affezionarsi al personaggio, forse anche immedesimarsi in lui e nel suo stato. Dall’esterno il lettore riesce a vedere la vita di Giovanni con molta più lucidità, percepisce i suoi ragionamenti ansiosi, a volte cervellotici, che appaiono fragili e insensati; sente quasi l’istinto di aiutarlo, spronarlo dicendogli “capovolgi il tavolo” (per parafrasare una celebre poesia di Martha Medeiros, Lentamente muore). Lo farà?
Fu l’ultima volta che pensai che avrei dovuto vivere in modo un po’ più autentico, un po’ più vero, senza reti, ripari e protezioni, senza camuffarmi dietro la voce distorta di qualcun altro e senza cercare di imparare a parlare di motori di cui non mi è mai importato assolutamente nulla o di vacanze mediocri al riparo di una palma con un pacchetto tutto compreso.
Dopo aver letto un terzo del libro, devo essere sincera, ho pensato che avrei intitolato questa recensione “Un libro normale”. Molto scorrevole e interessante lo stile espositivo, semplice ed efficace la caratterizzazione dei personaggi che arriva al lettore attraverso la viva voce del protagonista, ma non riuscivo a trovare il filo conduttore della storia, il legame tra gli eventi passati e presenti, il senso stesso del romanzo.
Poi, pagina dopo pagina, i ragionamenti e il racconto di Giovanni aggiungevano tasselli ed elementi a completamento del quadro, che appare chiaro solo con l’ultima pagina.

La forza di questo libro, esordio di un autore che ha saputo stupirmi senza effetti speciali, sta nel suscitare una riflessione sul proprio percorso personale, sulla forza e il coraggio delle scelte, su come una piccola decisione oggi possa cambiare il futuro di una vita. Il tutto solo raccontando la vita normale di un ragazzo come tanti altri, come molti di noi, alla ricerca della sua strada, di fronte a dubbi banali ma percepiti come impossibili da risolvere.


Silvia Surano

lunedì 29 agosto 2011

Albert Camus, L'Homme révolté: invito alla lettura

L'Homme révolté
di Albert Camus

Gallimard, 1951



Denso, serrato, stringente, alieno da ogni tentazione meramente fabulatoria, questo lucido e magnifico saggio di Camus definisce con rigore filosofico la fondazione metafisica
e storica della ribellione. La finitudine della condizione umana, la malattia, il male, il dolore inducono la ribellione metafica, l’urgenza di una ragione, di un senso. All’anelito metafico l’uomo ha storicamente trovato risposta nella trascendenza – divina, fino all’Illuminismo, storica, nell’epoca moderna. Ma la trascendenza presuppone la totalità, la cancellazione o la distruzione di tutto ciò che la nega. È essa stessa a creare la servitù (la negazione della libera espressione dello spirito) e l’ingiustizia sociale, che fondano a loro volta la necessità storica della ribellione. Il ribelle, distante in egual misura dal conformismo fideistico e dal nichilismo, nonché dalla pigra indifferenza, vive nella continua tensione del divenire e nell’angosciante e vitalistica contraddizione insanabile inerente ad ogni vivente.

La linea oltre la quale il ribelle afferma di non poter permettere che si vada, il colmo insuperabile della servitù e dell’ingiustizia al quale l’uomo contrappone l’affermazione di sé e della porzione di umanità che lo accomuna ai suoi simili, è dentro la storia. È una linea mobile, sia nell’individuo che nella società, cionondimeno è una linea metafisicamente fondata (come e più del dovere morale), perché al di là di essa, nel suo livello più basso c’è solo la morte. La fomula pseudocartesiana “io mi ribello, dunque noi siamo” è insieme metafisica e storica. In questa prospettiva, metafisica e storica, Camus giunge a dare fondamento ontologico all’arte e la sottrae ad ogni giustificazione succedanea o contingente.
Anche l’arte è questo movimento che esalta e nega allo stesso tempo. «Nessun artista tollera il reale», dice Nietzsche. E’ vero: ma nessun artista può fare a meno del reale. La creazione [artistica] è esigenza di unità e rifiuto del mondo. Ma lo rifiuta a causa di ciò che gli manca e in nome di ciò che, talvolta, è. La ribellione si fa osservare qui, fuori dalla storia, allo stato puro, nella sua complicazione primitiva
e fondatrice, verrebbe da aggiungere (e il quel “talvolta” c’è tutta la forza del sì alla vita che è vivo e operante in Camus e in tutti gli scrittori che hanno rinunciato alla trascendenza religiosa o storica, ma non a dare un fondamento ontologico alla vita). Su questa base finalmente l’arte non è più (o non è solo) una forma di conoscenza o una forma di espressione dello spirito, è una dimensione metafisica, è l’aspirazione ontologica all’unità e all’ordine che non si libera del peso e della responsabilità del caos.

Paolo Mantioni

domenica 28 agosto 2011

Pillole d'autore: Corrado Alvaro

Corrado Alvaro (1895-1956), scrittore poliedrico e intellettuale di spicco nell'Italia delle Guerre, calabrese d'origine ma europeo e cosmopolita d'animo, è senza dubbio uno di quegli autori simil-scomparsi ingiustamente dalle antologie scolastiche, a lungo accantonato dalla critica e ricordato quasi unicamente per il suo capolavoro Gente in Aspromonte.
Tuttavia, non è incentrata su quest'opera l'appuntamento odierno di "Pillole d'autore". Studiando e facendo ricerca sull'opera omnia dello scrittore calabrese, ho avuto modo di amare opere meno note, ma allo stesso modo meritevoli e talvolta sorprendenti! Per questo motivo ho deciso che sulle pagine di CriticaLetteraria d'ora in poi leggerete non di rado di Corrado Alvaro.
Cominciamo con qualche estratto da Quasi una vita, diario/taccuino che vinse il Premio Strega nel 1951.





1.

«Il rovello di non essere amati, è cosa tutta d’oggi. Gli antichi non chiedevano di essere amati soltanto ma di amare. L’uomo di oggi è tornato bambino e non chiede che di essere amato. Tutti vi pensano, pensano alla solitudine del proprio corpo, della propria anima, e non capiscono che è tutto nella loro incapacità di inventare l’amore».

2.

«[…] È difficile distinguere lo scrittore dalla sua biografa. Come distinguere il pittore dai suoi modelli. Ma forse una prova consiste nell’attrazione maggiore o minore che noi proviamo verso i modelli del pittore e dello scrittore […]».

3.

«Scavarsi la forma nella donna che si è scelta, cercare, come in un mondo».

4.

