sabato 31 luglio 2010

Il rozzo fratello yankee di Oscar Wilde




Post Office
di Charles Bukowski

TEA, 2009
I ed. 1971


I vent'anni che intercorrono dalla morte di Oscar (1900) alla nascita di Charles (1920) e ancor di più i settantuno fino alla pubblicazione di Post Office, insieme alle dovute ed inevitabili discriminanti sociali, stilistiche e formali, faranno storcere il naso ai più critici di fronte a questo azzardato paragone. Ma mutatis mutandis si può affermare senza alcun dubbio che il signor Charles Bukowski sia il rozzo fratello yankee di mr. Oscar Wilde. I rispettivi loro due personaggi, Henry Chinaski e Dorian Gray, se si fossero conosciuti non sarebbero manco andati d'accordo. L'ubriacone schietto e votato agli eccessi, in piena ribellione con la sua società, e il dandy pulito e raffinato, frequentatore di salotti e amabile conversatore, pieno fino al midollo di very british witness nonostante le sue origini irlandesi. Entrambi però hanno uno spiccato senso individualista, una spiritualità decadente ed edonista che ricerca, ognuno con le sue diverse modalità, il piacere. Sono accomunati inoltre da una incredibile capacità oratoria; dalle loro parole trasuda carisma, che come vischio intrappola le menti e gli ingegni di lettori od ascoltatori (al contrario del più vecchio S.T. Coleridge e l'espediente che sfiora il ridicolo all'incipit del suo "Rhyme of the ancient mariner") Ambedue sono esteti: cultori dell'arte e della bellezza in quanto tale, secondo il famoso aforisma di Walter Pater – art for art's sake –, sviluppano la loro recherche inevitabilmente in senso ostinato e contrario. Una bellezza fatta di arte, quadri e atmosfere goticheggianti si traducono nel linguaggio bukowskiano in sesso, alcool ed eccessi. Charles è volutamente triviale ed immediato, privo di complicati giri di parole, avendo trascorso 40 anni di gavetta nella vita extra litteras, barcamenandosi tra un lavoro e l'altro, prima di approdare alla scrittura. La questione di una sua morale, un suo significato particolare da trasmettere, è da escludere senza dubbio. Bukowski non vuole dare modelli comportamentali, alla stessa stregua di Kierkegaard che non voleva finire sui libri di filosofia. Il suo attacco alla società altamente formalizzata dei Post offices è una conseguenza inevitabile del suo scontro con essa. Se Charles non avesse lavorato alle poste, Henry l'avrebbe seguito autobiograficamente. Il romanzo è una cronaca di una battaglia già consumata, in cui non si finisce di contare il numero dei morti ambo le parti, e che si conclude senza nessun vinto e vincitore. Un'esigenza di scrivere mirabilmente riassunta dalla chiusa di Post Office:
La mattina dopo era mattina e io ero ancora vivo.
Forse scriverò un romanzo, pensai.
E lo scrissi.
Ovverossia: non c'è nessuna motivazione particolare che mi ha spinto a scrivere. O meglio: scrivere è una delle possibili conseguenze del giorno dopo, come i postumi di una sbornia. Scrivere mi dà la conferma di essere ancora vivo. Un po' come il sesso ed la sua intima necessità che porta Henry Chinaski a cambiare 5 donne in 5 differenti capitoli.
La vera problematica da affrontare è, al di là dei gusti personali, in che termini di letteratura rientri Bukowski. I più schizzinosi non ammetteranno il suo andamento rapido ed incalzante, a digiuno di frasi fatte e descrizioni romanzesche, duro e schietto come la realtà; la realtà con gli occhi di Bukowski, però, leggermente deformata da un onnipresente filo d'ironia. Non si può parlare di uno strutturatissimo progetto di scrittura in questo caso, per l'estrema spontaneità del suo stile; ma Bukowski si distanzia da qualsiasi altro sottoprodotto volgare degli ultimi cinquant'anni di scurrilità edita e massificata, per il suo disegno falsamente superficiale, tipico di una scrittura a getto (come quella del contemporaneo Kerouac), che mantiene saldalmente naturali coesione e coerenza, qualità principi di qualsiasi letterato che vuol definirsi tale. A chi non fosse ancora convinto della letterarietà di Bukowski e di chi lo comprende (cioè di chi va oltre la presenza delle parole
tette, culo, scopata e cazzo per farsi piacere uno scritto, non come mocciosetti esaltati da parole grandi e "fricchettoni" che son mocciosetti cresciuti) cito a suggello di questa recensione alcuni aforismi tratti dalla prefazione al Ritratto di Dorian Gray di Wilde:

L'artista è il creatore di cose belle.
[...] Il pensiero e il linguaggio sono per un artista strumenti di un'arte.
Il vizio e la virtù sono per un artista materiali di un'arte.

[...] Ogni arte è insieme superficie e simbolo.
Coloro che scendono sotto la superficie lo fanno a loro rischio.
L'arte rispecchia lo spettatore, non la vita.
Possiamo perdonare a un uomo l'aver fatto una cosa utile se non l'ammira.
L'unica scusa per aver fatto una cosa inutile è di ammirarla intensamente.
Tutta l'arte è completamente inutile.


Adriano Morea



P.S.: Con quest'ultimo post, che verrà pubblicato quando sarò già in viaggio, mi congedo e prendo una settimana di "meritate" o meno ferie. Buone vacanze a tutti voi, colleghi ed utenti!

venerdì 30 luglio 2010

Vedo una luce particolare, non so come descriverla...

Vedo una luce particolare, non so come descriverla...
Città, luoghi, viaggi della letteratura contemporanea


di Fabio Pierangeli

Studi Letterari, Edizioni Nuova Cultura
pp. 232

"Come un testardo contadino ligure che su aridi scoscesi brani di terra costruisce vigneti e colture, lo scrittore dal nulla della pagina bianca disegna intrighi così complicati da offrirsi limpidi al lettore. Dal nulla esce la poesia come da un impossibile terreno un ordine e una vigna":

così inizia il lungo viaggio, l'avvolgente poesia, corrente che sospinge il lettore fra le luci, i capitoli, le ambientazioni, i temi.

Innanzi tutto qualcosa di prezioso posto in prima pagina: l'indice delle parti in cui è suddiviso il testo e la corposa biografia con suggerimenti di letture. Possiamo quindi scorgere: città, miti, mondi femminili, paesaggi e luoghi non comuni che lasciano il passo a riflessioni sull'opera di Pasolini, Pirandello, Montale, Pavese, Campailla. Emigrazioni, isole.
"Straziante e meravigliosa bellezza del creato, una condizione ossimorica. Straziante e meravigliosa. E' frase che potremmo mettere come titolo o epigrafe in limine del rapporto che si instaura tra lo scrittore e il paesaggio, in particolare il paesaggio più caro, di solito quello dell'infanzia".
Quindici capitoli raccontano l'umana gamma di emozioni, stratagemmi, solitudini e grandezze. 
Ogni stanza ha i suoi protagonisti: Emanuele Treni, Antonio Moresco, Melania Mazzucco, Patrizia Bisi, Paola Mastrocola e molti alturi autori contemporanei premiati, ricordati, importanti nel nostro panorama letterario. Attraverso le loro voci, i sussulti dei loro personaggi, Pierangeli riflette sulla memoria e sul senso. Uno stile lirico, il suo, poetico, avvolgente. Mai banale o ripetitivo. 
Nasce la voglia di conoscere quei romanzi non ancora letti, quegli autori sconosciuti.
Questa carrellata di fotogrammi letterari è anche una indiretta risposta alla domanda che sempre più spesso risuona nei salotti letterari virtuali e non: esistono autori contemporanei che si possono ascrivere nell'olimpo della letteratura contemporanea? Per Pierangeli evidentemente si. 
Ne spiega i motivi, senza citare la diattriba direttamente, senza entrarci a gamba tesa perchè il suo scopo non è la polemica, ma la consocenza e la riflessione, la condivisione del piacere nelle Lettere. Esorta la lettura attraverso l'emozione.
Una luce particolare, non so come descriverla.... è anche un valido aiuto per i giovani scrittori desiderosi di imparare o riflettere attraverso le orme lasciate da altri, guidati dal tocco di questo professore e scrittore. Incipit potenziali, ambientazioni, contrasti. 
Per gli amanti degli studi in campo letterario questo testo è assolutamente prezioso, porta su mondi.

