Search

Caricamento in corso...

#CriticaLetteraria

Uno spazio in più, impegnato, frequentato da chi crede nel potere delle parole. Un altro modo per risollevarci dal menefreghismo letterario. GMG

EDITORI IN ASCOLTO

#CritcaLetteraria vi invita alla rubrica "Editori in ascolto": uno spazio in cui piccoli e medi editori potranno dire la loro sul mondo editoriale contemporaneo, sulle loro collane, i loro cataloghi e i loro progetti, nonché il loro rapporto col digitale. Sei un editore e vuoi partecipare? Contattaci

Dall'esperienza di LibrInnovando al libro - ti interessa l'editoria digitale? Le prospettive future della lettura? In esclusiva puoi acquistare il libro con uno sconto del 10% sul prezzo di copertina. Inserisci nello spazio del coupon: CRITICALETTERARIA (maiuscolo) per avere diritto al tuo sconto!

Archivio

Blog Archive

sabato 9 aprile 2011
Nodi
di Andrea Marchesi,
Edizioni O.M.P:, Pavia 2009

€ 7.00
oppure leggi online l'opera

Andrea Marchesi è un poeta petroso, da leggere e rileggere molte volte. Poeta di “beffardo pessimismo” e di “alto impegno civile e morale”, come si legge nella prefazione di Gianfranca Lavezzi; ma anche consapevole innovatore della lingua poetica in una forma tutta sua, particolare e raffinata. Ed è un poeta dai molti ritmi: cominciamo dal verso lungo, esondante, della prima sezione (“Ruggini”), destinata ad imprimere alla raccolta un marchio d’originalità - con versi memorabilmente epigrammatici:
“La ruggine insegna al metallo la stanchezza” (pag. 14),
 “Guardare è un capire sospeso” (pag.30).
 “Ognuno è la sua isola assediata” (pag. 28);
o con distici di nudo, assoluto stupore, quali
 “Cielo in bilico su queste case perenni/ disabitate alcune come la felicità” (pag.20).
Questa stessa sezione, vero e proprio vestibolo della raccolta, ci introduce nella inquietudine severa di un autore avvezzo alla sincerità e all’asprezza, allo scavo interiore e alla caparbia incapacità di accettare la violenza del mondo. Ma proprio nell’andare senza posa, nel cogliere le contraddizioni itineranti di una geografia lombarda che è anche storia emblematica del proprio Sé, il poeta trova la vera dimensione di ricerca interiore di ricerca non più intimistica, bensì universale:
Si slaccia l’Oltrepo in un immobile sbadiglio/ e stanno alberi come vele di pianura.// Squarciare la nebbia ancora oltre/ quelle dita di pioppi sbiancati inesistenti./ Oltre quelle crude strade balbuzienti di traffico./ Oltre l’orizzonte smagrito e teso cucito al grigio./ Oltre quelle trame che svaporano/ qualche penosa grazie di sole,/ luce di un malessere stanco di illuminare /l’oggi già al mezzogiorno.// Ora la strada s’ingrassa/ di colossi muti e dentro i Nessuno,// piegati a sciami chiassosi d’antenne./ Le strade ora non più strade/ ma abbracci di smog e lanci/ al chilometrorario da tangenziale./ Verso Milano.// L’uomo corre a moltiplicare la sua imperfezione/per noia e stanchezza. (pag. 26)
Dal poeta come individuo al poeta come rappresentante dell’Umanità: questa è la via buona della ricerca, quella che conduce dai “lunghi fiati sul Ticino” alle vie del mondo, alla storia degli altri. Al proclama, anche, come nella seconda sezione “Incivilitudini”, ispirata all’esempio morale e politico di Enrico Berlinguer; all’elencazione, come nella terza sezione dedicata all’Africa e in particolare al Madagascar. Quando si è abitati da una voce poetica senza compromessi né pregiudizi, si esplora la parola come esperienza infinitamente rinnovabile: a costo di peccare di talune inevitabili ingenuità, o di essere quasi programmaticamente impoetici. Fino alla quarta e quinta sezione, vero cuore del libro, anticipate da autentici germogli poetici: come la bellissima “Autenticità dei santi”, dedicata al nonno (pag.18):
Apri e sembri d’ossa rotte il muro o di bianco quello spolpato. Chissà quante vite si consumano/ senza capirne la consistenza./ (pensava)/ “bisogna essere magri per mangiare”/ come in tutto/ “nemmeno il cucchiaio arriva in bocca”/ senza tossire/ senza soffrire (……)
Niente più Svizzera o montagne partigiane/ solo corse al reale di piatti acciottolati/ solo pendii niente ascese/ solo denti finti, fitti di buchi neri/ come il sorriso già deciso/ come il ricordo.// Momenti di una strofa interrotta queste montagne/ tra pentagrammi di cielo e orizzonte,/ sue insieme all’aria e a qualche ruggito/ dei leoni di montagna sognati spesso./ Contempla l’orto e chiede ancora alla terra/ e sta nell’aspettare qualche parto d’uovo./ “Vedi, vite generano e si masticano tra loro”/ per concedersi poi qualche doloroso nulla (pensava)./