«Come termina la giovinezza. All’improvviso, come termina un sogno. In quale tempo, in quale periodo, non si sa bene. Occorre essere ben forti per non aver nessun risentimento al termine di questo tempo della vita. Tutto diviene remoto e come sognato. Ero in visita dalla signora… Levando gli occhi su di lei, capisco che ella è pure in un simile momento della vita. Una certa stanchezza di movimenti, un certo senso quasi di freddo, e quell’impressione, in ogni atto, di qualcosa di fuggito, di un forte dolore che si è traversato. Accadde, mentre parlavamo, che si muovesse il tavolino a cui era addossato il divano. Sul tavolino tremarono, facendo un battito forte e continuo, alcuni oggetti, un lume, un calamaio, alcuni soprammobili. Questo battito, che forse a tutti e due ne ricordò un altro in ritmo, turbò la conversazione, e non fu ripresa fino a quando ella non ebbe rimesso tutto a posto come riparando a una sconvenienza. Io l’avevo sempre ammirata per una sua naturale espressione di riserbo».

5.

«Il calabrese, dopo essere stato all’estero e vissuto molti anni lontano dalla sua terra, torna al suo paese e prova un brivido davanti a una povera ragazza seduta sulla soglia della porta. Lo sguardo di lei, la sua fissità, la stagione unica d’una donna come quella, che dura appena qualche mese, nel pieno fiore dell’innocenza e nel forte dell’istinto di piacere, lo inducono a troncare la sua vita di prima riducendosi per lei in questo paese. Carnalità, consanguineità, razza, tradizione. P., che è ricco forse di tremila ettari di terra in Calabria, che conosce il mondo, che ostenta un cinismo, mi dice che vorrebbe morire vegliato da una donna del suo paese in Calabria, come nacque da una di quelle».

6.

«Nel dipanare il bandolo d’un racconto, cominciare considerando i movimenti e le azioni di un sentimento anziché il sentimento in sé».

7.

«Il finale d’un’opera di teatro o di un romanzo può, col suo ottimismo, coprire e far passare tutto un contenuto sofferto e difficile. È un tributo che si può pagare al pubblico».

8.

«Non è possibile scrivere realisticamente. Si accumula carta davanti a cui ci si ferma, a ogni nuova velleità, sbigottiti, rinunciando. Scrivere di qualcosa di più che la realtà».

9.

«In tempi come questi [ndr. 1942], è raro trovare un libro che parli realmente all’animo. Come la vita è ridotta al necessario e i sentimenti più fragili si rompono, e sopravvivono quelli profondi, essenziali: così letteratura, storia, filosofia, si sono decantate come un vino. Il tempo ne ha logorati i concetti e le idee. Vi sono opere per cui si professava una profonda soggezione, che ora si trovano nella nostra biblioteca come la schiuma che galleggia su una impetuosa corrente. Quel posto dello scaffale che appariva denso e popolato, avvolto nelle nubi delle alte cime, è divenuto un paesaggio devastato, e fin troppo chiaro. Così è nella vita e nelle nostre abitudini. Vi sarà certo una seconda resurrezione per tali opere; cessate come fermento e come lievito, si ricercheranno come un segno del costume, con lo stesso sentimento con cui guardiamo oggi un utensile ritrovato in una tomba etrusca o micenea. Ci cercherà oggi lumi a un Nietzsche? Se facciamo un poco la storia delle nostre letture, le vediamo allontanarsi come un paesaggio dal ponte d’una nave. Scrittori di ieri si leggono come scrittori d’un altro mondo. Una stessa distanza rende remoti Catullo e Baudelaire».

10.

«La poesia del distacco (poiché egli era esule e distaccato) dalle care cose e dai cari luoghi, della lontananza, delle vie smarrite, del tempo che non torna, nella Commedia, e non soltanto nell’Inferno di cui è il tema più profondamente poetico. Catone, quando parla di Marzia, nel Purgatorio».

11.

«Per la composizione di racconti brevi, trovare il momento culminante d’una vita, che lascia scoprire il passato e indovinare l’avvenire».


Selezione a cura di Gloria M. Ghioni

sabato 27 agosto 2011

Un collettivo ancora agli inizi



Paura & Delirio a Genova
di AA.VV
Erga Edizioni – Selezione Habanero (2010)

pp. 117
€ 10,00

Se amate il cinema e i film che hanno fatto la storia, questo breve e curioso libro può fare al caso vostro.
Cinque autori per cinque racconti, trasposizioni letterarie di altrettanti film cult cui rendere omaggio. Il tutto rilegato in una copertina particolare e sigillato da un titolo che rivela l’ambientazione delle vicende raccontate: Genova. Una città descritta nel suo lato misterioso, sinistro, quasi lugubre.
Questa la sintesi di un progetto che reca il marchio – e lo stile – Habanero.
Ho conosciuto il progetto Habanero grazie alla lettura del libro “La Sindrome di Bob Dylan” (recensito qui) di Emanuele Podestà, che Critica Letteraria ha avuto il piacere di intervistare. Questo racconto mi aveva entusiasmato per l’originalità della tecnica espositiva e della trama stessa. Proprio per questo ho deciso di cimentarmi in una seconda lettura, il risultato del lavoro di cinque giovani scrittori.
Come nella "tradizione Habanero”, le parole tentano di solleticare la curiosità del lettore spingendolo verso l’approfondimento, in questo caso la visione critica di cinque capolavori cinematografici: C’era una volta in America di Sergio Leone, Il terzo uomo di Carol Reed, Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, Pulp Fiction di Quentin Tarantino e Bugsy di Barry Levinson.
Immancabile, poi, il suggerimento di un brano musicale da ascoltare per ciascun racconto, quasi un quid pluris per espandere l’esperienza della lettura oltre il confine dei fogli stampati.
Se questi sono, senza dubbio, elementi caratteristici e originali, a stimolare una critica positiva si aggiungono la snellezza e l’immediatezza della tecnica espositivo nonché la fluidità con cui i racconti scorrono rendendo questo libro uno di quelli che si leggono facilmente e tutto d’un fiato in poche ore.
C’è però da dire, con tutta onestà, che il collettivo Habanero non ha suscitato in me la stessa sorpresa di Emanuele Podestà, nonostante le analogie siano molte.

Lo stile non varia sensibilmente da racconto a racconto, anzi, resta abbastanza costante e invariato quasi fossero scritti da una stessa mano. Le frasi brevi e la punteggiatura molto frequente sono caratteristiche di una stessa tecnica ripetuta pagina dopo pagina da tutti gli autori per creare suspance e per scandire il ritmo delle storie. Anche il linguaggio è molto simile, a volte più crudo e “volgare” (ma mai fuori luogo ovviamente), a volte più composto e pacato, ma comunque omogeneo. Questa “monotonia” stilistica stride un po’ con gli slanci di originalità e audacia che si percepiscono all’inizio del libro e tradisce un po’ le aspettative del lettore.
Io, del resto, mi sarei aspettata qualcosa di più…coraggioso!
Non per questo il mio commento deve essere negativo, seppur non posso nascondere che la lettura non sia stata troppo partecipata.
In conclusione, quindi, non mi sento di suggerire l’acquisto di questo libro ma, ancora una volta, continuo a credere che il progetto Habanero, giovane, impetuoso e vitale, vada tenuto d’occhio e seguito con la dovuta attenzione nella sua crescita.