Nessuna migliore conclusione poteva essere individuata che la voce dei cantori dell'anima.
Citazioni che toccano per intensità, dialettica, temi.
In silenzio ascolto, senza avere la forza di chiudere il libro.
L'unica gioia al mondo è cominciare. E' bello vivere perchè è bello cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso - prigione, malattia, abitudine, stupidità - si vorrebbe morire (...). Il principio suddetto non è poi da viveur. Perchè c'è più abitudine nel viaggiare ad ogni costo, che nella normale rotaia accettata doverosamente e vissuta con trasfporto e intelligenza. Perchè il proprio delle avventure è di serbare una riserva mentale di difesa, per cui non esistono buone avventure. E' buona quell'avventura in cui ci si abbandona
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 23 novembre 1937
-

mercoledì 28 luglio 2010

Giochi di parole e note tra lingua e canzone

Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato
di Giuseppe Antonelli,
Il Mulino, Bologna 2010

pp. 264
€ 16.00


Quanto incide la canzone leggera sulla lingua italiana? Quanto è la canzone è permeabile alla quotidianità e alle influenze letterarie? A questi e a tanti altri interrogativi, all'inizio dell'anno - in periodo sanremese - Giuseppe Antonelli ha cercato (ed è riuscito) a rispondere. E, quel che è meglio, lo fa in pagine piacevolissime, che scivolano davanti agli occhi al ritmo di quella musica italiana con cui tutti (volenti o nolenti) siamo cresciuti. 

Giuseppe Antonelli
Vero conoscitore della lingua italiana (ricordiamo che ora insegna Linguistica all'Università di Cassino) e appassionato cultore di musica, Antonelli ha anche un grande dono: la comunicazione. Se la presentazione della presente opera ha tenuto noi tutti con il sorriso sempre pronto e senza ansie da orologio per quasi due ore, anche il libro conserva un conturbante mix di precisione e freschezza, senza fronzoli inutili. 
A rendere il libro ancora più accattivante, la grande ironia del professore che, a partire dalla deliziosa dedica a inizio libro agli amici del suo gruppo musicale giovanile, non rinuncia mai alla grande passione per la musica. 

Altro punto di merito, il criterio di selezione del corpus di canzoni. Come si può ben immaginare, la musica leggera italiana racchiude un numero altissimo di pezzi, e sarebbe stato impossibile per Antonelli lavorare da solo su tutto quel materiale. Dunque, l'autore ha scelto di occuparsi dei pezzi più in voga dalla data epocale del primo Festival di Sanremo (1958) ai giorni nostri (2007), basandosi sulle classifiche di vendita disponibili online. Non vi è quindi alcuna scelta snobistica alla base (ricordiamo che si contano già alcuni interventi sulla lingua dei cantautori, ma nessuno prima di Antonelli ha dedicato attenzione anche alle "canzonette"), ma una curiosità molto produttiva, e una sostanziale imparzialità, per quanto si notino qui e là i gusti dell'autore. 

Parlavo della grande dote della comunicazione. Ancora: Antonelli si preoccupa di essere estremamente chiaro, e sfugge a qualunque accusa di autoreferenzialità con una serie di glosse e spiegazioni che rendono il suo libro molto comprensibile anche per il lettore non specialistico. Divulgazione ad alti livelli, potremmo dire, e tanti spunti che invogliano tutti a puntualizzare su aspetti della nostra lingua, a sorridere di certi modi vetusti che ancora tornano nelle canzoni, a riflettere su quanto la vita comune e il sottofondo musicale possano influenzare la scrittura oggi. 

GMG

(Come avrete capito, una lettura che consiglio a piena voce, e che mi sembra eccezionale anche da portare sotto l'ombrellone, dove vi raggiungerà l'ennesimo tormentone estivo)

martedì 27 luglio 2010

Un duetto jazzistico per un giallo d'autore

Acqua in bocca
di Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli
Edizioni Minimum Fax, Giugno 2010
pp. 108
€ 10

In un Paese arretrato culturalmente come l'Italia gli eventi letterari sono ormai sempre più una rarità. Quando avvengono vanno dunque salutati, al di là dei risultati prodotti, sempre con gratidudine. In questo caso, inoltre, il risultato è anche ottimo.
L'incontro tra due scrittori, a differenze di altre arti, è sempre raro, difficoltoso e complesso, essendo lo scrittore (molto più che uno un musicista, un cantante o un pittore) estremamente individualista con un rapporto totale e non mediato con la sua scrittura.
Lucarelli e Camilleri sono riusciti però ad evitare questi limiti. La storia, scritta attraverso uno scambio epistolare tra i due personaggi più noti dei due autori - Grazia Negro e Salvo Montalbano - inizia descrivendo un omicidio all'apparenza inspiegabile. Proprio per la natura dialettica dello scritto, con una serie di rimandi, provocazioni, soluzioni da parte di uno scrittore nei confronti dell'altro (proprio come una jam session), la storia si sviluppa però in tutt'altra direzione. Un omicidio, che come è tipico della struttura del noir, parte da un assassinio per poi svilupparsi nella descrizione e critica della società e dei misteri italiani, fatta di intrighi, poliziotti corrotti e servizi segreti deviati(o no?).
Tocca avvisare il lettore che si aspettasse di trovarsi di fronte al solito Montalbano o alla solita Negro: non sarà così. I due personaggi, infatti, messi a confronto uno con/contro l'altro, piuttosto che rivolgersi al lettore avranno come scopo quello di differenziarsi rispetto all'altro rilevelando aspetti caratteriali ed investigativi inediti. La scrittura dei due autori si rivelerà però compatta e con una storia ben congegnata e scritta, al punto che alla fine del romanzo si riesce con difficoltà a comprendere chi sta scrivendo, Lucarelli o Camilleri.
Un unico difetto può essere ritrovato nella conclusione del libro che, senza voler togliere la sorpresa al lettore, possiamo definire sbrigativa, semplicistica e poco credibile per chi conosce la storia italiana.
Un'ultima nota di merito va data alla Minimum Fax: una casa editrice con pochi soldi ma molte idee, che riesce sempre a pubblicare libri di qualità senza cedere alla tentazione della facile vendita (non dimentichiamo che è stata la Minimum Fax a portare in Italia Raymond Carver, solo per fare un esempio). Una scelta che è stata giustamente riconosciuta da due autori importanti per un libro basato non soltanto sui nomi in copertina, ma su una storia originale ed accattivante.

domenica 25 luglio 2010

Memorie a perdere, una terza (tardiva) lettura


Memorie a perdere.
Racconti di ordinarie allucinazioni
di Luigi Milani
Prefazione di Francesco Costa

Edizioni Akkuaria, Luglio 2009
pp.125 ca
€ 12

Suggestivo, estremamente suggestivo. Come già ravvisato dai miei colleghi nelle due precedenti puntate de "una recensione di Memorie a perdere" (clicca per leggere la prima e la seconda), la raccolta dei 13 racconti, ognuno con le sue estrinseche caratteristiche strutturali, ognuno con il suo ethos precipuo ma non discordante con l'insieme, rappresenta una specie di imprinting di situazioni e comportamenti del singolo e della società contemporanea, di cui si è impossibilitati a liberarsene, come i vuoti a non rendere di bottiglie e simili. Perché mai imprinting e non semplici ricordi? Prendendo in prestito il termine coniato da Konrad Lorenz, queste memorie a perdere stabiliscono delle linee comportamentali sotterranee e nascoste, impresse a fuoco nelle ritorte volute cerebrali dei personaggi dei racconti. E' il caso di Van Damme, aneddoto sul "prestigio" d'aver un parente stretto defunto. L'imprinting, però, non avviene a livello cosciente. Il sottotitolo della raccolta accorre in aiuto: "Racconti di ordinarie allucinazioni". Le esperienze vissute dai personaggi di Milani sono percepite, come d'altronde sarebbe per ognuno di noi, come delle allucinazioni, delle deviazioni più o meno distanti da ciò che viene idealizzato come il reale. La svolta, quindi, avviene nel subconscio, in uno stato di semi-incoscienza o di incomunicabilità con il reale (cfr.: Quella notte sull'altana) per poi trasformarsi, alla comprensione del gap, in una sorta di euforia quasi isterica o ancora in un profondo senso di inquietudine, primo sintomo di consapevolezza della propria fragilità. Non si intenda questa come una generalizzazione e le parole di Milani come trasudanti morale e tante altre belle cose: non tutti i racconti sono così di facile ed immediata interpretazione, alcuni abbastanza criptici necessitano di lettori attenti e ruminanti. L'insieme è coeso e coerente, cucito e ricamato magistralmente da uno stile agile e leggero, sapientemente dosato nelle variazioni di tono (assolutamente non ingenue, ma, a mio parere, frutto di una politica di slanci e riprese, per non annoiare il lettore), con un paio di piccoli refusi che non inficiano sul valore dell'opera. Una lettura, a tirare le somme, piacevole e suggestiva.


Adriano Morea



P.s.: Colgo l'occasione per invitare i miei colleghi e l'autore ad un menage a quatre, il cui risultato sia pubblicato sotto forma di intervista in questa sede. A presto!



