giovedì 31 marzo 2011

Scrittori in Ascolto: Presentazione del "Libro Alda Merini. L'«Io» in scena" di Roberta Alunni


 aldamerini. L«Io» in scena
 Società Editrice Fiorentina, 2008
 collana Il genio femminile. Ritratti- istantane

                                
«Io aspetto sempre la critica che mi vada bene, ma non me ne fanno una che mi piaccia, che sia disincantata, che metta a fuoco il mio vivo interesse per me stessa.»

Domenica 27 Marzo presso la libreria Edison di Arezzo, Roberta Alunni ha presentato il proprio libro “Alda Merini. L’«io» in scena”. Una monografia che ripercorre la vita visionaria, folle e complicata della poetessa e scrittrice Alda Merini. L’intento dell’autrice è quello di raccontare il substrato culturale in cui si è formata la scrittrice. Un cammino che inizia con il racconto della nascita, avvenuta il 21 Marzo 1931, alle cinque di pomeriggio in una modesta casa milanese, che prosegue con la narrazione di un’infanzia serena, a cui seguono i difficili anni del manicomio e che si conclude con la "seconda nascita" della scrittrice, corrispondente all’uscita dal manicomio e all'inizio di una nuova vita. Il tema dell’eros, ovvero la ricerca dell’amore come affermazione di se stessa, evolve nella poetica ultima della Merini in una ricerca di elevazione e astrazione dello spirito come unica possibilità di salvezza in un mondo irrimediabilmente privo di senso e colmo di solitudine.
Il volume prosegue infine con la descrizione degli ultimi anni della vita della poetessa, dedicati ad un percorso di ricerca fotografica che attraverso le immagini del fotografo “ufficiale” Giuliano Grittini racconta, la propria visione esistenziale e poetica. La fotografia è infatti l’espressione della “ messa in scena” dello scrittore. La Merini dunque non ripercorre i momenti della sua vita a ritroso come un film che si riavvolge, che parte dalla fine tornando al principio per capire il significato della fine. Tante fotografie davanti alle quali la scrittrice si mette in gioco per far suo il senso delle cose e trovare delle risposte.
Un incontro, dove si è letto e commentato le sue poesie. Roberta Alunni parlando della personalità così complessa di Alda Merini, ha coinvolto il pubblico spiegando come lo sguardo della poetessa si sia posato sui fatti della vita ora astraendosi, ora osservando con profonda consapevolezza. Questa grande voce del novecento italiano, aveva ormai capito che la salvezza, la calma dell'essere può essere raggiunta, forse, solo comprendendo i singoli gesti, gli attimi fugaci belli e drammatici dell'esistenza.

Costanza Bucci
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Roberta Alunni è nata a Umbertide nel 1977 e vive in Toscana. Laureata in Lettere all' Università di Firenze lavora come redattore e collabora con alcune riviste on line. Questo è il suo primo libro.






mercoledì 30 marzo 2011

SCRITTORI E GUERRA: il peso della forza e l'attesa della pace in Simone Weil

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Simone Weil, la grande e singolare pensatrice alsaziana prematuramente scomparsa nel 1943 in un sanatorio del Kent, non fu, almeno direttamente, una teorica della guerra. Lo fu però trasversalmente, visceralmente, ai margini di una produzione speculativa centrata su temi che costituiscono l’hard core della guerra, del suo insuperabile ostacolo epistemologico: il bene e il male, la giustizia, la sofferenza, la distanza abissale fra umano e divino. Lo fu per vocazione esistenziale, per la presenza di quell’ananke destinata ad attraversare tutti gli spiriti dotati di autentico senso tragico.

La sventura storica del conflitto mondiale, con i suoi cupi prodromi, segna la vita di questa donna sin dagli albori. Ebrea per parte di entrambi i genitori, ma allevata in un genuino spirito laico, sarà sempre lacerata fra un’impotente solidarietà verso la sua gente e una lucida distanza critica nei confronti del dio d’Israele. Un dio giudicato da Simone troppo lontano dalla legge dell’amore e quindi per lei freno, fino alla fine, ad abbracciare qualunque confessione monoteista, compresa quella cristiana; nonostante una forte attrazione per la figura di Cristo, coltivata per tutta la vita e culminata in veri e propri “insight” mistici. Educata nelle migliori scuole e allieva prediletta del filosofo Alain, non volendo degradare la propria superiorità intellettuale a odioso privilegio, giunge a calpestarla, preferendo per alcuni anni all’insegnamento il duro lavoro in fabbrica e nei campi. Un’esperienza decisamente usurante per una giovane donna di salute cagionevole, e tuttavia affrontata con eccezionale energia, così come le altre attività più direttamente connesse al conflitto: la militanza nella guerra civile spagnola, interrotta da un incidente; l’instancabile opera, a Marsiglia, a favore di prigionieri e internati; le manifestazioni antifasciste parigine; poi, nell’ultimo soggiorno a Londra, il lavoro di redattrice presso “France Libre”.
La guerra è dunque, nella teoria e nella pratica, una presenza inseparabile dalla vita di Simone Weil, che già adolescente intuisce la minaccia incombente sul secolo e la esprime con gli strumenti simbolici che è in grado di manipolare: da bambina la fiaba, poi i versi – in seguito, per stessa ammissione dell’autrice, diradatisi per una sorta di autocensura creativa; infine la prosa saggistica e la più distesa scrittura poetica della tragedia (nell’incompiuta Venezia salva). Ma soprattutto gli aforismi, spesso paradossali nella loro levigata durezza, che rappresentano il limpido distillato di moltissime pagine di appunti sparsi. In tutta questa produzione, ormai ben nota ma quasi completamente inedita durante la vita dell’autrice, l’opera della Weil e l’ombra della guerra si accompagnano come una foto e il suo negativo. Non è soltanto il conflitto presente, nella sua tragica contingenza, a scuotere la coscienza dell’autrice; è la guerra come categoria metafisica, o meglio la sua fonte netta e inestinguibile, il male.
Nel saggio L’Iliade o il poema della forza, scritto all’indomani della dichiarazione di guerra, emergono per la prima volta un tema e una caratteristica che rimarranno costanti nel corso della sua intensa speculazione. Il tema è il malheur, la sventura, che schiaccia i vinti ma anche i vincitori, a loro volta trascinati in un vortice di micidiale alternanza, sotto il giogo di quella necessità già ben nota ai greci. La caratteristica è quella di una scrittura assolutamente originale, che penetra con la medesima punta di diamante nel simbolico letterario come nella concretezza storico – esistenziale; l’esperienza di un libro viene così restituita con gli stessi colori della vita, dell’amore e del dolore.

Non a caso nel Saggio sulla nozione di lettura, scritto nel 1941 e pubblicato postumo, la Weil paragona ogni interpretazione del mondo a quell’atto così quotidiano, eppure misterioso, che consente di decodificare tanti piccoli caratteri scuri sul foglio; caratteri di per sé insignificanti, ma capaci di trascinarci emotivamente, direbbe Dante, «come cosa salda». Anche in questo scritto, apparentemente lontano dalla guerra, essa fa capolino con inquietante acribia, paragonabile a quella di un raggio laser: «la guerra, la politica, l’eloquenza, l’arte, l’insegnamento, ogni azione sugli altri consiste essenzialmente nel mutare ciò che gli uomini leggono», scrive l’autrice.
E’ emblematico l’accostamento con attività in apparenza assai più quotidiane e innocue, anzi utili, ma tutte sostanzialmente volte alla manipolazione dell’uomo. Nel saggio prima citato sull’opera di Omero si analizzano gli infiniti espedienti della forza (quella che altrove è chiamata pesanteur, gravità dell’essere nel mondo, che è poi un altro modo per definire la necessità). Si descrive però con grande lucidità anche l’illusione troppo umana di poter alleviare il peso, di rimediare al malheur con metodi pur encomiabili: ad esempio le riforme sociali, la diplomazia e la politica.
La guerra fa invece parte del mondo e il mondo, dice Simone Weil, «sono gli uomini stessi». E’ un mondo irreparabilmente separato dal creatore, secondo l’autrice: ma non dimentichiamo che, nella sua teologia lacerata e nella sua impossibile teodicea, il contrasto è già nel creatore, nell’abissale distanza trinitaria fra “potenza” e “amore”. La legge del più forte, in altre parole, agisce su Dio stesso e mostra nella guerra il proprio vero volto, ma soltanto a chi può vederlo: ed è chi, avendo conosciuto l’ordine spietato della necessità, sa che tutti, vincitori e perdenti, sono schiacciati dalla medesima forza «diretta verso il basso». Chi crede che il vincente sia tale per merito o per diritto non potrà mai comprendere come il solo limite all’inestinguibile gravità della forza sia proprio la sventura.