Silvia Surano

giovedì 25 agosto 2011

Diane de Margerie, Proust et l'obscur



Proust e l'obscur
di Diane De Margerie
Albin Michel, 2010




Questo libro si compone di quattro capitoli a dir poco diseguali: i primi due francamente irritanti; il terzo, cucito dal diafano filo dell’ordine alfabetico, passa in rassegna le metafore, in prevalenza floreali ed entomologiche, della Recherche, ne “svela” il carattere profondamente ambivalente e vi si può trovare, frammentariamente, qualche illuminazione interpretativa di valore; il quarto si occupa dei sotterranei rapporti creativi tra Proust, da un lato, e Thomas Hardy e Gustave Moreau dall’altro, per arrivare a cogliere nella Recherche la fondamentale dicotomia tra luce e ombra, tra espressione artistica e gli oscuri recessi dell’inconscio.
Uno dei difetti minori del libro e che riguarda tutt’e quattro i capitoli è che le citazioni dalle quali l’autrice trae le sue riflessioni sono ricavate da tutto ciò che Proust ha scritto, opere edite e inedite, compiute e incompiute, corrispondenza, articoli di giornale, note della spesa…ecc., come se tutto, purché uscito dalla penna dello scrittore, si equivalesse e avesse un eguale effetto probatorio. Di questo passo un breve articolo, poco più di un biglietto di condoglianze per Robert de Flers per la morte della madre diventa una chiave interpretativa di alcuni passi della Recherche, quasi a non tener conto che tra quel biglietto e le pagine dedicate alle intermittenze del cuore c’è proprio quella differenza che attiene specificatamente alla formalizzazione letteraria, quel tanto di più o comunque di diverso che appartiene appunto all’arte.

Tornando ai primi due capitoli, si avrebbe la tentazione di sbarazzarsene sotto la timbratura “irricevibili”. Nondimeno sarà il caso di precisare nel dettaglio e anche salvare quel po’ di salvabile. Nel complesso si tratta della stantia lettura del romanzo alla luce (anzi all’obscur…) del biografesco, (indistinto miscuglio tra biografia e romanzo) aggiustando a piacere l’una con gli strumenti dell’altro e viceversa: evidentemente nell’animo di parte dei letterati si annida, furtivo a pronto ad azzannare l’opera in nome della biografia, un Sainte-Beuve.

Dunque Marcel Proust, autore della Recherche, cancella ogni traccia del fratello Robert dal romanzo autobiografico – ah, gelosia assassina. E su questo punto basterebbe rileggere le 4 o 5 righe definitive scritte da Kolb: rapporti non particolarmente intimi, ma affettuosi e cordiali per tutta la vita (quante ire e sofferenze si eviterebbero se i rapporti tra fratelli fossero sempre di questo tenore); esigenze compositive che evidentemente nella mente dello scrittore non prevedevano la presenza di un fratello del Narratore: possiamo non essere soddisfatti, avremmo forse voluto veder scorrere il sangue fratricida, ma tant’è, il romanzo è quello e probabilmente all’autore, guidato da esigenze strutturali, quelle sì, imprescindibili, conveniva un Narratore eterosessuale, non ebreo e figlio unico (tutte cose che appartengono al romanzo ma non alla biografia). Ma su questo tema è doveroso segnalare uno dei pochi punti a favore dell’autrice: vista la precisione dei dettagli nella rievocazione dell’infanzia a Combray (o si deve dire a Illiers-Auteil?), l’Autore deve aver lavorato molto sulla scrittura e sulla composizione per riuscire ad escludere Robert da quei ricordi.

Sui rapporti tra M.me Adrien Proust e Marcel, Diane de Margerie dà il meglio di sé. Il celebre episodio della rottura dei vetri della porta del salone e poi del vaso nella camera di Marcel a seguito della furibonda lite tra il giovanotto e gli spietati genitori nascerebbe dalle “riserve” di questi ultimi sul cliché della fotografia che ritraeva Marcel in atteggiamento “amorosamente felice tra due amci” (Daniel Halévi e Lucien Daudet, probabilmente –dovrebbe trattarsi della foto che fa da copertina al Meridiano Mondadori della corrispondenza). Alla gran parte della letteratura biografica risulta invece che quell’episodio nasca dalle “riserve” dei genitori sull’ennesima cena che il giovane aspirante scrittore voleva offrire ai suoi ritenuti influenti amici per favorire la sua carriera – e si sa quanto i Proust disapprovassero e questo tipo di riunioni mondane e la carriera che il ribelle giovanotto s’era scelto. Ma c’è di più: la lettera della madre che da quella lite scaturisce – esempio ammirevole di levità, ironia, tolleranza, spirito, intelligenza – e che fa, tra le altre cose, riferimento al rituale del matrimonio ebraico, secondo l’autrice “la dice lunga sulla concezione dei suoi legami con il figlio”. Insomma, siamo a livello delle ignominie di Charles Briand, che adombrava rapporti incestuosi tra madre e figlio.

Procedendo nella lettura, ci si accorge che la madre di Proust si è trasformata gradatamente in quella di Rimbaud: controlla, spia, protegge dalle infauste frequentazioni, frustra le aspirazioni dell’imbambolato giovane (si sta parlando di una delle intelligenze più lucide e acute che abbiano soggiornato sul nostro piccolo pianeta) alla letteratura creativa e per consolarlo “spinge il figlio (lo forza) a tradurre alcune opere di Ruskin sebbene egli non conosca l’inglese. Ma lei, sì.” Qui siamo all’arbitrarietà più sfrenata. L’incontro di Proust con Ruskin fu, allora, un episodio decisivo nella biografia dello scrittore e nella determinazione della sua poetica ed è, oggi, uno dei capitoli più interessanti della storiografia letteraria novecentesca: immiserirlo così è davvero imperdonabile.

Il risultato finale di questo percorso interpretativo fondato sull’arbitrarietà e sulla trascuratezza dei dati oggettivi (quando contrastano con l’idea preconcetta da cui l’autrice si fa guidare) sarebbe che Proust scrive il romanzo per liberarsi, “sublimare” avrebbe detto il Maestro (Freud), delle perversioni, delle crudeltà, delle violenze familiari che il suo edipo gli aveva inflitte. Senza tener conto che leggere Proust con gli occhiali della psicoanalisi freudiana è, a mio parere, quanto di più forviante si possa immaginare, tale è la distanza abissale tra i due, che pure hanno incrociato spesso i loro sguardi sugli stessi argomenti, traendone conclusioni diametralmente opposte, senza contare ciò, nell’interpretazione di Margerie qual è il ruolo della gioia, dello stile, della composizione strutturale, della rivelazione, delle concezioni estetiche, e dell’arte? Risposte non pervenute!

mercoledì 24 agosto 2011

Gilbert Cesbron, I santi vanno all'inferno

I santi vanno all'inferno
di Gilbert Cesbron
Massimo Editore,1982

pp. 336
Traduzione di N. Orsola


Romanziere francese del ventesimo secolo di ispirazione cattolica, Cesbron in questo romanzo racconta dell'impegno dei preti operai nella periferia parigina.
Il protagonista, Pietro, sceglie infatti attraverso la sua condizione di prete operaio di predicare il Vangelo nella banlieu parigina Sagny, un posto dimenticato che non si trova neanche sulla cartina geografica di Parigi.
L'autore usa un linguaggio molto efficace per descrivere la rassegnazione delle famiglie che vivevano in periferia. Si veda, ad esempio, la disperazione di Paoletta, che pensa di abortire perché non può sfamare un altro figlio.
Anche se il nome della periferia di cui si narra è pura invenzione, alcuni personaggi del racconto sono realmente esistiti: come il cardinale Suhard, arcivescovo di Parigi, che si fa accompagnare a bordo di una vecchia utilitaria per visitare i sobborghi di Parigi e comprendere una realtà distante da quella più confortevole della sua residenza vescovile.