Vi ricordiamo che il libro è stato recensito da Rodolfo Monacelli (clicca qui) e Giorgio Guzzetta (clicca qui)

sabato 24 luglio 2010

Invito alla lettura: L'Innocente di D'Annunzio

L'innocente
di Gabriele D'Annunzio
Mondadori, Milano 2002

a cura di Maria Rosa Giacon

pp. 336
€ 9.50

Prima edizione: Grazini, 1892

Film di Luchino Visconti, 1976
Attori: Laura Antonelli, Giancarlo Giannini, Massimo Girotti


Locandina del film di Visconti
Autobiografia, coscienza letteraria e sapienza narrativa si intrecciano in questo romanzo del vate, scritto nel 1891 e pubblicato nel 1892 dopo varie vicissitudini editoriali. Il tema principale, infatti, pareva troppo scottante per l'editoria italiana, e persino la milanese Treves, che aveva già speso parola con l'autore, si è ritirata a lungo in un ostinato silenzio. E, a tutti gli effetti, la prima comparsa dell'Innocente (dapprima sul 'Corriere di Napoli' tra il 10 dicembre 1891 e l'8 febbraio 1892 e poi in volume, Bideri, Napoli 1892) desta commenti contraddittori e si grida allo scandalo. Non sono infatti i soli contenuti scabrosi a svegliare le coscienze dei benpensanti, ma anche molteplici accuse di plagio ai danni di scrittori europei quali Dostoevskij di Delitto e castigo e Tolstoj della Sonata a Kreutzer, ma anche a Maupassant della Confession. Gli influssi non sono pochi, ma il materiale è sempre ripreso in maniera autonoma, creando un impasto personalissimo come D'Annunzio ha sempre saputo fare. Parte della longevità dell'opera, poi, si deve all'intervento dell'intellettuale francese Georges Hérelle, che s'impegna a tradurre il romanzo col titolo di Intrus e a portarlo nella sua patria. Da questa operazione culturale, L'Innocente esce decisamente ripagato, con una serie di recensioni altamente positive. 

Non resta che chiedersi che cosa, in Italia, non sia stato capito di questo affascinante e diabolico romanzo familiare. Innanzitutto, la marcata vena: infatti, la trama si potrebbe sinteticamente ridurre alla storia di un duplice tradimento di Tullio Hermil, da sempre infedele, e di Giuliana, moglie prima integerrima e poi ceduta all'attrazione per uno scrittore allora in voga. Ma ciò che più deve colpire è l'infanticidio del frutto di quell'amore adulterino, un omicidio compiuto da Tullio con la tacita connivenza della donna, un delitto ancor più efferato perché ne è vittima un 'innocente' (significativa, a tal proposito, la scelta di abbandonare il titolo iniziale Tullio Hermil per spostare l'attenzione sul neonato). 
Fotogrammi dal film di Luchino Visconti (1976)
Magistrale è la capacità di D'Annunzio di tratteggiare i minimi cambiamenti d'animo dei protagonisti, seguendoli anche negli antri più reconditi del conscio e dell'inconscio, dando una struttura ineccepibile alle numerosissime sequenze riflessive. Rispetto al Piacere, sono meno frequenti i preziosismi e gli indugi nelle descrizioni, a vantaggio di una prosa più mossa e agile, ora paratattica, ma sempre in rispetto di quell'armonia  stilistica che ha sempre distinto D'Annunzio. 

Leggere oggi L'Innocente (da cui, ricordo, è stato tratto un brillante film da Visconti negli anni '70) dà il piacere un po' dimenticato dalla letteratura contemporanea di soffermarsi a capire cosa pensano e cosa vivono i personaggi, con una varietà lessicale e una padronanza della narrazione che sveglierebbero anche il lettore più digiuno di Bella Letteratura. 

GMG

mercoledì 21 luglio 2010

Juke-box satisfaction


Saggio sul juke-box
di Peter Handke

Garzanti, 1992

Cercare in un luogo lontano dalla propria terra d’origine la forza per dedicarsi ad un’impresa: la stesura di un saggio su un oggetto in estinzione. Ricercare le sonorità coperte dai rumori dell’individualismo per parlare del juke-box. Come alzare la polvere del proprio passato che neanche i mattoni cadenti del muro di Berlino riescono a seppellire. Dietro il personaggio del racconto c’è lo stesso Handke che rifiuta di trattare l’evento del momento, la caduta del Muro, con l’ambizione di scrivere invece un epos universale attraverso un oggetto secondario che ha incantato intere generazioni e ora resiste solo in qualche bar sperduto e “non del tutto serio” della meseta spagnola, dell’Italia, del Giappone. Questo non –saggio, diventa piuttosto un racconto di quel viaggio che è anche spazio per scolpire il rapporto del personaggio con la scrittura. Ricorda la storia narrata da Handke in Falso Movimento (1975), dove il giovane Wilhelm parte per trasformare quel suo malessere in energia, affinché possa mantenere viva la volontà di scrivere se non la scrittura :
“Si vuole scrivere senza sapere cosa. Si ha bisogno non di scrivere ma di voler scrivere … Allo stesso modo forse anche amare non è un bisogno come lo è invece il voler amare”.
Non si leggerà infatti un saggio sul juke-box, se ne parlerà come il protagonista parlerà dei posti della Spagna che si fanno immagini nitide nel corpo del racconto. L’assenza di un vero e proprio saggio lascia posto alla frammentarietà della narrazione, qua e là allietata da una storica colonna sonora composta dai pezzi che egli ricorda: Satisfaction dei Rolling Stones, il pezzo che probabilmente ha resistito di più nei juke-box, Love me do dei Beatles e qualche pezzo da indovinare dei Creedence. Un oggetto, il juke-box , che noi più giovani immaginiamo come uno dei simboli della storia musicale del dopoguerra, una dimensione pubblica dell’ascolto perduta con l’invasione meccanica della tecnologia. Dovremmo riflettere sul fatto che abbiamo perso un mezzo per sfiorare l’onnipotenza: entrare in un locale e decidere il pezzo che tutti, proprio tutti avrebbero dovuto ascoltare. Pasolini definì criticamente il juke-box come
“il proseguimento americano della guerra con altri mezzi”.
Oggi però si può rimpiangere almeno la sua poesia, evocata tra luci in movimento e storie d’amore nate dalla dedica di un pezzo, rispetto ad altri mezzi che continuano ad essere espressione di quello stesso imperialismo ma che di poesia hanno ben poco. Un coinvolgimento attivo e collettivo, del tutto differente dalla solitudine protettiva da iPod o dall'ascolto passivo del pezzo che ha messo su il dj di quel bar.

Il viaggio che inizia sulla corriera da Burgos a Soria rimane forse un falso movimento come quello di Wilhelm: incapace di muoversi all’interno di se stesso, compie un viaggio all’esterno del sé che non gli permette di comprendere a fondo quella sensazione d’inospitalità che prova nei posti in cui si ferma, la stessa che lo spinge poi alla fuga e giustifica il suo continuo rimandare l’inizio del saggio. Alla fine leggiamo comunque una storia, non sarà quella del juke-box scritta da uomo, ma è la storia di uomo segnata dalla presenza di questa macchina in quelle fasi della sua vita che ora si chiamano ricordi.

