lunedì 28 febbraio 2011

Abbonarsi al tascapane di Morozzi

Il tascapane
di Gianluca Morozzi
Quintadicopertina, Genova 2010

formato: pdf
pp. 125
abbonamento: 12 €

Il sito della casa editrice: www.quintadicopertina.com

Chi ha detto che un e-book è solo un libro in versione digitale? Quintadicopertina sperimenta una nuova formula: non si tratta più di comprare un singolo libro, ma di abbonarsi a un autore. Con pochi euro possiamo restare aggiornati sui racconti/romanzi del proprio autore preferito, che verranno comodamente inviati all'indirizzo e-mail che segnaliamo al momento del pagamento. Come è precisato nel sito di Quintadicopertina, riceveremo un minimo di quattro lavori, che siano romanzi o raccolte di racconti, o la loro prosecuzione. Rinasceranno così i racconti a puntate e i feuilleton?

Si comincia con Il tascapane di Gianluca Morozzi, narratore bolognese straordinariamente prolifico, emblema e fortuna per anni della casa editrice Fernandel, spesso per Guanda, musicista appassionato di Bob Dylan e, come ama sottolineare nelle interviste, sfegatato tifoso del Bologna. La forza che ha portato Morozzi all'estero con il suo Blackout (2004, Guanda) sta nel suo stile franco e senza vezzi, tagliente dove serve, senza paraocchi né abbellimenti, ironico (trattasi spesso d'ironia amara). Altra caratteristica è la forte portata autobiografica, esibita senza tutela della propria privacy, svelata e a volte irriverente. 
Anche nei racconti contenuti nel tascapane, Morozzi porta la propria esperienza: dialoga con il lettore, spiega in brevi cappelli introduttivi la ragione per cui il racconto è stato a lungo nascosto o precedentemente pubblicato altrove; talvolta contestualizza il testo entro la sua biografia, senza mostrare un minimo riserbo. 

E i racconti arrivano, e colpiscono nel segno, senza tergiversare. Si comincia con Non si esce vivi dagli anni novanta, racconto smaccatamente autobiografico che spiega il titolo della raccolta: il tascapane era la borsa in cui Morozzi conservava i primi racconti della sua carriera, alla rinfusa, senza ordine né cura. Tra una battuta ironica e una sottile brezza nostalgica, si arriva a Godersi le cose, testo che ripercorre la vita del protagonista seguendo  la nascita e la crescita della sua passione calcistica. La cronaca calcistica ed 'esistenziale' è interrotta qui e là da partentesi in cui il narratore si autocommenta o spiega retroscena e conseguenze delle azioni raccontate. 
Più duro e cinico è Il mondo trema, racconto lungo diviso in capitoli, in cui si narra la vita complessa di  Erik, un ragazzino disagiato, con una famiglia distrutta dalla malattia, dalla droga e dall'alcol. Solo la musica e una insospettabile amicizia permettono al ragazzino di resistere all'orrore quotidiano, e di conoscere i primi impulsi erotici. E alla fine dell'ottavo capitolo, quando la situazione diventa tesa, il racconto resta sospeso: un "continua" tra parentesi rinvia le avventure di Erik. Solo i lettori affezionati e "abbonati" (perdonatemi, fatico ad adattarmi al termine) a Morozzi sapranno il seguito. 
Segue Il fossato, racconto in cui l'io-narrante è uno scrittore bolognese, affermato e appassionato di musica (serve sottolineare le coincidenze con la biografia di Morozzi?), seduttore compulsivo di giovani e disponibili lettrici. Tutte, indiscriminatamente, vengono sedotte nel monolocale in Via del Fossato, centro creativo e pied-à-terre romantico; nessuna sa che una botola è celata dal letto... 
Risale al 1987 Sisyphus, il racconto fantascientifico che Morozzi definisce "angolo della vergogna", perché risalente ai suoi tredici anni e fino ad oggi inedito.

Questa "raccolta in progress" è un vassoio dai tanti stuzzichini: gusti diversi per palati differenti; forse non sfama, ma è senza dubbio un primo e saporito assaggio per chi non ha mai letto Morozzi, e un break per gli estimatori. 

Gloria M. Ghioni

domenica 27 febbraio 2011

Dialogo immaginario con Jacques Lacan

Dialogo immaginario con Jacques Lacan
di Gabriella Ripa di Meana
Nottetempo, 2010

€ 6.00

Questo libro dall’aspetto di un vademecum ripercorre, nell’atto unico di un suggestivo dramma, il valore e il significato dello sguardo psicoanalitico per la storia della cultura. Gabriella Ripa di Meana costruisce immagina un colloquio in cui il paziente è Lacan e l’analista – possiamo tranquillamente supporlo, anche se non è mai apertamente dichiarato – è l’autrice stessa. Il gioco degli specchi e dei paradossi si completa con l’oggettivazione, essendo per definizione impossibile la comparsa di un io narrante in un dialogo. L’analista che interloquisce, inoltre, è anonimo: possiamo supporre che rappresenti una sorta di tribunale dell’inconscio dietro a cui l’autrice, si nasconde, assumendo un significato scientifico universale. Viene in mente che forse è questa la ragione, seconda soltanto alla prolungata fedeltà verso l’agrafia del maestro, per cui anche Platone scrive prevalentemente dialoghi, in cui egli stesso si cela dietro altri personaggi.
L’impianto della scrittura di Ripa di Meana, per rimanere in tema, è fortemente filosofico, almeno se nell’alveo della filosofia si vuol comprendere innanzi tutto l’interrogazione perpetua sul senso delle varie attività umane: sul linguaggio, soprattutto, che sappiamo essere stato il nucleo forte e insieme irrisolto della ricerca teorica di Lacan. La parola in sé, più ancora che la parola di Lacan, è protagonista di un dialogo che in alcuni tratti lascia prevalere l’armonia e in altri il contrappunto, in perfetto equilibrio chiaroscurale.
“Senza il linguaggio” avverte Lacan – paziente “l’umanità non farebbe un passo avanti nelle ricerche del pensiero”. 
In questa sinfonia polifonica della scienza dell’inconscio, se Lacan è il direttore d’orchestra, Freud è il compositore, colui senza il quale nessun concerto sarebbe mai stato avviato. Lungi dal fondare semplicemente una nuova scienza, Freud è colui che ha acceso il sospetto sulle infinite potenzialità del linguaggio e sulla forza, evocativa assai prima che terapeutica, della parola. La “cosa” lacaniana, il reale è lì che aspetta e minaccia con la sua presunta sensatezza, che è l’origine vera del sintomo: la parola analitica ha proprio il compito di liberare dal pregiudizio della ragionevolezza, di “spingere il soggetto verso l’impossibile”. Questa è la continuità segreta fra compositore e direttore d’orchestra, questa l’interpretazione che il secondo ha fatto dell’opera del primo, dandole voce. Nel frattempo però qualcosa è accaduto, qualcosa che ricorda la cristallizzazione della Scolastica dal pensiero di Aristotele: la psicoanalisi ha iniziato ad aspirare a diventare scienza, vittima del pregiudizio ormai destinato a ridurre ogni ricerca a pensiero unico, pantecnologico, acclarato. Sta andando perduta, oppure forse è già andata perduta la fluidità di una ricerca inizialmente mimetica, coestesa rispetto alla fiumana simbolica del linguaggio. L’epistemolatria, così possiamo chiamarla, sta costruendo a proprio monumento una specie di Chiesa altrettanto dispotica, ottusa e oscurantista:
“c’è un dio atomo, un dio spazio”, 
avverte l’illustre paziente. E se vince la scienza (come scientismo) e la religione (come oscurantismo), sarà la fine di una ricerca duttile e sfuggente come l’oggetto modellato dal suo stesso linguaggio: l’inconscio.

A questo punto il concerto si conclude con la nota dissonante che ci fa capire la vera ragione per cui Lacan è il paziente di questa seduta: la sua stessa ricerca ha subito una cristallizzazione paralizzante, lontana dalle intenzioni e dall’energia del maestro. Il tecnicismo esasperato ha infettato la psicoanalisi, che era partita come afflato d’ indagine sui moti più sfuggenti dell’uomo, e rischia ora di farla somigliare a una banale macchina di risoluzione dei problemi, a un’ottusa fabbrica di sazietà. Si sta dimenticando il potenziale creativo dell’angoscia: la si degrada a puro tempo perso, a esperienza inutile e intollerabile.
“La nostra civiltà, così matura, così completa, così avveniristica ha più di un piede nella decadenza. Povera di sublimazione e insufficiente di spirito, è appiattita nell’immanenza”. 
Anche la dottrina lacaniana, ridotta a irrigidimento scolastico, ha subito il degrado dell’ “ipse dixit”. “Il Fool che l’abitava” conclude l’analista “è morto”. Dopo un ultimo duetto, che dopo l’iniziale dialettica diviene tristemente monocorde, l’ombra di Lacan, delusa, scompare.
L’autrice non azzarda soluzioni, non finge ipotesi, non propone ricette; altrimenti, forse, invece di un’opera così veloce e originale avrebbe scritto un tomo di dieci volumi. Anzi, dietro l’angolo c’è ancora il paradosso: inversamente al famoso giudizio di Nietzsche su Cristo, da lui definito l’ “unico cristiano”, l’autrice conclude che forse Lacan stesso non era lacaniano, se ha suscitato nei suoi discepoli proprio quella fissità che combatteva. Che fare dunque? Ciò che possiamo raccogliere, da questo excursus piuttosto scorato sul destino di uno degli sguardi più profondi e vivi sull’uomo, è una difesa coraggiosa del pensiero da condizionamenti, manierismi e acquiescenze; anche quando ciò appaia culturalmente difficile, se non impossibile e mai tentato. Ricominciare da capo, forse, come in una salutare ekpyrosis:
“perché l’oblio non dimentica, ma – nelle lacune dell’assenza – ritrova e reinventa”.