A questo proposito l'autore scrive:
Nelle ultime settimane il cardinale trascurava le udienze ufficiali, i compiti quotidiani per farsi condurre nella sua piccola automobile nera, triste e fuori moda, attraverso i sobborghi di Parigi. Con il viso contro il vetro, le mani giunte e il cuore stretto, il cardinale arcivescovo passava lentamente in mezzo a qul popolo ormai pagano. I suoi occhi azzurri facevano provvista di quei visi grigi. " Tutti figli di Dio" diceva "e io sono responsabile di tutti loro. Padre perdonami, perdonami." Poi tornava all'arcivescovado traboccante di umiltà e propositi. Rimaneggiava in grandi pagine un piano di missione che oramai, lui lo sapeva, non avrebbe più potuto mettere in atto perché era molto malato.
Per quanto vecchio e malato, alla vista di questa povera gente Suhard medita propositi di evangelizzazione, pur sapendo che non sopravviverà alla loro realizzazione.
Il romanzo fu pubblicato (1982) durante una vivace polemica, in ambienti ecclesiastici, nei confronti della figura del prete operaio, ma nel romanzo non si vuole entrare nel merito di questa scelta:
sarebbe un errore considerare l'opera del padre Pietro come un esempio valido in tutto e per tutto d'una nuova forma d'apostolato.
Quello che si vuole invece evidenziare è la scelta sempre attuale di tutti quei religiosi che scelgono di vivere in maniera umile accanto a chi vive ai margini della società per realizzare nella loro vita la predilezione di Cristo per i poveri e testimoniare una religiosità non fatta di formalismi ma più vicina alla persona. Questo romanzo è stato infatti citato e fonte di ispirazione nel tempo per tanti preti che hanno voluto portare la propria testimonianza di fede a contatto con la gente, vivendo il Vangelo per strada e non nel chiuso di una Chiesa.
Molto interessante per capire lo spirito del romanzo è la nota finale nella terza edizione da parte di Padre Voillaume, in cui si evidenzia lo spirito del libro che testimonia il desiderio di una religione più vicina alla gente, dove appunto dice che il libro
avrà fatto qualcosa di buono se riuscirà a convincere il cristiano che la carità di Cristo lo sollecita a sorpassare in sé i limiti di separazione, conseguenza dell'appartenere a questo o quell'ambiente, che si oppongono all'unione degli uomini e alla diffusione del regno di Dio sulla terra.
Lucia Salvati

Il Buzzati innamorato

Un amore

di Dino Buzzati
I ed. 1963 Mondadori



Ah l'amour, l'amour! Ricordate quell'autore dall'immenso potenziale immaginifico, profondamente devoto ad una provvidenza laica, abile imbanditore di buffet ed aperitivi prosastici? Ebbene anche quel simpatico affabulatore ha subito un momento di defaillance. Ed ecco allora che il periodare s'allunga, le distanze s'accorciano, sparisce la punteggiatura in un confusionario stream of consciousness, le pupille si dilatano e brillano stucchevolmente a più riprese. Ma andiamo con ordine. Antonio Dorigo è un architetto prossimo ai 50 anni, scapolo e con il vizio delle donne. Siamo nella Milano del 1960, la legge Merlin sulle case chiuse è passata da poco (ma altrettanto poco interessa a Buzzati, che non le dedica manco un accenno) e il nostro Dorigo conosce nel bordello gestito dalla signora Ermelina la Laide, una ballerina della Scala, graziosa e minuta, giovanissima. E' un colpo di fulmine. Ed iniziano le manie, le ossessioni, le turbe, gli incontri fugaci e le prese di posizione. Una vicenda non già di latina memoria elegiaca, ma impressa dal medesimo torchio passionale. Un ballo frenetico e pacato allo stesso tempo, a corrente alternata. Con i due ballerini-personaggi che interpretano sul palcoscenico delle righe una lunga tiritera d'abbracci ed allontanamenti, volteggi, prese e casquet. Ma lei è come impersonale, eterea, lo sfrutta platealmente non concedendogli le stesse attenzioni. Poi, arrivata all'apice, sfiorato l'essere soltanto una marionetta ripiena di sangue e di bile, allora si materializza, si rende conto della sua corporeità, o meglio della sua individualità. Ed eleva il servitium amoris di Dorigo ad un singolare e sotteso foedus, temprato dalla consapevolezza di una gravidanza e da un infantile istinto materno. Non proprio una maturità raggiunta, ma un desiderio sognante d'età adulta.


Senza la comicità di un conte Mascetti monicelliano o la morbosità esplicita ed irrequieta dell'Humbert di Nabokov, Dorigo rimane un personaggio borghese. E come tale imbrigliato in un mondo di ragnatele a cui s'era aggrappato nella paura di cadere. L'amore per la Laide è innanzitutto un nuovo conoscere se stesso, quel sè intimo e nascosto, recondito, schivo agli sguardi indiscreti di chiunque. Ma non c'è nessuna liberazione, nessuna rivelazione a redimere l'architetto dalla sua malattia borghese. L'amore è, in un certo senso, autoreferenziale. Vive in una propria dimensione e, come una droga, non è che migliori il tenore di vita, ma allevia la sofferenza del vivere senza. E' lenta la consapevolezza di quel che gli sta accadendo e vari e fallimentari i tentativi di resistergli. Un atteggiamento irrazionalrazionale insomma, che non smette d'essere sempre misurato e contenuto anche nei suoi peggiori momenti di sfogo. Ed ecco che già il registro, il tono, lo stile si qualificano come borghesi, casti e pudici; al punto da evitare crudi riferimenti espliciti al sesso, descrizioni e fantasie: Bassani al confronto è pornografia, Lawrence un pervertito.

Scritto indubitabilmente bene, ma non ai livelli soliti, Un amore è una storia d'ordinaria frustrazione, uno sfogo che sconfina al giorno d'oggi nella faciloneria. Opera di certa introspezione psicologica, è fin troppo sentita per non avere intersezioni con l'autobiografia. Tanto da passare in alcuni momenti dalla terza alla prima persona, in un anacoluto naturalissimo. Ma nella sua lieve pesantezza, nella sua monotematicità, nella sua tormentata ridondanza la sua forza.