martedì 20 luglio 2010

Il dolce ritorno




Un cuore pulito
di Romano Battaglia
con un “preavviso” di Mario Luzi

Biblioteca Universale Rizzoli (2001)
pp. 141
€ 7,20



Romano Battaglia, autore di grande successo, giornalista che ha ottenuto moltissimi riconoscimenti per la sua carriera anche televisiva nonché per le sue opere letterarie, disorientato da uno stile di vita iperattivo e frenetico, ha perso la voglia di vivere e l’entusiasmo. Da troppo tempo non li sente più. 
Decide, quindi, di allontanarsi per pochi giorni dal frastuono della vita moderna e rifugiarsi in un monastero di carmelitani alla ricerca di se stesso attraverso la meditazione, la riscoperta delle piccole cose e della loro semplicità che ormai sfuggono all'attenzione dell'uomo moderno.
Ho deciso di trascorrere qui un periodo di solitudine perché sento che ne ho bisogno. Sono stanco, il mio slancio vitale si è affievolito come una candela che, consumatasi lentamente, non dà più luce. Devo ritrovare quella parte di me che da troppo tempo è indebolita dagli avvenimenti della vita, da quel peso che ci portiamo dentro e che ci impedisce di essere spontanei con noi stessi e con gli altri.
Qui incontra padre Dominique La Salle, un saggio monaco francese, da taluni considerato santo, dotato di un eccezionale equilibrio interiore faticosamente conquistato al termine di una vita difficile segnata dalla sofferenza e dagli eccessi. 
All’ombra di un albero di ciliegio in fiore, Romano Battaglia ascolta i racconti del monaco, ritrova valori dimenticati, la purezza e innocenza che solo i bambini sanno avere e ritorna alla vita arricchito di nuova forza e consapevolezza.
Improvvisamente si leva un leggero vento che smuove i rami del ciliegio, staccando i piccoli petali dei fiori che cadono tutt’intorno. Sembra una nevicata di primavera. (…) È uno di quei rari momenti difficili da spiegarsi. Ci rendiamo conto che intorno a noi qualcosa vive, palpita in una dimensione sconosciuta.
Queste pagine sembrano non avere pretese. Non vogliono insegnare nulla, non fanno retorica, non cercano di diffondere uno stile o una filosofia di vita. L’autore decide solo di raccontare la sua esperienza attingendo dagli appuntati scritti nel quaderno di viaggio: episodi, impressioni, citazioni.
Ancora un pensiero dal mio quaderno. È di Marcel Proust. Il vero viaggio della scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nel vedere con occhi nuovi.
La semplicità delle parole rispecchia la serenità dell’autore, quasi rigenerato da questi sette intensi giorni nel monastero. 
Non ho molto apprezzato il capitolo cardine della narrazione in cui l’autore racconta l’ultimo giorno vissuto tra i monaci. Giorno di svolta, di tanti interrogativi e altrettante risposte. L’incontro con La Salle, fino a quel momento narrato con ritmi dilatati quasi a voler trasmettere la pace e la serenità di quegli ascolti sospesi nel tempo, si trasforma in una sorta di intervista. Botta e risposta su questioni fondamentali della vita umana, incalzare di domande così profonde che risulta poco credibile possano essere realmente state poste in quei termini. Ma probabilmente l’autore, nello scrivere, ha rivissuto la difficoltà del distacco e quella sensazione di ansia di apprendere e conoscere prima di andarsene, in una bramosia di assorbire il più possibile quella saggezza quasi irreale. 
Poi la partenza e il ritorno alla vita di tutti i giorni, portandosi addosso un profondo cambiamento.
La semplicità e la chiarezza mi stavano aspettando fuori dal cancello. La mia vita era cambiata.
Silvia Surano


lunedì 19 luglio 2010

Amor finti veronesi



Romeo and Juliet: the most excellent and lamentable tragedy of Romeo and Juliet
di William Shakespeare.

La fortuna intrinsecamente legata all’opera di certi autori ha fatto sì che venissero analizzati e scandagliati come fossero cavie da laboratorio, in funzione di scopi utilitaristici spesso a sfondo didattico che ne hanno, negli anni, travisato la sorpresa. Leggi: il successo di un’opera spesso la priva di quell’elemento capzioso e irresistibile, quello della sorpresa, perché sei consapevolmente cosciente di trovarti davanti ad un testo del quale si è detto, scritto e pensato tutto. Dalle indagini cronostoriche sul periodo in cui la creatura è stata composta, al materiale che è servito da influenza, alle conseguenti emozioni a posteriori causate dal successo e che hanno inciso sulla collettività fissando determinati punti sulla roccia che non hanno più permesso all’opera di crescere, maturare e farsi inedita agli occhi del lettore.
William Shakespeare è sicuramente uno di quei creatori di scrittura (mi piace chiamarlo così) che è stato periodizzato, smembrato, riletto, aggiornato e postmodernizzato in tutte le modalità possibili. Chiunque ha creduto di avere il diritto di poter dire la sua, fattore sacrosanto, per carità, ma che probabilmente è alla base di quell’allontanamento dalla lettura da parte dei più giovani che, non si dice ma è così, sono più spaventati da atteggiamenti reverenziali verso i titani della cultura che dai titani stessi.
Chi legge Romeo e Giulietta oggi, mi chiedo sotto questo cocente e torrido sole di luglio avanzato, cosa potrà capire? Quali sono i punti che apprezzerà di più? Sarà influenzato da tutti quei filtri d’amore posticci e protoespressivi che si sono pigramente avviluppati a questa “tragedia” (che Shakespeare mutua dalle creazioni in prosa di Masuccio Salernitano, Matteo Bandello e dal famigerato poema di Arthur Brooke, Tragicall Historye of Romeus and Juliet)? O si lascerà irretire dal famigerato trionfo di luoghi comuni su Giulietta cretina e Romeo babbeo, spesso involontariamente compromesso da cerberi del marketing che si sono impossessati dell’opera di Shakespeare per guadagnarne profitto e visibilità? Oppure cadrà dentro altri innumerevoli e infiniti tranelli declamanti certezze inscindibili?
La verità è un’altra, ahinoi: nessuno, pur credendo di farlo, legge davvero Romeo e Giulietta. Io per primo, s’intende. Scepsi? No, dato di fatto. Sfogliando Romeo and Juliet: the most excellent and lamentable tragedy of Romeo and Juliet mi rendo conto che la mia lettura non sarà mai pura. Ciò, però, mi esime dall’ignorare questo capolavoro drammatico. E quando scrivo “drammatico” intendo riferirmi essenzialmente alla compattezza dell’azione. Romeo and Juliet, per quanto possa arrivarmi filtrato, è un testo straordinario soprattutto per l’utilizzo temporale scelto dal Bardo. Ritmi compressi e dilatazioni essiccate accompagnano quella che è una vicenda assolutamente tragica che però viene immersa in contesti ironici e ai limiti del sarcasmo che spesso sono passati in secondo piano a favore della melensaggine e del buon cuore di riduzioni televisive, cinematografiche e teatrali: l’incontro iniziale tra i servi Sampson e Gregory è quasi un banco di prova per la commedia dell’Arte:

SAMP. Gregory, on my word we’ll not carry coats. // Gregory , ti do la mia parola, che non sopporteremo insulti.
GREG. No, for then we should be colliers. // No, ché altrimenti saremo giudicati de’ facchini.
SAMP. I mean, and we be in choler, we’ll draw. // Intendo che, se montiamo in collera, tireremo di spada.
GREG. Ay, while you live, draw your neck out of dollar. // Ma certo, che nella vita c’è sempre da tirar qualcosa.
SAMP. I strike quickly being moved. // Non metto tempo in mezzo a picchiare, se mi riscaldo.
GREG. But thou art not quickly moved to strike. // Può essere, è che sei troppo lento a riscaldarti.
SAMP. A dog of the house of Montague moves me. // Basta un cane di casa Montecchi, a riscaldarmi.
GREG. To move is to stir, and to be valiant is to stand; therefore if thou art moved thou runn’st away. // Riscalsare significa provocare del moto, mentre esser coraggiosi vuol dire star saldi. E quindi vuol dire che se ti riscaldi e provochi del moto, sarai il più presto a dartela a gambe.
SAMP: A dog of that house shall move me to stand. I will take the wall of any man or maid of Montague’s. // Un cane di quel casato dovrebbe riscaldarmi tanto da farmi star saldo. Né un servo né una serva di casa Montecchi riuscirebbero mai a staccarmi dalla parte del muro.

Niente male come inizio per una tragedia, insomma.
E se il “dramma” continua tra sangue - cosa è Tebaldo se non uno che oggi definiremmo un tronfio pavone dal cuore scisso a metà tra la conoscenza del proprio valore di giovane maschio ruspante e l’amore per le istituzioni, su tutte: la famiglia- e risate. Mercutio, una maschera dolente vera e propria, si permette addirittura di citare Petrarca (Atto II, scena IV):

BENV. Here comes Romeo… // Ecco arrivare Romeo!
MERC. Without his roe, like a dried herring. O flesh, o flesh, how art thou finished. Now is he for the numbers that Petrarch flowed in. Laura, to his lady, was a kitchen wench- marry, she had a better love to berhyme her […]Signor Romeo, bonjour. There’s a French salutation to your French slop. You gave us the counterfeit fairly last night. // Ma senza le uova, come un’aringa secca. O carne, o carne, come ti sei pescificata! Ora è maturo per quei metric he tanto dolcemente fluivano fuor dalla penna del Petrarca. Laura, a paragon della sua donna, altro non era che una sguattera da cucia! Ma per la vergine, aveva qualcuno che sapeva cantarla in miglior rima! […] Signor Romeo, bonjour! Ecco per te, un saluto francese alle tue ampie brache francesi. Ci hai ripagato con disinvoltura di moneta falsa, la notte scorsa.

E mai come adesso il dramma si colora delle tinte classicheggianti da cui Shakespeare si è notoriamente fatto ispirare. Si continua, passando tra una Balia chioccia e un Frate Lorenzo comfortable Friar, apportatore di conforto per la cara Juliet, che si configura come prototipo di adolescente che vorrebbe a tutti i costi sentirsi pubblicamente riconosciuta come donna, probabilmente anche al di là dell’amore per Romeo e al di là della morte stessa. Non a caso:

JUL. Go, get thee hence, for I will nota way. What’s here? A cup clos’d in my true love’s hand? Poison, I see, hath been his timeless end. O churl. Drunk all, and left no friendly drop to help me After? I will kiss thy lips. Haply some poison yet doth hang on them to make me die with a restorative. […] Then I’ll be brief. O happy dagger. This is thy sheath. There rust, and let me die.
Va’, parti pure. Io non mi muoverò di qui… cos’è questa? Una tazza stretta nella mano dell’amor mio? Il veleno, com’io vedo, ti ha dato questa morte prematura… Oh, scortese! L’hai bevuto tutto, e non me n’hai lasciata neppure una goccia amica perché potessi aiutarmi a seguirti? Bacerò le tue labbra: forse v’indugia ancora un po’ di veleno che potrà servirmi da farmaco dandomi la morte […] Farò alla svelta! Ah, benedetto pugnale! Questa è la tua guaina. Qui arrugginisci, e lasciami morire.