Alessandra Paganardi

sabato 26 febbraio 2011

"Chissà cosa resiste, adesso": la poesia dell'"Attimo dopo" di Massimo Gezzi

L'attimo dopo
di Massimo Gezzi
Luca Sossella Editore, 2009

pp. 99
€ 12.00

Stamattina la luna ha un fumo pallido intorno,
e i parabrezza sono carichi di gelo:
le mani cavate dal tepore delle tasche
si arrossano, a graffiarli. Restano quindici foglie
di castagno appese ai rami: quattordici,
quando un refolo più lungo le agita
e ne manda una in terra: ciclo concluso,
appuntamento a qualche mese per vedere
di nuovo la piccola mano riformarsi,
dov'era poco fa. Magari fosse questa
identica logica a guidarci: persa una vita
che faceva meno vuoto il nostro corso,
aspettare qualche mese, scrutare negli angoli
o sotto le lenzuola, con pazienza registrare
gli indizi di una nuova comparsa:
i capelli sul cuscino, lo spigolo dei libri sistemati
con cura, il profumo del caffè,
quando siamo ancora a letto.
E invece non c'è nulla,
e nemmeno la foglia che in aprile
tenterà la prima luce sarà uguale
a quella precedente. I rami cuciranno
i loro vuoti in silenzio, non impiegheranno
troppo tempo per capire.
(Quattordici foglie)

Succede. Di avere un libro che piace tantissimo, di averlo letto e riletto, proponendosi di recensirlo presto, e poi... Il blocco. Davanti alle citazioni scelte con cura, agli appunti presi sull'onda dell'estatica prima lettura e alle note più accurate di una seconda (non posso dire "a freddo", in questo caso). E il libro torna sul comodino: forse la prossima lettura... E cresce l'ansia di non essere in grado di scrivere una recensione adeguata a una lettura così: complessa, intensa, colta, densa, piena di rimandi inter- e intratestuali. I dubbi si moltiplicano: e se non fossi in grado di cogliere appieno il retro-senso?
Così mi è accaduto per mesi con L'attimo dopo, l'ultima raccolta poetica di Massimo Gezzi, che segue a distanza di cinque anni Il mare a destra (Edizioni Atelier, 2004). Dopo mesi di lettura e rilettura, è aumentata la mia ammirazione per l'opera di Massimo, e per questo cercherò di dare qualche spunto di lettura, senza la pretesa di trovare tutte le linee guida della sua poetica. 

Come è chiaro fin dal titolo, elemento centrale della raccolta è il tempo, percezione fisica e intima, visto in un caleidoscopio variegato di attimi passati, colti nella cesellatura in dissolvenza di ciò che è andato, e non tornerà:
Non torna mai niente, i gesti/ fanno in tempo a disegnarsi nel chiaro/ dell'aria, poi il sole secca il fango,/ l'uomo e la donna ritornano/ in viaggio, la corrente dei lampioni/ si interrompe del tutto (da Comandamento).
Più che esperienze vissute, L'attimo dopo raccoglie occasioni rivelate epifanicamente o perdute. E non a caso ho parlato di occasioni: Montale è presente nella cesellatura attenta dell'opera di Gezzi - lo si ritrova nelle costruzioni sintattiche e ritmiche, in una memoria lessicale accesa e consapevolmente dosata (si veda la frequenza di termini negativi), tematica (su tutte, la comunicabilità solo apparente con gli uomini che non si voltano svelata in Rendere ragione), ma anche nella connotazione stessa di "occasione", intesa sempre come situazione casuale, momentanea e totalmente imprevedibile. 
Lo stesso andamento narrativo risponde al dispiegarsi del tempo, senza strappi ma con interessanti congiunture tra la dimensione esterna e l'introiezione: non vi è mai una solo parzialmente attiva contemplazione, ma penetrazione della realtà, e talvolta oltrepassare l'oggetto permette di accedere alla riflessione. Continui passaggi esterno-interno sottolineano uno degli interrogativi costanti della raccolta: cosa va e cosa resta?, anche esplicitato:
Chissà cosa resiste, adesso (Reperti)

Se le cose restassero le cose,/ se fossero forme coerenti e ripetibili/ e non si rovinassero le sagome nel tempo (Materies aeterna)
Anche l'amore e il sentimento sono soggetti ai limiti umani, e non resta che "con un bacio perdonare il [...] limite biologico" dell'amata (in Raggio laser) e prevedere a occhi socchiusi il futuro insieme (in Loro). Ma tutto cambia, e neanche l'illusione amorosa barrica dagli intacchi del tempo, come si legge nella bellissima Quattordici foglie citata in esergo o in Una parola non detta:
Ho sempre immaginato, parla mentre guarda
un po' in tralice,
che dietro questa forza ci sia un male
da scontare, che il male
richiami altro male fino a che
non ce n'è più da stipare nelle cellule, e a quel punto,
solo allora, salta fuori
questa forza che hai tu, il tuo sguardo
diritto. Ho anche pensato, continua,
che ci sia quella congiura
del silenzio da espiare, quel gesto
con cui l'ho allontanato imponendogli
un lunghissimo dolore, mi capisci?
Ha sceso le scale del condominio
con un misto di orgoglio
e di spavento, la sua sagoma si è stagliata
contro il vetrocemento e io ne conservo
il profilo, nettissimo, potrei ridisegnartelo
in questo esatto istante. Ho sempre creduto
che scrivere mi servisse soltanto a poter dire
quello che in quel torno di secondi
andava detto: tutte le pagine che ho scritto,
capisci, in cambio di una sola parola
non detta: "ehi", "ascoltami",
"aspetta".
(Una parola non detta)
Dunque, un mondo mutevole, tra urbanità e natura, nel contrasto ormai assodato tra la transitorietà della vita umana e l'eternità della Terra. Ricorrono a tal proposito figure precarie: l'uomo, la medusa, le foglie,... La vita stessa è materia (La materialità dell'esistenza/ è cosa certa - da Venere davanti al sole), semplificabile in cellule, atomi e quark, in una concezione pienamente laica. E non resta che chiedersi
il dilemma/ che mette il segno uguale tra vita/ e non vita (Sul molo di Civitanova)

Gezzi non cerca di risolvere il dilemma vestendo i panni di un poeta-vate, ma ne coglie il fascino intrinsecabile. L'aspirazione non è quindi a una clés de lecture assulta, che trasfiguri o interpreti, ma a una poesia materica che si alimenti della stessa forza costruttiva (e de-costruttiva?) su cui si fonda il mondo. Così in Mattoni, di cui cito i versi finali:
Un mattone conta più delle parole/ che lo imitano appoggiandosi/ una sopra l'altra.// Io con la poesia vorrei fare mattoni. (Mattoni)
Per questo la poetica di Gezzi non ha mai per oggetto l'inconsistenza o l'astratto, ma nasce dall'
esistenza quotidiana, fatta di carne e vetri sporchi (Poco prima).
Così, nella raccolta si passa dal ricordo del portone scricchiolante dell'università (oserei proporre  per esperienza personale l'ateneo pavese dove Gezzi ha studiato, ma è solo un pettegolezzo) di Materies aeterna, bava di lumache e ai cadaveri dei cani in Reliquie, viaggi in macchina e in autobus con Gelsi, paesaggi e città, tra cui Roma, Civitavecchia, Grottammare e l'Oberland, amicizie e donne presenti o andate... Alle escursioni tematiche fa da contraltare uno stile sempre sorvegliato: neanche un enjambement è privo di valore semantico, il ritmo è curato come raramente accade nella poesia contemporanea, scelte metriche e foniche sono sapienti e calibrate.  Stilisticamente vario, con tessere di discorso diretto e  zone riflessive, parentesi descrittive su un tessuto narrativeggiante. Efficace l'uso della seconda persona singolare,  inclusivo nella genericità del "tu" e, al tempo stesso, distanziante nell'impersonalità (depauperando l'autore del suo privilegio tradizionale di io-lirico onnipresente e onnipensante). Particolarmente vario, il lessico è incastonato perfettamente in frasi dalla forte potenza icastica, e anche un lettore critico è portato a pensare non di rado: questi sono i "mattoni" che Massimo cercava, queste frasi che aderiscono perfettamente alla nostra sensibilità, rivelando ciò che vorremmo e non riusciamo a esprimere. Questi sono i mattoni che restano.

