martedì 30 novembre 2010

La sequenza mirabile

La sequenza mirabile
di Giulio Leoni

Oscar Mondadori, Milano 2008

pp. 258
€ 9,50

Il nuovo libro di Giulio Leoni può dirsi un esempio riuscito, anche se non immediatamente dichiarato, di “contaminazione fra i generi”: lo storico, l’esoterico, il giallo, il thriller, ma in qualche modo anche il Bildungsroman, la satira di costume, il racconto in presa diretta sul precariato intellettuale giovanile, e forse molto altro ancora. Nell’arco di tredici capitoli (numero forse non casuale in un romanzo che, tra il serio e il faceto, offre ampi scorci di cultura dell’occulto) si snoda una trama complicata e a volte difficile da seguire, anche a causa dello sguardo ammiccante dell’autore, del continuo spostamento di focalizzazione.
Il protagonista, un io narrante affine a Leoni per biografia, professione e dati anagrafici (si chiama Giulio ed è un giovane scrittore di gialli, anche se costretto ad attività collaterali come la redazione di tesi a pagamento), riceve la strana visita di una coppia padre-figlia, Ermete ed Amaranta Cimbro, che sembra appena uscita da un episodio della famiglia Addams. La richiesta, poi, è ancor più singolare dei personaggi che la presentano: ritrovare, sulle tracce di un manoscritto mutilo che si rivelerà ben presto apocrifo e inutile in ogni sua parte, la formula inventata da un oscuro matematico di fine Ottocento per vincere al gioco d’azzardo (la Sequenza Mirabile, che dà il titolo all’opera).
La formula porta con sé una scia di mistero e di sangue, a partire dalla sorte dell’avo (arricchitosi con loschi traffici ai tempi dell’impresa di Fiume e ufficialmente morto suicida) e dei suoi collaboratori senza scrupoli (trapezisti in un circo dell’epoca, precipitati nel corso di un’acrobazia senza rete). Queste morti misteriose sembrano ricominciare con l’avvio della ricerca di Giulio e con l’ingresso di alcuni personaggi chiave: uno studioso interpellato all’uopo; un cugino del richiedente, rintracciato e divenuto frate; infine un pretendente dell’enigmatica Amaranta Cimbro, dedito a singolari esperimenti di ricostruzione storico – tecnologica inerenti all’epoca del futurismo.
La frequentazione fra Giulio e i Cimbro si fa via via più serrata, anche a causa dell’ambigua attrazione che il protagonista prova per Amaranta, una donna dal fascino malsano che si rivela presto il vero motore della vicenda: appare ammalata di un male incurabile, che Ermete tiene a bada con intrugli alchimistici assai costosi, al punto da obbligare la figlia a saltuari incontri mercenari e il padre alla ricerca di disperati espedienti. All’approfondirsi dell’amicizia fra i tre corrisponde un progressivo degrado della vita intellettuale e delle abitudini di vita del protagonista, a metà fra il traviamento dantesco e la descrizione nosologica di un’astenia conclamata. Nel frattempo, però, la vicenda si complica, allontanandosi dall’apparente punto di partenza: la maledizione non parte dalla Sequenza Mirabile, rivelatasi sempre più risibile; parte invece da un carico navale d’oro, destinato a finanziare una sorta d’aborto di dittatura protofascista a Fiume per opera di un allora ufficiale di Marina, celato sotto il nome in codice “Grillodoro”. Il furto fraudolento, non l’azzardo avventato, aveva decretato la fine del capostipite Cimbro e dei suoi uomini. E sarà una risorta Nemesi transgenerazionale, non un’astratta maledizione numerica, a decretare ai giorni nostri la fine dei ricercatori implicati nella ricerca della pseudo-formula.
La vicenda è ambientata fra una Roma in piena decadenza morale e l’incursione in una Venezia carnascialesca che ne rappresenta l’alter locus, in un fine gioco di rimandi anche speculare. Incursione malinconica, perché proprio la tratta Roma-Venezia, svoltasi in un wagon lit di sapore vagamente christiano e interrotta a Firenze dal dietro-front di Amaranta, sancirà la definitiva impossibilità dell’amore fra i due protagonisti e la consumazione della fine, già da tempo annunciata, della donna. Ma vi sono anche scorci di gustosa satira di costume, come l’adunata di tutti i personaggi principali alla riunione sociale, con relativa seduta spiritica, del capitolo quinto, in cui si compendia la descrizione di tutti i vizi della pseudo-intellettualità parassita d’ogni tempo e luogo. C’è un continuo rimando, inoltre, fra la formula matematica che va smarrendosi (in senso, in valore e nella stessa consistenza ontologica) e un’altra Formula, a sua volta simbolo di un altrove non raggiunto: la miscela filosofale che dovrebbe salvare la vita d’Amaranta e che infine la perde, complice l’invisibile mano omicida che muove le fila della vicenda coeva al protagonista. Se dietro la Sequenza Mirabile si celava un carico d’oro trafugato, fuso e disperso nei meandri della Storia, dietro il taumaturgico oro filosofale sonnecchia soltanto un vile liquame venefico.
Viene il dubbio, fra omicidi, violenze, degradi psico/ambientali e morti quasi accidentali, che l’obiettivo mancato sia proprio la ricerca alchemica del vero Sé: quello che il protagonista, nella squallida solitudine finale, forse non è riuscito a completare. Che la platonica storia d’amore fra Amaranta e Giulio, oltre il cinismo, il distacco e il disgusto, di sapore a tratti un po’ tarchettiano, inauguri una sorta di moderna ripresa straniata della dialettica Eros/Thanatos. E che in mezzo a vizi e vendette, rinnovati attraverso le generazioni come un fato estenuato, la morte e l’oblio siano davvero soltanto apparenze:
«un’eccessiva dilatazione dei tempi, un’esagerazione» (pag. 256). 

La catena del male potrebbe allora non essersi interrotta e l’inquietante eredità proseguire sotto spoglie metamorfosate, impalpabili e perenni; come le ceneri della donna che Giulio, rimasto unico custode e contravvenendo all’ordine burocratico d’inumazione, disperde infine nel vento della campagna romana, da un altro anonimo treno in corsa.

Alessandra Paganardi

lunedì 29 novembre 2010

Le fonti islamiche della Commedia


Il libro della scala di Maometto
a cura di C. Saccone
traduzione di R. Rossi Testa
SE, Milano 1997
pp. 198
€ 18,00

Ne Il libro della scala di Maometto si narra del viaggio oltremondano del profeta. Nunzio di Dio superiore a tutti gli altri, scelto da Dio perché guidasse il suo popolo, nel racconto è spinto dall’Arcangelo Gabriele attraverso il regno dei morti e tra le loro pene e le loro gioie. Un viaggio simile a quello che condurrà molti anni dopo il “sommo poeta” che era poeta, appunto, e non profeta. Tanto che molti studiosi hanno voluto, non a torto, ricondurre alcune visioni dantesche e la stessa struttura con cui Dante ci dipinge l’aldilà, proprio a tale testo e ad altri elementi narrativi appartenenti alla tradizione orale islamica che Dante potrebbe aver conosciuto grazie forse all’amico Brunetto Latini che era stato inviato alla corte di Alfonso X e alla traduzione in latino e francese del Libro della scala da parte di Bonaventura da Siena (che lo aveva tradotto dal castigliano dell’ebreo Abraham). Tra questi Asín Palacios con il suo discusso lavoro del 1919 La escatología musulmana en la Divina Comedia (ultima traduzione italiana è del 2005 per il Saggiatore col titolo Dante e l’Islam. L’escatologia islamica nella Divina Commedia). Discusso perché sembrava che Dante perdesse l’attributo di genio originale e il suo ruolo nella cultura occidentale. Anche se poi, come sappiamo, a quei tempi il dialogo e il sincretismo tra culture erano molto più vivi di quanto comunemente si possa pensare, ed è qualcosa che oggi con molta fatica cerchiamo di costruire.

Nel suo intervento alla Casa di Dante in Roma, Marco Ariani (Roma Tre), ha ripercorso alcuni episodi salienti di questo dibattito sulle fonti islamiche della Commedia ricordando appunto Asín Palacios (sacerdote che concentrò molte delle sue forze proprio allo studio di elementi filosofico-teologico-culturali che avvicinavano Cristianesimo ed Islam) e il lavoro di Enrico Cerulli, Il 'Libro della Scala' e la questione delle fonti arabospagnole della Divina Commedia del 1949, nonché il supporto di Maria Corti a sostegno della tesi. E ricordando anche chi aveva delle serie riserve alla teoria della fonti islamiche nella Commedia. Tra questi il Silverstein che ricorda come fosse più probabile che Dante avesse preso come riferimento e “spunto” per il suo viaggio in terzine non dei testi di tradizione islamica passati di mano in mano e di traduzione in traduzione ma, certamente Virgilio (tanto da farsi accompagnare), ed anche la Visio Pauli, apocrifo del II° d.C. nel quale si narra il viaggio visionario di Paolo nell’aldilà. Ad una analisi altrettanto meticolosa di quella che si può condurre sui passi della Commedia rinviabili a fonti islamiche, possiamo più facilmente attribuire a Dante una profonda lettura dei testi sacri della tradizione giudaico-cristiana, dei Padri della Chiesa e di tutti quei testi che certamente aveva potuto leggere e che avevano un notevole ruolo di formazione culturale, per profondità ed altezza spirituale.

Maometto guidato dall’Arcangelo si trova in un mondo iperbolico che non può che stupirci. Prima di tutto non è luogo terreno e non ha struttura conica. Inoltre rimanda ad una vastità incolmabile tanto che le grandezze si misurano in anni necessari a percorrerle e le parti corporee delle figure incontrate rimandano sia al numero 7 che alla stupefacente grandezza, complessità ed inimmaginabilità della visione: gli angeli infernali, per esempio, sono settantamila con altrettante teste, ogni testa con altrettante corna ed ogni corna con altrettanti nodi.
E se qualcosa sembra già il contrappasso dantesco, allora bisognerà vedere se non già qualcosa di simile sia presente nella tradizione cristiana. Tenendo conto che ancora oggi manca l’originale arabo de “La scala”.