In ogni caso vien da chiedere: dove s'è andato a cacciare il caro vecchio Buzzati? In un amore, la risposta, e nulla più.


Adriano Morea
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martedì 23 agosto 2011

Jacqueline Risset, Une certaine joie. Essai sur Proust

Une certaine joie. Essai sur Proust
di Jacqueline Risset
Hermann, 2009

€ 22

Il libro di Jacqueline Risset è un saggio di critica letteraria denso e ricco di stimolanti indicazioni interpretative. Nel caso specifico, e trattandosi di un genere letterario spesso non rispettato in se stesso, la scrittura dell’autrice ha la non comune qualità di tenersi lontana sia dagli inutili e offuscanti ghirigori stilistici, sia dalle posture e dal gergo accademico, e offre un’interpretazione dell’opera proustiana – la Recherche ovviamente, ma anche tutto ciò che l’ha preceduta e poi accompagnata – a partire da un punto di vista ben definito (quella del punto di vista parziale e preliminarmente definito è quasi una scelta obbligata quando si tratta di Proust e della sua opera, tale è l’ampiezza enciclopedica di temi e riflessioni che è in grado di suggerire). J. Risset esplora la scrittura proustiana soffermandosi su quelle zone dove la stessa privilegia ciò che la studiosa definisce l’à côté, ovvero il contorno, la mescidazione degli elementi, il loro intersecarsi e invadersi l’un l’altro. 
“Proust non può essere racchiuso in temi specifici, psicologia o altri (memoria, gelosia, ecc.), egli frequenta e inquieta i bordi dell’esperienza. L’à côté, il desiderio, il male, il luogo, il sogno, il sonno, non sono temi romaneschi, ma armi per conoscere e scrutare ciò che lui chiama «una gioia strana»”: 
(qui e di seguito traduco io come meglio posso) questo è il capoverso finale del saggio che ne sintetizza brillantemente il tracciato interpretativo.

Il saggio riporta al centro della speculazione proustiana quella “strana gioia” che è il fulcro irradiante del romanzo, il quale non può essere sussunto sotto nessun tema dominante o addirittura unificante, e non può essere interpretato da nessun punto di vista totalizzante, perché sfugge e deborda da ogni lato, ma che ha in quella “gioia”, in quella esperienza ultraterrena ed extratemporale, la sua ragione d’essere. È da lì che Proust percorre e scruta il mondo circostante, le ragioni della società, dei sentimenti, dell’arte: si tratta di attraversare, decifrare, vivere il mondo per tornare a quella gioia, ripeterla, prolungarla, spiegarla e comunicarla.

Prima di soffermarmi su alcuni dei punti forza del saggio di J. Risset, tra i quali sono da annoverare anche alcuni opportuni richiami danteschi, segnalo l’unico punto sul quale mi trovo in forte disaccordo con l’autrice, ovvero la valutazione in chiave modernista, se non addirittura avanguardista, delle note del Carnet 1908 (pubblicato nel 1976 da Philippe Kolb, contiene le prime idee, i primi abbozzi, gli appunti preparatori di quello che sarà il romanzo). Quasi che quelle note fossero da preferire alla loro trasformazione in opera compiuta, rivestita dalla “vernice dei grandi maestri”. Se è vero che, come suggerisce Kolb, il Carnet 1908 è “la prova dell’esistenza d’una intuizione globale dell’opera a venire”, non mi pare condivisibile l’idea di trasformare il documento, il carnet, appunto, in un testo, perché sottostimare il passaggio dall’uno all’altro, ovvero l’immenso lavoro di scrittura che li separa, significa trascurare la strenua volontà comunicativa che sorregge la poetica proustiana. E quel documento non può essere inteso come un avanguardistico “attacco alla lingua”: proprio la lettera a M.me Strauss, (che Critica letteraria ha pubblicato nella rubrica Pillole d’autore) dove lo scrittore usa quest’espressione, chiarisce lucidamente che egli vorrebbe attaccarla non per distruggerla, ma per difenderla, disincrostarla da ciò che ne offusca la trasparenza.

Dunque, il punto di vista di Jacqueline Risset privilegia il sogno, il sonno, il desiderio, il male, il luogo, ovvero tutti quegli elementi traversando i quali Proust giunge alla “certaine joie” della creazione letteraria. Ed è nella contiguità (e nel suo omologo retorico, la metonimia) che questi elementi del testo trovano la loro espressione più aderente. La contiguità ha, secondo l’autrice, il ruolo fondante nella Recherche di scardinare le gerarchizzazioni imposte dalla cultura, dall’intelligenza e dalla ricerca volontaria alle percezioni immediate e infantili; dalla metonimia (di cui la celebre descrizione dell’immaginaria Marina di Carquethuit offre una dettagliata descrizione degli effetti estetici) scaturisce la “visione” alternativa e il ribaltamento radicale dei valori artistici stabiliti dal possesso per via della comprensione intelligente, della volontà e della cultura. Ad essi Proust sostituisce la forza del desiderio e lo stupore della visione “primigenia”. Così il grande lavoro sulla metafora ordito consapevolmente dalla Recherche“il piano della teoria artistica, piano idealista, unitario, è poco a poco roso, intaccato” dalla metonimia, che è “l’impurità stessa, il contingente, il non scelto”. Insomma, Risset conferma e meglio approfondisce che il pensiero proustiano e il suo concreto agire letterario seguono costantemente un movimento che è almeno bidirezionale, se non pluridirezionale, esattamente come la sua visione delle cose è panottica: da un lato anela all’essere, all’essenza delle cose, dall’altro ne esplora il carattere relazionale e la “nuova cosa” che nasce dal loro stare vicine, secondo un atteggiamento speculativo molto vicino a quella che, qualche decennio dopo, sarà proprio della fenomenologia filosofica di Merleau-Ponty, in particolare. Rispetto all’idealismo platonico, cui spesso, per Proust, si è fatto riferimento, e alla determinazione dell’Uno, la Recherche, così come già suggerito da Gilles Deleuze, non tace ciò che lo smentisce e lo supera. Così, anche l’amore, in quanto desiderio, è al contempo profanazione. E nell’immagine evocata da J. Risset la donna racchiude in sé la Beatrice dantesca (la salvezza) e la Justine sadiana (la perdizione), immagini che non soltanto si giustappongono, ma si sovrappongono, si invadano l’un l’altra. 
“Leggere Proust a partire dalla chiave metonimica significa concepire che percepire la contiguità equivale a perdere il senso, rinunciare all’organizzazione che permette al senso di «prendere».” 
È questa predisposizione a sfuggire alla infrangibilità del senso che guida Proust nell’esplorazione dei bordi, dell’à côté. 
“In Proust è proprio questa sovranità infantile, pratica perversa polimorfa di contaminazione e di degerarchizzazione, che lentamente si afferma come capace d’una indipendenza radicale e come ricerca libera della Verità”.