Gloria M. Ghioni

venerdì 25 febbraio 2011

Zeus! | reading di una rivista mutante









Oggi vorrei parlare di poesia mutante. Oggi vorrei parlare dei confini dell'arte e della poesia, e quindi anche dei confini della Forma e del Significato. Oggi vorrei parlare di Ordine e Caos, di natura e tecnica, di evoluzione e adattamento. Di tutto questo vorrei parlare. Ma per farlo sceglierò una maniera inedita, lontana dai sociologismi e dagli intellettualismi di tante vetrine letterarie.

Oggi parliamo di Zeus, la rivista mutante e, in particolare, della sua prima pubblicazione che raccoglie i testi di tutti i reading teatrali che l'hanno vista protagonista e organizzatrice dal 2005 al 2010: Zeus, reading di una rivista mutante (edizioni Il Cardo, con il contributo della Fondazione della Comunità Bresciana, 2010).
Zeus
è la rivista scritta dagli utenti e redatta insieme ad alcuni operatori dei servizi alla disabilità della cooperativa sociale Il Cardo di Edolo, in provincia di Brescia (il numero 0 è uscito nel gennaio del 2005).
Zeu non è solo una rivista. È un luogo magico, un porto franco, uno spazio incontaminato dove la letteratura non può che porsi le domande primordiali riguardo la sua natura: riguardo il tempo, lo spazio, la sua origine e la sua identità, riguardo i confini del suo linguaggio e il suo scopo nel mondo. In questo senso trovo che Zeus sia una della più interessanti realtà artistiche e “umaniste” che ci sono in Italia perché, per una sua caratteristica peculiare – per la sua natura outsider ma tangente, mutante ma integrata – Zeus ci richiama tutti alle sue domande, alle sue fascinazioni, ai suoi sentimenti, con un'innata energia di coinvolgimento e partecipazione.
Per i redattori della comunità Il Cardo l'idea iniziale fu quella d'una rivista capace di «ricreare, per farlo percepire agli altri, ciò che gli operatori provano e sentono durante una giornata di vita nei nostri servizi. Zeus doveva esaltare quei pezzi di follia, spiazzamenti, visioni distorte, mondi capovolti e risate che ci fanno amare il nostro lavoro» (scrive Marco Milzani, direttore de Il Cardo, in postfazione al volume antologico).
Ma non bisogna tradurre
Zeus come una semplice piattaforma che cerca di trasformare in energia generatrice, nell'atto artistico, l'energia della devianza (così la critica d'arte chiama la forza propulsatrice che nell'atto artistico olstemtrepassa il sia del linguaggio per allargarne i confini, per destrutturarne/restrutturarne gli orizzonti). Non voglio etichettare Zeus solo come un fattore antropologico, come un esperimento da laboratorio, un vezzo culturale. Non voglio ricondurlo alle scritture automatiche o ai flussi di coscienza, all'arte informale o primitiva.
Zeus è molto di più. I suoi testi sono creati al di là del linguaggio, e al di qua, e spinge anche noi lettori a seguire questa appassionante avventura della mente e dello spirito. L'obbiettivo dei redattori de Il Cardo è chiarissimo: «il mondo esterno percepiva della persona con disabilità solo la superficialità, il limite di pensiero che esce dalla poche o troppe parole, il pensiero stereotipato, il loro essere bambini in corpi adulti. Questa visione però faceva a pugni con il nostro vissuto quotidiano: oltre al pensiero stereotipato noi nella relazione incrociavamo cose che non erano troppo classificabili, ma che a noi piacevano. Il compito dell'educatore diventa giocoforza quello di fare domande e intuire strade diverse per fare emergere quello che una persona è oltre l'apparenza, oltre l'educazione imposta, oltre l'equilibrio raggiunto con i farmaci» (ancora Marco Milzani in postfazione).
Ritrovo in Zeus un gioco serissimo intorno al concetto di educazione e integrazione sociale. In tempi in cui la letteratura è strumentalizzata dalla politica o asservita al mercato, ritrovo in Zeus un momento letterario incontaminato, vero.
Ma ancora e ancora Zeus è molto altro. Zeus sono l'emozioni che fanno l'Uomo nudo e crudo, semplice e debole, povero e misero, romantico e idealista, puro davanti ai nostri occhi. Zeus è una lezione di vita che ci fa riflettere sul rapporto con l'Altro, su una diversità che ci mette in discussione, eppure ci completa.

«Zeus è meglio darlo da leggere a una persona che è capace di leggerlo» scrive Danilo Ramus, uno della comunità.

«La verità è la verità»
(Amerino Simoncini,
La verità)

«Adesso ti faccio la bara. / La bara dell'amore. / La bara dell'amore è un gioco. / Un gioco di persone. / Che fanno l'amore»
(Alessandra Laini,
La bara dell'amore)

«Ho un cane. Non ha un nome: per chiamarlo gli tiro i sassi. Va un po' di qua e po' di là. Altri animali... non so: il topo, il carciofo, le macchine. Il topo è grande: così (1metro).»
(Manuel Salis,
Mucca)

«L'uomo arriva dalla luce. Tanti anni fa. Il mondo l'ha fatto Gesù, da solo, con le luci. Una luce illuminata, come quella delle bottiglie di vetro.»
(Amerino,
L'uomo arriva dalla luce)

«Ecco dove ci porta il nostro pensiero, anche a pensare ad un mondo dove le regole e gli steccati possano essere discussi sentendo le ragioni di tutti, anche di chi, apparentemente sembra abbia difficoltà ad adeguarsi alle nostre convenzioni e per una volta ci costringe a misurarci con la sua realtà».
(Giuseppe Capitanio, presidente della cooperativa Il Cardo, in postfazione)





Riccardo Raimondo



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Il Cardo è un'impresa cooperativa sociale. Oggi i servizi nell’area della disabilità sono: Centro Diurno per persone con disabilità (CDD) - Comunità Alloggio Socio Sanitaria (CSS) – Centro Socio Educativo (CSE) - Servizio Formazione all’Autonomia (SFA)- Appartamenti protetti - Voucher educativi per disabili - Animazione disabili ai grest estivi – Servizio di Assistenza Specialistica nelle scuole.
Parallelamente Il Cardo si occupa con altrettanto impegno anche di problematiche relative al tema dell’Educazione con interventi di prevenzione, formazione insegnanti e consulenza presso le scuole, organizzazione di eventi, laboratori, spazi di aggregazione e assistenza domiciliare educativa.
Dal 2005
Il Cardo produce e promuove dei reading teatrali che mettono in scena le fasi salienti dell'attività della rivista Zeus. Zeus, reading di una rivista mutante è la loro prima pubblicazione.


(per info, abbonamenti, donazioni e per acquistare l'antologia e i numeri di Zeus visitate www.ilcardo.it oppure www.zeusrivistamutante.wordpress.com)


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Anteprima dello spettacolo teatrale Zeus, reading di una rivista mutante, che dà anche il titolo all'antologia. Visita il sito per conoscere le prossime tappe della tournée! www.ilcardo.it






giovedì 24 febbraio 2011

Dracula di Bram Stoker



Dracula


Bram Stoker, Grandi Tascabili Newton, 311 pp.

Capolavoro della letteratura gotica di fine Ottocento, una vera pietra miliare nel panorama letterario contemporaneo che dona una nuova tinta (nera) al romanzo epistolare, figlio di quel secolo, attingendo dalla tradizione popolare dell'est Europa per dare origine ad una creatura mostruosa che, con la sua emanazione mefitica e maligna, permea tutte le terre vicine e lontane alla sua Transilvania, incombendo come una minaccia incommensurabile sulle deboli vite degli esseri umani.

Altri prima di Stoker utilizzarono il vampiro (già considerato una creatura malvagia "chic" nel Settecento) come personaggio letterario, ma nessuno riuscì a raccontare la storia di cui il vampiro è protagonista guardandola dall'altra parte, dalla parte degli esseri umani, ancora vivi, e per questo così deboli, fragili, e miserevoli davanti alla potenza sconfinata dell'inarrestabile Conte Dracula.

Stoker scrive un romanzo che risulta assolutamente "romantico", sostituendo allo spleen, così caro ai suoi colleghi, una terrificante incarnazione del male. Se nei "Dolori del giovane Werther" la natura, lo spirito, i sentimenti erano scossi dall'inarrestabile e appassionata nostalgia di qualcosa che sta oltre la vita, in questo caso i ruoli sono invertiti: la Morte torna fra i vivi, diventando Non-Morte. Si introduce con violenza nelle loro vite, tormentando i loro sogni, allungando la propria ombra sulla fragile vita degli agiati borghesi londinesi. Come da tradizione romantica però, la borghesia resta l'attrice principale, incarnando letterariamente l'uomo "nuovo" che rivoluziona la società contemporanea.

Il manipolo di uomini, sotto la gigantesca minaccia del Male incarnato, si ingegna infatti per riuscire ad eliminare una volta per tutte la causa delle loro sofferenze. Non si trova più la passione inarrestabile e il dramma spirituale dell'uomo: questa volta la causa di tutte le sofferenze è esterna, ripugnante e disgustosa, e deve essere eliminata con l'ingegno e con l'audacia che fanno dei personaggi la rappresentazione della virtù borghese ottocentesca.