Sembrerebbe allora che le interessanti tesi sulle fonti islamiche nella Commedia possano essere smontante perché a volte si poggiano su basi non troppo solide e spesso su congetture. Ma certo se Dante non ha attinto da testi islamici, perlomeno da testi, da studi e sviluppi di questi che sono entrati nel suo più vicino patrimonio culturale. I grandi testi Sacri nascono da grandissime e vicine, nel nostro caso anche geograficamente, sensibilità. Possiamo allora farci appassionare dagli studi profondi ed attenti e cercare di capire quanto i legami culturali tra chi ha un ruolo fondante nella cultura italiana ed occidentale, abbiano una infinità di possibili connessioni con le culture mediorientali, non solo ebraica, e quanto queste trovino una fertilissima espressione negli sviluppi e nei rapporti che hanno intessuto con l’occidente. Con la speranza che altrettanto fertili rapporti si possano costruire oggi e sempre.

domenica 28 novembre 2010

La solitudine dei numeri primi

 La solitudine dei numeri primi
di Paolo Giordano

Milano, Mondadori, 2008

Il romanzo di Paolo Giordano coinvolge e sconvolge il lettore con la forza di descrizioni “anatomiche”, di dialoghi “sospesi”, di aspettative deluse e di una speranza acerba: quella di uscire da un isolamento che intrappola i protagonisti come per una maledizione ineluttabile. Credo che confrontarsi oggi col tema della solitudine voglia dire affrontare uno dei tabù più consolidati della società contemporanea, e, al di là della singolarità delle esperienze di un personaggio geniale e “disturbato” come Mattia o di uno traumatizzato quale si mostra Alice, nelle vicende dei due ragazzi potremmo leggere in trasparenza fenomeni diffusi e di grande attualità: il desiderio di appartenenza e il tentativo di integrazione nel gruppo, la ricerca di un percorso sentito come proprio sia esso accademico o anticonvenzionale, la lotta interiore per trovare una propria coerenza e stabilità. 
La gamma dei temi affrontati è ampia e viene rivisitata seguendo il percorso di due cosiddetti “numeri primi gemelli”: individui che assurgono a paradigma esemplare e che, “indivisibili” per numeri diversi da sé e da uno, sono fuor di metafora, incompresi, incapaci di scendere a patti o di accettare compromessi. L’anoressia e l’autolesionismo vengono finalmente trattati da una prospettiva interna, quella di chi è direttamente coinvolto, non dal punto di vista di chi “sano e immune” giudica dall’esterno. 
Il tramite per scaricare le tensioni emerge sotto forma di talento: la fotografia per Alice, la matematica per Mattia. Il confronto tra due propensioni dissimili ma complementari, quella artistica e quella scientifica, rafforza il legame dei protagonisti, affini per una sorta di rifiuto della vita essendo uno privo di praticità e materialmente incapace di azioni semplici e ordinarie (simile per certi aspetti ad un inetto sveviano), l’altra inadatta a sostenere il peso delle conseguenze (la sua stessa magrezza diventa simbolo di questa incapacità). Anche la caratterizzazione di personaggi secondari come Soledad o Fernanda arricchisce con pochi tratti stilizzati la narrazione di altri “individui-isola”, persone cui fanno da sfondo storie di abbandono e di incomunicabilità. 
Partendo dall’infanzia dei protagonisti e arrivando all’età adulta al lettore sembra quasi di percorrere con i personaggi l’evoluzione della malattia e del male, ancora più profondo, che li ha innescati. La solitudine, quest’assenza perpetua di una sorella, una figura paterna, un’amica, una madre, un’amante o un marito, è il vuoto che si trasforma in ossessione e che torna a farsi presenza generando fantasmi e allucinazioni. Una specie di miraggio prima di uno svenimento determina il coup de théâtre che potrebbe cambiare la vita di Alice e Mattia. Ma l’inerzia sembra essere la forza preponderante, quella che pervade il testo impregnandolo di passività e negativismo. Solo la conclusione con le luci dell’alba sulla superficie scura del mare e Alice sdraiata in riva a un lago capace di rialzarsi con le sue sole forze, lascia penetrare la speranza, se non di un happy ending, almeno di una differente capacità di relazione da parte dei protagonisti.

E.M. Esposto

Leggi anche la recensione di Gloria: clicca qui

sabato 27 novembre 2010

L'idea di Nazione



L'idea di nazione
di Federico Chabod
Roma-Bari, Laterza, 1961
Il 17 marzo del 2011 l’Italia compirà 150 anni.
La proclamazione del Regno d'Italia avvenne ufficialmente il 17 marzo 1861. In quella data "Vittorio Emanuele II di Savoia", già Re di Sardegna, venne proclamato "re d'Italia per grazia di Dio e volontà della nazione"… Ora, già da mesi, congressi, presentazioni di libri,conferenze, mostre e avvenimenti vari, ci immergono in piena atmosfera d’ attesa. Capita spesso di pensare al significato, apparentemente tanto ovvio, dei termini che hanno formato la nostra coscienza nazionale. 
L’idea di nazione. Cos’è? E che vuol dire patria? Da quando esistono questi concetti nell’accezione che noi conosciamo? E che significavano prima? Ogni volta che si fanno riflessioni sui fatti storici, occorre evitare il più possibile di attribuire al passato i concetti e le idee che abbiamo nel presente. Così, chiunque pensi che in passato esistessero delle nazioni,corrispondenti agli attuali stati nazionali,cade in un grave errore di prospettiva.
Quella che noi chiamiamo “Nazione” era da Macchiavelli (1469-1527) chiamata “Provincia”, ma essa - pur contenendo in sé i confini geografici, lingua, costumi e istituzioni – mancava del fattore politico, la volontà di essere nazione. Pecca alquanto di municipalismo, al contrario, l’accezione rinascimentale del termine nazione, utilizzata infatti, nella valenza di nazione fiorentina, veneta, lombarda ecc. Analogamente la “Patria”era per gli uomini del cinquecento ancora la “città” di Firenze, Venezia, o Milano.  
E anzitutto. La nazione è la patria . Per noi questa identificazione dei due termini è ovvia , ma è ovvia proprio soltanto dall’età di Rousseau (…) . i due termini fino allora erano stati ben distinti. Soprattutto, preme mettere in rilievo che patria equivale per molti secoli generalmente ancora a “luogo natio”.
Federico Chabod, uno dei più grandi storici del novecento, ci ha omaggiati di un’attenta analisi filologica, storico- letteraria e filosofica sul senso di concetti quali nazione, patria e stato. 
Dire senso di nazionalità ,vuol dire senso di individualità storica
scrive Chabod; si giunge, così, al principio romantico del “particolare” che afferma il trionfo delle differenzazioni tra gli uomini contro i principi enciclopedici dell’illuminismo. Non esistono costituzioni universali, così come gli uomini anche le nazioni sono diverse l’una dall’altra .
Azioni eroiche, Passione - Coscienza, Coscienza!- invocava Rousseau.
Insomma, con il romanticismo, si disse: l’ Italia ha delle tradizioni comuni  dovrebbe aver una lingua comune, ma non ce l’ha, dovrebbe avere una bandiera comune e una volontà comune, ma non ha neppure quelle. In definitiva, non ha “la volontà generale”, e dunque, non può essere nazione. Ha, però, un senso di appartenenza comune, un’anima, un qualcosa che la rende patria.
La patria e prima di ogni altra cosa la coscienza della patria; - senza di essa , senza la Fede nella patria, - voi siete turba senza nome, non Nazione; gente, non popolo. (G. Mazzini, Ai Giovani d’Italia, 1859). 
Dopo la rivoluzione francese la politica acquista “phatos” religioso , il senso delle parole muta. Il martire religioso diviene martire politico: inizia il risorgimento Italiano.

Ove fia santo e lagrimato il sangue/ per la patria versato. (Ugo Foscolo, dai Sepolcri)
La Volontà è il fattore determinante il senso di nazione per gli italiani, la Natura lo è per i tedeschi e gli svizzeri. Da qui, ecco, la distinzione tra la concezione volontaristica e quella naturalistica sancita da Chabod . Entrambe sfociano in un differente bisogno di libertà.
Libertà da difendere o libertà da conquistare?
I tedeschi rispondono con la formula “natio quia nata”, richiamando un diritto naturale, gli italiani, al contrario , lottano per una nazione che sia un plebiscito di tutti i giorni .
In Herder (1744-1803), ad esempio, il senso d’individualità è pressante e pieno di pregiudizi che confluiranno nei nazionalismi del novecento. Mentre fino a quel momento si credeva in una natura umana comune, Herder proclama una “diversità fondamentale,originaria, naturale delle nazioni.”
Il risorgimento italiano è stato considerato come un fenomeno generazionale. Giovani come d’Azeglio, ventenni , immaginavano di ammazzare un tiranno riscaldandosi al suono delle tragedie di Alfieri; si esaltavano leggendo le “Fantasie”di Berchet e si entusiasmavano quando Mazzini parlava di Patria come comunione di liberi ed eguali affratellati , di Unità come comunione di popoli. La mente e l’ardore di questi giovani fece decollare il discorso nazionale e lo avviò con l’indipendenza dallo straniero .

Ebbene, ora, c’è chi pensa al federalismo, al bisogno di staccarsi in piccole unità per chissà quale tornaconto, all’esigenza di distanziarsi sventolando simpatici fazzolettini dai colori sgargianti.
E le passioni? Dove sono andate a nascondersi? Dove sono finite quelle fantastiche irregolarità multiformi del genere umano?
Forse si trovano in una bufera di incertezze, si celano nella malinconia di individui asimmetrici e scrutano il mondo da lontano consapevoli della loro sconfitta. 
                                                                                             
Isabella Corrado

venerdì 26 novembre 2010

Rapsodia su un solo tema: liberi di essere

Rapsodia su un solo tema - Colloqui con Rafail Dvoinikov
di Claudio Morandini

San Cesario di Lecce, Piero Manni s.r.l.
pp. 268


Emerge dall’ombra del corridoio lento e curvo, più basso di quanto me lo immaginassi. Subito mi ricorda un Edipo cieco accanto alla figlia, o un Tiresia” – Rafail Dvoinikov sorprende: Claudio Morandini, autore di questa Rapsodia, ne fa un ritratto a tutto tondo, dinanzi al quale crollano tutti gli altri personaggi, Ethan Prescott compreso. La sua vita privata non conquista, si avverte l’esigenza di andare avanti, di correre furiosamente verso gli “incontri con Dvoinikov”, di assaporare i suoi consigli, di ascoltare le sue storie. È come se tutti i personaggi gli facessero da spalla: Polina vorrebbe catturare il lettore con il suo sfrenato desiderio di possedere un omosessuale; Ethan vorrebbe essere al centro dell’attenzione per via della sua liaison amorosa con Carl; tutti i protagonisti, insomma, vorrebbero, ma non riescono: restano schiacciati dall’interesse che un dimenticato come Rafail Dvoinikov desta con i suoi ricordi pieni di musica e passione (il binomio non manca mai all’appello).