Per Simone Weil, studiosa di spiritualità orientale, oltre che di cultura classica, la figura in cui potrebbero coniugarsi lo spirito tragico attico e l’“azione non agente” è il guerriero Arjuna: costui, incitato a combattere da Krsna, con l’argomento che qualcuno comunque lo farà, accetta di scagliare la sua lancia; ma a differenza del tronfio Achille non interiorizza la forza, non raccoglie per sé i frutti dell’azione violenta cui si sottomette. C’è un unico guerriero che combatte senza obbedire ai parametri della violenza, ed è Eros figlio del bisogno, così com’è presentato nel Simposio platonico: è l’altro dalla forza, in rapporto di assoluta esteriorità rispetto ad essa, presente all’uomo soltanto in condizioni di completo vuoto interiore. Ma un simile essere non può incarnarsi nella realtà: può esistere in absentia, in ciò che la Weil, richiamandosi a San Giovanni della Croce, descrive come «la sola notte», o l’«assenza che scopre la presenza». Proprio in quanto grandezza incommensurabile, dunque, l’amore non può annullare la forza. Questo è il motivo per cui la guerra non potrebbe cessare, quand’anche gli esempi morali dell’equidistanza di Arjuna o della soavità di Patroclo fossero seguiti. Omero ha cantato la necessità della guerra in un poema che, per la coscienza del significato universale della sventura, è quasi l’equivalente poetico della giustizia.
Un analogo pressoché inarrivabile nei tempi moderni, ai quali Simone Weil riconosce un fatale degrado artistico, dovuto alla perdita di senso del valore e ad un artificioso prevalere dell’immaginazione sulla realtà. La sua severa estetica non lascia spazio a strumentalizzazioni edificanti o sociologiche della letteratura né, d’altra parte, ad illusioni circa una possibile rinascita futura: la rinascita può giungere soltanto «dal passato, se l’amiamo», e la parola autentica non è affatto quella che progetta un mondo migliore; è quella che dice l’ananke con una precisione capace di annullarne il peso, non per intenzione o sentimento, ma per virtù propria. Come la poesia di Omero, come la scrittura di Paul Valery, uno dei pochissimi esempi contemporanei – secondo l’autrice – di tensione verso l’esattezza.

Una geniale interprete di Simone Weil, Cristina Campo, scrisse negli anni Sessanta che «ogni forma d’ingiustizia è nella sua essenza un errore di disattenzione». Forse anche la guerra nasce da una distrazione suprema: il rappresentare sempre e soltanto le nostre ragioni, dimenticandoci di quelle altrui. Il chiamarci fuori dalla comune sventura, sostituendo alla gravità i nostri presunti meriti, la superiorità di mezzi e ragioni. Nelle Lettere contro la guerra Tiziano Terzani intuisce finemente che il teatro, mettendo in scena tutti i protagonisti del conflitto, serve a far riflettere sulla vanità della violenza. Aggiungerei però che il discorso è vero soprattutto all’inverso: per interiorizzare il messaggio dei tragici occorre, paradossalmente, esser già convinti dell’equivalenza delle parti in causa e quindi dell’insostenibilità di una vittoria “giusta”, la sola che potrebbe portare alla famosa pax perennis. Il dilemma fra bene e male, fra grazia e violenza non ha soluzione possibile.
La ricerca di Simone Weil, che pur sapendo e dimostrando tutto questo ha accettato di spendere la sua breve vita per gli altri, rimane una fra le testimonianze più lucide di come la disillusione radicale non porti necessariamente al cinismo, alla nichilistica perdita di ogni valore. Essa può invece condurre al miracolo dell’attesa pura, del «desiderio privo di oggetto». Quindi ad amare un mondo senza guerra, anche se siamo coscienti che un simile mondo non esiste e non potrà neppure, utopisticamente, essere costruito.

Alessandra Paganardi

Un mondo di vestiti e fiori sbrindellati: Settanta acrilico trenta lana

Settanta acrilico trenta lana
di Viola Di Grado
Edizioni e/o, 2011


Prova di esordio della ventitreenne catanese, Viola di Grado, Settanta acrilico trenta lana, è un romanzo che ha, per certi aspetti, carattere autobiografico ma non è interamente classificabile come tale. Un romanzo sui giovani che non vuole essere generazionale ma si concentra sull’esperienza emotiva della protagonista e della madre raccontando un dramma meramente esistenziale.
Quello che Viola di Grado propone è un romanzo sul dolore, sulla solitudine, sulla metabolizzazione dei lutti che creano un cortocircuito nella vita di chi resta, solo. Leeds, un presente “fuori dal tempo”. Per la protagonista, l’italiana Camelia, il tempo si è fermato al 12 dicembre 2004, giorno in cui il padre giornalista è morto cadendo con la macchina dentro un fosso insieme all’amante inglese. Da quel momento la ragazza e la madre non sono più riuscite a condurre una vita “normale”. Vivono in una casa vicino a un cimitero abbandonato, in uno squallido quartiere di periferia, pieno di delinquenza, in una via che la protagonista definisce “così brutta da essere una prova che Dio non esiste”. La loro casa è ormai umida, sporca, piena di polvere e intrisa di odori marci. A Leeds sembra che l’inverno non passi mai, il gelo, il vento tagliente e la neve si abbattono senza tregua sulle strade e sulle orribili case di mattoni rosse tutte uguali. Sembra non esserci mai stata stagione diversa da quell’eterno inverno. Camelia ha una passione per i fiori che ama recidere senza pietà (“con orgoglio necrofilo”) ogni qualvolta li trovi sulla sua strada, perché ossessionata dalla loro bellezza che sembra farle torto e provocarla, tanto è brutta la sua vita. Indossa vestiti che altri hanno buttato nei cassonetti della spazzatura ma taglia anche quelli, in preda a raptus violenti, li sfigura e li straccia in modo da farne creature nuove, ricucendoli nel modo più stravagante possibile. La madre, bella e talentuosa suonatrice di flauto, dopo la morte del marito si è ridotta alla condizione di vegetale: non sa più prendersi cura di sé stessa, del suo corpo, non suona più; riesce solo a scattare bizzarre foto a tutti i buchi che trova in casa perché ne è ossessionata. Si è chiusa in un silenzio inviolabile e comunica con la figlia solo con gli sguardi, quasi a punirla ogni volta che lei intenda o desideri parlare. Bandendo la parola dalla propria vita, ha chiuso fuori dalla porta di casa il mondo e la luce. Combattuta tra la volontà di salvare la madre e se stessa e la voglia di autodistruggersi, Camelia finisce per chiudersi nel circuito di un’esistenza di ossessioni e malattia. Fugge dalle storie perchè le sembra le raccontino qualcosa che lei vuole a tutti i costi dimenticare.
L’incontro con Wen, giovane che inizia a darle delle lezioni di cinese, la porta a rinascere. Parallelamente all’apprendimento della lingua, Camelia riprende a vivere. Il cinese diventa la chiave di riscoperta della realtà, gli ideogrammi cominciano a popolare in maniera ossessiva la sua esistenza, facendola diventare quasi preda di una “indigestione di parole”.
Il giovane, al pari di lei, ha qualcosa di irrisolto: timido e schivo, nasconde nel retrobottega uno strano fratello che taglia e rovina i vestiti del negozio e nel suo passato c’è un’altra misteriosa studentessa di cinese. Dalla rinascita al ritorno alla condizione iniziale il passo è breve: il romanzo si chiude con il ritorno allo stato esistenziale ed emotivo di partenza, ma stavolta è la madre che ha ritrovato la parola ed è Camelia che le risponde con uno sguardo che sancisce la fine di ogni speranza. Settanta acrilico trenta lana è costruito più che sulla trama, sullo sfruttamento delle potenzialità del linguaggio. Il vocabolario, le parole, diventano per l’autrice materiale da comporre, organizzare, nominare voluttuosamente o falcidiare violentemente, come fa Camelia con i fiori. Le parti più riuscite sono quelle in cui Viola di Grado riesce a rendere il paesaggio attorno alla protagonista un riflesso della sua condizione interiore: la Leeds dimenticata dal mondo, brutta e sporca è l’emblema di una condizione di vita desolata e priva di sbocco. Nel complesso la scrittura, che a tratti appare lirica, costruita com’è sulle metafore, sulle similitudini, sulle analogie, risulta godibilissima e ne deriva una lettura scorrevole che cattura il lettore nella maglia dei vocaboli universali, come Camelia è imprigionata dalla magia dei suoi ideogrammi.

Il romanzo può essere apprezzato da tutti coloro che amano i testi dal gusto un po’ dark, dal sapore emotivo spiccato, dai giovani che si potrebbero riconoscere nel dolore di Camelia e di Wen. È un romanzo contemporaneo, ma allo stesso tempo è ambientato in un eterno presente, estraneo alle convenzionali misurazioni temporali, scandito solo dal dolore e dalla solitudine della protagonista. Nonostante racconti di una storia “controcorrente”, trasgressiva, che vuole scuotere le coscienze del lettore borghese e a cui mancano tutti i tradizionali ingredienti del romanzo di consumo quali la storia d’amore, il lieto fine, il superamento della condizione esistenziale, esso ha un pubblico potenzialmente vasto, proprio in virtù della qualità e dello sperimentalismo di una scrittura che, indipendentemente dai propri gusti, è sicuramente fuori dal comune.