Stoker tratteggia perfettamente la psicologia dei personaggi, inventandosi una storia assolutamente d'effetto, con grandi colpi di scena a noi ormai ben noti anche grazie alle trasposizioni cinematografiche, ma che all'epoca dovevano causare più di un sobbalzo nei lettori. Dracula non viene descritto quasi mai, ad eccezione della prima parte e qualche saltuaria volta in tutto il resto del libro: ciò che lo rappresenta è la sua aura diabolica, il suo influsso maligno che perseguiterà soprattutto le donne, e che torreggia costantemente sulle vite dei protagonisti. A ciò si unisce la descrizione delle ambientazioni, delle quali Stoker dà sempre un ritratto cupo e inquietante, soprattutto in quella del "dominio" del Conte.

Gli uomini sono rappresentati in maniera assolutamente umana e vulnerabile: Stoker evidenzia con sapienza la grossa differenza tra la feroce e maestosa potenza di Dracula, e la mortalità delle fragili vita dei personaggi. Un romanzo eccellente, da leggere assolutamente anche per la maggiore crudezza e il maggior realismo rispetto alle trasposizioni cinematografiche (comunque ottime per la maggior parte, almeno per i miei gusti, soprattutto quella di Coppola con Gary Oldman e la celeberrima del '31 con Bela Lugosi), di assoluta originalità e molto appassionante.

mercoledì 23 febbraio 2011

A single man: solitudine e rivelazione della bellezza


Un uomo solo
di Cristopher Isherwood

(tit. originale A single man, I ed. 1964)

2009, Adelphi
148 pp., 16 euro

Raramente mi è capitato di leggere libri in cui la bellezza della vita si mostri in modo così aperto e prorompente. E parlo di una bellezza anti-retorica, corporea, resa ancora più viva e luminescente da un passato doloroso. Un uomo solo (Christopher Isherwood, 1964) è etichettato come uno dei più bei romanzi della letteratura gay e sul dialogo con la morte, ma direi che è molto di più: è, appunto, un romanzo sulla vita, che è percezione sensoriale, dunque è bellezza.

Siamo nel 1962, in California. In piena guerra fredda e nella trionfante realizzazione dell'ideale americano. George Falconer ha ormai superato abbondantemente i cinquanta, è un inglese trapiantato negli States, insegna in un college e - come direbbe lui stesso - appartiene a una minoranza scomoda, silenziosamente disconfermata quando non apertamente condannata e perseguitata: è omosessuale. Ma, ripeto, credo che la vera radice vada colta al di là delle etichette: George è prima di tutto un uomo, un uomo che ha amato e perduto; e che, a vicini e conoscenti, ha raccontato - mentendo - che il suo "vecchio amico" Jim è tornato da sua madre in Ohio, quando proprio in Ohio è stato ucciso da un camion in corsa.
Ma il tuo libro si sbaglia, signora Strunk, dice George, quando ti racconta che Jim è il sostituto che mi sarei trovato per un figlio vero, un fratellino vero, un marito vero, una moglie vera. Jim non sostituiva niente. E non esiste sostituto per Jim, se me lo permettete, da nessuna parte.
A single man, dunque: un uomo solo. Ma occorre definire questa solitudine. Isherwood non intende raccontarci l'elaborazione di un lutto. Il dolore è qualcosa di fisico ma latente, e la sofferenza della perdita emerge soltanto come spasmo inaspettato, o dolce reminiscenza di un'altra vita. George ha ormai metabolizzato la scomparsa di Jim: e la sua solitudine è più complessa, perché è solitudine di chi ha perso un amore insostituibile ma, anche, sa di appartenere a un gruppo di innominabili.
L'individuo che stiamo osservando lotterà incessantemente fino al crollo. Non per eroismo. Non sa immaginarsi alternativa.
Fissandosi sempre di più nello specchio, vede parecchi volti all'interno del suo - il volto del bambino, del ragazzo, del giovanotto, dell'un-po'-meno giovanotto - ancora tutti presenti, conservati come fossili sotto strati sovrapposti e, come fossili, morti. Il loro messaggio a questa viva creatura morente è: Guardaci - siamo morti - che c'è da aver paura?
(...) Docilmente, si lava, si rade, si pettina; perché accetta le proprie responsabilità verso gli altri. Si sente quasi felice di avere il suo posto tra loro. Sa ciò che ci si aspetta da lui.
George, per sopravvivere, deve recitare: ama e odia questo compito. L'odio si coagula, si rivolge alla stupidità del sogno americano, si materializza nella ridacchiante fantasia di uno Zio George a capo di un'associazione criminale. Ma George è solo, e solo in mezzo a tanti, perché sa di sentire in modo diverso. Accoglie la vita e le sensazioni che da quella arrivano, a flutti, come doni: ne è deliziato. Sarei tentata di definirlo un epicureo, ma scelgo di fuggire le etichette. Ogni incontro è come uno scatto fotografico, un tassello aggiunto a un mosaico in divenire, con la sua specifica conformazione, con il suo volume, il suo colore, la sua consistenza. Isherwood sembra aver raggiunto a pieno titolo il traguardo che ogni scrittore vorrebbe anche soltanto vedere nel proprio orizzonte: fare poesia senza fare retorica.  Un esempio:
E adesso un'ora, forse, è passata. E sono entrambi ubriachi; Kenny abbastanza, George parecchio. Ma George è ubriaco in un modo piacevole, come raramente gli succede. Prova a spiegarsi che genere di sbronza sia. Ebbene - per dirla rozzamente - è come Platone; è un Dialogo. Un dialogo tra due persone. Sì, ma non un dialogo platonico nel senso dello spaccare un capello in quattro, delle contorsioni sulla parola da «un punto per me»; non una gara di sopraffazione falsamente modesta; non una discussione su qualche asfissiante tema dato. Puoi parlare di tutto e cambiare argomento quanto ti pare e piace. In effetti, ciò che realmente importa non è quello di cui parli, ma il fatto di essere uniti da questa particolare relazione. (...) Tu e il tuo interlocutore dovete essere in qualche modo opposti. Perché? Perché dovreste essere figure simboliche — come, in questo caso, Giovinezza e Vecchiaia. Perché dovreste essere simbolici? Perché il dialogo è per sua natura impersonale. È un incontro simbolico. Non coinvolge personalmente le parti. Ecco il motivo per cui, in un dialogo, puoi dire assolutamente qualunque cosa. Anche la più intima confidenza, il più mortale segreto, risultano obiettivamente semplici metafore o illustrazioni, che non potrebbero mai venire usate contro di te.
Questa predisposizione alla vita, che si divarica nell'arco di una lunga, significativa giornata (non vi dico di più), si realizza magistralmente nella resa linguistica: l'aggettivazione è orchestrata in modo ineccepibile, corposo; le figure retoriche, non eccessive, sono dosate con criterio, inserite in punti fondamentali, punti di luce e carnalità nello scorrere degli eventi. Il lettore, insomma, finisce col deliziarsi con George e di George, anche quando si parla delle sue scoregge. Perché sul dolore, la fitta che ti coglie nel ricordo, trionfa il vivere-nonostante-tutto, e anche quello conserva, nell'occhio di chi guarda e nella lingua di chi racconta, una bellezza sconvolgente.

Ho pensato, durante la lettura, a una delle mie canzoni preferite, dell'ex voce dei Genesis, Peter Gabriel (Up, 2002). Titolo: I Grieve, letteralmente 'io sono in lutto'. La prima parte della canzone esprime, nel più delicato progressive britannico, in sordina, la pastoia del dolore: lo sgomento perché tutto, carne e ossa, sembra uguale a prima; e lo shock per la presenza di una pagina ancora bianca, vuota (un futuro ancora da scrivere). Ma il ritmo della canzone cambia, sembrerebbe quasi correre con George verso l'oceano: perché la vita continua, e colui soffre viene ritrascinato in essa, volente o nolente:
Life carries on in the people I meet
In everyone that's out on the street
In all the dogs and cats
In the flies and rats
In the rot and the rust
In the ashes and the dust
Life carries on and on and on and on
Life carries on and on and on

It's just the car that we ride in
A home we reside in
The face that we hide in
The way we are tied in
And life carries on and on and on and on
Life carries on and on and on
La vita continua nella gente che incontro / in tutti quelli che sono fuori, per strada / in tutti i cani e gatti / nelle zanzare e nei topi / nella putrefazione ne nella ruffine / nel fumo e nella polvere / la vita va avanti e avanti e avanti e avanti / la vita va avanti e avanti e avanti // E' solo l'auto in cui corriamo / una casa in cui viviamo / la faccia dentro cui ci nascondiamo / il modo in cui siamo collegati / e la vita va avanti e avanti e avanti e avanti / la vita va avanti e avanti e avanti

Quanto il caso importi in tutto questo, e quanta bellezza mostri, il caso, nel suo più cieco realizzarsi, lo rivelerà la fine del romanzo.