Paolo Mantioni

lunedì 22 agosto 2011

Teoria della ricezione: istruzioni per un primo approccio

La ricezione
di Alberto Cadioli
Laterza Alfabeto Letterario, Roma-Bari 1998

pp. 83
€ 5,16


Vi siete mai chiesti da dove cominciare a studiare una branca degli studi letterari che non avete ancora affrontato? Spesso ci si muove a fatica in una bibliografia sterminata, e, soprattutto, prima di cimentarsi con i singoli autori che si sono occupati di teorie letterarie si ha l'esigenza di un quadro oggettivo, storicamente orientato, che aiuti a farsi uno sguardo d'insieme sull'argomento. 
Con l'obiettivo di farmi strada nella selva intricatissima della teoria della ricezione, mi sono imbattuta in questo libretto di Alberto Cadioli, professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea a Milano. Fin dalle prime frasi, con piacere, ho scoperto che avrei fatto tesoro di questa settantina scarsa di pagine (più bibliografia ragionata). In primo luogo, per la chiarezza espositiva: Cadioli prende sul serio il titolo della collana laterziana "Alfabeto letterario", ovvero si impegna a unire all'efficacia della trattazione la limpidezza delle idee e del dettato, senza dare niente per scontato. 
H.R. Jauss (1921-1997)
Dopo una prima puntualizzazione sull'idea di ricezione in semiotica, l'autore accenna ai possibili precursori della teoria, tra cui individua un antesignano insospettabile, Tommaso D'Aquino. Ciononostante, possiamo segnare con Sartre l'infittirsi del legame tra opera letteraria e lettore: se in un primo tempo la critica si soffermava sull'autore e sul testo, nella seconda metà del '900 ci si preoccupa anche del pubblico e dei lettori. A queste due entità afferiscono due diversi approcci di studio: rispettivamente, un interesse sociale ed economico, e un interesse ermeneutico. 

W. Iser (1926-2007)
Attente distinzioni portano al cuore del manualetto, impegnato a tracciare in poche ma efficacissime pagine la teoria della ricezione di Robert Jauss e della scuola di Costanza (dal 1967 in poi). Cadioli si concentra sulla definizione dell' "orizzonte d'attesa", concetto-chiave della teoria, sciogliendo i possibili dubbi.
La stessa analisi è dedicata a Wolfgang Iser, che sviluppa una delle due linee della Scuola di Costanza, quella dedicata alla ricezione in quanto "costituzione del senso nella comprensione dell'oggetto estetico", chiedendosi, ad esempio, quale sia il rapporto testo-lettore e cosa sia il processo di lettura. Cadioli definisce quindi il "lettore implicito" di Iser, precisando come lo studioso rifugga le eccessive soggettivizzazioni. 

Oltre ai capostipiti, Cadioli passa in una veloce rassegna gli spiriti più polemici, le repliche a Iser e a Jauss, nonché l'evoluzione degli studi nel Secondo Novecento. Il manuale accenna anche alla Teoria della lettura, cui fanno capo negli anni '90 il francese Roger Chartier e l'americano Robert Darnton.

Davvero molto utile per addentrarsi un minimo nelle problematiche, il secondo capitolo (Tre esemplificazioni di critica della ricezione: Escarpit, Jauss, Iser) propone una scelta di passi e di tematiche affrontate dai tre grandi capostipiti. Di Robert Escarpit si ricorda la fondazione della Scuola di Bordeaux, che alla fine degli anni '50 accosta all'idea tradizionale di letteratura il "mercato del libro", fondendo quindi l'economia e la statistica con il testo. Se invece per Jauss si parla di "teoria della ricezione come storia delle letture", con Iser si arriva alla "teoria della ricezione come fenomenologia delle letture". 
Quel che di primo acchito può sembrare oscuro, credetemi, trova chiarimento nelle spiegazioni di Cadioli. A fine libro, ricordo una preziosa bibliografia ragionata dei contributi più importanti dei e sui singoli autori della teoria della ricezione, per approfondire le tante suggestioni lanciate da Cadioli.

Gloria M. Ghioni

domenica 21 agosto 2011

Pillole d'autore - Sándor Márai

Sándor Márai (1900-1989) è ricordato per essere uno dei capisaldi della letteratura e del giornalismo ungherese. I suoi libri, tra cui ricordiamo almeno Le braci, hanno il potere di sviluppare dalla trama un'ampia riflessione filosofica, che si apre all'esistenzialismo e percorre gli interrogativi dell'uomo. 
In particolare, le citazioni scelte per questa domenica di "Pillole d'autore" provengono dall'opera recentemente tradotta e portata in Italia da Adelphi Il gabbiano (2011). Per saperne di più e per trovare altre citazioni, potete leggere la nostra recensione.  
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1.
Quando diciamo un nome, nell’universo fili e forze invisibili mettono in collegamento due persone, come in un centralino telefonico.
2.
La questione, adesso che il mondo sperpera così alla grande, è cosa resterà della riserva morale ed emotiva dell’animo umano. Ben presto si comincerà a raccogliere di tutto, in modo avido e forsennato - l’oro rotto e le calze di seta - ma si farà anche incetta di esperienze, frettolosamente, tra un bombardamento e l’altro ci si sforzerà di accumulare una convulsa eccitazione, fermamente convinti che sia equivalente all’esperienza e all’amore.
3.
Che bacio era? pensa l’uomo. Ci sono baci che legano, pensa, e baci che subito, chiariscono, spiegano, separano. Nel momento che segue il primo bacio, coloro che hanno compiuto quest’atto - compiuto?... un vero bacio, semmai, accade - sanno già se quel contatto ha creato un legame, oppure ha stabilito una divisione? E i baci facili che aleggiano nel ripostiglio della memoria, come i festoni colorati di un ballo... forse anche questo era uno di quei baci facili che talvolta l’animo sparge su di noi come una mano divina all’alba sparge coriandoli sulle coppie che ballano il valzer.
4.
Ormai lo so. Nelle ultime ore ho capito che gli uomini temono un unico momento: quello in cui la vita toglie loro la maschera, e sono costretti ad ammettere che quanto custodivano così spasmodicamente e gelosamente sotto la maschera, l’“io”, non è così assolutamente individuale come essi, nella loro supponenza, avevano creduto.
5. 
L’essere umano forse non è mai così solo come quando il destino lo solleva dalla folla e lo assegna a far parte di una coppia.
6.
E' andato a posto in maniera un po' grottesca e inverosimile, non come nella vita, forse piuttosto come nei romanzi... naturalmente, non come nei buoni romanzi, dove ogni cosa avviene solo una volta e secondo un ordine preciso, bensì come nelle storie avventurose e fiabesche, dove gli eroi sanno anche volare con le galosce e alle streghe cresce una salsiccia sotto il naso, insomma, può succedere di tutto, anche le cose più impossibili e inverosimili. Libri del genere, come vedi, non ne tengo su questi scaffali... i libri seri si offenderebbero se un giorno, accanto a loro, ne mettessi uno nel quale l'autore racconta una storia improbabile e grottesca come quella di noi due o di noi quattro... Be', è andata così. Ed è soltanto nostra, questa storia, vero?... E' già abbastanza prodigioso quanto sia antiletteraria e irregolare la vita! O devo pensare che la letteratura in generale sia contraria alla vita?... Che la letteratura, vale a dire la composizione e il senso, tema le eventualità della vita, che sono anche grottesche, irregolari, e al di là di ogni volontà e concezione umana finiscono per ricomporsi secondo un proprio ordine interno, come per esempio noi quattro, la morta, tu, l'uomo nella stanza satura del tanfo di sostanze chimiche e io, che ormai non conto granché in questa storia?... O almeno sembrerebbe. Infine potrei chiederti se non ti senti commossa e umile nel constatare che, al di là di ogni progetto, di ogni astuzia, di ogni intenzione umana, gli incontri accadono comunque così, a noi esseri umani?... Io ne ho il sospetto. E' successo qualcosa stanotte, Unica Onda, non solo ai popoli e ai paesi, ma anche a noi, personalmente... a quanto pare, esiste anche un'altra storia mondiale, dietro le battaglie e i trattati di pace; per esempio la tua e la mia. E potrei chiederti quale ritieni più importante, la grande storia o quella piccola, la nostra - quale ti riguarda di più, le complesse vicende del mondo o la nostra faccenda, quale trama è più importante per te?
7.
Vedi, alla fine hai trovato la strada che conduce da me. Dove vai?... Che cosa e chi cerchi? Un giorno mi risponderai. Perché i prodigi esistono, ormai lo sai anche tu, e le persone un giorno si incontrano. Le persone, tu e io e forse anche quelle masse nebulose chiamate popoli, che al di là di ogni furia e passione si cercano l'un l'altro e cercano il loro posto nel mondo... all'epoca delle migrazioni oppure oggi, e talvolta in maniera spaventosa e ripugnante come adesso, e in bizzarre tenute, in uniforme o in pelliccia color crema e abito da sera nero... E il tutto è diretto da una mano invisibile. Se ne sta fermo, e si lascia inumidire il viso dalle brume della notte e dai fiocchi di neve. Forse, pensa. Ma adesso è ancora tutto molto tenebroso.