Claudia Consoli


martedì 29 marzo 2011

CriticARTe - Incontro con Bettina Pousttchi a Sassari

Incontro con Bettina Pousttchi
Accademia della Belle Arti, Sassari
23 marzo 2011, h. 10.30

Incontro organizzato dalla Scuola di Dottorato in Scienze dei Sistemi Culturali


Introdotta dalla professoressa Altea, docente di Storia dell'Arte Contemporanea presso l'ateneo sassarese, Bettina Pousttchi ha portato nell'aula magna un crescente interesse per la sua opera. Artista poliedrica, di origini tedesco-iraniane, Bettina Pousttchi esordisce come fotografa, ma rivolge i suoi interessi anche alla scultura, all'architettura e alle più moderne forme di installazioni.

In particolare, l'artista ci ha parlato in un inglese fluente del progetto Echo, che l'ha occupata nel 2009. Si tratta di un'impresa ambiziosa ("megalomane", a detta di alcuni), che per sei mesi ha cambiato l'aspetto della Schlossplatz di Berlino, città dove vive la Pousttchi. La piazza, infatti, ospitava prima il grande Palazzo della Repubblica, distrutto dopo un lungo dibattito che ha coinvolto l'intera Berlino. Nell'enorme vuoto lasciato dalla sua demolizione, sono apparsi i ruderi del castello originario (che si pensa di ricostruire) e una costruzione temporanea, destinata a ospitare per due anni mostre e installazioni. L'edificio, piuttosto scarno ed essenziale, con una facciata di cinquanta metri di lunghezza, è stato ricoperto dalla Pousttchi da 2000 metri quadrati di fotografie, ovvero 970 poster fotografici che riproducevano la facciata translucida del precedente Palazzo della Repubblica. Unico cambiamento: sulla facciata, al posto del simbolo di falce e martello, è comparso un orologio analogico, dall'aspetto piuttosto futuristico, che segnava le due meno cinque (su questo tornerò). Non si trattava di una provocazione, ma di un omaggio alla memoria cittadina, che ha facilmente riconosciuto nell'opera della Pousttchi il palazzo distrutto.
Obiettivo dell’artista non era coprire la struttura originaria, ma trasformarla, farla diventare altro. Sintomatico della labilità della memoria, è che molti berlinesi, nel vedere la nuova Kunsthalle, hanno affermato: ecco che è tornato l’orologio, quando in realtà non c’era mai stato!
L’artista ha anche documentato le trasformazioni della natura, attorno alla Kunsthalle, nonché alla trasformazione fisica dei poster attraverso le stagioni (l’installazione è durata fino al febbraio 2010). Potete trovare i documenti fotografici sul sito dell’artista, segnalato a piè di pagina.
Altro merito del progetto è stato riaprire a Berlino il dibattito sociale: cosa sta diventando la nostra città? Come vogliamo che i cambiamenti incidano nel futuro?, dibattito che si era interrotto all’improvviso con la demolizione del Palazzo.

Dicevo poco fa dell’orologio che segna le due meno cinque. Si tratta di un Leitmotiv che attraversa la produzione fotografica di Bettina Pousttchi, come potete vedere nelle poche ma significative foto qui affianco. L’artista riflette sulla concezione del tempo oggigiorno, e si interroga sul valore o meno dei fusi orari nel mondo della globalizzazione. Per questo, si propone di fotografare gli orologi pubblici di ogni fuso orario, sempre alle 13.55, ovvero pochi attimi prima che scatti la nuova ora, appena prima che avvenga la trasformazione. È questa idea di liminalità che attrae l’obbiettivo fotografico della Pousttchi: l’idea che in momenti diversi gli orologi di tutto il mondo siano accomunati da questi cinque minuti alle due.
Come vediamo, la fotografia – originariamente a colori – ha poi subito una serie di rimaneggiamenti e di interventi: si tratta sempre di foto in bianco e nero, che sfuggono al naturalismo attraverso queste righe orizzontali tanto simili a un “effetto di veneziane”. Benché non si arrivi mai a una sfocatura o a un nascondimento tali da approdare all’astratto, i soggetti risultano intuibili, allusi, e sta all’occhio e all’emozione dell’osservatore decidere cosa mettere in primo piano, e come interpretare i significati simbolici sottesi.

Gli interessi di Bettina non si fermano neanche alla fotografia, ma sono approdati alla scultura: come non ricordare, ad esempio, la sua presenza alla Biennale di Venezia? Un motivo che la rende ben riconoscibile, è la barriera e, in particolare, la transenna, simbolo di contenimento, confine, nonché dei limiti imposti dalle istituzioni. La barriera è però reinterpretata: portata inizialmente in un interno, quindi alterando la sua funzione, poi viene posta su una sorta di piedistallo, a dimostrare la sua elezione a elemento estetico e scultoreo. Anche l’aspetto subisce mutamenti: le transenne sono intrecciate, le loro linee nude si fondono e si aggrovigliano, si piegano e serpeggiano fino a terra, in forme inattese. Non mancano anche omaggi ad artisti contemporanei,
Alla Biennale, ad esempio, all’esterno era presente una scultura con queste transenne in cristallo trasparente, a dimostrare la loro fragilità ma anche la pericolosità: si rompono facilmente, è vero, ma feriscono.

L’artista, rispondendo per quasi un’ora alle decine di domande che ha posto il pubblico dopo l’incontro, ha ammesso di avere in programma molti altri progetti, e che presto altre opere urbanistiche porteranno il suo nome.
Nell’attesa, gustiamoci il suo sito web:


Gloria M. Ghioni

lunedì 28 marzo 2011

Per un’idea di pace perpetua


Per la pace perpetua
di Immanuel Kant

1^ edizione originale: 1795


Di fronte al nuovo -ed ennesimo- conflitto, abbiamo assistito alla solita rassegna di idee. Molte di queste, sono apparse prive di una conclusione. Il fatto, come più volte viene ripetuto ovunque (tv, radio, piazze, ecc.), e verso il quale tanti convergono, non è: «Era necessario attaccare, altrimenti…», poiché ragionare sulla scelta tra un male maggiore e un male minore, ritengo sia non-umano, oltreché infruttuoso: è sempre un male che si sceglie, no? Dunque, che bisognerebbe fare? Beh, una volta tanto -una volta tanto nella storia- bisognerebbe usare la ragione, e non per scegliere tra “condizioni”, ma per fornire qualcosa di creativo. Questo sembra umano.
Un atteggiamento simile (ovvero, quello di: 1. mostrare l’assurdità dei conflitti, 2. progettare la pace), lo assunse, nel 1795, Immanuel Kant, scrivendo “Per la pace perpetua”. Si noti, accanto al sostantivo “pace”, l’aggettivo “perpetua”. Il titolo, di per sé, mostra il carattere del progetto kantiano: non è la tregua ciò di cui si va in cerca (i cosiddetti periodi di pace che noi viviamo -sempre che ci siano davvero- sono, in realtà, tregue “truccate”), ma illustrare in che modo sia possibile allontanare la dipendenza dalla guerra, vizio degli uomini con poca ragione, o, per dirla con Kant, porre le basi per uno Stato repubblicano, il quale possiede un’impostazione governativa fondamentale per “mettere al bando” la guerra. Vediamo in che modo, allora. Salto parecchi pezzi, e giungo a quello che ritengo il più bello: il terzo articolo della parte prima, che è di una tale evidenza, di una tale efficacia, che averlo ignorato fino a questo momento è piuttosto mortificante (per chi crede nella ragione):
«3. “Gli eserciti permanenti (miles perpetuus) devono scomparire del tutto”». Pag. 47
Mi pare perfetto. A «scomparire del tutto» devono essere, in primo luogo, le immagini della guerra. Ma la ragione è viva, non una macchina che esegue ordini, ed elabora, come Hegel elaborò… Si può costringere, per la pace, alla concordia? Si può, se l’uomo, nella sua costituzione, è di fatto bellicoso? Insomma, si può inserire l’uomo in uno stato di socievolezza? Infinite sono le risposte. Questa è una: esiste, nell’uomo, una cosa che chiamiamo sentimento. È a esso, oltre agli algoritmi mentali-morali sul valore della pace, che ritengo sia necessario (anche qui, una volta tanto) ricorrere, iniziando dal tentare-di-comprendere se un’offesa può arrecare dolore a chi ci sta di fronte; con l’empatia, la cui essenza è di facile conseguimento per la maggioranza degli intelletti, si impara tanto. Troppo romantica questa tesi? Troppo illuminista, e ottimista, quella di Kant? Intanto, per evitare idee prive di conclusione, modelliamoci pensando che offendere sia a priori dannoso (sesto articolo de “Per la pace perpetua”).