Qualche parola, infine, sulla trasposizione cinematografica diretta dallo stilista Tom Ford (2009) con la magistrale interpretazione di Colin Firth e Julianne Moore (premiato, il primo alla 66a Mostra d'arte cinematografica di Venezia). Il regista-stilista ha esasperato la componente del dolore, facendo di George un personaggio più tragico (è un fenomeno, questo, che si riscontra in molte riduzioni cinematografiche), e riservando la dimensione della umanità comica e autoironica del personaggio a pochi istanti. La preoccupazione fondamentale di Ford sembra essere stata, tuttavia, la resa visiva e sonora della sensorialità: che si traduce in una desaturazione dei colori, che riesplodono vivi, violenti e aranciati nei momenti in cui, a George, la bellezza si rivela.

L. Ingallinella

martedì 22 febbraio 2011

"Il banchiere anarchico" di Pessoa


Il banchiere anarchico
di Fernando Pessoa
Nova Delphi, 2010
I ed. 1922

Associare in automatico Fernando Pessoa al Libro dell'inquietudine non rende giustizia allo scrittore portoghese. Quell'opera è certo un capolavoro, ma non è il solo partorito da una delle più geniali penne iberiche. Basti leggere Il banchiere anarchico per averne dimostrazione. Se il protagonista del suo più celebre romanzo 'sdormiva' e, per dirla con Tabucchi,
«frequentava quello spazio di iper-coscienza o di coscienza libera che precede il sonno»,
il banchiere del Banchiere anarchico è al contrario un vigile e spietato strumento di calcolo. A tener banco sono qui i suoi rigorosi flussi di sillogismi e paralogismi che investono il lettore costringendolo a labirinti logici in cui, apparentemente, ogni passaggio consegue necessariamente dal precedente. È persino discutibile usare il termine 'narrativa', che pur ingloba tutto nella sua genericità e vastità, per definire quest'opera. Ricorda semmai più da vicino alcuni dialoghi filosofici.
Tutto si regge su una lunga conversazione tra due amici: le uniche azioni, che garantiscono una dimensione temporale altrimenti invisibile, sono costituite dall'atto di scuotere la cenere dal sigaro che il banchiere avidamente fuma. Ed è proprio quest'ultimo a dare l'avvio alla conversazione, sostenendo di essere anarchico. L'amico gli fa notare che un noto speculatore, un uomo elegante e abilissimo conversatore, può essere anarchico solo se si dà all'aggettivo un significato diverso da quello che gli attribuiamo solitamente. Seguono una serie di argomentazioni tese a dimostrare che la fede anarchica del banchiere è proprio la stessa di quella sbandierata dagli operai e dalle classi sociali più povere. Naturalmente non è possibile qui riprendere tali argomentazioni.
È interessante però puntare l'attenzione su un paio di aspetti a mio parere particolarmente importanti. Innanzitutto non c'è, nel libro, una proposta fattiva di 'anarchismo'. Questo è evidente, dato che man mano che si procede viene svuotato l'ideale anarchico e corrotto fino al punto di renderlo possibile solo alla condizione di essere sommamente egoisti. Non va colto, altrettanto ovviamente, un messaggio che tenda ad elogiare l'egoismo. A ben vedere, e qui sta il punto, il nucleo del libro non è da cercarsi a livello 'ideologico'. Certo, non è assente un preciso contenuto da questo punto di vista. È fin troppo evidente che nell'apologia conclusiva che il banchiere fa dell'egoismo si può recepire – e contrario – un monito a tenere lontana da sé una tale perversa, ancorché seducente, forma mentis.

Tuttavia, la vera magia è consumata a livello formale e logico. A livello 'sofistico', potremmo dire. È l'architettura dell'opera a stupire. Essa si regge su una catena di presupposti, ciascuno dei quali è appena più estraneo alla verità rispetto a quello che lo precede. A leggere Il banchiere tutto d'un fiato si ha l'impressione che ogni passaggio sia, evidentemente, logico. Solo a un'attenta rilettura si colgono le variazioni minime che consentono, sommandole una ad una, di notare il moto di deriva delle deduzioni. Serve del tempo e della buona volontà per accorgersi insomma che quel che lega l'anarchia al suo esatto opposto non è una linea retta, e che ad ogni curva ci sono vizi logici che inficiano l'intero percorso.
Siamo ben al di là delle condanne e dei precetti morali, l'anarchia è soprattutto – ma non soltanto – un pretesto per mettere in guardia da chi è dotato di mirabolanti capacità linguistiche e di nessun terreno morale che dovrebbe costituire la base su cui innestare ogni ragionamento.
Cicerone ammoniva: «Rem tenes, verba sequentur». Qui abbiamo l'esatto opposto, della “rem” quasi ci si dimentica, assorti dalle girandole logiche che sole sostanziano questo geniale libriccino.

Marco Giorgerini

lunedì 21 febbraio 2011

Il Salotto - Dialogo sulla poesia e sulla morte, con Giulio Mozzi


a cura di Dario Orphée

Vorrei iniziare con una riflessione sulla poesia. Giorni fa, mi sono avvicinato ad una bancarella che esponeva il cartello: “tutto a un euro”. Niente di meglio per me (che vivo di scrittura) che libri sottoprezzo! Cercando, tra testi mangiucchiati dalle tarme o anneriti dalla muffa, ho incontrato Il culto dei morti nell’Italia contemporanea. Leggendo il titolo, pensavo si trattasse di una ricerca antropologica; aprendolo, però, ho notato i versi. Mi sono chiesto: perché, secondo lei, l’Italia contemporanea (alla quale allude) riserva questo “trattamento” alla poesia?
Se lo domandano in tanti, almeno da trent’anni in qua. Io volterei la domanda: perché la poesia, in Italia, oggi, (anzi: da trent’anni almeno), si sottrae così alla lettura? Non mi sembra che si scriva molta poesia comprensibile, non dico a prima vista, ma senza strenui sforzi e sussidi di letture critiche. Ci sarà una ragione se Alda Merini è diventata popolare (in tarda età), se Umberto Fiori e Fabio Pusterla (entrambi, non a caso, pubblicati da Marcos y Marcos: un editore che evidentemente ha un’idea di poesia) riescono ad avere un loro pubblico, non enorme ma consistente, semplicemente affezionato; e altri no. Non sono un partigiano della “letteratura facile”, tutt’altro. Ma bisogna pur accettare l’idea che, se si scrivono cose molto difficili da leggere, i lettori saranno pochi.

Si legge poco, ci sono troppi poeti incomprensibili, la cui incomprensibilità è legata -penso- alla scarsa lettura, prolificano come batteri le poesie nella rete (lo ritengo una fortuna, poiché non si spreca carta), avanza l’arte popolare, che solamente a pronunciarla dà i brividi, e altre belle notizie. È un’agonia, o si è smarrito il senso del gusto?
Ma non lo so, se “è un’agonia” o “si è smarrito il senso del gusto”! Sono in difficoltà di fronte ad affermazioni così generali da essere generiche. Di fatto, mi pare che l’ultima poesia veramente “popolare” in Italia sia stata quella in qualche modo “patriottica” (ancora pochi anni fa i programmi scolastici raccomandavano la lettura di Carducci proprio per le sue qualità patriottiche): fino a quella, patriottica a suo modo, del primo Ungaretti. Poi, basta; fino all’Alda Merini. Perché la Merini è diventata così popolare? Secondo me a causa della sua storia personale, che ha commosso molti, e a causa della sua follia. Alda Merini ha incarnato quasi alla perfezione un’immagine popolare di poeta: folle, travolto dalla vita, reietto, e così via. E quindi, come tutti i “casi umani”, ha avuto un certo successo. (Questo non è un discorso sul valore della sua poesia, intendiamoci). Ma non possiamo proporre ai poeti di diventare “casi umani”.

Entriamo nel Culto. Nelle note lei dichiara che non avrebbe mai iniziato il suo poemetto se non avesse letto su “Il Manifesto” del sei febbraio del 1998 un articolo di Marco D’Eramo. In particolare, cosa lo ha ispirato?
In quell’articolo D’Eramo rifletteva su una pratica assai diffusa: quella di costruire piccoli, precari “altari” nei luoghi dove persone care sono morte. Mazzi di fiori legati ai paracarri, biglietti o semplici oggetti-ricordo ai piedi dell’albero contro il quale l’amico si schiantò; e così via. Io già mi ero interessato a queste pratiche: ad esempio, avevo fotografato dozzine e dozzine di questi “altari”. L’articolo di D’Eramo mi fece riflettere; e di lì a poco cominciai a scrivere il “Culto”.

Rifacendomi al testo, leggo: bastoncini di bambù, la voce registrata di Moana Pozzi, le lapidi sulle strade, le bare a stelle e strisce, la cronaca nera… Siamo proprio ossessionati dalla morte?
Quel libro è dedicato alla morte, e di quello parla. D’altra parte, morire è una cosa che capita a tutti: vale dunque la pena di pensarci.

Il fatto è che facciamo di tutto per non pensarci. Anzi, la mente umana e la vita pare che siano state costruite in modo da “obliare” il nostro epilogo. Contraddittoriamente, invece, istituiamo giorni, fissiamo lapidi, ecc., per… non saprei bene per quale motivo. E, oltretutto, fondiamo “moralità”, un tentativo estremo per appropriarci della vita che ci sfugge. Mai puntiamo lo sguardo a ciò che importa veramente. Perché? Forse perché rischieremmo di impazzire (o di scoprire quello che non dovremmo). Lei che ci ha pensato, tanto da scrivere un poemetto, che in alcune parti trovo pieno di sofferenza, potrebbe spiegarmi cos’è questa “cosa che capita a tutti”, come lei la definisce?
Secondo me non è vero che “mai puntiamo lo sguardo a ciò che importa veramente”: e quindi non saprei rispondere a quel “Perché?”. La cosa che capita a tutti è la morte: e no, no so spiegare cos’è.