D’altra parte, è proprio l’autore ad aver battezzato queste duecento pagine abbondanti col nome di Rapsodia su un solo tema – Colloqui con Rafail Dvoinikov. Sin dall’inizio si avverte questa presenza funerea nell’aspetto ma non nello spirito. Il compositore non deve dar conto a nessuno di ciò che dice e confessa, non si preoccupa più di scrivere: davanti a sé ha soltanto la strada, già battuta, dell’anzianità. È una sorta di riscatto dagli anni del regime russo, dalle costrizioni di Vladimir Galavamov, dai suoi dettami, dalle sue assurde considerazioni.

C’è un macro-colloquio in tutta l’opera, a fronte del quale i micro-dibattiti vengono meno, o meglio, si fondono: un colloquio che è presentato come il racconto di “musicisti che parlano di altri musicisti che raccontano di altri musicisti che immaginano la vita di altri musicisti ancora”. La poca dimestichezza col settore non deve far indietreggiare i più curiosi: la semplicità dello stile e degli intrecci è funzionale a questo grande dibattito, in cui ogni musicista ha una parte ben precisa e non meno importante dei suoi colleghi. Tutto è musica, insomma: anche il rapporto tra Carl ed Ethan, lo pseudo protagonista che compie una serie di viaggi in Russia per incontrare l’eterno compositore.

La parola viaggio, tra l’altro, occupa un posto di primo piano: chi ha avuto la fortuna di entrare nei fantastici mondi di Gulliver non potrà fare a meno di ricordarli, o meglio, di collegare l’esperienza del medico a quella di Joseph Mathias Mayer, autore del Viaggio Musicale nel Secolo Ventesimo. Il lettore entra in un mondo diverso, si distacca dagli intrecci amorosi e dalla vita privata di Ethan, mette da parte i racconti di Rafail Dvoinikov, per fare un tuffo nella musica del Novecento, osservata da un compositore di qualche secolo prima. È come vedere Gulliver alle prese con i lillipuziani, con i cavalli saggi, con quelle strane realtà così diverse dalla sua, così condannabili (e condannate). Che Ethan abbia voluto raggiungere lo stesso obiettivo, non è certo; che l’incontro tra due mondi diversi, attraverso gli occhi di un classicista, sia affascinante, sì. Sono ben dieci le lettere che compongono il viaggio, non sono sufficienti, e non per demerito dell’autore. Il lettore potrebbe stare ore e ore ad assistere alle strane vicissitudini di Joseph, questo non lo stancherebbe: ecco perché una ventina di pagine, le dieci lettere, non bastano, anche se il messaggio è stato lanciato, le allusioni sono state colte, tutto è stato recepito.

Sono tre mondi, quelli che si intrecciano: quello del presente – Ethan, Carl, Claire, Polina – quello del passato – i racconti di Dvoinikov – quello del futuro, ossia il tuffo di Joseph nel Novecento. Tre mondi, tre cori, un unico obiettivo: quello di porgere al lettore una serie di volti del mondo della musica che appassionano, e non solo per la sfortuna che si abbatte sulle loro vite. Il lettore si appassiona perché è testimone di questo grande colloquio, è osservatore di questi volti, corre persino il rischio di affezionarsi a qualcuno.

C’è musica, ma non solo: tutto un secolo rivive nelle sue ombre, nei suoi protagonisti più spregevoli, nei suoi momenti più difficili, nei suoi finali più inaspettati, come quello di questa Rapsodia. C’è libertà. D’altra parte, l’autore lo fa presente sin da subito: “[…] Si può rimanere liberi, come artisti e come uomini, anche sottostando alle direttive di un potere oppressivo”.

Michele Rainone

giovedì 25 novembre 2010

La Storia dell'editoria e la storia di Mondadori

Arnoldo Mondadori
di Enrico Decleva
Garzanti, 1998


Il presente volume di Decleva si propone lo scopo di raccontare la vicenda umana e professionale di Arnoldo Mondadori nel quadro di una più articolata storia dell’editoria italiana tra Ottocento e Novecento. Conoscere la figura e l’attività di questo personaggio, tra i più controversi e carismatici, significa indagare un percorso personale e storico allo stesso tempo. Considerato tra i più importanti editori e imprenditori del secolo scorso, Mondadori non è stato solo il creatore di quello che Giancarlo Ferretti ha definito un “Impero”, ma il principale e primo promotore di uno sviluppo dell’editoria in senso più moderno, industriale che dir si voglia. Apprendista tipografo, editore di pubblicazioni per i soldati al fronte, “spalla” culturale di Mussolini, leader dell’editoria novecentesca… il suo è stato un percorso continuamente in ascesa. L’autore del volume traccia sapientemente la sua biografia unendo una puntuale attitudine al dato e all’informazione precisa a una tecnica di narrazione che, a tratti, appare romanzesca e che dà al lettore l’impressione di un contatto più diretto con il personaggio in questione. Arnoldo Mondadori è uno studio monografico indirizzato agli specialisti del mestiere o a chi volesse intraprendere uno specifico percorso di studio dell’editoria ma è anche un volume che qualsiasi lettore possa leggere, traendo spunti diversissimi, soffermandosi su certi aspetti piuttosto che altri. L’attività professionale di Mondadori viene raccontata parallelamente a un percorso biografico che non viene taciuto, ma al contrario continuamente valorizzato.

“Editore protagonista” (un’altra definizione di Ferretti), ha saputo fare dell’azienda che porta il suo nome un’incarnazione di se stesso, conferendole una determinata “Identità editorial-letteraria”. La determinazione e la tenacia che l’hanno sempre contraddistinto gli hanno permesso di creare dal nulla un’azienda che dal 1919 in poi ha conquistato il primato nel panorama editoriale. Indipendentemente dalla strategia seguita e dalle scelte compiute, non si può negare il valore di un’azione di decisivo ammodernamento delle strutture e del mercato librario. È stato, infatti, tra i primi a rendersi conto della necessità di offrire tipologie di volumi diversi a segmenti di pubblico differenziati, cercando di raggiungere in questo modo fasce di lettori sempre più ampie. Dalla novità de “I libri gialli”, ai “Romanzi della palma”, “Medusa” fino all’innovazione del tascabile con gli “Oscar”, Mondadori ha vissuto e contribuito a creare tutte le maggiori rivoluzioni editoriali della modernità. Per questo la sua figura merita di essere approfondita e conosciuta, perché oggi, nel periodo delle grandi concentrazioni editoriali, del dominio dei gruppi finanziari, della spersonalizzazione delle case editrici, non si dimentichi che per un secolo le case più importanti si sono identificate in uomini (Mondadori, Bompiani, Einaudi, Garzanti, Feltrinelli, Rizzoli…) i quali hanno operato su un terreno eminentemente culturale mediante la formazione di un catalogo; costruendo le loro aziende sulla propria personalità, sul proprio gusto, sulla propria visione della cultura e del mondo circostante. E non si dimentichi che non può esistere una “editoria senza editori” o una “editoria di soli finanzieri” (Cadioli), o per lo meno essa non è auspicabile visto che rappresenterebbe la fine di un percorso intellettuale, quale da sempre è stata la progettazione e la creazione del libro.



Claudia Consoli

mercoledì 24 novembre 2010

Nessuno è perfetto, parola di Tizio Tratanti

La mia ragazza quasi perfetta
di Luca Rota

Senso Inverso Edizioni, 2010
119 pp., € 12,00

Tizio Tratanti è un ragazzo pieno di risorse: positivo, estroso, pieno di idee ed entusiasmo. Ha la fortuna di vivere di rendita grazie ad un evento inconsueto ma anche la concretezza di capire che la bella vita non durerà in eterno ed è necessario trovare un lavoro. Mentre cerca di dare risposta a questa esigenza conosce una ragazza bellissima e piena di qualità: pare la ragazza perfetta. Ma capisce presto che la perfezione non esiste: anche la sua meravigliosa "musa" ha un difetto che potrebbe ostacolare il loro amore. Tizio, però, non si scoraggia e mette a frutto la sua mente brillante per risolvere il problema, vivendo nel frattempo situazioni assurde causate spesso dalle sue strampalate invenzioni.

Il libro è divertente, originale, pirotecnico, fantasioso, surreale: pare di guardare un cartone animato o leggere un fumetto. Poi a voler scavare ci si accorge che la gigioneria nasconde riflessioni ben più serie su molti aspetti della vita: la chiusura del nostro mondo verso chi ha qualcosa di diverso, qualsiasi cosa che non lo assimila alla massa; il difficile equilibrio dei rapporti di coppia, la superficialità della gente.
La scrittura di Luca Rota è come un fiume in piena, un po' irruenta e fragorosa, come se l'autore non riuscisse a trattenere la storia e questa erompesse di propria volontà sulla carta. Inizialmente quindi sono rimasta un po' perplessa, visto che amo il linguaggio lineare, asciutto, sintetico. Ma poi ho fatto mio il ritmo scoppiettante della narrazione e ho trovato il libro originale e divertente.

martedì 23 novembre 2010

Il "giuoco" di Sanguineti


Il Giuoco dell'Oca
di Edoardo Sanguineti
Milano, Feltrinelli, 1967
pp. 238


Sanguineti, scrittore di rottura e continua sperimentazione, tra i fondatori e del neoavanguardistico Gruppo 63, ha abituato i suoi lettori all'amara riflessione sulla realtà, spesso travestita di gioco carnevalesco e di gusto per la dissacrazione. Quando la rivoluzione sessantottina è già nell'aria, Sanguineti presenta una strana opera, Il Giuoco dell'Oca, in cui si nota fin dal titolo una parodica e divertita ripresa della  tradizione con la forma dittongata 'giuoco', nonché la natura scopertamente ludica del testo. Forse troppo scopertamente. 