Dario Orphée

La diversità che rende speciali in Demetrio dai capelli verdi

Demetrio dai capelli verdi
di Marco Mazzanti
Editore Eiffel
2010

Pare una dimensione parallela del nostro mondo quella dove Marco Mazzanti ha ambientato Demetrio dai capelli verdi, il suo ultimo romanzo, a metà strada tra il fantasy e il romanzo di formazione.
La storia è ambientata in un'epoca e in un luogo non ben definiti  - che per certi versi assomiglia ad una qualche nazione dell'Est Europa di metà Ottocento - durante la quale si assiste ad un grande fermento culturale e scientifico, benchè il paese e i territori circostanti siano ancora tormentati da violenze e guerre.

Demetrio - giovane di grande sensibilità e bellezza - vive un'esistenza all'apparenza serena anche se i suoi capelli verdi e misteriori tatuaggi che compaiono sulla sua pelle solo al sole, lo rendono diverso dagli altri e quindi più vulnerabile.
Una serie di vicende, in parte incentrate sull'amore per una donna - che incrinerà il rapporto tra Demetrio e il suo amico e mentore Joan Marcel - portano il giovane a compiere un viaggio attraverso il paese ma anche dentro di sè, fino all'abbandono completo della fanciullezza per una consapevolezza adulta.

Marco Mazzanti si conferma narratore poetico ma allo stesso tempo incisivo, perchè le tematiche trattate sono di estrema attualità e, al di là della piacevolezza della lettura, spingono ad una riflessione soprattutto legata all'accettazione delle diversità di ognuno e all'integrazione di chi si distingue dalla massa per caratteristiche fisiche, sociali, religiose, politiche.
Interessante l'alchimia di elementi geografici e storici reali abbinati ad altri di pura fantasia che contribuiscono a rendere la storia originale e coinvolgente, nonchè soffusa di sognante fantasia.

Carla Casazza

domenica 27 marzo 2011

Il maestro di Massimo Mannucci


Il maestro
di Massimo Mannucci
Società Editrice Fiorentina, 2008

Lucia è l’allieva prediletta del maestro di pianoforte Carlo, un uomo di una certa eleganza che veste sempre con camicie ben stirate di colore azzurro, come i suoi occhi. Due persone con una forte passione per la musica, il pianoforte è per ciascuno dei due l’intermediario nell’approccio complicato con il mondo circostante. L’insegnante è per Lucia un maestro di vita, con lui può parlare di ogni cosa, dalla musica alla letteratura, dalla filosofia alla vita. Carlo riesce a far capire all’allieva anche concetti complessi esprimendoli in modo piano e lineare, è una persona che riesce a trasmettere felicità a tutte le persone che hanno la fortuna di stargli vicino. Poi, a poco a poco tra loro, oltre che l’amore per la musica, nasce un intenso rapporto di seduzione intellettuale. Un giorno però la ragazza, nello stargli vicino per lavorare al pianoforte, lo bacia. L’insegnante ricambia il bacio ma si spinge troppo oltre, ed è in quel momento che all’improvviso entra nella stanza la moglie di Carlo, Franca, che litiga con il marito e prende la decisione di lasciarlo anche per le bugie raccontate dalla ragazza sulle responsabilità del maestro.
Lucia da quel momento si allontanerà sempre di più da Carlo. In lei il senso di colpa diventerà sempre più grande, facendola sprofondare in un abisso sempre più nero. Oramai la strada è tracciata e Lucia sa che non può più tirarsi indietro dal vortice che la sta inghiottendo.

Il libro descrive molto bene i pensieri, le riflessioni dell’animo di Lucia che il lettore rivive insieme alla protagonista. Un romanzo che racconta la storia di un amore impossibile e di un’ adolescente troppo fragile e impreparata per accoglierlo. Una vicenda che non lascia via di scampo, che coinvolge il lettore fino all'imprevedibile conclusione che piomba sui protagonisti come la scure di una ghigliottina.


Maria Teresa Bruschi
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Massimo Mannucci vive con la moglie e le figlie a Livorno, dove svolge il suo lavoro di magistrato dopo aver maturato significative esperienze professionali in Sicilia. Per la Società editrice ha pubblicato Cactus. Otto storie di Crimine (2006) e Testa o croce (2010).

sabato 26 marzo 2011

Paula di Isabel Allende


Paula
di Isabel Allende
Universale economica Feltrinelli

1^ edizione: 1995

Si tratta evidentemente di un'opera autobiografica, è inoltre, l'espressione appasionata di una madre che narra e trasmette la sua passione per la scrittura. Questa scrittura che giorno dopo giorno ha aiutato l'autrice ad uscire dall'abisso di un dolore così forte come la morte di un figlio.

Nel libro viene espresso con molta efficacia il sentimento di impotenza di chi assiste alla sofferenza senza rimedio di una persona cara, il dover assistere ad una morte annunciata senza poter far nulla per evitarla, neanche potersi sostituire ad essa.

Come sfondo al racconto della propria vita, molto interessante è anche il racconto di una delle pagine più tristi della storia del Cile, il suicidio nel palazzo della Moneda di Salvador Allende espresso in tutta la sua drammaticità, in seguito al golpe dei militari guidati dal futuro dittatore Augusto Pinochet.

La lettura di questo libro, che tanto successo di critica e di pubblico ha incontrato, è indispensabile per comprendere meglio come nasce la sua produzione letteraria al suo interno, fra l'altro, si racconta le vicissitudini legate alla nascita del suo primo libro, La casa degli spiriti. Le pagine dei suoi libri non solo prendono spunto dalla sua avventurosa esistenza, che sembra essa stessa un romanzo, ma attraverso i suoi racconti, ella ci fornisce degli ottimi affreschi per comprendere da vicino il dramma della vita di un popolo che vive in un regime dittatoriale.

Lucia Salviati

venerdì 25 marzo 2011

Una barca nel bosco di Paola Mastrocola






Una barca nel bosco
di Paola Mastrocola
Guanda, 2004
€ 15.00
 
Una barca nel bosco è la storia di Gaspare Torrente, un adolescente, un aspirante latinista, che abita in una piccola isola del sud Italia. Gaspare è un ragazzino pieno di talento che, ancora studente delle medie, traduce Orazio e legge poeti francesi come Verlaine. Un talento così non va sprecato; infatti, finite le scuole medie, Madame Pilou, l’insegnante di francese, convince i genitori di Gaspare a iscrivere il figlio in un liceo del nord, a non lasciarlo sull’isola, dove finirebbe col fare il pescatore come suo padre. Il ragazzo può ambire a molto di più. È cosi che inizia l’odissea di Gaspare. Si trasferisce a Torino con la mamma, che si arrabatterà lavorando senza mai fermarsi in una gastronomia. La nuova scuola risulterà essere una delusione, una specie di prigione. Studiare in una grande città è completamente diverso dallo studiare in un’isola. Nella scuola del nord, nella scuola moderna, non si trovano libri usati, semplici, ma cassette, cd, computer e televisioni. Non si danno compiti impegnativi agli studenti, perché potrebbero traumatizzarli, andando a scapito della loro sensibilità e dell’equilibrio della loro personalità.

Gapare in questa nuova scuola si sente come una “barca nel bosco”, come un pesce fuor d’acqua. È un libro realistico, che rispecchia la scuola di oggi. 
Il giovane cosi dotato di capacità di intuizione e di riflessione, si sente sempre inadatto, vuole sfuggire alle abitudini, alla superficialità dei suoi coetanei, estremamente vuoti, griffati, pronti ad isolare colui che non è al passo con le ultime tendenze della moda. Anche nel periodo universitario vivrà un ruolo che non gli appartiene ma che usa per essere accettato dalla società che lo circonda.

Il destino però gli indica una nuova strada per arrivare, alla fine, a trovare se stesso: l’amore verso le piante, una particolare attenzione verso un pioppo che vede, con le sue cure “crescere a dismisura”, un semplice albero che lo aiuta ad aprirsi ad un nuovo mondo, un imprevedibile universo.

Per la naturalezza che esso gli schiude, nell’ambiente di vita a lui familiare, Gaspare è disposto a rinunciare ad attività di tipo intellettuale più ambiziose.Si coglie l’amarezza dell’autrice che constata il tramonto di una cultura raffinata e personale per il diffondersi di tecniche gelide e impersonali.
 