Un’agiografia eretica, destinata ad espandersi in inediti che costituiscono, come tutta questa raccolta, un “planare orizzontale”: volo radente da e verso la realtà, coscienza critica in poesia di un tempo sbagliato, di cui il poeta avverte sulla pelle l’ustione. E siamo all’omaggio a De André, che ha saputo portare al mondo la critica sociale e trasformarla in poesia:
“Sgrano le mie sigarette come rosario/ e si parano davanti ai miei fumi/ cave infinite di dolori “ (pag. 45).
Ma siamo anche alla sezione-clou del libro, la quarta, quella delle poesie d’amore. Qui la vena poetica di Marchesi tocca i suoi vertici, come se l’acido corrosivo dello sguardo si ammorbidisse, concedendosi soste inattese verso l’irraggiungibile che pur si sfiora, si respira :
“Sei un fantasma di mancanze e perdite/ mentre la via (pag. 73) .
“Sei terra maestra/ isola di luminescenza, pace risolta (…)” (pag. 79).
“Sei quella schiuma di perfezione che rabbocca l’anima/ madre di splendore” (pag. 80).
 “Grazia” e “maestà” sono parole che tornano insistenti, ad approcciare la luce altra dell’universo femminile, il suo fecondo e per certi aspetti intraducibile splendore. Arriviamo infine all’ultima sezione, De horis bestialibus.: un breviario che realizza, nella misura di sedici triple terzine abbreviate e ritmate sulle ore di veglia, una teoria di salmi laici sul giorno, la veglia, l’attività, la produzione, il lavoro. Febo diurno, contro il Dioniso notturno che resta nell’ombra, pantera assetata di luce. Leggiamo l’inizio dell’ elegia antidannunziana del meriggio, le malinconiche ore quindici del giorno in tripudio, eppure già annunciante la sera:
“La solitudine è una finestra indifesa,/ raggiante di fiato nel pomeriggio aspro/ come l’arsura incolore, mordente e immane. (…)”.
In questa sezione, dove i componimenti ricalcano nella forma chiusa la mimesi di un sonetto abbreviato, Marchesi ci dà la chiave del posto che la sua poetica riveste in questo primo quarto di secolo: quella di un’operazione di originale riciclo ironico della tradizione letteraria novecentesca. Non calco, non rimpianto, non innovazione violenta: riciclo, appunto, che svela definitivamente il proprio codice nell’antimontalismo dell’ultima lirica isolata, quasi una sezione a sé: Non chiederci. Qui c’è la chiave di tutto un percorso, come alla fine di una caccia al tesoro che questo libro rappresenta e indica, nell’enigma dei suoi versi disincantati e già maturi:
Non chiederci è all’ apertura d’ogni cosa/ sillaba ridestata nel presente dell’uomo,/ in questo stendere scosso della petrosa/ sopravvivenza vigile della storia.// Nessun meriggiare uccide come questo/ storto di chilometri andati, perenni/ tra l’accendere e il risanare la dipartita /di queste colline, luci d’immobilità.// E tutto compie questa non luce, in nuce/ all’arsura che si placa nel nodoso controluce./ Poi l’accenno ad un senso, questo vento truce irrilevante, marcescente nel portare sera.// Nell’essere, sola cosa sfogliante in questo ritornare.
L’uomo postmoderno è proprio questo: un sopravvissuto alla storia, un futuro perenne epigono. Dopo l’irreparabile morte di dio, dopo le massime tragedie del Novecento, la luce è non più luce, il vento non porta più alcun grande simbolo. Ma sopravvive l’essere, la poesia: che per veicolare senso ha bisogno di un linguaggio particolare, petroso appunto, obliquo (“storto”), inquietante, liminare. Come già dicevo, anche impoetico: proprio ciò che questa opera prima, con coraggio e nettezza, ci consegna quale luminosa ipotesi di lavoro futuro.

Alessandra Paganardi

6 commenti:

maurizio Gramegna ha detto...

In Andrea si fondono momenti, periodi, paesaggi, emozioni. Tutti hanno un minimo comun denominatore; un "nodo" appunto. Essi sono verità. Tutto tende al "dare senso", o al cercarlo. Io stesso credo profondamente in tale ricerca e in Andrea trovo, come già a lui detto alla prima lettura dei suoi allora inediti, una delle migliori espressioni del panorama poetico attuale in tale senso. Come dice Alessandra Paganardi nella recensione, un autore da leggere e rileggere ... ed a cui credere.