La struttura del romanzo (così viene sbrigativamente classificato in copertina) segue le 111 caselle del gioco dell'oca: ogni stazione è numerata sobriamente in cifre romane ed è occupata da un breve testo (una pagina, una pagina e mezzo al massimo). Sanguineti invita pertanto a leggere l'opera secondo l'estro del momento, anche discontinuamente, in modo incompleto o a fare una sorta di zapping letterario tra i testi-stazione. Casualità, libero arbitrio, giochi combinatori, riprese e salti: il tutto si inserisce nel gusto per l'ibridazione e la sperimentazione dei generi testuali che, dal 1960, circola in Europa grazie all'influsso dell'OuLiPo. Tuttavia, a differenza della più disimpegnata scuola francese, Sanguineti approfitta della svelata professione di frivolezza per nascondere nell'opera doppi, tripli e quadrupli fondi, a cominciare dall'apertura significativa dell'io-narrante chiuso in una tomba, a osservare la stranezza del mondo esterno, ribaltando le normali prospettive in un'atmosfera di claustrofilia. Immagini surreali, racconti analogici e a-logici costituiscono il vero tessuto narrativo, e quel che si interrompe in una stazione potrebbe tornare, fantasiosamente e a stralci, con riproposizioni inaspettate del tema.

Entro la struttura volutamente composita, si riconoscono invece le caratteristiche della prosa di Sanguineti: il gusto per una sintassi continuamente franta, ricca di incisi e inversioni; la colloquialità spinta fino a diventare un tratto stilistico, con iterazioni insistite e continuo martellante uso di deittici, che perseguono l'obiettivo di performare il testo in un 'qui' e in un 'adesso'.

Non si fa desiderare la presenza del Sanguineti letterato, attento conoscitore e critico delle opere coeve (e non solo), che cita con una sottile ironia qua e là, riproponendo e stravolgendo i temi. Si veda come la tradizionale figura del saltimbanco, elemento-cardine in Palazzeschi, ma già in Baudelaire e in altri, occupi un ruolo fondamentale nell'ultima tessera del giuoco, che qui vi riproponiamo in chiusura:

Faccio tutta la mia figura del saltimbanco sopra la botte, quando la botte gira e gira, e il saltimbanco sta sopra la botte, come in una sua specie di danza un po’ difficile, e fa girare la botte così, con i suoi piedi. Così mi gira e mi gira anche quella, lì a me, sotto, dentro la grande botte, dentro la grande bara, mentre navighiamo tra i grandi impeti di un grande vento di tempesta, sotto un cielo senza luna e senza stelle, con i grandi fulmini che ci cadono tutti fitti, tutti intorno, a destra e a sinistra. Mi batte forte da tutte le parti, lì dentro, adesso, qui nella grande bara, quella, facendo “tùn, tùn”, urtando così, tutta di legno come è fatta, con tutti i suoi colpi duri, contro le doghe e contro i mezzuli, contro l’uzzo e contro le lulle. Allora io le disegno la sua testa, lì a quella, lì di profilo, sopra il controbelvedere e il controfiocco, sopra il parrocchetto e il pappafico, sopra la trinchettina e la carbonera. Spingo verso il porto, così come posso, ormai, puntando lì con i piedi, sopra la grande botte che gira e gira. E adesso che il porto si fa già vedere, un po’ da lontano, adesso che mi calo già tutte le mie vele, un po’, io mi sporgo anche tutto dal buttafuori di briglia, lì dalla grande botte, dalla grande bara, sopra quell’acqua che è in una grande tempesta. Mi scrivo un nome, adesso, per questa grande nave dove ci navighiamo tutti insieme, con una mia vernice tutta densa, tutta nera. Me la voglio chiamare un po’ così, adesso, questa grande nave dove ci navighiamo tutti insieme, con questo nome un po’ lungo, che è IL DILETTEVOLE GIUOCO DELL’OCA. Poi ci scrivo ancora, un po’ sotto, ma come un po’ di lato, lì in mezzo, un’altra parola così, che è come un altro nome, lì per la grande nave. E’ una parola che è

FINE.

Gloria M. Ghioni

lunedì 22 novembre 2010

Un certo tipo di intimità


Un certo tipo di intimità
di Jenn Ashworth
Edizioni e/o, 2010
traduzione di Nello Giugliano
368 pp., € 18,00






Il bicchiere contro il muro, lo sguardo perso al di là di quel confine di gesso che separa da ciò che non ti appartiene, dall'intimità degli altri: origlia la ragazza sulla copertina di "Un certo tipo di intimità", sospesa proprio sotto il titolo, in un' "ossimorica" immagine che fin da subito trasmette un senso di irrequietezza, di violazione.


E nessun tipo di intimità violata può chiamarsi intimità.

C’è un filmato in bianco e nero di Jackie Kennedy che esce da un aereo. Scende i gradini in punta di piedi, con i capelli che paiono una scultura di schiuma, e saluta con delicati cenni delle mani infilate in guanti bianchi le persone che sono lì ad aspettarla, appare sorridente e sofisticata e appena un po’ perplessa per tutto quel trambusto. Io mi sentivo un pò così.

Così si sente Annie quando si trasferisce nella sua nuova casa, nella tranquilla cittadina inglese di Fleetwood, emozionata e piena di aspettative e buoni propositi, pronta per presentarsi ai nuovi vicini e ai lettori e cominciare così la sua nuova vita.

E' Annie che parla al lettore in prima persona, svelandogli i suoi pensieri più reconditi e le sue insicurezze di ragazza obesa, avida divoratrice di manuali sulle buone maniere, sull'autostima, sulla metodologia per piacere agli altri, riservandogli da subito una prospettiva di analisi privilegiata rispetto ai vicini di casa:

chi legge conosce le elucubrazioni mentali della protagonista, prova inizialmente tenerezza per i suoi goffi approcci verso il prossimo, giustifica gesti maniacali e poco comprensibili agli altri in nome dell'insicurezza che aleggia intorno a questo "adorabile" essere dai complessi apparentemente banali, condanna chi potrebbe deriderla per il suo aspetto e le sue bizzarrie.

Fin da subito però emerge un elemento inquietante e misterioso che circonda la "tenera" protagonista suscitando in chi legge interrogativi e diffidenza:

Annie ha un passato, un passato che il lettore, parallelamente allo scorrere del presente, conoscerà attraverso flashback disseminati tra la quotidianeità della sua nuova vita e che cambierà gradualmente ma irrimediabilmente il suo approccio verso la protagonista.

Nel passato, Annie aveva una famiglia, un marito, una bambina. Perchè non sono con lei?

Nel presente, la simpatia di Annie per il "vicino di parete" Neil, si trasforma in una preoccupante e maniacale ossessione, alimentata da spionaggi e paranoiche visioni distorte della realtà, un'ossessione che trova sfocio in continui e subdoli tormenti alla magra fidanzata diciannovenne di lui Lucy, che rappresenta agli occhi della protagonista unico impedimento alla loro unione.

In un climax di eventi presenti e passati sempre più deliranti e perversi, che tinteggiano il romanzo fino a fargli assumere i colori di un noir, il personaggio protagonista assume una trasformazione agli occhi di chi lo circonda:

forse il lettore ha preso un abbaglio, forse Annie non è una tenera vittima di un passato infelice e difficile, forse è una mente deviata, pericolosa e bugiarda, la vicina di casa che nessuno vorrebbe avere.

Il racconto giunge così ad una Spannung dal realismo quasi splatter, in cui i pezzi del puzzle passato-futuro si uniscono a formare un quadro chiaro sull'identità del personaggio.

Una scrittura estremamente lucida e scorrevole, che alterna brevi dialoghi a lunghi excursus introspettivi, mai superflui: Jenn Ashworth, classe 1982 (vale la pena visitare il suo blog http://jennashworth.co.uk/), con questo romanzo d'esordio apre riflessioni profonde sull'importanza di saper analizzare chi ci circonda e le sue azioni sotto diverse prospettive e di saper mettere in costante dubbio le nostre cosapevolezze sugli altri.

Il romanzo non ha prefazione, ma illuminanti sono le citazioni che ne precedono l'inizio:

«Nella vita quotidiana non ci si comprende mai a vicenda, e non esiste né chiaroveggenza assoluta né confessione totale. Ci conosciamo reciprocamente in modo approssimativo, per segni esteriori che funzionano abbastanza bene come base della società o addirittura dell’intimità."
(E.M. Forster, Aspetti del romanzo, Garzanti, Milano 2000)

(Forster procede con un'altro appunto non citato in questo libro ma a mio avviso pertinente alla narrazione: "Il lettore invece può capire fino in fondo le persone di un romanzo, se il romanziere lo desidera»).

"Il passato mi batte dentro come un secondo cuore"
(Jhon Banville, Il mare, Guanda, Milano 2006)


Consigliato
a chi ama la suspense e a chi ha la consapevolezza di non conoscere mai nessuno fino in fondo, tema spaventosamente attuale.

In fin dei conti,
chi sono i nostri vicini?

Elisa Pardi



sabato 20 novembre 2010

Fra-Intendimenti


"Fra-Intendimenti"

di Kaha Mohamed Aden
Edizioni Nottetempo, 2009

pag. 135
13,00€

Non è la prima volta che incontro, nella mia "strada da lettrice", libri ambientati in Somalia, durante la dittatura e le tragedie militari, umane e storiche avvenute nel periodo clou di Siad Barre. 
In questo caso l'autrice è una giovane donna giunta in Italia per salvarsi dai venti di guerra che imperversavano su Mogadiscio. 
Mentre leggevo ho riflettuto sul mio successivo compito di recensore. Sentivo la necessità di rispetto nei confronti di questa storia e di questa persona. Rispetto e stima. Rispetto anche per l'esperienza e i traumi vissuti in guerra, stima per il coraggio mostrato nel dire proprio "quelle cose".
Una delle prime particolarità che mi ha colpito di questo romanzo, di cui a breve racconterò la trama, è l'uso - quasi spregiudicato - dell'italiano. Ad oggi è il primo libro scritto  da uno scrittore emergente con così tanto carattere e con così tante cose da dire.