Maria Teresa Bruschi

giovedì 24 marzo 2011

L'ipocrisia che uccide e imprigiona

La gabbia criminale
di Alessandro Bastasi
Eclissi Editore, 2010


La gabbia criminale, secondo romanzo di Alessandro Bastasi, è un noir sociale che avvince il lettore fino all'ultima pagina. Protagonista del racconto è Alberto Sartini, professore universitario appena andato in pensione, che dopo tanti anni trascorsi per lavoro a Brescia, torna nella sua città natale: Treviso.
La vita ora è cambiata, Alberto non ha più una moglie, che ha divorziato da lui, i figli sono cresciuti ed il professore si ritrova in una città in cui frequenta solo sua madre e sua sorella, con le quali non esistono neppure rapporti eccezionalmente calorosi.
Alberto ricomincia a vivere nella casa di famiglia e reincontra qualche vecchio amico, ma col passare dei giorni riemergono nei suoi pensieri ricordi di un delitto del passato che aveva lasciato sgomento tutto il vicinato e a cui lui non ripensava più da anni.
La vicenda risale al 1953 quando era ancora un bambino: erano stati uccisi a coltellate Saverio Dotto e la moglie; per l'omicidio la condanna era andata a Carlo Bettini, ma l'amico di Alberto, Gigi, ha sempre sostenuto la sua innocenza.
Carlo ormai è morto in carcere, ma Alberto vuole scoprire la verità su questa storia ed inizia ad indagare, aiutato anche dalla moglie e dalla figlia di Bettini.
Alberto si troverà invischiato sempre più in un castello di ipocrisie e falsità costruito ad arte per mantenere solo una facciata di perbenismo, sentimento classico della provincia.
Il protagonista scoprirà anche come le cose non siano così cambiate dal dopoguerra per le persone che hanno sempre vissuto ai margini della società.
Alberto condurrà un viaggio a ritroso, nei meandri di una storia che è divenuta una vera e propria “gabbia criminale” da cui, per chi vive solo di apparenze, è difficile scappare; ma l'indagine lo porterà a riscoprire una nuova forza di vivere, la voglia di rimettersi in gioco in prima persona, e all'orizzonte una inaspettata storia d'amore.

Carla Casazza

mercoledì 23 marzo 2011

Le donne che fanno la storia


101 donne che hanno fatto grande Napoli
di Agnese Palumbo
Ed. Newton Compton Editori

pp. 369
Euro 14,90


Sono 101 le donne che, secondo Agnese Palumbo, giovane giornalista partenopea e studiosa delle questioni di genere, hanno reso grande la città di Napoli. E la Palumbo Napoli la conosce bene. Ce l’ha raccontata attraverso 101 storie e leggende inenarrate e attraverso le 101 attività indispensabili per poter dire di essere stati davvero nella città dai mille volti e dalle mille, no dalle 101, storie. Ora lo fa attraverso ritratti di donne di tutte le epoche, donne che hanno nobilitato questa città o che, come la sirena Partenope, l’hanno generata. Questo libro ci porta ad esplorare un universo di personalità femminili dall’anima diversa, come lo sono le mille sfaccettature di una città poliedrica come è il capoluogo campano. Sacro e profano si mescolano all’interno della narrazione che ha un carattere prevalentemente storiografico ma che non disdegna la tradizione leggendaria e folkloristica partenopea. Abbiamo così donne di arte e di bellezza; di amore e perdizione; di memoria popolare; di guerra e coraggio; di potere e di piacere; di affetto e famiglia; di studio e scienza; di imprenditoria femminile; di militanza e di rivoluzione; di fede e di beneficenza.
Le figure femminili che rivivono nelle pagine di questo bel libro sono donne che hanno cambiato la storia, ma che della loro si sa poco, donne che hanno sofferto, combattuto, che hanno dato un contributo fattivo all’arte, alla scienza, alla politica , ma sono, in fondo anche le mamme, le mogli, le amanti, le eroine che incontriamo tutti i giorni per le strade di Napoli.
In questi tempi in cui l’immagine della donna è svilita, e troppo spesso passano agli onori della cronaca storie di giovani che si prostituiscono non per sopravvivere, né per puro piacere, ma per una borsa o un paio di scarpe griffate, o ancora peggio, se si può immaginare, per farsi passare un compito in classe, per raggiungere una posizione sociale, non fa male leggere ritratti di napoletane che in epoche molto più complicate della nostra hanno saputo dare un senso alla vita, seppure tragica. Pensiamo a Artemisia Gentileschi, stuprata ma che ebbe il coraggio di far processare il suo aggressore. Cosa c’è di speciale? Era il XVII secolo.
Lo stile è quello a cui ci ha abituato la Palumbo, raffinato ma semplice, ironico e dolce come la sua voce.

« …Il ciel ripose/ in noi madri, in noi spose,/ le sorti liete della patria o il danno./ Se concordi saremo dell’alta impresa./ Restano i figli nostri in sua difesa. » (Laura Beatrice Oliva).
Luisa Roberto

martedì 22 marzo 2011

Franz Krauspenhaar, Franzwolf (Manifattura Torino Poesia 2009)




Franzwolf
di Franz Krauspenhaar
Manifattura Torino Poesia, 2009


Il primo ad aver raccontato la prima storia – la Storia Originaria, l'archetipo della narrazione – dev'essere stato l'uomo cacciatore. Seguiva i segni che gli raccontavano il cammino della preda prescelta, seguiva le orme di un intreccio. Franz Krauspenhaar è uno di quei poeti/narratori in cui ritrovo questo gusto, questa intenzione: scrivere è una battuta di caccia.
o seguito le tracce della sua autobiografia in versi, Franzwolf (Manifattura Torino Poesia 2009), con lo spirito di chi «rientra a casa come da una battaglia terminale [...]» (da Vampiri di mezza età) e trova nel proprio intimo un momento di raccoglimento ma anche di solitudine. Un raccoglimento magico – del lupo che trova una sua tana –, che ci parla dell'uomo e delle sue eterne domande. Scrive R.M.Rilke:
«E così fummo nel nostro procedere soli, / contenti di ciò che perdura, e sostammo / lì nello spazio di mezzo tra mondo e giocattolo, / in un luogo che fin dall'inizio / fu fondato per un evento puro» (R.M.Rilke, Elegie Duinesi IV).

Ma c'è anche il momento in cui il cacciatore decide di andare fuori con una «voglia quasi perversa / di guardare muoversi il mondo per tutti i suoi versi» (da Vampiri di mezza età). Ma fuori la solitudine metafisica dell'eremita si fa solitudine sociale, antropologica, la stessa solitudine forse che suggerisce Ezra Pound quando scrive: «Oh, io so che c'è tanta gente intorno a me, / volti amici, / ma io ho nostalgia di gente come me» (da In trappola). La stessa solitudine che ci spinge a «uscire, tanto non c'è nessuno. / Non ci sono gli amici, quelli si sono diradati, proprio / come i nostri capelli, senza pietà, giorno dopo giorno / a quest'ora poi sono troppo stanchi o comunque / con la moglie e i figli, a sgattaiolare in un minuscolo abisso».
Con questa voglia di guardare fuori. Perché è per questo che sono stati fatti, gli occhi: per guardare fuori.

(da Occhi nudi)

Avanzo, guardando. Scopro solo con gli occhi.
Il giro delle danze m'intimidisce, una donna nuda
bellissima mi prende per mano, e mi dice qualcosa
all'orecchio. Da quel momento non sono più io.
Faccio di tutto per fuggire, ma resto prigioniero
di un incubo di vetro, il naso appassito a una parete
le mani che si muovono nel vuoto, come ruote,
nel niente esploso dell'aria viziata.

L' attraversamento del fuori – della vita – e il tesoro dell'esperienza per l'Ulisse navigatore hanno un prezzo carissimo. Aprono ferite dolorose: «Così la vita si dischiudeva come un loto / barbarico, ispido» (da Lontana America). C'è però anche un margine di grande riflusso nella poesia di Krauspenhaar, c'è un ritorno eroico, dopo il brivido della scoperta, dopo la sofferenza del viaggio. E così il poeta ritorna a Casa, dopo aver attraversato crateri di malinconia. Ritorna a un intimismo denso di tenerezza: «Di nuovo a casa prepariamo un minestrone Knorr, / di quelle che la mamma ci faceva quand'eravamo piccoli / e forti e ignari» (da Vampiri di mezza età).

Riecheggia fra questi versi una potenza metafisica fortissima, si sente la vertigine dell'Idea che precipita sulla terra e si condensa in correlativi oggettivi e flussi di coscienza controllatissimi, regolati dalla pazienza dell'alchimista. Lo leggiamo subito, lo capiamo, lo sentiamo «nelle voglie di non separare / ragione e sentimento, di / essere fuoco e luce, di andare / per la via d'una supposta / verità» (da Goethe).
La poesia precipita sulla terra e si frammenta in forme e stili diversissimi. Krauspenhaar si misura con ritmi e figure serratissime, con autobiologie frammentatissime, oppure con haiku dai sapori inediti, underground, metropolitani – oscillando sempre fra prosa poetica e verso, fra le equazioni della ragione e le fisiologie del sentimento. Balza da un'emozione all'altra con l'agilità del gatto, da un solfeggio esatto di commozione a un free jazz d'ironie pungenti. Franzwolf ti scaraventa dal riso al pianto con la facilità dell'aquila che impicchia contro la sua preda, con l'audacia e la frenesia della caccia, con l'ispirazione generosa della Luna.