“Quando ti comanda il sesso/tu non mi ami più, lo so” (I. Vari tipi di eternità: esempi e riflessioni, pag. 12). Questi versi, se posso permettermi di strapparli dal contesto e usarli qui, mi hanno presentato in parole un’idea che non riuscivo a concretizzare. Aiutare è uno dei tanti compiti dei poeti. Vado alla domanda: quello che noi facciamo per piacere, in fondo, non è che una lotta contro la morte? Il piacere -vorrei essere ironico- è un pretesto?
Rispondo citando un passaggio da un mio racconto del 1997: “Tutte quelle che noi crediamo siano le immagini della morte sono in verità le immagini della continuazione della vita. Le vere immagini della morte sono quelle che noi crediamo essere le immagini della vita. L’attività del desiderio sessuale ci dà la sensazione di essere vivi e invece noi siamo animali che si riproducono perché siamo mortali. Noi pensiamo di godere del nostro sesso come di un puro piacere distaccato dalla riproduzione perché vogliamo dimenticarci della nostra morte che è così vicina, è una formica che cammina sulla nostra schiena”. Da “Splatter (breve)”, in “Il male naturale”, Mondadori 1998, nuova edizione Laurana 2011, p. 65.

L’ultima sezione del poemetto è un “Lieto fine”. Lei, specchiandosi, sa di non essere l’immagine sul vetro; dichiara di non avere identità; è lieto. Cosa ha scoperto?
Che non c’è niente di male a morire.

domenica 20 febbraio 2011

Tutto Torna. E tu?


Tutto torna
di Giulia Carcasi
Feltrinelli - I Narratori, Milano 2010

pp. 122 € 11,00


Un titolo semplice, pieno di T.


Un titolo che non può passare inosservato in un mondo dove difficilmente tutto torna.

Una cicogna nera in copertina: "uccelli schivi, che non sopportano la vicinanza dell'uomo", che dopo voli lunghi una vita, talvolta anche 30 anni, tornano nel luogo da dove sono partiti, inetivitabilmente mutato, diverso.


Prendo in mano il libro, lo sfoglio, scorgo tra le pagine il nome della mia città, Pisa, seguito da una data, come in un diario, come nei quaderni di quando ero bambina.



Diego è un professore universitario che insegna a Pisa e vive a Roma con la madre.

Introverso e meticolosamente abitudinario e preciso, lavora alla revisione di un vocabolario: vorrebbe "inscatolare la realtà nei barattoli delle parole" dare un ordine, una definizione, così come agli oggetti anche ad ogni esperienza, istante, emozione che vive.
Sa che per dimenticare occorre ricordare, archiviando il passato nel catalogo della propria esistenza.

Per questo alla memoria Diego "non fa sconti", l'ha "esercitata a fare affidamento solo su se stessa" e, ironia della sorte, la osserva impotente prendersi gioco di sua madre, malata di Alzaimer, oramai irrimediabilmente immersa in un surreale mondo dagli equilibri delicati dove tutto



E' polvere che non si deposita: ogni singola cosa che fu o voleva che fosse, poteva o doveva essere, ogni cosa che forse, si trova dove lei si trova e nel traffico lei inciampa.


Durante uno dei viaggi Pisa-Roma che il professore compie abitualmente, il treno si ferma in una galleria e Diego sviene.


"Il buio è femmina": sarà la voce di Antonia a guidare Diego durante il ritorno dalla vaghezza nera in cui era caduto.
E da quel momento la vita di Diego cambia, tutto quello che è assurdo diventa possibile, proprio come il mare che la voce di lei ha magicamente dipinto nel suo buio, come la calma che l'incrocio con i suoi occhi gli ha fin da subito trasmesso.



La loro unione delicata e inevitabile sconvolgerà i rigidi equilibri di Diego fino a confondere il suo ordine e la sua memoria:




Mi avevano detto che il passato condiziona il futuro, ma non mi avevano detto che vale anche il contrario: il futuro riscrive il passato, come l'ultima pagina di un romanzo trasfigura tutto quello che è stato letto a tal punto che a volte è necessario rileggere. Stai riscrivendo il passato, Antonia, sei arrivata e ci sei sempre stata.


Ma il prezzo da pagare per la perfezione, è la sua fragilità: basta il dubbio, o forse la certezza, di una menzogna, che tutto crolla, tutto non torna più lo stesso.



E così, proprio come l'ultima pagina di un romanzo può stravolgere la prospettiva di analisi dei personaggi e della pagine appena lette, Diego è costretto a ripercorrere la storia con Antonia alla luce di una nuova verità: un'unione in cui tutto era perfetto, tutto tornava.



E tutto torna anche adesso, ma non è più lo stesso.



Dover cacciare un sogno richiede uno sforzo che Diego non riesce a sostenere: le definizioni , le parole non gli serviranno a dimenticare, archiviare chi non è mai esistito e l'inganno si rivelerà inizialmente più forte delle verità del cuore.



Ma forse Antonia amava davvero. E se l'amore è vero, quanto importa la verità del resto?



Ho visto migliaia di film, letto centinaia di libri senza chiedermi se fossero veri. Mi bastava di una storia che fosse bella. A un'emozione non ho chiesto documenti.


Amare è dare: che importanza ha il nostro nome, il nostro passato, chi siamo e chi siamo stati?




Nella confusione hai dato tutto, e io nel mio ordine non lo so, dubito.


Dubita Diego. Allora forse l'amore può superare l'inganno...


Una vicenda inaspettata sceglierà al suo posto.


Ho capito che non me ne faccio niente del significato delle parole, me ne faccio qualcosa del significato delle persone, ho capito che a tutto si può rimediare, tranne al bene.


"Tutto torna" è il terzo romanzo della scrittrice romana Giulia Carcasi, classe '84 (vi segnalo il suo blog: clicca qui): la delicatezza e contemporaneamente l'estrema forza di una scrittura volutamente spogliata del superfluo, priva di fronzoli, paratatticamente diretta, ha la potenza di portare in superficie le nostre paure, i nostri sogni, le nostre emozioni sommerse.



E mi piace concludere citando il brano con cui anche Giulia conclude la presentazione del suo libro (clicca qui per il video su Youtube ):



Pisa senza te è una città perduta e sommersa, Atlantide. Se tornerai mi troverai sospeso, un uomo al centro esatto dell'acqua, e parlarti sarà boccheggiare. Saremo pesci e senza parole finalmente ci potremo capire.

Tutto torna. E noi aspetteremo che Giulia torni per emozionarci ancora.

Elisa Pardi

sabato 19 febbraio 2011

Seicento pagine di sciroppo d'amore con De Carlo

Leielui
di Andrea De Carlo
Bompiani, Milano 2011

pp. 568
€ 18.50

Il bisogno di evasione porta a volte a tornare sui propri errori, e a ricascarci. In questo periodo di stress, la proposta di un'amica di leggere l'ultimo De Carlo ha trovato da parte mia una perplessità fragile, facile da demolire. E così, cinque minuti dopo avevo in mano le quasi seicento pagine di Leielui (da scriversi attaccato, non come ho visto spesso fare online! Si controlli banalmente il frontespizio). Confesso di essere partita senza aspettative: cercavo sentimento, divertimento e relax (ebbene sì, difficile ammetterlo per chi, come me, studia letteratura ogni giorno!); d'altra parte, temevo di incappare in un flop come Mare delle verità, che non aveva proprio nulla a che fare con i precedenti romanzi, leggeri, scorrevoli, senza particolari pretese e, forse proprio per questo, più sorprendenti del previsto. 
In effetti, l'inizio è ben promettente, per quanto non innovativo. Un vero e proprio scontro fa incontrare i protagonisti: lui è Daniel Deserti, scrittore di successo in un momento di empasse, cinico ed egocentrico, seduttore dallo sguardo scaltro, grande sensibilità dietro l'apparente durezza; lei è Clare Moletto, italo-irlandese trasferitasi dal Canada a Milano per seguire un amore poi naufragato, attualmente fidanzata con un avvocato borghese e rassicurante, ma per nulla appagata, donna dai grandi sogni e dal lavoro modesto, femminile ma energica, romantica e indipendente. 

Un capitolo a lei e un capitolo a lui: il narratore esterno dedica tutte le sue attenzioni a uno dei protagonisti, focalizzando le reazioni e gli atteggiamenti con un acuto scandaglio psicologico. Per le prime trecento pagine, su per giù. Poi qualcosa cambia. Paradossalmente, quando il classico tira-e-molla ha qualche evoluzione, la tensione si allenta in modo clamoroso, provocando sbadigli e attese di una svolta. Svolta difficile da trovare, poi. Per quanto la mia sia solo un'illazione, sembra che nel testo ci siano davvero molte parti di troppo, riempitivi decisamente inutili ai fini della comprensione dei personaggi e della vicenda. Alle punte di originalità si alternano baratri di sconforto, come se un rumore di fondo turbasse la piacevolezza del romanzo. O come se - mi sia permesso l'azzardo - De Carlo avesse un numero predefinito di pagine da riempire, in un modo o nell'altro. In tal caso, non posso biasimarlo: cinquacentosessantotto pagine sono decisamente tante per una storia d'amore contemporanea. 