È vero, a breve Juliet morirà. L’effetto parodico, però, è una conditio imprescindibile: a parlare è una ragazzetta sulle soglie dell’adolescenza. Questa ampollosità, questo abbandono del candore a favore della tragica composizione di frasi ad effetto in occasione della propria morte cosa non è se non una coloritura sarcastica e, mi si passi il termine, acida, di un sentimento forse accresciuto in maniera troppo spropositata? Non dimentichiamoci che Shakespeare quasi contemporaneamente aveva composto The taming of the shrew, La bisbetica domata. E lì la tragedia sui sessi, in chiave notoriamente spassosa, si era consumata non facendo prescindere l'amore dalla serietà dello stesso, come accade invece nel famigerato dramma veronese. Che NON è, se vogliamo dirla tutta, un testo d'amor: se mai è una asprissima critica alle sue funeste conseguenze quando, in preda ad empiti lirici e a soffuse arie da mélo, lo si prende troppo sul serio.

domenica 18 luglio 2010

Riscoprire un classico contemporaneo: Ernesto di Saba

Ernesto
di Umberto Saba
Einaudi, Torino 1995

a cura di Maria Antonietta Grignani
(Introduzione - Appendice - Nota al testo)

1^ edizione: Einaudi, 1975
pp. 156


Tutti ricordiamo Saba per il Canzoniere, ma quanti di noi hanno letto questo racconto lungo, in parte autobiografico, in parte sfuggente da qualunque categorizzazione? Ernesto è stato in parte accantonato per volontà di Saba stesso: tra maggio e giugno del 1953, in una clinica romana, aveva scritto d'impulso i primi capitoli del racconto (i primi tre episodi), ma qualcosa ha poi bloccato la stesura, nonostante gli entusiastici commenti degli amici (tra cui ricordiamo lettori d'eccezione come Elsa Morante). Di ritorno a Trieste, compone il quarto episodio, e poi cade in un altro silenzio scrittorio: alibi linguistici e psicologici gli permettono di schermare la vera paura:

Ernesto deve restare un "libretto", se no quel mascalzone mi ammazza Il Canzoniere. (Lettera alla figlia, 12 agosto '53)

La forza di questo libretto, insieme «lieto e spietato» (così nella lettera a Quarantotti Gambini il 25 agosto), avrebbe infatti potuto creare scompiglio nel profilo ormai canonizzato di Saba. Non da ultimo, nel '53 la matrice autobiografica avrebbe scandalizzato per l'esperienza omoerotica vissuta dal giovane protagonista all'inizio del libro. Questa, in breve, la trama: il sedicenne Ernesto, impiegato in un'azienda triestina, vive la sua prima esperienza sessuale con un bracciante avventizio, tra ripulsa e attrazione. In realtà, Ernesto ha accettato più per curiosità che per reale interesse, e presto decide di allontanarsi dall'uomo (che è invece innamorato di lui) e di andare da una prostituta: infatti, solo l'esperienza con una donna è considerata da Ernesto la vera iniziazione sessuale. Tra senso di colpa e tentativi di nascondere questi episodi, Ernesto finisce per confessare tutto (con un chiaro scopo catartico) alla madre curiosa e protettiva (il padre se n'era andato nella prima infanzia del ragazzo).  Come svago finale, il protagonista (nel V capitolo, tormentato e continuamente corretto e modificato) si reca a un concerto di un famoso violinista e, qui, un incontro è forse destinato a cambiare il futuro di Ernesto, come l'autore lascia vagamente intuire alla fine del libretto. 

Dunque, se di per sé la trama è piuttosto esile, interessantissima è la scelta narrativo-linguistica adottata da Saba: i personaggi parlano tra loro quasi sempre dialetto friulano, semplificato ma non eccessivamente italianizzato (talora seguito da spiegazioni in italiano, tra parentesi), e in questo dialetto, non connotato diastraticamente, vengono esplicitate frasi eroticamente forti e dirette. Ossimorico è, invece, il ruolo del narratore, probabilmente d'età matura, spesso commentante, in un discorso ricco di sprezzature e di quinte, prese di distanza e a volte di correzioni. E in questo è stato più volte individuata la proiezione di Saba stesso che riconsidera l'Ernesto-Umberto ragazzo, e rilegge le esperienze dell'adolescenza. 

Oltre a queste motivazioni, a mio parere già sufficienti per la lettura del testo, aggiungo una breve nota sulla riedizione del '95, curata dalla professoressa Grignani e poi adottata nelle ristampe einaudiane. Il tascabile propone un'Introduzione piacevolissima e fondamentale per la comprensione del testo, come anche l'Appendice e un'interessante (quanto insolita nei tascabili) Nota al testo. Qui è possibile scoprire qualcosa sulle carte di Ernesto, sul lavoro correttorio dello scrittore e sul dattiloscritto con correzioni autografe ora conservato al Fondo Manoscritti di Autori Moderni e Contemporanei di Pavia. 

GMG

sabato 17 luglio 2010

i misteri della logica: Il punto fisso di P. Pagliani

Il punto fisso
di Piero Pagliani
Mimesis, Milano-Udine 2010

pp. 284
€ 16.00


Le lettere dell'alfabeto hanno aperto possibilità grandiose all'umanità, proprio perché sono astrazioni impoverite di immagini concrete. Al contrario, le nuove concretezze virtuali della comunicazione faranno retrocedere di millenni le facoltà intellettive dell'uomo. 
(pp. 73-74)


Parola e logica, narrazione e tecnologia, alfabeto e numero... Ma anche amore e disamore, volontà di agire e paura del rifiuto, un passo avanti e due indietro, indagine e occultamento di prove,... Il punto fisso è un romanzo che vive di antitesi, fino all'irrisolta dicotomia vita/morte che tanto spesso troviamo nei thriller. Ma questo non è un semplice thriller, né il suo impianto narrativo ricalca modelli vetusti: la formazione scientifica dell'autore (informatico nonché studioso di algebra e di logica, professore di Teoria dei Modelli) non è un semplice sfondo alla vicenda, ma parte integrante e, forse, nucleo forte dell'ispirazione.

La vicenda, infatti, ha per protagonisti e personaggi secondari quasi unicamente matematici, tra cui l'io-narrante, Marco, e la bella amica indiana Mohua, tanto intelligente da portare avanti uno studio di logica che potrebbe avere implicazioni importanti nella vita quotidiana. Importanti e pericolose, al punto da attirare l'interesse di diverse potenze internazionali, che stringono d'assedio la giovane matematica, trovata uccisa da Marco all'inizio dell'opera.
Dunque, come capirete, ci si muove perlomeno su due piani temporali diversi: il nebuloso, ambivalente, misterioso e intrigante presente, in cui Marco deve prendere decisive risoluzioni (e non mancano i pericoli); e l'intreccio di episodi passati, in cui Marco compare o è assente: tra i primi, le serate con Mohua e l'amore nascosto in un patto tacito, quasi masochistico; tra i secondi, segreti, presenze ambigue e scambi di informazioni che, secondo le leggi più classiche del thriller, aumentano la suspense e rimescolano continuamente le carte in tavola.

I diversi piani narrativi, molto rischiosi da portare avanti con coerenza, sono gestiti con grande padronanza: è chiaro che Piero Pagliani aveva tutta la trama ben organizzata prima ancora di scrivere, e non si notano significativi cali di tensione o sbavature. Al contrario, è interessante la capacità di intridere il nucleo narrativo (che si avvicina, come abbiamo detto, al thriller o al genere di spionaggio) di riflessioni più ampie, che spaziano dalla letteratura alla vita di tutti i giorni, senza trascurare i sentimenti. Perché Il punto fisso affianca alle suddette tematiche la forza dei sentimenti - in modo particolare, i tre amori della vita di Marco: la compianta Mohua, che diventa quasi tangibile nel ricordo; Laura, il primo amore mai completamente rimosso; e Paula, sensibile transessuale verso cui il protagonista cerca di arginare il forte desiderio. Tre amori che - anticipo - non appagano Marco, appigliato alle proprie frustrazioni e a fantasie sentimentali, bloccato tra l'azione e la contemplazione del ricordo.
Così anche nella vita professionale: in apertura, Marco è sostanzialmente un rinunciatario, e non mancano altri momenti in cui è forte la tentazione di arrendersi. Ma il "punto fisso" impedisce una serena rinuncia, e al protagonista - chiaramente diverso dalla canonica immagine di eroe romanzesco - non resta che mettersi in discussione, e sfidare questo mondo in cui realtà e menzogna sono due facce della stessa caleidoscopica medaglia. Il tutto, verso un finale del tutto imprevedibile e ben architettato.