(da Intermezzi)
Cupo tempo. Quando bimbo
guardavo la tivù. Ero bimbo come
un uccello pallido, nel sole scuro.
I capelli di mia madre, di quel biondo
per dolciumi di miele. Era tempo vero.

(da Haikuglobetrotter)
La tua lontananza
è come il vento
fresco, o il pesto

*

(da lavura fort)
Sassi che il mare
ha consumato, le parole
degli scrittori, Moravia e
Pasolini, Piovene ed
eccetera, oh quanti
eccetera

*

Forse prima si campava male
ma pochi lo sapevano

Una poesia che sa anche desacralizzarsi quindi, che non ha paura di calarsi negli anfratti di tutte le contaminazioni contemporanee. Un poesia che non ha paura di purificarsi attraverso il mercuriale fuoco purificatore della passione.

(da Il figlio)
Tuo figlio […]
Appena esce per andare al calcio
io piombo su di te come un falco alla picchiata
d'amore, e tu mi piombi addosso come una poiana

Sembra un gioco di parole, Abbiamo poco tempo
per la circolazione accelerata che scorre.
Precipitiamo dal divano. È un salotto di carne
e occhi a fari [...]

Una poesia camaleontica che naviga in un mare di onde cangiantissime. Interessante, in questa sede, notare anche alcuni esilaranti versi di Krauspenhaar che descrivono il mondo dei nuovi media con le sue psicastenie e i suoi deliri.

(da Il dire)
Erano tempi di parziale silenzio, bastava premere
un pulsante, non premerne un altro.
Oggi invece non è possibile. Sono a un reading
e mi replicherò domani nella cronaca sul blog,
qua ci sono stato già da tempo, da un tam-tam,
come un pellerossa elettronico sono sfatto di bit
prima di cominciare. C'è gente che fa l'amore in chat
e non si vergogna di dirlo. Io avrei paura, al telefono
è un guaio che si ripara col sonoro del respiro.

Krauspenhaar poi si mette a nudo e ci parla della sua esperienza personale in Scrivere:

Lavorai con mio padre un anno.
[…]

Loro la coppia di mezza età, volevano
per me la sicurezza, l'appiglio cronico
il futuro lanciato come una striscia
netta: bianco latte sulla strada.
Non fu possibile. Fu il demone.

Quando decisi di dire a quello il fatto
suo, ero distrutto da anni di piega
e taglia, e incolla. Non ero fatto
per quel delirio. E io dovevo capire
di che delirio ero fatto […]

L'inchiostro è la mia bava di luce.

Sembra di sentir parlare Charles Baudelaire in Lo Spleen di Parigi: «Quel povero Socrate aveva un Dèmone proibitorio; il mio è un grande affermativo, il mio è un Dèmone agente, ossia: Dèmone di battaglia. (da Accoppiamo i poveri)».
Krauspenhaar attraversa con coraggio e consapevolezza tutte le tempeste e le piccole vibrazioni dell'animo, completamente avvinto da una passione incontrollabile per la di-vagazione (che a volte però sfocia in manierismo), spinto da una forza centrifuga che forse deve ancora imparare a dominare, ma che rappresenta una grande risorsa di energia propulsatrice. Krauspenhaar cita Pascal, a mo' d'introduzione/manifesto:
Noi navighiamo in un vasto mare, sempre incerti e instabili, sballottati da un capo all'altro. Qualunque scoglio, a cui pensiamo di attaccarci e restar saldi, vien meno e ci abbandona e, se l'inseguiamo, sguscia alla nostra presa, ci scivola di mano e fugge in una fuga eterna. Per noi nulla si ferma. (Pascal, Pensieri)


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Franz Krauspenhaar è nato nel Novembre 1960 a Milano da padre tedesco e madre calabrese. Ha pubblicato nel 2000 Avanzi di balera (Addictions Libri), nel 2003 Le cose come stanno (Baldini & Castoldi) , nel 2005 Cattivo sangue (Baldini Castoldi Dalai),Era mio padre (Fazi 2008), L’inquieto vivere segreto (Transeuropa, 2009), Un viaggio con Francis Bacon (Zona 2010.) E’ presente nelle antologie Best Off 2006 a cura di Giulio Mozzi (Minimum Fax 2006), I persecutori (Transeuropa, 2007), Lettere ai politici (Fazi 2007), Attenzione uscita operai (No Reply 2007), Il lavoro e i giorni (Ediesse, 2008),Guida letteraria alla sopravvivenza in tempi di crisi (Transeuropa 2009), Il magazzino delle alghe (Eumeswil, 2010). In poesia, ha pubblicato presso la Feaci Poesia E-dizioni la silloge Champagne (2006), il poemetto Monoscopio segreto (2007) e la silloge Cocktail K (2008). Ha pubblicato nel 2009 il primo libro di poesie cartaceo, Franzwolf, un'autobiografia in versi (Manifattura Torino Poesia – Marco Valerio Editore). Consulente editoriale, critico, giornalista, sempre curioso e disponibile alle sperimentazioni e alle contaminazioni tra le arti e perché no i mestieri. È stato redattore dal Dicembre 2004 all’agosto 2008 del blog collettivo Nazione Indiana e ha fondato, assieme a Fabrizio Centofanti, il blog collettivo La poesia e lo spirito nel gennaio 2007. Collabora con giornali e riviste scrivendo di letteratura e di costume.

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riccardo raimondo


Vive e lavora ( a modo suo, su questo non transige) a Milano, città che ama e detesta con uguale, passionale vigore. (info: www.markelo.net)


lunedì 21 marzo 2011

Il collezionista di orologi di R. Raisi

"Il collezionista di orologi"
di Robero Raisi
Minerva Edizioni

pp.159
15,00€

Scrivere un giallo non è mai semplice. Il rischio di scivolare sull'ovvio, scoprendo le carte in tavola sin da subito, pur con la convinzione di celare e creare mistero, è uno degli elementi tipici contro cui si scontra uno scrittore. 

La trama. 

"Il collezionista di orologi" basa la sua evoluzione a partire da un omicidio senza colpevole. Su questo impianto si intrecciano storie, malumori, ricerche, colpi di scena. 
Alba Fregna, una importante collezionista di orologi, viene uccisa. Il paese di Molinella, provincia di Bologna, ne viene toccato: rivalità e conti in sospeso vengono riaperti con l'apertura delle indagini. 
Il commissario Gianni Passerini, con l'aiuto dell'amico Santo Merendino, agente di commercio e appassionato investigatore dilettante, portano avanti le indagini, narrando le loro storie, quelle del paese e quella alla base della morte della donna e dei collezionisti d'orologi implicati nel giallo. Come sempre accade, il reale colpevole, nascosto da tutti gli ipotetici, è l'insospettabile.

Tecnica e stile.  Questo romanzo è stato realizzato attraverso la tecnica del "custom made". 
Alcune persone hanno prestato il loro nome e cognome e il proprio volto ai personaggi immaginari. Le loro fotografie corredano il romanzo e facilitano una familiarizzazione tra personaggi scritti e realtà (piegata al volere della fantasia). 

La scrittura, vivace, caratterizzata da alcuni regionalismi della zona padana, scorre veloce all'interno di una storia dal comparto piuttosto semplice. L'utilizzo di termini tecnici d'indagine, attinti dalla filmografia americana correlata alla medicina legale e alle squadre d'indagine, risulta, talvolta, stonato. Contestualizzano, certo, l'evento del decesso all'interno di un meccanismo criminale. Tuttavia posate sulla bocca di personaggi caratterizzati da tipicità "paesane", generano talvolta stridio, soprattutto in considerazione del fatto che sia il commissario, sia l'amico, sia gli agenti non vengono descritti come luminari delle scienze criminologiche e d'indagine.

La descrizione di paesaggi e movimento risulta molto avvincente, veloce, quasi come se al posto della penna lo scrittore avesse in mano una cinepresa. La caratterizzazione dei luoghi, con sapori, paesaggi, odori, ritmi, accenti, permette al lettore di calarsi nell'affresco di provincia bolognese.

Risultato decisamente poco credibile e alquanto fantasioso lo svolgimento delle indagini per opera di un commissario che condivide ogni notizia segreta con un agente di commercio, tanto da chiamarlo e chiedergli vicinanza nei momenti cruciali dell'operazione. Appare piuttosto lontano dalla realtà la divulgazione di dati sensibili, come i risultati dei test sul cadavere e sulla scenda del delitto a persone esterne all'indagine e non appartenenti alle forze dell'ordine.
Spennellata di noir nel tratteggio del personaggio del commissario, ma poco credibile la centralità dell'agente di commercio nell'economia del romanzo. 