Diluiti nel liquido ora limpido ora melmoso dell'opera, si trovano temi cari a De Carlo, come la critica alla mentalità di una certa borghesia conformista e sterile, o l'attenzione all'ambiente sociale in cui i personaggi agiscono. Potrebbe essere interessante chiedersi se dietro a Daniel Deserti si celi in qualche aspetto lo stesso autore, ma la sovrapposizione rischierebbe di farsi speciosa. Sarebbe molto più produttivo scoprire quanto gli editor abbiano agito sul testo, e quante volte i correttori di bozze si siano addormentati sulle pagine di De Carlo, lasciando così veri e propri orrori grammaticali e ortografici (refusi, a detta di qualcuno, ma fastidiosi e da emendare assolutamente nella prossima ristampa, come l'h di troppo a pag. 164, la costruzione discutibile a pag. 469,...).
Poi ci sono i dialoghi. Inizialmente brillanti, verosimili, sciolti come in una conversazione quotidiana; poi terribilmente noiosi, veri e propri gossip e luoghi comuni, che purtroppo affogano anche quelle battute più soddisfacenti. 

L'estrema incostanza del romanzo e il disequilibrio tra la parte iniziale e la dilatazione finale rendono il romanzo a volte arrancante, a volte godibile. Solo chi ha tanto tempo libero a disposizione  e una larga tolleranza può, a mio parere, non sentirsi deluso o non provare l'estrema tentazione di fare "zapping" per le pagine, saltando qualche paragrafetto. Per una volta, restituirò senza rimpianti un libro al mittente. 

Gloria M. Ghioni

venerdì 18 febbraio 2011

Eva dorme

Eva dorme
di Francesca Melandri
Mondadori, Milano 2010

pp. 352
€ 19.00

In questo romanzo emergono due figure femminili: Eva, la donna glamour e moderna, la donna del presente sempre vestita con le griffes più alla moda e Gerda, la donna del passato, con i suoi costumi altoatesini, i Knodel e gli Spatzlan.
Tra loro un uomo, presente ed assente allo stesso tempo, Vito, onesto carabiniere, lacerato tra gli affetti vivi, la sua carriera e gli obblighi familiari.
Come filo conduttore, l’amore che a volte è un acquazzone estivo che infanga le scarpe ma lascia i prati secchi ed altre è pioggia di giugno, che fa crescere il fieno e alimenta le fonti.
Un amore che non può trovare ospitalità sulla terra e che non giunge ad una soluzione ma che resta tra le mani di chi lo vive o lo racconta, per sempre.

Sullo sfondo una regione, l’Alto Adige, dalla doppia identità con i suoi contrasti e le sue contraddizioni politiche e le sue battaglie contro gli errori della Storia. Un territorio che investe, intreccia, colpisce e separa i protagonisti. Sono anni, magistralmente raccontati dalla Melandri, dei “tralicci”, dei “dinamitardi” dei “Los von Trient”; anni di convivenza forzata, di discriminazione etnica, di errori e violenze in cui il Sudtirolo è una polveriera pronta ad esplodere.
Un pezzo di storia, sconosciuta ai più ,che si dipana dal Fascismo con le sue leggi penalizzanti di intere popolazioni di altoatesini discriminati in patria, fino a giungere agli anni Sessanta, ad Aldo Moro ed al terrorismo.
A fare da sfondo, lo scenario incantato delle cime innevate, dei granitici masi,dei davanzali fioriti, del calore del legno di una stube, dei profumi di erba bagnata, e dei piatti tipici che, se si socchiudono li occhi quasi si materializzano.
Un romanzo ricco di luoghi custoditi nella memoria e di memorie custodite dei luoghi; denso di sapori, profumi, suggestioni,di sensazioni immediate, taglienti e penetranti, calde ed intense come i sentimenti.
E’ un racconto denso, intimo e potente affidato a personaggi profondi ed umani in cui convertono luoghi fisici e traiettorie emotive e con personali percezioni del cuore.
Un’opera prima a tutto tondo.

Arianna Di Tomasso

giovedì 17 febbraio 2011

Sacro trasumanar della letteratura

Peregrin d'amore. Sotto il cielo degli scrittori d'Italia
di Eraldo Affinati
Mondadori, Milano 2010

pp. 416
€ 20,00

Il progresso e i ritmi forsennati di oggi possono davvero affossare il ricordo dei classici della letteratura?  Eraldo Affinati, con il suo recentissimo Peregrin d'amore, risponde con un determinato 'no'. La letteratura non è solo connotata dal tempo, ma anche dallo spazio. Il protagonista si reca proprio nei luoghi dove sono nati, hanno vissuto e composto i grandi autori della tradizione italiana, in un ossequioso (ma non passivo) pellegrinaggio letterario, inaugurato con almeno una citazione d'autore per tappa.
E in questi "viaggi nel corpo della lingua italiana" il narratore fa agire e viaggiare un 'tu' lasciato volutamente indefinito, in modo che il lettore appassionato si possa rispecchiare. Così, siamo noi stessi a percorrere lo stivale italiano alla ricerca delle orme di Giordano Bruno; siamo noi a incontrare un acciaccato dantista in pensione e a intrattenere con lui una conversazione sulla Commedia; siamo noi a ritrovare la Venezia goldoniana,...  Siamo noi a non saziarci mai di trovare, sui visi o nei gesti di alcuni nostri contemporanei, somiglianze straordinarie con questo o quel grande nome della letteratura. 
Fenomeni di rispecchiamento, riconoscimenti improvvisi, ma anche elementi urbanistici e paesaggi testimoniano una salda linea di continuità lungo i secoli. E, soprattutto, risuonano echi di un dialogo mai interrotto tra autore e lettori.

Grande conoscitore dell'Italia e della letteratura, Affinati affronta una seconda sfida parimenti coraggiosa: portare in un rilegato Mondadori un'antologia di classici, camuffandola con elementi narrativi che conquistino il lettore. Un esempio? Il tema del viaggio: in prima battuta può sembrare la condivisione di uno degli hobby più diffusi oggigiorno; se si ripensa alla  storia della letteratura, tuttavia, ci si accorge che il 'tu' protagonista di Affinati non è solo un globetrotter curioso. E' anche un viaggiatore introspettivo, osservatore fine, a tratti spirituale e intimista. Si muove con coscienza, senza mai straniarsi dal mondo: non ci sono torri d'avorio entro cui ripararsi dalla contemporaneità, e d'altra parte non se ne avverte neanche il desiderio.

Allo stesso modo, anche lo stile, al passo con i tempi, non si piega però a una certa usura lessicale tanto di moda. Affinati inserisce qui e là tessere di un lessico più attento al dettaglio, al preziosismo formale, dosando sempre la quantità di poetismi. E la stessa misura si legge anche nell'attenzione ai richiami interni all'opera, che rendono il viaggio non lineare e, al contrario, esito di giustapposizioni e intrecci, asserviti all'ordine cronologico degli autori trattati.

Gloria M. Ghioni

mercoledì 16 febbraio 2011

ALESSANDRO TICOZZI: Diario di un cinemaniaco di provincia

Diario di un cinemaniaco di provincia
di Alessandro Ticozzi
Fermenti Editrice, Roma 2010

€ 12.00


Tra il falshback delle più intime, succose aspirazioni di un giovane e disilluso cinemaniaco di provincia, e l'anteprima di esperienze inversamente illusorie, cangianti fino all'infantilismo, del trasognato biografo in questione, si sviscera un romanzo allucinato e straniante, a destabilizzare capricciosamente il languido scorrere di un'esistenza comune piatta e scarna, apparentemente priva di stimoli, con l'ausilio di una scrittura impressionista e decisamente improntata alla scenografia.
Sì, perché il Diario di Alessandro Ticozzi è in primis un bozzettistico spaccato cinematografico sull'Italietta odierna, sceneggiata però con l'estremizzante parodizzazione dei casi umani tipica del remake anni Cinquanta, strizzando l'occhio a quel giovanottismo truculento che tante radici affonda nella genuina insicurezza del non saper che fare, nell'inettitudine forzosa della perpetua condizione del "figlio di mamma", certo indotta dal disastrarsi contingente e capzioso dell'ordinamento sociale.
Presenza dominante, seppure paia non aprir bocca, è in effetti proprio la figura genitoriale materna, ingombrante chioccia e insieme catalizzatrice di iracondia non-sense, che nell'assoluta ignoranza circa l'universo monomaniacale in cui il figlio gravita senza sosta, funge da esemplare controfigura di una quotidianità scomoda, soffocante, onerosa.
Mangiare, dormire, studiare...tutte attività accessorie e fuori fuoco per chi sogna notte e giorno di entrare nell'olimpo dei "grandi", trasponendo quasi interamente la (già?) stanca esistenza insapore di un ragazzo non ancora trentenne, in  un avventuroso melange di irripetibili scaramucce, fra rincorse oniriche da scatole cinesi, riprese voyeristiche da cronaca nera e circostanziali improbità del luogo comune, vituperate e mitizzate sotto l'egida di quel che sembra poco più di un surrogato, ormai patetico, della sola idea - chiodo fisso - di un dorato,  fuorviante mondo del cinema (retrò).
E' così che il nostro parossistico protagonista, in piena schizzofrenia espressiva tra l'ingenuità patologica e l'efferatezza molesta, si barcamena in un tour roboante di incontri e scontri, orge e risse, equivoci e distorsioni, il tutto nel pieno e nervosamente infondato rispetto della più assoluta gratiutà, con la sola smania di primeggiare sugli altri, in una corsa all'affermazione sociale e lavorativa, che è ancora autocompiacimento da difesa, necessaria corazza da battaglia suburbana, salvifica maschera da palcoscenico. 
In uno speculare palesamento delle sue privatissime paure, il giovane maniaco  rassembla quindi la sua vita in un montaggio chiuso, deterministico, rassicurante, nella prospettica urgenza di distinguersi da una massificazione scomoda che sembra tarpare il suo superomismo ambivalente, imbottigliandolo  
tra queste anime perse, piccoli puntini nell'anonima folla di coloro che fanno il loro quotidiano tran tran con l'unico grande sogno di riuscire a tirare avanti.
Francesca Fiorletta