Davide Castiglione ha detto...

Andrea è un ottimo poeta, con una forza, un vigore e grumi di senso pieno non facili da trovare oggi. Personalmente, se posso dargli un consiglio, limiterei certi sovraccarichi aggettivali e alcune intonazioni un po' sovrattono, ma per il resto sottoscrivo pienamente questa recensione.

Andrea Marchesi ha detto...

x Maurizio: innanzitutto grazie per la pazienza di leggermi e rileggermi sempre con passione, so di essere complicato e ostico e ammiro la tua costanza. Poi ti ringrazio per la fiducia che riponi in me e che con i prossimi lavori tenterò di colmare. Mi piace molto il discorso del credere, ovviamente non solo perché è riferito a me in particolare, ma perché presuppone una scorta di fiducia in chi legge. Purtroppo sono in pochi a credere nella poesia come ad una forma che istruisce le coscienze e che cambia nei fatti le cose. Demerito dei poeti che si sono allontanati dalla "gente di strada" per innalzarsi ad un di sopra più alto che ha portato solo ad un isolamento. I nodi tentano di colmare questa frattura, nel meglio delle mie umane capacità poetiche, tentano di far riallacciare un discorso tra due parti egoisticamente sorde senza però rinunciare ad un complessità che è insita nel mondo ed è cardine del linguaggio poetico.

Andrea Marchesi ha detto...

x Davide: grazie del consiglio che terrò sicuramente in considerazione. La critica "troppa aggettivazione" mi perseguita, anche se penso che lo snellire verrà in seguito, con l'esperienza e non perchè devo farlo a tutti i costi. Gli aggettivi mi fanno compagnia ed ormai sono diventati una cifra della mia poesia, se non la caratteristica principe. Quindi non ti nascondo la paura che ho ad abbandonare una certa strada. Il mio ritmo poetico si intasa, i corghi di senso e gli aggettivi servono a questo, il mondo è quello che è e ci hanno partorito sporchi e urlanti, sicuramente non intonati, limati e perfetti come certa poesia ci vuole far credere... Grazie dell'apprezzamento Davide, ma soprattutto della nota e dei consigli.

alessandra paganardi ha detto...

Credo che in Marchesi la ridondanza dell'aggettivo abbia un valore che definirei , in due parole, espressionistico anziché esornativo. In lui, detto altrimenti, gli aggettivi non sono aggiunte ma pilastri, a volte sassi scagliati...una gragnola di sassi, oserei dire. Può piacere o non piacere, ma è una sua firma. E' uno dei motivi per cui al buio potrei riconoscere un suo componimento, e come me ogni lettore attento. Caratteristica da approfondire e far maturare, certo, perchè a ventotto anni nessuna poesia può essere totalmente matura e forse la poesia è sempre relativamente acerba, perfettibile (credo lo dicesse fra gli altri Valery)...ma non da temere, né tantomeno da appiattire. Buon lavoro e complimenti a tutti per il vostro dialogo aperto e vero, Alessandra Paganardi.

Andrea Marchesi ha detto...

Alessandra concordo su tutto quelli che hai scritto, io non sarei riuscito a spiegarlo meglio. La mia poesia per vocazione è espressionistica, la mia aggettivazione non è altro che la grana grossa di un quadro di Van Gogh. Quella grana pittorica che lascia pennelate tangibili, corpose. Col passare degli anni mi sono accorto che poteva essere una mia firma, un tratto che mi avrebbe sicuramente differenziato dagli altri. Credo molto nell'identità poetica ma non nell'io poetico che è il picco di un narcisismo che appiattisce il verso, lo sfianca come stanca il lettore allontanandolo. Sulla perfettibilità della poesia concordo, non bisogna temerla, il verso ha una forma magmatica difficile da incanalare, soprattutto se nasconde un profondo studio e una spiccata sensibilità di fondo.Le laccature e gli spigoli a squadra lasciamoli ai falegnami (con tutto il rispetto per la categoria)


PALERMO, 1-3 GIUGNO - "Una marina di libri", Festival del libro (clicca sull'immagine per saperne di più)

PIETRASANTA- 8-10 GIUGNO - "Anteprime. Ti racconto il mio prossimo libro". Festival letterario, tre serate con i vostri autori preferiti! Cliccate sull'immagine per saperne di più! per CLetteraria ci sarà Gloria M. Ghioni

FESTIVAL LETTERATURA MILANO - 6-10 giugno 2012. Per dettagli cliccate sull'immagine! Per CLetteraria ci sarà Claudia Consoli!

Follow CriticaLetteraria

Parole-chiave