Elemento affascinante è la vicenda collegata ai collezionisti d'orologi. Questa scelta ha in seno un elemento esotico capace di generare curiosità e fascinazione.   

Carolina Venturini

domenica 20 marzo 2011

Bartleby, the Scrivener: A Story of Wall-street.


Bartleby lo scrivano 
di Herman Melville 
Universale Economica Feltrinelli, I Classici, 2003 

Traduzione e cura di Gianni Celati
1^ edizione originale: 1853




La rinuncia al dovere di fare è una possibilità dell’uomo che potrebbe dirsi matto, ma lo è solo nella consapevolezza dell’assurdo essere. La rinuncia è un abnegazione , un rifiuto condizionato, ma è anche un sacrificio volontario nel senso di privazione del desiderio.
Perché Bartleby lo scrivano smette di scrivere?
La potenza della scrittura sta nella rinuncia al dovere di scrivere.

In risposta ad un’inserzione, compare un mattino nello studio dell’avvocato-narratore, una figura scialba nella sua dignità,pietosa nella sua rispettabilità, incurabilmente perduta. Era Bartleby.
Lo scrivano, così particolarmente decoroso e quieto, passava le giornate a copiare senza interruzioni con un’eccessiva scarsità di parole e una categorica sconfitta di ogni azione pleonastica. Barteleby copia e basta, e nella meccanicità dell’atto diviene congegno muto e grigio , statua pallida e disabitata; un giorno accadde che l’avvocato chiese al copista di aiutarlo ad esaminare delle copie “Bartleby!Presto sto aspettando!(…)Le copie,le copie,dobbiamo esaminarle. Ecco …” .Egli rispose con austero riserbo
“I would prefer not to”.

Ora, questo ritornello unico e frequente non è ne un semplice No, né una ipotesi di un Si, è “Avrei preferenza di no”. Il romanzo è intensificato dalla continua iterazione dell’espressione conferita da Bartleby con atteggiamento privo di qualsiasi turbamento, con ripetitività e insolenza che spesso infastidiscono il lettore. Bartleby non vuole più scrivere e rimane stagnante a fissare un muro bianco rinchiuso in quella inerzia che lui chiama preferenza ; la preferenza è condizione in cui a un’attività se ne preferisce un’altra: Bartleby riesce a farci pensare che l’ozio e l’immobilità nel suo silenzio siano attività dignitose al pari del fare;immobilizza il lettore con la fermezza di volontà che sembra non avere e rifiuta qualsivoglia duello .
"Nulla esaspera le persone di serio intelletto quanto una passiva resistenza”
dice Melville, e dunque lo scrivano diviene Presenza discreta priva di ogni collocazione nel mondo.
L’esistenzialismo in Melville ci pone nella situazione di domandarci : Che razza di personaggio è Bartleby?
Prevale la solitudine e l’assurdo dell’esistere pur nell’universalità di questa figura che entra negli animi con straordinaria pacatezza e li avvolge in quesiti che ammettono la precarietà e il fallimento dell’io.
Da dove proviene Bartleby?
L’autore una vera risposta non la dà, ma nell’ultima pagina dice che Bartleby fu un impiegato in un ufficio di lettere smarrite. Ecco ,allora ,che lo scrivano ci appare in vita come una lettera perduta, e dopo la morte , diviene l’immagine dell’erba spuntata tra le pietre della prigione di Manhattan;un uomo senza destino nell’aridità che il destino è.
Io non credo in un Bartleby-Cristo redentore della terra, sostengo invece che il romanzo sia conseguenza di un pensiero filosofico molto forte in Herman Melville e che trova ampio spazio nella letteratura. L’esistenzialismo è la risposta in questo romanzo che risposte non vuole, e prende la forma del Limite: il limite della prigione , dell’uomo che vive soltanto di biscottini allo zenzero, il limite delle parole che si ripetono nella loro semplicità e monotonia, della società in cui c’è chi non ha una collocazione e chi non ha una comprensione .
Bartleby è il romanzo sulla Resistenza Passiva ai limiti dell’umanità .

Ah,Barleby! ah,umanità!

Isabella Corrado

sabato 19 marzo 2011

Il Mercante armeno di Massimo Ghelardi




ll Mercante armeno
di Massimo Ghelardi
Società Editrice Fiorentina, 2010


pp. 204
euro 12,00

Romanzo della più bella avventura, con una accurata attenzione nei riguardi dei protagonisti. La vicenda si svolge nella prima metà del 1600, fra Livorno, Venezia, e le Fiandre, terre di frontiera geografica e umana, in cui tre generazioni di commercianti armeni compenetrano le loro vite. Scheriman, facoltoso commerciante armeno, lascia il suo paese e approda a Livorno, dove intraprende il commercio del caffè. Le cose vanno bene e la bottega del Caffè è tra le più rinomate della città. Sevag, suo figlio, all'età di sedici anni fugge da casa, perché il desiderio dell'avventura ha la meglio sui legami familiari. Il padre pieno di dolore, per anni cerca invano il figlio senza nessun segno positivo, finché un giorno arriva inaspettatamente un bambino impaurito di nome Hagan. Scheriman scopre che Hagan è suo nipote. Il ragazzo, cresciuto, lavora con devozione ed entusiasmo nella bottega del nonno, dimenticando le sofferenze e le angosce procurategli da Sevag. Il romanzo prosegue raccontando la vita degli Scheriman in un momento storico molto particolare nel quale battaglie, guerriglie e infine la peste metteranno a dura prova la città di Livorno. Un libro da leggere tutto d'un fiato, nel quale si ha la sensazione di aver fatto parte della storia, una lettura avvincente che emoziona fino alla fine.

Il lettore è accompagnato nella vicenda grazie alla perfetta descrizione di ogni accadimento. Preciso e accurato lo studio psicologico di ogni situazione che si presenta ai protagonisti, tutto questo senza appesantire la narrazione. L'autore utilizza uno stile fluido e preciso, che denota la sua preparazione e la sua intelligenza. Veramente un classico di qualità.


Maria Teresa Bruschi
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Massimo Ghelardi nasce a Pisa ma vive da molti anni a Livorno; è sposato con Mirella e ha due figli. Dopo aver lavorato a Roma, Grosseto e Siena, è tornato nella città labronica, dove si dedica al mare, alla vela e allo studio della storia locale. Da queste passioni è nato il libro.

venerdì 18 marzo 2011

Un'irriverenza analitica: il Premier spiegato ai posteri

La pancia degli italiani. Berlusconi spiegato ai posteri
di Beppe Severgnini
Rizzoli, Milano 2010

pp. 198
€ 16.00

Non è una necessità storica e non è un'inevitabile conseguenza del nostro carattere nazionale. B. è il frutto di un'intuizione: la sua. Ha capito la solidarietà con chi ci prova, l'ammirazione per chi ci riesce, la diffidenza verso l'autorità, l'indulgenza per l'imputato, l'abilità - tutta italiana - a intrufolarsi nell'intercapedine tra alti princìpi e bassi interessi. (p. 47)

Ben piazzato nella classifica delle vendite, ospite presso molteplici atenei e librerie italiane: non meraviglia. Il nuovo libro di Severgnini fa leva sullabrillante lucidità del giornalista cremasco e sulla figura ambigua e ultra-discussa del Premier.
L'opera si propone curiosamente di spiegare il successo di  Silvio Berlusconi alle generazioni del futuro: una prospettiva insolita, che consente di prendere le distanze dalla contingenza, ma soprattutto di (ri)spiegare alcuni assunti spesso dati per scontato dai media e, furbamente, (ri)problematizzarli. Inoltre, questa strategia narrativa permette a Severgnini di servirsi di un'abbondante e tagliente ironia, piena di effetti a sorpresa e paradossi rovesciati, senza rischiare di incorrere nella querelle culturale e politica, che sui quotidiani assume fin troppo facilmente toni accusatori e inquisitori. 

Severgnini scava dall'interno con lentezza, ma in modo implacabile: la sua analisi è rivolta ai dieci presunti "super-poteri" berlusconiani, che espone in un primo momento in modo piano, con dovizia di citazioni (sono sempre citate le fonti). I fatti, spogliati di sofismi, ipotesi e supposizioni, sono accompagnati da parentetiche e intermezzi divertenti, a volte amari, a volte quasi sconcertanti. La linearità sintattica e argomentativa evidenzia ancora di più le contraddizioni razionali, che tanto intaccano le scelte "di pancia" degli italiani. Se spontaneamente ci chiediamo: ma allora come si fa a votarlo?, in realtà Severgnini mostra anche l'altra faccia della medaglia, quella su cui ci si sofferma meno.

Senza demonizzazioni né giustificazioni, a tratti discutibile a parte da plaudere sonoramente, la posizione di Severgnini si fa critica al di là della politica, oserei dire culturalmente critica. Sempre senza perdere il buonumore né temere censure, caratteristiche rare che rendono la lettura più che godibile.