La trama. "Fra-Intendimenti" è una raccolta di racconti che abbracciano un ampio universo spazio temporale. Dalla Somalia all'Italia, dall'impiego come interprete, ai bambini-soldato considerati "normalità" in una situazione fuori dal comune.
E' difficile seguire la trama, perché l'unico filo logico che collega tutte le testimonianze romanzate è il vissuto personale non solo dell'autrice, ma anche delle persone che compongono la sua famiglia.
I ricordi si accavallano, così come i momenti della narrazione si accendono grazie all'aroma delle spezie sciolte per creare il tè. Mogadiscio polverosa e insanguinata si confonde con la scoperta degli ascensori, dei dolci "occidentali"/europei/italiani.
Non solo: tradizioni somale legate alla religione e ai rapporti sociali vengono narrate con cura tanto quanto l'iter di vita di una normalissima città del Nord Italia: Pavia.
Ma "Fra-intendimenti" è soprattutto la storia dei pregiudizi "razziali" nati il più delle volte da chiusura, ignoranza e assiomi assunti per verità in comparti stagni ("sei nera quindi sei prostituta"). 
E' un libro molto feroce, sia nei confronti dei somali, sia nei confronti degli italiani, sulla stupidità arrogante che sostiene certi modi di fare. Ma vi è anche il focolare, in qualche modo le parole ricreano l'albero intorno al quale si prendevano le decisioni più importanti. 
Raramente mi è capitato di leggere un romanzo d'un esordiente con così tanti stimoli e con così tante cose da raccontare, capace di solleticare i miei stessi limiti e sollecitare domande. 
Come tutti i lavori iniziali, "Fra-intendimenti", ha sicuramente alcune pecche per quanto riguarda l'arco di trasformazione dei personaggi. Non cambiano molto, ma denunciano. L'azione costante, anche quando la narrazione si sofferma su battaglie, violenze oppure omicidi, è la denuncia.
Questo è uno dei motivi per cui, alla fine, finisci per non dimenticarti del contenuto, non appena chiuso il libro. Sarà difficile ricordarti i nomi dei personaggi, perché le differenze onomastiche si sentono, ma sarà immediato il percepire "vicini" certi ritratti verbali dipinti dall'autrice. Vicini anche se scomodi. Non concede nulla. 
La voce narrante è la rabbia e il disprezzo, in alcuni casi. Lo sfottò è utile a sostenere queste emozioni molto forti. Questo romanzo è stato capace di stimolarmi riflessioni. Non è scontato. 
Certo, mi sarebbe piaciuto un maggiore equilibrio fra negatività e difficoltà dell'integrazione e della vita nei diversi Paesi dando più spazio anche al positivo, alle cose belle che si sono apprese, ma capisco che essendo un libro-denuncia di razzismo e pregiudizi, una visione più edulcorata avrebbe smorzato i toni e il messaggio, annacquando, forse, i contenuti.

Romanzo-raccolta di racconti coraggioso, quindi. 

Lo stile. Schietto, diretto, pochi fronzoli, ironico, sagace. Uno getto, uno schizzo e il racconto è dato. L'indagine psicologica dei personaggi non è sempre approfondita, pochi gli aggettivi, molte le frasi nominali. L'essenza priva di superfluo. Mi sono sorpresa nel trovare tanti luoghi comuni e frasi tipiche italiane, convenzioni verbali. Queste scelte sono state talmente "forti" all'interno dell'economia linguistica del libro che sono state in grado di generare in me delle emozioni di "fastidio" e "antipatia", a seconda della situazione. 
Me la sono immaginata la signora che prende a servizio una donna africana e la tratta con quei modi altezzosi che tanto fanno pensare alla schiavitù e al disprezzo, così come avevo nella mia mente la raffigurazione della donna somala che crede di prendere in giro i suoi datori di lavoro trattandoli con fare finto sottomesso, come fossero stupidi. Ci sarebbe molto da dire, e l'autrice non teme di mettere luce alle negatività dei reciproci comportamenti, al bisogno di riconoscersi, al bisogno di comunità insito in ambo le diverse popolazioni, in Italia e in Somalia e viceversa.

Concludo dicendo che è la prima volta che mi trovo a scrivere "tanto" di un autore emergente.

Ma ne valeva la pena. 

Consigliato a chi accetta di assistere alla scoperchiatura dei propri nervi e falle culturali e sociali. Indipendentemente dal colore. Adatto a discussioni animate e scambi culturali capaci di donare.

mercoledì 17 novembre 2010

Accabadora

Accabadora
di Michela Murgia
Einaudi, 2009
164 pp.


Da conterraneo di Michela Murgia l’interesse e il piacere di recensire la sua ultima fatica, Accabadora (che è valso alla scrittrice la vittoria del premio Campiello Letteratura 2010), è doppia.

Il libro in sé è molto ben scritto: Murgia confeziona una storia efficace con una veste letteraria evocativa ma scorrevole e qualitativamente di spessore, nonostante l’utilizzo eccessivo della metafora, che risulta spesso ridondante.

 Non ho apprezzato però il vero e proprio excursus del periodo torinese di Maria, che sembra realizzato per aumentare il numero delle pagine, vista la sua estraneità, a mio parere, alla storia principale, alla quale è solo debolmente collegato.

La scrittrice comunque tratteggia bene i suoi personaggi, e mette in scena una vicenda accattivante, proponendo, alla maniera di altri scrittori isolani come Niffoi o Fois, uno scorcio di Sardegna rurale, quasi indomita, descritta come una terra vigorosa e a volte ostile, che stimola i sensi del lettore con scorci di paesaggi dalle tinte forti e dalle forme corpose, e col suono così esotico e dal sapore “primordiale” della lingua sarda.

Una Sardegna ritratta sotto un velo cupo quella che si legge nel libro, un velo che viene gettato su questa terra antica, dimora di atavici rituali e di usanze che resistono al tempo, da un’accabadora. Questa figura misteriosa e ammantata di leggenda è colei che viene incaricata dalla comunità di porre fine all’esistenza di un moribondo; il suo nome deriva dalla parola spagnola “Acabar”, che significa finire.

L’accabadora è quindi, come suggerisce la quarta di copertina, “colei che finisce”. Sul rapporto tra quest’accabadora (Bonaria Urrai) e la sua figlia adottiva (“Fill’e anima”, ovvero “Figlia dell’anima”) è incentrata la storia di questo romanzo. Se il libro scorre che è un piacere, durante la lettura ho comunque riscontrato più di uno spunto di riflessione, riguardante il modo in cui il romanzo propone un’immagine della Sardegna che, per quanto affascinante, viene troppo spesso relazionata a stereotipi elevati a “trademark” (non dai sardi, intendiamoci) dell’isola.

Parlo di un modo di guardare alla Sardegna come a una terra esotica, lontana, che, come recita la stessa bandella del libro, «è un mondo antico sull’orlo del precipizio, ha le sue regole e i suoi divieti, una lingua atavica e taciti patti condivisi». Troppo spesso la presunta distanza culturale della Sardegna conduce alla costruzione di un’immagine concepita sulla base del pregiudizio di coloro (fortunatamente ancora pochi) che non conoscono la Sardegna, ma che della Sardegna si costruiscono un modello sbagliato ridotto a quel poco che della cultura sarda riescono a cogliere: specialità culinarie, belle spiagge, mare incontaminato, antichi monoliti, e una infondata credenza che la Sardegna sia soltanto una terra di usanze antiche con le “sue regole”, fuori dal contesto geografico, culturale, e civile del resto dell’Italia e dell’Europa.

La Sardegna è anche rituali antichissimi, lingua scolpita nel tempo, prelibatezze e scorci paradisiaci che incantano e che da nessun’altra parte del mondo si trovano. Ma non è soltanto questo: è stata teatro di importanti innovazioni sul piano sociale, politico e culturale, e di molto altro. 

Con questo non voglio dire che Murgia abbia scritto un cattivo libro, o che il libro sia stato realizzato con “secondi fini”. Accabadora come ho detto è un ottimo prodotto letterario, ma ho timore che non contribuisca a scorticare certi pregiudizi dalla credenza comune riguardo alla presunta “esoticità” della Sardegna, e al suo essere avulsa dal contesto culturale intereuropeo e internazionale.

E tutto questo a prescindere dal fatto che a me piace il ritratto di una Sardegna cupa, radicata nelle sue usanze, avvolta da una cappa di misticismo, che trasporta il paese di Soreni (teatro delle vicende) in una dimensione quasi estranea allo scorrere del tempo. Così come mi piace la figura di Bonaria Urrai e il rapporto intessuto con Maria, e così come ho apprezzato l’idea dell’ "ultima madre” che l’accabadora rappresenta per chi si avvale dei suoi sinistri favori, che la rendono una figura rispettata e contemporaneamente temuta, una donna che opera fuori dalla grazia di Dio, e ciò nonostante completamente accettata dalla società.

Ma io so bene che la Sardegna non finisce con i miti e le superstizioni di paese.

martedì 16 novembre 2010

Il castello errante di Howl: ironia e maledizioni

Il castello errante di Howl
(tit. originale Howl's Moving Castle, 1986)
di Diana Winne Jones

Kappa Edizioni, 2007
trad. D. Ventura

Mi sono accostata alla lettura del Castello Errante di Howl dopo aver visto l'omonimo anime tratto da questo romanzo (2004), per la regia di Hayao Miyazaki, autore del primo anime a ricevere un premio Oscar (La città incantata, 2001, Oscar nel 2003) e Leone d'Oro alla carriera 2005.

Capita sempre più spesso: scoprire un romanzo (meglio se di nicchia) perché si è rimasti affascinati dalla riduzione cinematografica. Da una lettura, insomma, all'altra. Da un linguaggio (quello del cinema, in cui il segno è immagine e il tempo di lettura empiricamente concluso in una "durata") a un altro (quello della pagina stampata, in cui è il lettore a creare l'immagine, e a vivere un tempo più elastico). Diventare lettori dopo essere stati spettatori è una vera sfida (secondo me molto più insidiosa dell'opposto passaggio "da lettore a spettatore"). Pensiamo alla cosa più semplice: conosciamo già il soggetto, in linee generali; i personaggi hanno già dei volti, dai quali dovremo più o meno emanciparci.

Se avete visto Il Catello Errante di Howl, amato in quello l'apologia della pace, la prorompente bellezza dei paesaggi e un certo romanticismo effuso con delicatezza, e volete leggere il libro di Diana Wynne Jones, preparatevi a un'esperienza diversa. Hayao Miyazaki, infatti, ha operato modifiche fondamentali al testo: per usare una metafora, ha preso la ricca materia del romanzo e vi ha tinteggiato sopra secondo la propria visione del mondo. Ha reso più lirico l'apparato di segni, semplificandolo al tempo stesso. Howl's moving castle (1986) non è infatti, di certo, un'elegia, ma una intelligente commedia fantasy, intessuta di humour saggio e gustoso. Il doppio statuto di questo romanzo è chiaro sin dall'incipit, in cui il retroterra magico offre soltanto delle coordinate di partenza per le lagnanze della protagonista:
In the land of Ingary, where such things as seven-league boots and cloaks of invisibility really exist, it is quite a misfortune to be born the eldest of three. Everyone knows you are the one who will fail first, and worst, if the three of you set out to seek your fortunes.
(Nella terra di Ingary, dove realmente esistono cose come stivali delle sette leghe e mantelli che rendono invisibili, essere il primogenito di tre fratelli è considerata una sfortuna piuttosto grossa. Colui che nasce per primo, infatti, è anche quello destinato a sbagliare per primo; e sarà ancora peggio se sarà l'ultimo ad andarsene di casa in cerca di fortuna.)