sabato 20 agosto 2011

Joseph Roth: La leggenda del santo bevitore



La leggenda del santo bevitore
di Joseph Roth

B. C. Dalai editore, Milano 2010
6.90 €, 62 pp.

«Ovviamente duecento franchi sono meglio di venti, ma sono un uomo di parola. Sembra che lei non riesca neanche a vedermi. Non mi è possibile prendere il denaro che mi vuole offrire, e precisamente per queste ragioni: primo, perché non ho mai avuto il piacere di fare la sua conoscenza; secondo, perché non saprei dirle in che modo e quando potrei ridarglieli; e terzo, perché lei non ha la possibilità di richiederne la restituzione prima del dovuto. Non possiedo un indirizzo. Quasi tutti i giorni vivo sotto questo o quel ponte. Ma anche se non possiedo un indirizzo sono un uomo di parola, come le ho già detto».
Questo il mitizzante biglietto da visita di Andreas, bevitore vagabondo e trasognato, impunemente dedito alla sublime arte dell’autodafé del sacrificio fisico professionale, dignitoso scialacquatore di beni immaginifici per procura.
Andreas sembra non aver mai bisogno di rinfrescarsi mani e collo con una vigorosa strofinata di sapone, fino a quando, quasi annoiato da un’inconsistente ritualità, non s’immerge nell’odorosa vasca da bagno di un prestigioso hotel parigino.
E’ abituato, Andreas, a ristorarsi, di notte, unicamente coperto dalle calde e accoglienti pagine avvizzite dei quotidiani a stampa del giorno passato, e non per questo smette per un istante di ritenersi un perfetto gentiluomo, che si aggira, impettito e composto, dentro i brandelli della sua ormai logora camicia da sudicione.
Tra delirio estetizzante e misticismo cirrotico, Andreas non si preoccupa minimamente di racimolare neppure qualche salvifico spicciolo che gli consenta, per lo meno, di tirare a campare, fino a quando la sua misera saccoccia non arriva miracolosamente a riempirsi, un po’ per scherzo, un po’ per allucinazione, di una certa, discreta sommetta di denaro.
Fra un caso fortuito e un incidente pilotato, Joseph Roth dispiega da qui, bimbescamente, l’universale, agglutinante fenomenologia antropologica del desiderio umano, partendo dalla strategia della creazione del bisogno consumistico, programmatico e standardizzato, promosso e protratto dalla società contemporanea, fino a far culminare il picaresco intreccio narrativo, vergato da promesse e contrattempi, attese e ritorni sempre in bilico fra l’agone eziologico e il filone pubblicitario, in un circolo vizioso di virtuosismi paralleli misti a filosofie sentimentali.
Andreas incarna il primigeneo slancio umanoide verso l’assoluto proscioglimento da qualunque sorta di legame civile, impartito e coatto che sia; (ri)anima la consustanziale ricerca di un recesso di casualità giornaliera, quanto più possibilmente imperante e contestualizzata, a legittimare l’inconcludenza di faceti obiettivi, pur sensibilmente prefissati; plasma e reinventa la deresponsabilizzazione ideologica, sciorinata e infarcita di religiosità a buon mercato, tragicamente ostentata quale motivazione incontrovertibile della propria, personalissima, sconsideratamente mai avvenuta, conversione al lassismo.

E Teresa, pegno e simbolo di risarcimento morale e pecuniario, la piccola icona alla quale tendere, alla quale rispondere, sempre, delle proprie indomite manchevolezze, altri non è che l’incarnazione precipua della società tecnocratica e baldanzosa, erotizzata e perbenista, sclerotizzata e rincorsa dall’uomo dubitativo, quale inalienabile appalesamento della priopria allenata diversità, del proprio personale sentimento di non-appartenenza civica e culturale al mondo in divenire.
E’ la debolezza della singola(re) inclinazione caratteriale a vincere, parossisticamente, sulla paradossale capacità di analisi retrospettiva, propria dell’intelligenza sociale collettiva; è il randomico fluire degli eventi vagheggiati, shakerati cordialmente in un cocktail da bozzetto commediante, a sorreggere, sebbene con andatura pittorescamente claudicante, la fruizione di un’esistenza ormai stagnante e prossima all’acclimatata dissolvenza.

Joseph Roth stipula un patto ben preciso col suo lettore, prono e addomesticato alle illusorie planimetrie dell’insensatezza, a formare il reticolo forzoso dei ricorsi meta-storici e sensorial-sensitivi, blandamente cantilenati in queste sessanta pagine.