Come è possibile dedurre da quanto detto finora, il romanzo non tradisce ingenuità, né vizi di forma: è una struttura compatta che sa quando e come dilatare analessi e dialoghi. Il linguaggio matematico e logico entra con una certa prepotenza in alcuni dialoghi, ma l'autore si preoccupa di inserire chiose che, se da un lato paiono meno verosimili nel dialogo quotidiano tra matematici di quel livello, dall'altro assicurano un buon margine di comprensione da parte del lettore. Infine, il linguaggio specialistico si sposa con un buon livello di ricchezza lessicale, per una sintassi piuttosto articolata, dove non mancano andamenti argomentativi impeccabili da mente scientifica.

GMG

venerdì 16 luglio 2010

Benedetta Tobagi 'incontra' il padre Walter



Come mi batte forte il tuo cuore
di Benedetta Tobagi
Torino, Einaudi, 2009

Come per ogni periodo problematico della storia italiana, si è parlato, e scritto, molto sui due nuclei storici fondamentali di questo libro: il terrorismo di matrice brigatista e l'influenza che la loggia massonica P2 ha avuto sulla vita, politica e non, del nostro paese. A differenza delle opere saggistiche, memoriali o narrative che siamo abituati a conoscere, il libro di Benedetta Tobagi (figlia di Walter, giornalista del «Corriere della Sera» ucciso dalle “Brigate XVIII Marzo” il 28 maggio 1980) si distingue per varie ragioni. Innanzitutto, per l'obiettivo di ricostruire, attraverso l' “archivio” Tobagi (articoli, saggi, ma anche appunti, corrispondenza, diari, lettere alla famiglia) la figura di Walter, seguendo il percorso di una vita segnata fin dall'adolescenza da una forte passione civile e da un intenso impegno nell'attività giornalistica. Benedetta compie quindi un lavoro storico, di documentazione, relativamente alla posizione sindacale di Walter Tobagi (riformista, simpatizzante del Partito Socialista, verrà spesso indicato come un 'infiltrato' di Bettino Craxi nella redazione del «Corriere»), alle sue inchieste giornalistiche, alle minacce ricevute da gruppi terroristici, per finire con l'intricata vicenda del ruolo della P2 nel passaggio di proprietà e poi nella gestione dell'informazione all'interno del «Corriere della Sera». L'autrice cerca quindi un approccio oggettivo a Walter Tobagi.
Ma Benedetta è anche figlia, anzi, come dice lei, “orfana”, dato che il padre è morto quando aveva tre anni. La sua ricerca storica si intreccia allora con una ricerca personale di quel padre con cui la Storia non le ha permesso di stabilire un rapporto (“Ero affamata di padre”, p. 32). La forza del libro risiede nello sdoppiamento della figura di Walter Tobagi in quella di giornalista e in quella di “papà”, intrecciando ricordi privati con avvenimenti pubblici. Questa operazione permette di delineare un ritratto efficacie di Walter Tobagi, evitando toni apologetici e mettendo in evidenza anche alcune mancanze del carattere del padre.
Tuttavia, la parte storica a tratti rivela un andamento narrativo e a volte riassuntivo, soprattutto nel delineare la storia delle formazioni terroristiche negli anni '70. La sezione finale è invece più interessante. Nell'ultima parte della sua vita, Walter Tobagi sembrava infatti aver intuito le manovre della P2 all'interno del «Corriere», e molti, dopo la sua morte, hanno avanzato l'ipotesi secondo la quale le neonate “Brigate XVIII Marzo” abbiano perpetrato l'attentato con l'appoggio di forze più potenti e interessate all'eliminazione di un giornalista 'scomodo' come Tobagi. Benedetta, tuttavia, mantiene il giusto distacco da ogni interpretazione che trascenda i risultati delle indagini, pur evidenziando i molti chiaroscuri relativi all'implicazione di Craxi, Gelli, e in generale di forze politico-economiche nella vicenda Tobagi e negli attentati ad essa correlati. Nella sezione 'familiare', invece, spesso il tono colloquiale cade nel patetismo, anche se non mancano passaggi commoventi, soprattutto quando Benedetta si interroga sui sentimenti – o meglio, sulla mancanza di sentimenti – dei terroristi nei confronti delle loro vittime. Notevole anche la riflessione sul pentitismo, in cui si intrecciano questioni private e pensieri di etica pubblica.

La ricostruzione di Benedetta Tobagi riesce quindi a far emergere un quadro ben documentato e ben delineato (anche con i limiti discussi sopra) del periodo storico travagliato degli anni '60 e '70 e di un'esistenza che in quegli anni ha cercato con impegno e costanza (e spesso, come emerge dalle lettere, anche frustrazione) di partecipare attivamente alla vita civile attraverso il lavoro giornalistico. Ciononostante, la domanda “chi era veramente Walter Tobagi?” ronza nella testa del lettore a lettura ultimata. Tanti sono i punti che non tengono, troppe le implicazioni con i poteri forti della politica e del giornale per chiudere il 'caso Tobagi' con la rivendicazione di un piccolo gruppo brigatista.

S. Riboldi

giovedì 15 luglio 2010

Il sangue dei morti.


MIO FRATELLO MUORE MEGLIO
di Renzo Brollo, Cicorivolta Edizioni



La scrittura di Renzo Brollo è assai ardimentosa: preziosismi non rivelati, misteri allucinati e allucinanti, oscurità costanti e tradite.
Con Se ti perdi tuo danno aveva realizzato un’opera secca, ma ricca di intensità e passioni celate. Un romanzo che mi colpì davvero molto, incatenato in uno schema di solido stoicismo narrativo e di rabbia repressa in maniera intelligente e perturbante.
Mio fratello muore meglio, invece, si muove su piani del tutto differenti: insofferenza, emoglobina, noia. Quelle del protagonista, Giovanni (un plauso a Brollo: finalmente un Giovanni e non un Luca, un Matteo, un Andrea…), sono simpatetiche paranoie di un drogato da quattro soldi, di uno che si fa di LSD in ritardo di trent’anni e che non riesce a reggere il confronto con la sua santippea mater e, soprattutto, con il ricordo di un fratello morto troppo presto e che forse ha intasato, col suo sangue, la doccia di casa sua, che da un momento all’altro diventa veicolo di santità, meta di santi pellegrinaggi, templum di disonesti antilaicismi.
Brollo è uno che ha letto molto, e vivaddio riesce a dimostrarlo con arguzia. Crea e descrive un universo di bestie da soma che ruotano attorno al suo disadattato e inusuale protagonista, un manipolo di truffatori della domenica che succhiano sangue spietatamente e senza chiedere il permesso, scevri da ogni tipo di eleganza e sensibilità. Il sangue attira quanto il cinema e il teatro, spettacolarizza e unisce: Giovanni lo sa, e ne è perplesso ma, come da epilogo, piacevolmente “sorpreso”, quasi confortato. Non è un caso che ad aiutarlo nel suo processo di allontanamento dalle piastrelle della sua doccia macchiate di sangue siano una ragazza che non vede e un cane. Reietti mascherati da vittime che circolano cercando di umanizzarsi e di umanizzare un mondo che in fondo li respinge. Ci vuole stile, per morire; ma aggiungo anche che ci vuole stile nello scrivere. E Brollo apprende la lezione americana di Paul Auster, di Bukowski, di Palahniuk e la immerge nelle glaciali terre d’Italia, dove il noir è troppo spesso macchiettistico e “formale”, per signorine. Certo, il romanzo non ha la stessa forza di Se ti perdi tuo danno, ma il suo autore dimostra di avere un’intelligenza non comune e, nonostante la (voluta) pesantezza dei termini e l’angosciante procedere delle situazioni riesce ad ergersi nel panorama dei contemporanei con quel tocco di vivace originalità “nera” che molti dovrebbero riscoprire.