Sophie Hatter, nomen omen, lavora nella cappelleria che il padre le ha lasciato in eredità; non è «nemmeno figlia di un povero taglialegna, cosa questa che le avrebbe dato una qualche possibilità di successo» (sono figli di taglialegna gran parte dei protagonisti di fiabe), ma una borghesuccia immersa nel proprio lavoro con l'abitudine di parlare coi cappelli che prepara.

Come sempre (Propp docet), affinché la storia prenda il volo occorre che l'Eroe subisca un Danneggiamento, tale da indurlo alla Partenza che innescherà le sue avventure. Il Danneggiamento, in questo caso, è una maledizione della temibile Strega delle Lande (the Witch of Waste), che trasforma Sophie in una vecchia novantenne, con una clausola importante: non potrà parlare ad alcuno del sortilegio di cui è vittima. Ma, attenzione, occorre sempre andare oltre l'algebra del formalismo russo: in questo caso, è bene sottolineare che la maledizione non rappresenta altro che l'esplicitazione fisica di uno stato psicologico antecedente: Sophie si sente già, dentro di sé, vecchia, afflitta dalle responsabilità della primogenitura. Ecco i pensieri della giovane Sophie, prima della maledizione:
That night, as she sewed, Sophie admitted to herself that her life was rather dull. Instead of talking to the hats, she tried each one on as she finished it and looked in the mirror. This was a mistake. The staid gray dress did not suit Sophie, particularly when her eyes were red-rimmed with sewing, and, since her hair was a reddish straw color, neither did caterpillar-green nor pink. The one with the mushroom pleats simply made her look dreary. "Like an old maid!" said Sophie.
(Quella notte, mentre cuciva, Sophie ammise a se stessa che la sua vita era veramente triste e monotona. Invece di parlare ai cappelli, man mano che li finiva cominciò a provarli e a guardarsi nello specchio. Ma fu un errore. Il serio vestito grigio che indossava non le donava per nulla, soprattutto ora che aveva gli occhi cerchiati di rosso dal troppo cucire e non le stavano bene né le pagliette verdi, né le cuffiette rosa, visto che i suoi capelli erano del colore rossiccio dorato della paglia; la cuffia color fungo, poi, la faceva sembrare ancora più depressa.
- Sembro proprio una vecchia domestica - disse all'immagine riflessa nello specchio.)
-
La manifestazione magica di questa vecchiaia interiore, paradossalmente, libera Sophie. Non si capisce la logica interna di questo personaggio se non si chiarisce quest'antinomia. La vecchia Sophie riesce a fare tutto quello che la giovane Sophie non aveva il coraggio di fare: dare voce alla propria intraprendenza, andar via di casa e in cerca di fortuna.

Il vagabondaggio di Sophie, in realtà, dura ben poco, perché trova rifugio nel castello errante che dà il nome al romanzo. Qui incontriamo un antieroe per eccellenza, che irride a stirpi millenarie di stregoni dediti al serio esercizio dei loro poteri. Nome? Al secolo, Howell Jenkins (per lo meno nella sua terra natale, quel Galles in cui ha conseguito un dottorato con una tesi su incantesimi e sortilegi): per altri, Jenkins lo Stregone, il Mago Pendragon, l'Orribile Howl. Lo stregone di questa storia ama passare ore in bagno, esplode in una crisi isterica quando Sophie scombina le pozioni che usa per tingersi i capelli, e passa le sue giornate corteggiando ragazze, che attirano il suo interesse finché non s'innamorano di lui. Tra le altre cose, fugge dalla Strega delle Lande e da una maledizione. Myiazaki, nell'adattamento cinematografico, riduce questa componente da latin lover e ne inserisce una eroicizzante, trasformando Howl in un pacifista attivo (che in forma di uccello, in un teatro da guerra totale distrugge bombardieri e demoni). Tutto questo, nell'originale, è assente: nel Castello, un raffreddore di Howl ha, letterariamente, più peso della lotta contro la Strega delle Lande (che la Jones risolve, nei diversi punti, piuttosto velocemente).

Non è difficile intuire la portata ironica di questo ritratto. Sophie si trova a interagire col mondo di Howl, riesce a capovolgerlo: autoproclamandosi donna delle pulizie del castello, lo investe come potenza ordinatrice. Calcifer, demone del fuoco legato a Howl da un misterioso patto, protesta col suo padrone dopo essere stato utilizzato come fiammella da cucina: «Mi ha tiranneggiato!» («She bullied me!»). Il demone riconosce subito la donna come l'unica capace di domarlo: è proprio questa, in fin dei conti, la verità che permetterà di risolvere il groviglio di maledizioni che pende sui personaggi.


Howl's Moving Castle, come i migliori fantasy, offre chiavi di lettura interessanti anche al lettore adulto. È, prima di tutto, un libro di sottile ironia che sfida i cliché del genere fantasy; è, al contempo, un libro intessuto di maledizioni, ognuna delle quali è un simbolo di una pregressa schiavitù. Anche Howl, infatti, è a suo modo uno schiavo: anche lui ha subito un Danneggiamento, perché è ha perduto qualcosa di molto importante, e la Jones ci fa intuire che proprio questo, in fondo, gli impedisce di essere un uomo migliore. 

Diana Wynne Jones ha frequentato, a Oxford, lezioni di Tolkien e Lewis, e ha continuamente presenti modelli letterari inglesi come Shakespeare (Howl ridacchia tra sé e sé che «c'è qualcosa di marcio in Danimarca») e Donne (la maledizione che insegue il mago altro non è che la citazione quasi letterale del componimento  Song, che verrà ripresa con lo stesso intento da Neil Gaiman nel più recente Stardust, 1999). Con una lingua leggera, a volte un po' troppo rapida nei passaggi logici, l'autrice ha creato una storia originale, in cui il quotidiano è magico e il magico è quotidiano. Scansando con sorridente disinvoltura il rischio di cadere nel sentimentalismo, Diana Wynne Jones afferma saggiamente: un uomo può recuperare il proprio cuore così una donna può recuperare la propria autonomia; e il vero happy ending è una sfida alla ricerca della felicità, non la felicità in sé.

L. Ingallinella

lunedì 15 novembre 2010

Invito alla lettura: Edna St. Vincent Millay


Edna St. Vincent Millay
(1892-1950)

Vi proponiamo la lettura dei suoi versi tradotti in italiano da Silvio Raffo:

Edna St. Vincent Millay
L'amore non è cieco
Crocetti Editore, Milano 2001
pp. 141
€ 16


"America's finest lyric poet": così è stata a lungo etichettata Edna St. Vincent Millay, con un'espressione corretta ma non esaustiva. La poetessa del Maine, voce fuori dal coro, riempie la vita intellettuale e i salotti americani tra gli anni '20 e '50 del Novecento, con una poesia autonoma e originale, arguta e divertente, difficilmente (e inutilmente) imbrigliabile entro il panorama letterario contemporaneo. Una delle sue prime raccolte, A Few Figs from Thistles, suscita grande sorpresa per la marcata critica alla società e al perbenismo, borghese con testi di rottura in cui si intravede una vena personalissima di femminismo. L'anticonformismo di Edna non si esprime invece nelle sue scelte metriche e stilistiche, che rispettano spesso  i canoni della tradizione (si veda la netta preferenza per il sonetto), e che le valsero il premio Pulitzer nel 1922 per la raccolta Il tessitore d'arpe

L'afflato di originalità emerge nelle tematiche: l'amore, tema d'indiscussa preminenza, è riletto in chiave innovativa: i paradossi puntano alla sconfitta dei luoghi comuni. A questo risponde anche la scelta del titolo dell'attuale edizione italiana: L'amore non è cieco, da cui propongo la poesia omonima in lingua originale e in traduzione:

Love is not blind. I see with single eye
Your ugliness and other women's grace.
I know the imperfection of your face, -
The eyes too wide apart, the brow too high
For beauty. Learned from earliest youth am I
In loveliness, and cannot so erase
Its letters from my mind, that I may trace
You faultless, I must love until I die.
More subtle is the sovereignty of love:
So am I caught that when I say, "Not fair",
'Tis but as if I said, "Not here - not there -
Not risen - not writing letters". Well I know
What is this beauty men are babbling of;
I wonder only why the prize it so.
L'amore non è cieco. Basta un occhio/ per vedere che non sei bello, oppure/ quante donne lo sono. Vedi tutti/ i tuoi difetti: gli occhi dilatati,/ alta la fronte. Di principi estetici/ sono troppo imbevuta, fin da piccola,/ per poter liberare la mia mente,/ dirti perfetto e amarti da morire./ Più sottile è il potere dell'amore:/ ha tanta forza che dico "Non bello"/ come dicessi "Non qua" o "Non là"/ "distesa", oppure "a scrivere una lettera"./ So cos'è il bello di cui tutti parlano;/ ma mi chiedo se sia così importante.

Nella lirica appaiono caratteristiche ricorrenti. Innanzitutto, valori dati per scontato sono ribaltati con grande determinazione, sfiorando la sentenziosità: l'io-lirico smonta il secolare legame tra bellezza e amore, depotenziando il valore estetico in nome del sentimento. In secondo luogo, molto spesso la poesia ha per destinatario il partner, cui ci si rivolge fin dall'inizio, in una sorta di monologo che richiama il parlato (si vedano i vari stralci di discorso diretto, la formula di passaggio "well I know", la sintassi paratattica ed elementare, come il lessico quotidiano). Tutta la poesia, così piana e senza asperità metrico-sintattiche, lascia scoperto il desiderio di contrastare il luogo comune. Più che poetessa della forma, Edna St. Vincent Millay è poetessa del contenuto.