Pagine fittamente caricaturali e agnosticamente tendenti alla redenzione ridotta di un uomo, Andreas, che si svela essere, fin dai primi tratti abbozzati, uno zotico santo e un delicato reietto, un burlone dannato, e dandy (in)sofferente, roso dall’inettitudine della sua propria, malsana ostinazione all’asocialità, all’antidogmatismo faccendiero e borghese.
Per questo, Andreas come Roth, non mantengono mai davvero la parola data, ma si avvicinano sempre carnalmente, con imbarazzante costanza d’intenti, al compimento della loro propria missione esperienziale originaria, etica l’uno quanto estetica l’altro, della pacificazione introspettiva del sé e dell’altro da sé; ostili entrambi, fino all’esalazione dell’ultimo respiro, fino alla letteraria chiosa sul punto dolente, alla reductio ad unum di una privatizzata, estatica, trinitaria ideologia del bene, del male e del cosìssia.
«Duecento franchi», rispose Andreas. «Mi perdoni, però, ma lei non sa neanche chi sono! Io rispetto la parola data, ma lei non potrebbe nemmeno chiedermi la restituzione dei soldi prima del dovuto, perché è vero, rispetto la parola data, ma non possiedo un indirizzo. Io dormo sotto questo o quel ponte.»

 Francesca Fiorletta

venerdì 19 agosto 2011

La fiera delle vanità. Romanzo senza eroe.

La fiera delle vanità. Romanzo senza eroe
di William M. Thackeray
BUR, 2007
pp. 874
Traduzione di B. Tasso

1^ edizione: 1846-'48

Nella nebbia londinese, nella brughiera malinconica e nella campagna inglese, si annida quasi certamente il segreto del talento letterario: un’ispirazione magica, la capacità di osservare con occhio critico la società e le sue manie, gli uomini i cui sentimenti e passioni non sono in fondo cambiati poi tanto nel corso del tempo, la bramosia di potere, la sete di ricchezze e successo. Un talento che certo non è solo prerogativa inglese, ma che almeno nel periodo vittoriano è quanto mai evidente e dominante.
Tra gli interpreti dell’epoca che hanno saputo regalarci pagine indimenticabili per la loro forza espressiva, analisi attenta, linguaggio forbito, un posto d’onore spetta sicuramente a William M. Thackeray, autore di un capolavoro quale “Vanity Fair” (oltre che ovviamente di numerose altre opere di valore, tra cui basti citare “”Barry Lyndon”). Ma è bene avvertire il lettore che pur trovando posto tra gli scaffali riservati ai classici della letteratura, tale libro è per molti aspetti quanto di più lontano si possa immaginare dal romanzo per antonomasia, quello inglese del periodo vittoriano per l’appunto.

Eccezion fatta per la scrittura scorrevole, limpida ed elegante che caratterizza i romanzieri anglosassoni, la costruzione della storia e soprattutto i suoi personaggi si discostano nettamente dai canoni classici della letteratura sopracitata. Come lo stesso autore non manca di puntualizzare infatti, “Vanity Fair” è un romanzo senza eroe” almeno sul modello dell’eroe che tutti siamo abituati a riconoscere, campione di virtù e saggezza. I personaggi che vengono perfettamente ritratti non hanno infatti nulla dell’eroe, essi non sono altro che uomini –certo non della miglior specie- le cui passioni, vizi ed egoismi hanno il sopravvento su ogni buonismo. Non c’è spazio per il pentimento e la redenzione, la fine può solo portare alla soddisfazione dei propri desideri o alla sconfitta, nessun moralismo o proposito edificante si cela dietro ascesa e caduta nella società aristocratica inglese. Quello che fa Thackeray è “semplicemente” restituirci uno spaccato di quella stessa società entro la quale ha vissuto, snob e arrivista, dell’Inghilterra coloniale.
Tuttavia, nonostante sia impossibile trovare nel romanzo un personaggio che corrisponda ai canoni noti dell’eroe, è anche vero che –almeno dal mio personale punto di vista- è altrettanto inevitabile non rimanere completamente stregati dalla sua protagonista, Becky Sharp: affascinante, maliarda, astuta e cinica arrivista, talmente ostinata nel perseguire il suo intento che non può che essere ammirata almeno per la sua perseveranza e faccia tosta (e forse in buona misura resaci ancor più cara se la immaginiamo con i tratti di Reese Witherspoon a cui ha prestato il volto nella trasposizione cinematografica del romanzo). Decisa a riscattarsi dalla umile condizione sociale di partenza, non si lascia intralciare da niente e da nessuno nella sua scalata alla società inglese, né dalle invidie e cattiverie cui inevitabilmente è oggetto, né tantomeno dai sentimenti e dalle avversità. Troppo astuta ed ambiziosa per accontentarsi, nella sua bramosia più di una volta cade punita per il troppo ardire, passando dalle feste in compagnia di nobili ammaliati adorna di gioielli bellissimi, alla sconfitta ed umiliazione, in un continuo alternarsi di ascesa e declino, desiderando sempre di più in un vortice impossibile da fermare. Vivendo ben al di sopra delle proprie possibilità, approfittando delle persone fin tanto che queste possono esserle utili, per poi gettarle senza pietà, rinnegarle quando non sono più niente.
Una donna terribile! Cinica, egoista, incapace di amore materno (questo a mio avviso l’unico peccato imperdonabile anche per la cara Becky), arrogante, eppure quanto coraggio e spirito combattivo sa dimostrare! Non ha certo nulla della scialba, inconsolabile ed ingenua Amelia Sedley, la giovane compagna di collegio ed in fondo unica amica, così cecamente innamorata del suo George da venerarlo come un Dio, proprio lui esemplare della peggior specie maschile. Nemmeno nel personaggio di Amelia l’autore ha impresso il carattere dell’eroe, che nella sua ostinata ingenuità non si riesce nemmeno di compatire.
Unico labile esempio di virtù è forse rintracciabile nel capitano Dobbin (che non a caso letteralmente significa “ronzino”, “cavallo da tiro”), onesto e incorruttibile, da sempre segretamente innamorato della povera Amelia sulla quale veglia in silenzio. Eppure, lo stesso Dobbin non può essere il paladino, troppo goffo, brutto, incapace di slanci.

E’ bene rinunciare quindi alla ricerca di una qualche virtù nei personaggi del romanzo, che proprio nei loro difetti così perfettamente delineati rappresentano la società entro la quale si muovono. Quella società che irrimediabilmente ha condannato Thackeray e il suo romanzo, colpevole di averla ritratta in modo tanto meschino ed avido di soldi e potere in ogni sua componente, dall’aristocratico londinese al baronetto di campagna. Quanti di loro si saranno riconosciuti dietro le malcelate spoglie di un sir Pitt o un George Osborne?
E allora, la stessa Becky povera orfana senza arte ne parte che con la sua astuzia ha saputo penetrare in quel mondo snob ed arrogante, è in fondo adorabile: 
Sarà pur maligna la vendetta, ma almeno è naturale. Io non sono un angelo".
Una scena dalla trasposizione cinematografica

Debora Lambruschini