martedì 15 febbraio 2011

Il Salotto: intervista a Veronica Tomassini


Intervista a Veronica Tomassini


Ciao Veronica e benvenuta su CriticaLetteraria.
Grazie, è un vero piacere.


Non posso che presentarti come l'autrice di Sangue di cane, che non è il tuo primo libro, ma è il tuo primo romanzo. Il romanzo ha avuto un successo incredibile e – sondando i cicalecci delle riviste e dei blog letterari – mi sono reso conto che il pubblico trema di curiosità per scoprire quante copie sono state vendute. In un periodo in cui si parla di crisi dell'editoria sono eventi questi, come il tuo successo, che fanno sperare. E molto.
Essì, soprattuto perché Sangue di cane è uscito nel catalogo di Laurana, giovanissima editrice, ma che ha scelto di puntare sulla qualità, avvalendosi dei preziosi consigli di Giulio Mozzi, e del coraggio del direttore Calogero Garlisi.
Cosa risponderesti a tutti quelli che parlano di un'editoria morta, rarefatta, controllata solo da piccole lobby?
Risponderei che esiste la buona editoria che guarda alla qualità, al nuovo, che investe ancora sul potere della parola scritta.

Sono rimasto molto colpito da un commento al tuo libro scritto da Roberta Salardi per il blog Il primo amore. Scrive R. Salardi:

Il romanzo Sangue di cane di Veronica Tomassini (Laurana, Milano 2010, pp 230, € 16.00) è la storia dell’amore sconvolgente di una donna per un polacco alcolista che chiede l’elemosina a un semaforo. E’ ambientato in una Siracusa metropolitana, ma potrebbe svolgersi alla periferia di qualunque centro abitato circondato da baracche di emarginati. I ripetuti tentativi della ragazza di salvare lo slavo sono occasione per rapportarsi con un mondo di esclusi […] Tomassini, al suo esordio, si annuncia come un’autrice che ha il coraggio e la necessaria ambizione di parlare coi dannati. (qui il testo completo)

Il coraggio e la necessaria ambizione. Vorrei tanto un tuo commento.
Non saprei. Posso dire che la letteratura non mente, per questo deve sporcarsi le mani. Credo che alcuni vincoli di vassallaggio la letteratura debba pagarli, al dolore intanto e dunque alla vita. Lo scrittore recluso nel suo privilegio rischia grosso, rischia di essere gabbato dal suo stesso accademico compiacimento. La Salardi usa una bella immagine: "il coraggio di parlare coi dannati". Non so, io ho sempre nutrito una segreta ammirazione per l'altro. Ho amato le differenze da sempre, da ragazzina (non le disuguaglianze), la diversità che ha in serbo una recondita risorsa morale, una inedita versione del mondo, delle cose della vita.

Sfogliando le pagine di Sangue di cane si capisce subito che c'è qualcosa che ti lega alla pagina, qualcosa di misterioso. E questo qualcosa è uno scontro vertiginoso fra una metafisica altissima e una bassissima ricognizione del dolore e della violenza. In questo continuo contrasto si costruisce – ibridandosi con il romanzo-inchiesta, il romanzo-saggio, la prosa poetica, la fiction – il velocissimo moto dell'animo e degli eventi. La chiave di volta per colmare queste contraddizioni – come sempre – è l'amore. Un Amore che tu descrivi con leggerezza e crudeltà, in una maniera che non smette di stupirmi. Vorrei mi commentassi questo collage che ho scelto da Sangue di cane:

L'amore semplifica molte cose perché erudisce nella sconsideratezza (p.85)

Dopo, il matrimonio durò quel che durò. E di nuovo il parco, la rogna, la vodka. Eppure io e te insieme eravamo armonia. Era straordinario, l'universo si predisponeva tranquillo (p.167)
La verità eterna dell'amore, questo è un fatto, questo ho sondato. Attraverso le vie del fuoco, l'amore insegna la misericordia, la pietas, tenace e insofferente ad ogni reticenza consegnata da una certa ordinata e composta coscienza collettiva. La protagonista del romanzo è provata col fuoco, non retrocede, nell'abiezione raccoglie il mistero della vita, il senso del nostro passaggio in terra. Ragioni irragionevoli la resero coraggiosa e necessaria affinché si compiesse un disegno superiore. Lei era la vedova bianca che Isaia esortava a giubilare, la sposa giovane che non saggiò ilsuo talamo. Era una predestinata.

Vorrei parlare molto della religiosità che trapela dalle pagine di questo romanzo. Ma non è certo una religiosità formale, liturgica. C'è fra le righe di Sangue di cane il senso della discesa dell'idea sulla terra, il senso di una discesa dolorosa, ma eroica (nel senso di eros). Potrebbe dirsi – a mio azzardato parere – romanzo epico, per questa sua caratteristica. Nella tradizione sufi Dio si nasconde dove nessuno può trovarlo: dentro il cuore degli uomini. Dove si nasconde il Sacro in Sangue di cane?

E c'era quella quiete a noi sconosciuta che penetrava le stanze, poltrendo sugli oggetti persino, sulle tende bianche che si gonfiavano con l'aria tiepida della sera. Non ci parlava di Dio, lo rappresentava piuttosto, era il Crocifisso vivente. Non era possibile ignorare la mano superiore...
Se non Dio chi era Colui che reggeva la fronte al becero, che sollevava le braccia inutili di un barbone senza stomaco, sepolto dai suoi escrementi, che raccoglieva nella sua preziosa otre il sangue dell’empio, bruciato dall’abiezione? Chi era Colui che asciugava le lacrime dell’accattone malato di alcol e di solitudine in una stanza di ospedale? Io lo chiamo Padre.

Il contrasto con la narrativa isolana (e post-moderna) degli ultimi cinquant'anni salta all'occhio, tenacemente. La tua non è una scrittura iperletteraria, non è una penna la tua che ha paura di calarsi nel pathos della vita. Cosa risponderesti a questo commento di Bufalino?

Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?
(Gesualdo Bufalino, Le ragioni dello scrivere, 1985)
Perché non potevo fare altro.


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C’è un freddo cane. Scrivo molto poco di questi tempi, ho il moleskine con le paginette ruvide, color panna, ancora immacolate. Non saprei da dove iniziare. Inizio da qui. Chi ha frequentato a lungo le mense dei poveri, di solito, non abbandona un'abitudine: l’abitudine a non masticare. Si fa prima, si finisce prima, così si è pronti prima degli altri, col piatto vuoto, per il secondo giro, la ripassata, si dice. Quest’uomo che ho di fronte non mastica. Sediamo allo stesso tavolo, nella mensa di Paganica, frazione dell’Aquila. C’è un insolito sole, ma non scalda. Si ferma ad osservare noi, dalla finestra a vetri opachi del container. Le cucine fumano bene, c’è buon odore. Forse servono le fettuccine coi funghi rosolati, qui le sanno fare. L’uomo che ho di fronte non è di Paganica, non è italiano. In tasca tiene un pezzo di panettone con i canditi, lo hanno servito in mensa la sera prima, nel dormitorio di Coppito. Ci avrebbe fatto colazione, l’altro pezzo lo tiene in tasca per ogni evenienza. Lo guardo in tralice, poi abbasso gli occhi con disagio. E’ chiaro di capelli, gli occhi dovrebbero essere azzurri, ho avuto vergogna ad indugiarvi oltre. Se venisse una guerra, una calamità, la fine dei tempi, quest’uomo sarebbe in grado di sopravvivere un giorno più di me.
Io sono una pigra.
(Veronica Tomassini, apparso su InOut 2006)

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Veronica Tomassini, siciliana di origini umbre, scrive sul quotidiano La Sicilia dal 1996. Sangue di cane non è il suo primo libro, ma è il suo primo romanzo. Maggiori info a questo indirizzo.