Non mancano esempi di accesa passionalità, in cui l'amore è visto nel suo aspetto più primordiale, attraverso una serie di metafore concrete che potenziano le immagini. Allora la misura regolare del sonetto si accompagna a un messaggio piuttosto eversivo nella società americana dell'epoca:

This beast that rends me in the sight of all,
This love, this longing, this oblivious thing,
That has me under as the last leaves fall,
Will glut, will sicken, will be gone by spring.
The wound will heal, the fever will abate,
The knotted hurt will slacken in the breast;
I shall forget before the flickers mate
Your look that is today my east and my west.
Unscathed, however, from a claw so deep
Though I should love again I shall not go:
Along my body, waking while I sleep,
Sharp to the kiss, cold to the hand as snow,
The scar of this encounter like a sword
Will lie between me and my troubled lord.
La belva che mi strazia ovunque io vada,/ questa passione, questa obliosa brama/ che mi soggioga al declinante autunno,/ mi lascerà, saziata, in primavera./ Chiusa la piaga, sparirà la febbre, in seno il cuore scioglierà il suo nodo;/ prima che torni il picchio avrò scordato/ il tuo sguardo, mio oriente ed occidente./ Ma da un simile artiglio non sarò/ mai più sicura, anche se amassi ancora:/ lungo il mio corpo, vigile nel sonno,/ tagliente al bacio, neve alla carezza,/ come una spada questa cicatrice fra me e il turbato amante resterà. 

La passione è quindi vissuta tra gli estremi di estasi e strazio, spesso a causa di una incomunicabilità non valicabile. Molte sono le liriche sulla speranza dell'oblio, inteso come svanire del ricordo ma anche come progressiva dimenticanza dopo la morte. Così si può spiegare uno dei componimenti di compianto, il famoso Chorus:

Give away her gowns,  
give away her shoes;
she has no more use
for her fragrant gowns;
take them all down,
blue, green, blue,
lilac, pink, blue,
from their padded hangers;
she will dance no more
in her narrow shoes;
sweep her narrow shoes
from the closet floor.

Date via le sue gonne;/ date via le sue scarpe;/ non avrà più bisogno/ di vesti profumate;/ tiratele giù tutte,/ la blu, la verde, la blu,/ la lilla, la rosa, la blu,/ dalle grucce imbottite;/ non danzerà mai più/ nelle scarpette snelle;/ fatele scomparire/ dall'armadio.

Non si fatica a leggere dietro alla apparente linearità il turbamento legato alle azioni, nonché il gioco iterativo di "blue", che in inglese, oltre che al colore, rimanda alla tristezza. E così gli oggetti si caricano di valori metaforici, come più volte nei più complessi sonetti alla fine della carriera di Edna, rendendola una scrittrice imprevedibile, capace di grandi escursioni stilistiche e semantiche, senza mai cadere nel già detto. L'antologia curata e tradotta da Silvio Raffo per Crocetti, per quanto proponga solo una piccola parte della cospicua produzione della poetessa, è un ottimo primo assaggio. 

Gloria M. Ghioni 


domenica 14 novembre 2010

Niente e così sia

Niente e così sia
di Oriana Fallaci

BUR, 1997
360 pp., 7.00 €

1967 e una domanda: la vita cos'è? Questo, l'incipit di un viaggio alla ricerca di comprensione e nuove domande. Niente e così sia è comunemente noto come il reportage di guerra pubblicato dalla Fallaci, massima reporter italiana. E' un diario che contiene Storia, Letteratura, Poesia, giornalismo, anima, riflessioni, confessioni intimiste e molto altro.

Le testimonianze dei militari che hanno partecipato a un massacro terribile aprono la versione italiana di questo romanzo. Dal mondo straordinario e sanguinoso del Vietnam, torniamo nel "nostro mondo conosciuto", attraverso una conversazione avvenuta tra la Fallaci e la sorellina, la sera prima della sua partenza. Qui la domanda: cos'è la vita? A questa, Oriana affiancherò un'altra, cruciale: perché la guerra? Perché gli uomini la scelgono, non sono in grado di farne a meno? Così inizia il resoconto diaristico del primo anno da inviata in Vietnam, suddiviso nei suoi tre viaggi, nelle innumerevoli battaglie e occasioni vissute in prima persona.

La Fallaci giunge in Vietnam inesperta nel campo del giornalismo nei conflitti a fuoco. Aveva vissuto la Seconda Guerra Mondiale sulla sua pelle, era stata parte della Resistenza, aveva subito il dramma di un padre torturato, ma ora la situazione era diversa. 
Niente e così sia raccoglie la testimonianza di come questa giornalista svolgeva il suo lavoro, dell'aiuto offertale dai colleghi francesi, delle sue ingenuità, paure, testardaggini e grandezze. 
Per sua stessa ammissione, il diario non vuole raccontare e limitarsi al conflitto in Vietnam, vuole raccontare un'esperienza. Lei lavorerà soprattutto nelle zone intorno a Saigon. Saranno i libri successivi a raccontare l'esperienza ad Hanoi e di nuovo a Saigon.

La Fallaci parteciperà a spedizioni, raccoglierà interviste, registrandole puntualmente nel suo quaderno d'appunti, sceglierà di sperimentare in prima persona cosa si prova a stare su un aereo che getta napalm su persone, intervisterà vietcong e dittatori, generali e soldati semplici. 
A tutti chiederà: perché hai scelto la guerra? Vivrà la shock del vedere bambini giocare con cadaveri e si commuoverà davanti ai diari d'amore dei vietcong, con le loro poesie e disperazioni amorose vissute in guerra. Per non parlare delle fosse comuni, delle marce, delle madri disperate davanti ai figli morti, dei vetri che crollano con le bombe, dell'offensiva del Tet.
E Loan, il generale Loan, il terribile Generale Loan, sarà una delle figure più emblematiche e centrali di tutto il panorama umano vietnamita, un personaggio che ricorrerà nei suoi ricordi e nei suoi libri, più e più volte. 
Sarà anche colui che si mostrerà fragile, così' tanto da piangere di fronte alla Fallaci. 
Non una, ma più volte, in più periodi della loro vita. 

Niente e così sia mostra e genera parallelismi e riflessioni fra il sentire occidentale del Vietnam negli anni Sessanta e la realtà vissuta in prima persona. Il diario creato sotto forma di romanzo apre le sue nuove pagine con l'entrata in data, talvolta viene specificato se è sera o se è mattina. 
Ognuno degli undici capitoli apre con una riflessione personale, non ultima quella sulla fascinazione della guerra, come preambolo per le avventure che verranno poi mostrate. 
La Fallaci ha una prosa molto intimista, in alcuni casi. Il "Tu" a cui si riferisce è Elisabetta, la sorellina.
Oriana è sia autrice che protagonista. 

Appare evidente la sua smania di capire, il suo sentirsi incapace di abbracciare "per intero" una realtà così profondamente toccante e sconvolgente come la guerra.
Talvolta la ricerca affannosa di un motivo, uno solo, per continuare ad avere fede e fiducia nell'uomo, per vedere le sue grandezze quando ha davanti agli occhi gli orrori e le tragedie, diventa esperienza strangolante, affanno, sconforto. L'anima sensibile dell'autrice si manifesta parola dopo parola.

Niente e così sia è un romanzo che va letto solo se e quando è il tempo. Non una volta, ma più volte.
E' possibile apprezzare il lavoro di squadra fra i reporter, come si svolgeva la loro attività in quel periodo e contesto storico, le difficoltà e le libertà che ancora erano possibili all'epoca. La tecnologia mancante e le relative difficoltà nel trasmettere gli articoli. François Pelou, inoltre, inviato della France Press, sarà il mentore e la guida più preziosa, nonché l'amicizia più forte che la Fallaci riuscirà a vivere, anche oltre l'Asia.

Commoventi le pagine d'amore scritte dai vietcong, toccanti i momenti nell'orfanotrofio, in cui Oriana Fallaci cerca un bambino da adottare.

Questo libro e l'autrice si fanno apprezzare per l'onestà intellettuale. Lei parte con l'intenzione di mettere sott'accusa gli americani, ma man mano che il racconto prende forma, sarà evidente come lei stessa diventi parte del meccanismo di grandezze-bassezze tipiche degli esseri umani. Lei stessa mostrerà vigliaccheria e terrore, paura, incertezza. Non solo smania di eroismo, coraggio, fede nei valori, amore per la conoscenza. Questo è un valore aggiunto del libro. E della persona.

Le interviste presenti nel libro sono assolutamente interessanti da ascoltare e studiare: alla Fallaci non interessano i numeri o le tipiche informazioni giornalistiche. Interessa l'uomo. A un vietcong autore di un attentato con morti chiederà se ha mai avuto un momento di divertimento nella sua vita, se conosce la poesia, se ha mai amato. Al generale che accorda torture di terzo grado ai suoi prigionieri chiederà se si è mai imbarazzato per quanto permette, se ha mai sentito pietà, o pena. Lei, il più delle volte, non giudica chi ha di fronte, ma il lettore, automaticamente, trae le sue conclusioni.

In questo libro così denso, ricco, c'è ampio spazio per riflessioni filosofiche e teologiche. 
Davvero interessanti i momenti in cui l'autrice dialoga con un prete, quando vede morire una persona con cui aveva parlato fino a pochi minuti prima, quando incontra americani menomati, quando questi americani le salvano la vita rispetto il fuoco vietcong che la voleva ammazzare. Terribile e straziante, desolante, la preghiera finale, dei militari, quando, nonostante i negoziati di pace, la guerra imperversava feroce, agghiacciante:
Padre nostro, che sei nei cieli, dacci il nostro massacro quotidiano...
Si chiude un cerchio: l'incipit del massacro di My Lai si congiunge con lo scempio di Città del Messico, in cui la Fallaci viene colpita, ferita e creduta morta. Massacro vs. massacro. All'interno la vita, l'umanità, le domande, il viaggio, l'amore, l'amicizia, la famiglia.
Niente e così sia è la risposta della giornalista alla domanda della sua piccola sorellina.
Cosa c'è dopo la vita?



Leggi anche l'invito alla lettura di Eva Maria: clicca qui

sabato 13 novembre 2010

Ero quel che sei

Ero quel che sei
di Giorgio Todde

Il Maestrale, 2010
184 pp.


Col suo ultimo lavoro Ero quel che sei, Giorgio Todde procede sulla scia già delineata dal suo romanzo Ej nel 2004 confezionando un noir singolare, metafisico e a tratti surreale che vede protagonista una città dai due nomi, Epipanormo e Talattone, rispettivamente il quartiere “alto” e nobile e il borgo “basso” abitato dalle classi sociali più umili: una realtà urbana che può ricordare la Cagliari spagnola del Seicento.

Tra le mura delle due comunità (che costituiscono la medesima realtà urbana) accadono una serie di eventi delittuosi al centro dei quali sono coinvolti due amici, entrambi insegnanti di letteratura. L'unico filo conduttore sembra essere il forte odore di pesca che si spande nei luoghi del delitto. Col suo stile, Todde descrive le scene allo stesso modo in cui un pittore dipingerebbe un quadro: utilizza le parole come pennellate su una tela, racconta gli eventi con piglio quasi favolistico e ne porta in primo piano l’aspetto metafisico e la ricerca spirituale che si compie man mano che le indagini sui misteriosi delitti proseguono.