Gloria M. Ghioni

giovedì 17 marzo 2011

Unificazione: i Libri che parlano dell'Italia e degli Italiani

Cari amici,
in occasione del 150° anno dell'Unità d'Italia vogliamo segnalarvi, senza impegno, alcuni consigli di lettura. Abbiamo scelto testi che hanno rappresentato e ancora rappresentano l'Italia e gli italiani; come vedrete, non ci saranno limiti cronologici, né di genere.

Buon 17 marzo!
La Redazione

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FRANCESCA consiglia...
Lezioni americane di Italo Calvino
(clicca qui per leggere l'invito alla lettura)
Perché: Perché è uno dei rarissimi ma capitali esempi in cui perfino l'esterofilia imperante cede il passo ad un'onesta e sagace panoramica culturale italiana. 
A chi regalarlo: Per tutti coloro che ancora non hanno letto questa raccolta lucidissima di interventi critici, ad opera di uno dei maggiori intellettuali contemporanei.
CLAUDIA consiglia...
Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo
Perchè: perchè è un testo in cui confluiscono molteplici filoni romanzeschi: romanzo storico, di costume, di formazione, di avventura. Consente di seguire passo passo gli eventi e i personaggi di un secolo di storia italiana ed europea. Si focalizza in particolare sul nostro Risorgimento di cui propone una visione ironica, a volte anche amara... ma profondamente umana.
A chi regalarlo: a tutti coloro che amano i grandi affreschi storici, che si riconosceranno nella voce di un trentenne ottuagenario (paradossale finzione letteraria!) che rievoca la sua vicenda privata e pubblica.

ISABELLA consiglia...
L'idea di nazione di Federico Chabod
(clicca qui per leggere la recensione)
Perché:  si possa rispolverare la storia nelle parole e non solo nelle epoche e si  affronti il significato di espressioni abusate e spesso ignorate. Perché si abbia, insomma, Coscienza della patria e Patria con Coscienza.
A chi regalarlo: a chi crede che la semantica  si altera con la storia e vuole disseppellire i concetti  originari , a chi crede che sia “un’epoca dalle passioni tristi” e ama sentirsi ancora popolo e non gente.

FABIO consiglia...
Giuseppe Prezzolini. L'anarchico riformatore di Gennaro Sangiuliano
(clicca qui per leggere la recensione)
Perchè: è un intellettuale italiano che è nato alla fine dell'800 ed è vissuto un secolo. Ha fondato importantissime riviste letterarie e civili, è stato editore e promotore culturale in una Italia unita ma che aveva ancora molto da imaprare e che doveva uscire dalle sue mura. Ha scritto per i più importanti giornali italiani. è stato promotore della cultura italiana negli Usa ed ha rappresentando l'intelligenza italiana alla Columbia, insegnando. Ed ha fatto molto altro. Quindi, niente di meglio di una biografia.
A chi regalarlo: Lo consiglio a chiunque, a quelli che amano l'Italia e vorrebbero andarsene e a quelli che la amano e per questo non se ne andrebbero mai. E certo, per tutti gli altri.

LUXITA consiglia...
Vita dei campi di Giovanni Verga
(clicca qui per leggere l'invito alla lettura)
Perché:  Per riscoprire le nostre radici unitarie ben oltre la ritrita formula del "come eravamo". L'insuperabile eleganza narrativa di Verga fonde ed esalta gli alti valori della letteratura universale rinfocolando, senza retorica, il nostro orgoglio patriottico.
A chi regalarlo: A chiunque voglia crescere in spirito e buon gusto, ami la verità rivelata nell'arte e si fidi del genio letterario.

17 marzo 1861 - 17 marzo 2011: centocinquanta anni di unità italiana

Il bisogno di patria
di Walter Barberis
Einaudi, Torino 2004

pp. 137
€ 10,00
«Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d'Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861».
Questi sono i primi vagiti di un’Italia appena nata. Per chi avesse curiosità da gossip, e volesse scoprire come sia andato il parto e quale corredino la piccola Italia avesse, mentre i parenti/fondatori la contemplavano attorno alla culla, può leggere un libro pubblicato non molto tempo fa. L’autore del libro di cui sto scrivendo, si chiama Walter Barberis, docente di Storia moderna e Metodologia della ricerca storica all’università di Torino; il titolo è “Il bisogno di patria”.
Il saggio, che a me è parso più una lunga inchiesta, a tratti tragicomica, sul significato dell’Italia come Stato, scorre piacevolmente: in meno di centocinquanta pagine, Barberis analizza scientificamente la “passione” -pressoché nulla- degli italiani nei confronti di un concetto: l’unità. Il libro svela parecchi “deliri”, o piuttosto parecchie verità molto intime, intorno al nostro popolo. Ma addentriamoci ne “Il bisogno di patria”. Barberis inizia con una domanda terrificante: «Chi sono gli italiani e cos’è l’Italia?». Tale domanda risuonava anche all’inizio dell’Ottocento, e le posizioni erano diverse. Il patriota Cattaneo, e il sacerdote e primo presidente della Camera Gioberti, affermarono, rispettivamente, che l’Italia non era «facile cera da modellare», e che essa era «unita in religione, lettere, ma divisa nelle leggi, nella lingua parlata e nei costumi». Gli inglesi, che inventarono per primi l’inno nazionale, i francesi con il tricolore, gli scozzesi con il kilt e la cornamusa, trovarono presto la loro identità. L’Italia no. Perché? Per colmare questa “mancanza”, Barberis mette in rassegna alcuni eventi che, essendosi intrecciati, non hanno permesso “il senso dello Stato”: l’invasione di Carlo VIII re di Francia, l’uscita e la successiva entrata dei Medici a Firenze, l’invasione dei lanzichenecchi di Carlo V a Roma che costrinse papa Clemente VII in Castel Sant’Angelo, ecc. Eventi sfortunati questi, che non solo ritardarono l’Unità, ma lasciarono padroni gli spagnoli, i quali governarono opprimendo il popolo italiano con tasse salate tra il 1500 e il 1600. Si aggiunge a ciò un altro ingrediente: la divisione interna all’Italia data dalle città rivali (da Milano a Palermo). Anche gli scrittori di allora (Guicciardini, Bandello, Aretino) documentarono di un’Italia divisa in “parti”. Una certa, o incerta, unità si ebbe con l’entrata di Emanuele Filiberto di Savoia. Fu incerta, poiché l’Italia venne vista come proiezione del Piemonte, cioè di una singola regione, e non organizzata tout court come Stato. La formula, infatti, non si rivelò funzionale.

La somma di tutto ciò, formò una «molecolarità» (l’espressione è di Giuseppe De Rita) economica e sociale, che promosse un diffuso disinteresse nazionale: i singoli italiani, cresciuti in un clima di incertezze, temevano soltanto di «perder l’ora del pranzo e la pace della digestione»; e la loro pelle, come si usa dire. Forse ingiustamente, visto il contesto, i nostri antenati guadagnarono il titolo di “popolo imbelle”.

Barberis continua la lezione di storia affascinando, passando attraverso l’“Italia dei campanili”, quella cioè che nell’abito clericale aveva visto una garanzia e l’accentramento del potere; l’“Italia dei municipi”, criticata da Gioberti in quanto nemica dell’unità nazionale; fino all’Italia più miserabile: quella schiacciata dal fascismo. Il fascismo, che fu fondato principalmente sul culto del corpo e sul rombo dei motori, e non su un’idea (tralasciando, quindi, la parte più importante: la mente -e la storia lo dimostra-), dopo la sua caduta fu quasi dimenticato, o, peggio, reintegrato… come se la resistenza non ci fosse mai stata, come se non avesse insegnato nulla. Di certo, vi è all’Italia mancò una figura forte, simile a quella, seppur leggendaria e gonfiata, di Nicolas Chauvin in Francia, capace di dare alla gente l’idea di “amore per la patria”, tanto che il cognome dell’eroe francese divenne un termine da vocabolario: “sciovinismo”.

Mi permetto di aggiungere una nota: per essere precisi, una figura che rappresenterebbe l’Italia, e addirittura il “cambiamento” di identità (nel caso specifico, dall’identità veneziana a quella italiana) ci sarebbe eccome. Essa è all’interno delle “Confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo, libro che narra la vicenda del patriota Carlino Altoviti e del suo amore per la “Pisana”. Nievo, nel primo splendido capoverso, scrive: «Io nacqui Veneziano ai 18 ottobre del 1775, giorno dell’evangelista San Luca; e morirò per la grazia di Dio Italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo. Ecco la morale della mia vita». Tuttavia, il testo è stato pressoché ignorato. Il motivo? Dell’identità, agli italiani, probabilmente non è mai importato nulla (fuor dalla nazionale di calcio, ovviamente). Quest’ultima tesi la scrivo con non poca irritazione, osservando sbalordito un secessionismo sempre più concreto.

Dario Orphée