Giuseppe Paternò Raddusa

mercoledì 14 luglio 2010

Domenica, maledetta domenica

Una domenica come le altre
di Paolo Ciampi
Mauro Pagliai Editore

Inizia come tante giornate simili il pomeriggio da cui prende il via il racconto di Una domenica come le altre di Paolo Ciampi. Ma poi diviene un incubo con la corsa in ospedale, l'attesa fuori della sala operatoria senza avere notizie, e infine scoprire così, da una persona a caso, di passaggio, che uno degli affetti più importanti della vita non c'è più. La morte della madre credo sia una delle esperienze più devastanti che tutti noi, prima o poi, dobbiamo affrontare. Paolo Ciampi racconta come ha vissuto questa difficile e tragica esperienza, la rabbia, il dolore, l'incredulità, li sensi di colpa, la nostalgia, a sensazione di non essere riuscito a dirle tutto ciò che avrebbe voluto, l'ansia di non avere conosciuto davvero nel profondo una persona così vicina e così importante. Ma nel frattempo la vita deve continuare con i momenti tristi e pure con quelli allegri, con chi resta da consolare e i figli e da crescere. Così Ciampi, raccontando la storia del rapporto con sua madre prima e dopo la sua scomparsa alterna momenti di grande commozione o di ironia e lievità,  in un susseguirsi di groppi in gola e sorrisi sulle labbra. Un romanzo intenso e vero che lascia la porta aperta alla speranza perchè - come recita la quarta di copertina - "nonostante tutto il non detto e il non fatto c'è sempre una primavera dopo l'inverno".

martedì 13 luglio 2010

L'ora di religione di Saramago.


Caino
José Saramago
Feltrinelli 2010
Pp.142
euro 15.00


Diciotto anni dopo lo scandalo causato dalla sua versione del Vangelo e che lo ha costretto a vivere sull’isola di Lanzarote, José Saramago torna a occuparsi di temi biblici con “Caino” e lo fa con l’irriverenza e la sagacia di sempre. La casa editrice Einaudi si è rifiutata di pubblicarlo, la Feltrinelli ha colto l’occasione al volo e il romanzo ha scalato subito la vette della classifica delle vendite in Italia.

Se in “Il vangelo secondo Gesù Cristo” lo scrittore lusitano rivisitava il Nuovo testamento e la questione dell’umanità di Cristo, nell’ultimo lavoro è il Vecchio testamento ad essere preso in esame e Caino, il più famoso fratricida, diviene il protagonista.

Il primo degli assassini, dopo aver ucciso il fratello Abele a colpi di mascella di asino perché dio (Saramago usa sempre il minuscolo) era ingiusto e indifferente alla sua devozione («Ho ucciso Abele perché non potevo uccidere te, nell’intenzione sei morto.»), vaga non solo nello spazio ma anche nel tempo, un po’ Ulisse di Omero e un po’Orlando di Woolf,  muovendosi tra gli scenari del Vecchio testamento: la misteriosa storia di Lilith, la (de)costruzione della torre di Babele, il sacrificio di Abramo, la prova divina del fedele Giobbe, la distruzione di Sodoma e Gomorra e l’arca di Noè. Può accadere di tutto in questa rivisitazione, come il cherubino, posto a sorvegliare come un buttafuori le porte del Paradiso, possa essere corrotto da una languida Eva, che l’angelo inviato da dio per fermare la mano di Abramo possa arrivare in ritardo a causa di problemi con l’ala destra e caino possa ritrovarsi a essere l’improbabile salvatore di Isacco.

Nel romanzo, Caino non è solo un fratricida condannato alla colpa eterna, somiglia di più a un viandante a cavallo della sua mula, non più negativo ‘tout court’, un ribelle condannato, da un dio “malvagio, rancoroso” e incapace di amare gli uomini.

Magistrali sono i dialoghi tra caino e dio, dalla retorica illuminista l’uno, troppo umano e al limite del comico l’altro.

«Saramago ha scritto un libro che non ci lascerà indifferenti, che provocherà nei lettori sconcerto e, forse, qualche angustia. Però, amici, la grande letteratura è fatta per conficcarsi in noi lettori come un coltello nella pancia. Non per addormentarci come se ci trovassimo in un fumoir di oppio e il mondo fosse pura fantasia», parola di Pilar del Río, amatissima moglie e traduttrice del grande scrittore.

Luisa Roberto

lunedì 12 luglio 2010

Luci e miserie sotto il cielo di Pietroburgo: I racconti di Pietroburgo di Nikolaj Gogol'




I racconti di Pietroburgo
di Nikolaj Gogol'
Garzanti i grandi libri, 1999
euro 8,50
pp.190



Pietroburgo. Una grande città, pullulante di vita, gremita di gente. Gente ricca e gente umile.
Al mattino i garzoni di pasticceria si affrettano a correre con vassoi di dolci appena sfornati, nel primo pomeriggio signore elegantissime, accompagnate da degni cavalieri, fanno mostra dei propri abiti sfavillanti e dei propri cappellini lungo la Prospettiva Nevskij.
Ricchi, poveri, artisti, ufficiali, funzionari...Pietroburgo ospita un campionario vastissimo di umanità, e le vite dei suoi abitanti sono destinate a incrociarsi e a scontrarsi, a volte a confondersi, come tante tonalità di colori diversi in un caleidoscopio.
Al centro de I Racconti di Pietroburgo c'è l'essere umano. Ricco oppure povero, ma sempre debole e fragile, in balìa delle tentazioni, della vanità, a volte della follia.
La Prospettiva Nevskij racconta la vicenda di un pittore che idealizza una donna fino a scontrarsi duramente e fatalmente contro la desolante e squallida realtà. Si può sognare a dismisura, giungendo perfino al punto di vivere per poter sognare, ma in questo modo si è destinati a soffrire e a soccombere miseramente, graffiati a morte dalla sudicia prosa della vita.
Il naso è un racconto surreale incentrato sulla vanità e sulla stoltezza delle glorie umane, i cui beneficiari sono colmi di orgoglio e di tronfia esaltazione di sè.
Il ritratto mostra la forza diabolica del denaro, che giunge a trasformare radicalmente l'uomo facendo emergere gli aspetti più abietti e vili.
Il cappotto affronta il tema delle differenze sociali: la vita di un umile impiegato, contrariamente a quella dei suoi superiori, non può che essere priva di soddisfazioni, spoglia di qualsiasi gioia. Solo la morte riuscirà, in qualche modo, a colmare questo divario.
Memorie di un pazzo riprende in parte il medesimo tema, portandolo all'esasperazione: il protagonista cerca di evadere dal frustrante ruolo di impiegato mediante un delirio di onnipotenza che sfocia nella pazzia più completa.

Mi sono commossa, leggendo questa raccolta di racconti. Qui vi è tutto, dall'ironia alla compassione, alla dolorosa consapevolezza della realtà. E' come se Gogol' avesse scavato nel profondo dell'animo umano, portando alla luce le sue fragilità, le sue vane aspirazioni, le sue ingenuità. E' come fissare la fiamma di una candela: è bellissima, luminosa, danzante, eppure basta un soffio a spegnerla. Questo è l'uomo: durante la sua vita può brillare, può inseguire sogni, onori, ambizioni. Tuttavia rimane sempre un essere debole, imperfetto, che vacilla e cade al minimo alito di vento.