L’attenzione ai dettagli, il lirismo che Todde parzialmente conferisce alla sua scrittura e la gamma di situazioni insolite attraverso le quali l’opera si snoda fanno di Ero quel che sei un romanzo particolare, velato di un surrealismo che pur andando a discapito dell’immediatezza dell’opera, ne costituisce anche uno degli aspetti più affascinanti. Aspetto che maschera con sapienza ed eleganza la critica di fondo, accompagnata da una dose di ironia con la quale Todde affronta il rapporto tra Uomo e Verità, quella giuridica e materialista che intende svelare scoprendo l’assassino, e quella morale e spirituale che va di pari passo alla ricerca dell’altra.

E la serie di delittuosi eventi che si verificano nella città dai due nomi affonda le proprie radici negli avvenimenti che portarono alla sua fondazione, mettendo in scena un altro mondo: quello precedente alla creazione della città, ambientato in una Grecia antica dalla quale un gruppo di giovani attori di teatro parte, alla ricerca delle terre abitate dagli Iperborei. I fuggiaschi sfidando la sorte e compiono un viaggio alla ricerca dell’ignoto, che altro non è se non una trasposizione dal sapore omerico della ricerca dell’incomprensibile. Ricerca che in Ero quel che sei costituisce uno dei pilastri cardine dello sviluppo del romanzo.

Il filo conduttore che collega il mondo bucolico e primevo a cui risale la fondazione di Epipanormo a quello contemporaneo della storia è, insieme all’eredità di sangue che unisce i fondatori della città ad alcuni dei personaggi, proprio l’odore di pesca che contraddistinguerà le scene in cui si svolgono i delitti, che in questo modo evidenzia «la sensazione del sacro che sempre emana da un sito sul quale nasce e si accresce una città».

Un libro di non facile lettura, la cui trama è spesso confusa, sfocata e volutamente posta in secondo piano rispetto alla descrizione degli eventi. Realizzata mediante un linguaggio ricercato, cesellato, tendente al lirico, che va oltre la superficie delle cose e ne coglie l’aspetto più profondo e nascosto. Un linguaggio che ciò nonostante riesce magistralmente, rappresentando una realtà onirica, a mettere in scena la relazione metafisica tra umano e sovrumano.

venerdì 12 novembre 2010

Il Salotto: intervista a Paolo Fichera


D: Come lettore, che cosa ti aspetti tu da una poesia?
R: Sicuramente non mi aspetto un messaggio, una risposta, una regola, forse un tempo una disciplina. Il lettore che ero a venti anni non è il lettore che sono ora a 38 o il lettore che ero a 30. Mentre prima ogni autore nuovo che incontravo era il luogo di una devastazione prolifica e di una serie continua di innesti, ora il colpo d’ascia è più difficile da vivere e per questo più ambito e un dono più grande quando lo si trova. È come nel rapporto tra persone: non mi aspetto qualcosa da un incontro, ma rapportandomi reagisco con quello che sono a quello che sento, e tale reazione mi dà qualcosa, plasma. La poesia la trovi e ti dà. Deve corrodere, agire sulla materia, contaminare chi legge.

D: Il tuo esordio in poesia con Lo speziale (LietoColle, 2005) risale a cinque anni fa. Che cosa è cambiato da allora e quali sono i tuoi progetti?
R: 5 anni! Per chi scrive il tempo assume una dimensione dilatata. Se penso a Lo speziale lo vedo come un qualcosa di infinitamente lontano. Per chi scrive 1 anno vale 10 anni. In questi 5 anni ho scritto Lo speziale (LietoColle) Innesti (Quaderni di Cantarena) nel respiro (L’arcolaio). Questi 3 libri rappresentano la chiusura del cerchio del Compito. Ora sto scrivendo da un paio d’anni un libro che ha come titolo provvisorio Ipotesi di vita e che avrà un corso lungo perché molte strade sono ora per me aperte. Nell’ultimo anno ho scritto alcuni e-book, e realizzato collaborazioni poesia-arte figurative, poesia-video. L’esigenza di lavorare insieme ad altri è sempre più forte. Il tutto poi verrà convogliato nel libro che sto scrivendo. Nella mia vita in 5 anni è cambiato moltissimo e così nella mia poesia, anche se i cambiamenti in poesia pur se profondi sono spesso impercettibili. Una crepa nel proprio idioletto, nella propria lingua, è una frattura che richiede violenza su se stessi ma che bisogna fare se non si vuole ripetere sempre lo stesso ritornello.

D: Il titolo nel respiro è tutto minuscolo. Anche nella stragrande maggioranza delle poesie de Lo speziale avevi adottato questa scelta formale: perché?
R: È una scelta che si è imposta da sola e che ancora sopravvive. La maiuscola mi dà un senso di inizio e di marziale: come uno stendardo issato in alto. La mia poesia è organica, ogni poesia è collegata alla precedente e a quella che verrà. Un flusso indistinto che mantiene in ogni particella la sua autonomia. La maiuscola nasce quando devo fissare nel terreno un segno preciso, per chi legge e per me. Inoltre graficamente e visivamente non amo il maiuscolo, così come non amo i titoli alle singole poesie, infatti non li ho mai usati. Il minuscolo nel titolo dell’ultimo libro nel respiro significa: questo libro accoglie i precedenti: Lo speziale, Innesti. Li continua e li porta a termine. Quella “n” minuscola è una porta aperta, un ponte. 

D: Lavori nell'editoria come copywriter; hai collaborato alla stesura di guide turistiche; con il quadrimestrale "PaginaZero-letterature di frontiera" ti sei occupato anche di critica: come concili queste diverse modalità di scrittura?
R: Con gli anni impari a conoscere e modulare il tuo strumento. In ambito lavorativo, soprattutto se lavori nell’editoria come free-lance, ti trovi a dover scrivere in un certo modo, secondo alcune regole, per pubblicazioni ognuna delle quali richiede determinati requisiti. Occuparsi di guide turistiche richiede un certo tipo di scrittura che varia inoltre in base alla collana e all’argomento. Scrivere SEO richiede l’utilizzo di un linguaggio studiato ad hoc che si differenzia da quello di puro copywriter per contenuti di siti internet. Sono cose che si imparano e che con il tempo diventano familiari e alla fine è come quando hai un trapano che è la tua scrittura a cui cambi la punta in base all’utilizzo che ne devi fare. Aver diretto, insieme a Mauro Daltin, il quadrimestrale “PaginaZero-Letterature di frontiera” per alcuni anni, è stata per me la scoperta della realtà editoriale indipendente, della progettazione di un prodotto e del coordinamento di un lavoro comune più che del lavoro di critico. La poesia invece non è uno strumento, è un ambito che non ha attinenza con quello di cui ho parlato, è un vuoto tagliente.

D: Viola Amarelli, in una sua bella presentazione a nel respiro legge nei versi e nella struttura del libro un riecheggiamento di Foscolo. Nei versi
l’organo uomo chiamato Paolo
caviglie sottili, occhio chiaro
mi permetto di cogliere, consapevolmente a sproposito, un'eco di
un coso con due gambe
detto guidogozzano.
Dal tuo particolare punto di vista, quali sono i tuoi modelli e per quale motivo li hai scelti?
 R: Il tuo accostamento è perfetto. Infatti scrivendo quei versi specifici pensavo proprio a quei versi di Gozzano. È stato un omaggio neanche tanto velato. Omaggio che però finisce lì. I miei modelli? La mia disciplina e la mia fatica sono sempre state quelle di restare fedele al mio respiro. Più che modelli che non possono non esserci e che sono una moltitudine, soprattutto romanzieri (io mi sono formato sul romanzo più che sulla poesia), il fulcro per me è la conoscenza e la predisposizione a essere io in un certo stato per poter scrivere. La concentrazione di un’energia in un unico punto. La contrazione fino all’afasia, anche esistenziale. In modo tale che l’esplosione dopo sia un flusso musicale proprio e unico. È questo che mi preme. Le fonti sorgive, più che i modelli, ci sono e altri ne verranno. Leggo tutto e di ambiti diversi: dalla scienza all’archeologia, dalla fisica all’esoterismo. In poesia cerco di leggere quello che è lontano da me, per vedere se altre strade sono aperte o possibili.

D: Gestisci e hai gestito più di un blog: quali sono i vantaggi e quale gli svantaggi (se pensi che ce ne siano degli uni e degli altri) per quanto riguarda la poesia?
R: Il web non ha salvato la poesia, anche perché la poesia non si salva né ha bisogno di essere salvata. Il web ha aperto così tante porte e dato così tante possibilità che dire, come fanno certi poeti blasonati, che la poesia in web è solo dilettantismo mi sembra talmente assurdo. Certo, in alcuni paesi la poesia in Rete è un accompagnamento a una solida realtà editoriale su carta, mentre da noi in Italia il web è visto come una realtà parallela a quella editoriale-classica-cartacea, che latita, creando una sorta di dualismo, dove la carta, e solo di un certo tipo, è la qualità e il web il sottobosco. Io ho sempre pensato che la Rete potesse essere il modo per sdoganare molte delle dinamiche di potere editoriale prima arroccate su poche riviste e su poche collane di pochi titoli dove l’accesso per chi voleva farsi conoscere era davvero difficile e i meccanismi magari poco chiari né molto puliti. Nel web negli anni si sono consolidati luoghi di qualità, di indubbio valore e continuare a negarlo mi pare veramente ridicolo. Poi il tutto dipende da chi gestisce tali luoghi: la vanità, la ricerca di un consenso immediato sono sempre in agguato. Questo ambito alla fine non riguarda la carta o il web come mezzi, ma gli uomini come persone.

D: Ci leggi una tua poesia?
Ti trascrivo una poesia della raccolta Innesti (Quaderni di Cantarena, 2007)
la rosa brunita e scrivi: la disperazione
è luogo. il canale è luogo, la bellezza è
disperazione, l’io è luogo, capelli ramati e
innesti sangue in struttura, s’infeconda la
biografiaauto, di versi, l’opposto seme dove
adagia i muscoli; il bimbo mangia un gelato
o scismi fioriti, foglie fatte marmo nel
sai che tu andrai in ora scendo nell’ora
mia tua sorella, luogo, riparo, grotta
tutto comprendi è cavità per l’eco

a cura di A.M. Petrosino