Irene Pazzaglia

sabato 10 luglio 2010

Ungaretti a Roma

Ungaretti a Roma
di Marco Onofrio
Edilazio Edizioni, Roma 2008
pp. 190


Ci sono saggi che emozionano e fanno sognare, poetici e lirici benchè in prosa. 
"Ungaretti a Roma", di Marco Onofrio, è questo genere di libro. Lo apriamo e subito veniamo trasportati in un' Alessandria D'Egitto pregna di storia in ogni granulo di polvere, madida di ricordi roventi al sole. Ungaretti fanciullo riempie le pagine.
Marco Onofrio dipinge un ritratto del Poeta partendo dalle radici. L'uomo e la sua terra, i suoi viaggi, i suoi incontri, come questo condizioni la visione, l'opera e le scelte di  una persona.
Soprattutto questo saggio vuole illuminare con tutta la forza delle parole e delle suggestioni l'intenso rapporto di Ungaretti con la Città Eterna. 
Roma, nella sua grandezza, nel suo essere punto nevralgico di arti e storie, passati, presenti e futuri, vuoti e pieni, splendore e degrado, è una realtà che viene assorbita con difficoltà da Ungaretti. Saranno tre le visite nella capitale ma solo dall'ultima in poi la presenza in Roma significherà nuova vita da costruire. La vita di Ungaretti è dipinta con onestà intellettuale e domande cocenti come quelle relative al rapporto del Poeta con il fascismo, la fascinazione iniziale, il bisogno di credere, la ricerca di una diversa via, la lenta presa di coscienza, il dissenso. Le accuse, la prigionia.
Le rinunce. Ad Ungaretti non verranno assegnati determinati premi proprio a causa del suo rapporto con Mussolini. Nonostante tutto quello che accadde dopo. E perderà anche la cattedra a Roma, per un certo periodo, proprio in conseguenza alle speranze riposte nel fascismo.
Indipendentemente dal suo ricredersi, dal suo far sentire forte e chiara la sua "voce contro".
L'eventuale opportunismo e le scelte legate alla sopravvivenza saranno scandagliate da Onofrio.
L'autore ci fa viaggiare: Africa, Egitto, Parigi, Roma, San Paolo del Brasile, Tokyo, Roma, Milano. 
Ognua di queste città è stata slancio per nuove consapevolezze.
Ungaretti raccontato come spugna che assorbe la vita, che vive, che rompe gli schemi universitari, che paga di persona per la sua diversità. Ungaretti che ama e si emozione e soffre disperatamente.
Ungaretti e Michelangelo, Caravaggio, Bernini, Dante e Virgilio. Il barocco e il vuoto, l'estate romana, la calura romana che squarcia l'anima prosciugando ogni millesimo di acqua presente nel corpo.
La ricerca dell'essenza di Roma.
Ungaretti come esempio di creatività fatta persona, creatività che si avvale di studio, di ricerca, di incontri, di domande, di riflessione. Emozionante leggere lettere, articoli, pensieri, ascoltare la voce scritta di coloro che lo hanno conosciuto, le sue liriche e immaginarlo docente infervorato dalla passione per la letteratura italiana, spiarlo giocare bonario con suo figlio e con il gattone. 
Amare la moglie e amare di nuovo, nella seconda giovinezza.
Un forte desiderio di visitare la casa sull'Aventino, con lui che dona generosamente il suo sapere e il suo amore per le Lettere. Leggendo ho pensato: "Quanto darei per un giro in metro con Ungaretti!"
Questo libro soleltica la voglia di riscoprire Roma. Racconta la Capitale prendendo come punto di vista gli occhi di un uomo che ha faticato ad avere un rapporto con lei ma poi l'ha amata dal profondo. Un uomo desideroso di incontrarla, capace di fare e rifare strade, percorsi per emozionarsi ancora di fronte a monumenti che oggi guardiamo con quella superficialità che nasce dall'avere sempre sotto gli occhi qualcosa a cui, alla fine, ci si è fatta l'abitudine.
Ungaretti no. Non dava per scontato Roma e anche quando si allontanò da lei, per la cattedra a San Paolo del Brasile, vi è tornato a cadenze regolari. Esperienze, scoperte, nuovi mondi che allargano la mente e scompagigano le certezze e gli orizzonti. Gli anni duri della guerra e il mondo che cambia per sempre. La televisione e le sue comparse nei programmi, l'incisione di dischi con la sua voce che leggeva poesie, lo sbarco sulla Luna. Liriche struggenti, indimenticabili e fotografie.
Fotografie che chiudono un testo prezioso.
Talmente prezioso da sentirlo nel cuore e provare nostalgia una volta conclusa la lettura.

mercoledì 7 luglio 2010

La mente del diavolo

La mente del diavolo
di Salvatore Scalisi
Besa Editore, Lecce 2010

€ 15.00
pp. 126


Un ritorno a casa come tanti altri, per andare a trovare un amico che per tanti anni ha popolato i ricordi. Ma fin da subito qualcosa di strano accoglie il protagonista, Luigi, che cammina spaesato per le vie della sua città d'origine, senza riuscire a ritrovare l'amico. Perché l'amico, a dirla tutta, non c'è - o meglio, non è un coetaneo come il protagonista pensava, ma un ragazzino di sedici anni, Andrea. E, per di più, un ragazzino infinitamente buono, una sorta di city angel che accorre e soccorre indiscriminatamente. Per Luigi, egoista e narcisista, mosso solo da un misterioso e a volte inquietante individualismo, tutta questa bontà è insopportabile e sospetta, dal momento che non ha mai creduto alla carità disinteressata. Tuttavia, non riesce a prendere le distanze da Andrea, e si crea un continuo movimento oppositivo tra curiosità e rifiuto. In questo rapporto di apparente amicizia (e il lettore di Scalisi capirà perché ho scritto 'apparente') restano coinvolte altre persone, donne che si infilano nel letto di Luigi, attratte irrazionalmente dal mistero che nasconde il suo sguardo, e in parte spaventate da un passato che non conoscono, ma che possono vagamente intuire. 
E il passato, a un certo punto, collassa e poi riemerge con tutta la sua violenta realtà: se il lettore è istradato già dalla metà del libro a intuire qualche delitto, solo nelle ultime pagine si trova la conflagrazione di qualunque valore etico. L'ancestrale lotta bene-male sfocia quindi in un esito pieno di contrappunti e di amarezza.

Inquietante spaccato di una certa tipologia di omicida moderno, il libro si vorrebbe reggere tutto sul dialogo: la quasi totale assenza di descrizioni, la scarsa caratterizzazione dei personaggi (ricorrono qualificativi deboli come "bella" e "simpatico") e la riduzione della narrazione ai meri gesti, avvicinano il romanzo di Scalisi a un copione teatrale. Forse vi hanno pesato alcune letture di thriller e horror americani? Non saprei dirlo. Mi limito ad appuntare che le conversazioni non sono sempre coerenti al testo, né di vitale importanza per la comprensione della storia: spesso si parla pour parler, e le battute sono vacue, incolori. Tuttavia, questa scelta potrebbe (forse) rispondere al desiderio autoriale di puntare il dito contro tanta superficialità contemporanea... 

GMG

martedì 6 luglio 2010

Scrittori in ascolto: Sebastiano Vassalli a Pavia

Da sinistra: Roberto Cicala e Sebastiano Vassalli
Venerdì 25 giugno 2010, h. 16.30

Sebastiano Vassalli è stato ospite del Collegio S. Caterina (Pavia)  e ha parlato del suo nuovo romanzo Le due chiese (Einaudi, 2010).

Lo ha introdotto Roberto Cicala.



Sebastiano Vassalli non è uno di quegli scrittori che amano trasformare gli incontri in battage pubblicitario delle proprie opere, né, d'altra parte, ce ne sarebbe bisogno. Conosciuto a livello internazionale per i suoi romanzi, dalla celeberrima storia dell'orfana della Chimera ai bellissimi Marco e Mattio, La notte della cometa, Stella avvelenata, Un infinito numero... Romanzi in cui lo scrittore parte da eventi o personaggi storici per la sua narrazione, lenta e minuziosa, spesso sottovoce. E anche l'ultima fatica, Le due chiese, vive di di piccoli e grandi fatti legati alle guerre mondiali. Alla base di questa indagine storica, vi è la convinzione che 
le vicende del passato interessano in funzione di quanto si vive nel presente. 
E' un Vassalli piuttosto diffidente quello che risponde scetticamente alla domanda di Cicala sul ruolo del paesaggio nei suoi libri. Non che fosse una domanda facile, s'intende, soprattutto in apertura di una chiacchierata che voleva essere piuttosto informale e dedicata agli studenti presenti del master in Editoria. 
Ma il primo momento di freddezza è stato prontamente superato, appena Vassalli si è lasciato andare a riflessioni sul mondo dell'editoria, colto nella sua concretezza (e nel suo materialismo) che segue le leggi del mercato. L'autore ha confessato poi di non amare le presentazioni librarie, né i premi letterari: dopo i primi tempi di 'gavetta', se ne è sottratto. E basta la prima mezz'ora di conversazione per capire che determinante per queste decisioni è stata la gelosa riservatezza di Vassalli. Nessuno snobismo, quindi, ma una nobile aspirazione:
Vorrei che il libro diventasse una sorta di individuo che cammina da solo e che si affermi nel tempo. Non mi interessa vendere 500.000 copie in poco tempo; preferisco che l'opera resista al tempo... 
Una vittoria in questo senso è la già citata Chimera, romanzo storico scritto quando Vassalli era ancora un emergente. Durante il pomeriggio pavese, l'autore ricorda vari episodi collegati al libro ormai celeberrimo (e spesso adottato nelle scuole): ad esempio, racconta che nessuno aveva puntato su di lui all'Einaudi. Proprio per questo gli permisero di scegliere per la copertina l'acquarello dell'amico pittore Giuliano della Casa: credevano che al massimo avrebbe venduto un migliaio di copie. 

(clicca sulle immagini per ingrandirle)
Ormai la conversazione era distesa e il tono confidenziale: Vassalli ha raccontato vari episodi legati all'ideazione e alla stesura di Marco e Mattio, a cominciare da un'insolita telefonata di un cameriere veneziano che, mesi dopo l'uscita del libro, avvisò lo scrittore di un errore topografico e, per convincerlo, gli spedì la mappa catastale di una zona di Venezia! 

La piacevole atmosfera ha quindi contribuito a sciogliere le ritrosie del pubblico, e ha spinto numerose persone a porre domande e ad appagare semplici curiosità. 
Tra gli interrogativi più insidiosi, il dubbio di un ragazzo sull'iter lavorativo dello scrittore. Vassalli, dopo un primo discorso piuttosto generico sulla ricerca delle fonti e dell'elaborazione della storia (di cui bisogna innamorarsi), ha confessato che la scrittura è il momento peggiore, perché 
la storia può non arrivare viva.
Un rischio inevitabile, dunque, da compiere, che porta con sé molta sofferenza. Per questo Vassalli non crede affatto che siano scrittori coloro che commentano di essersi divertiti un mondo a stendere la propria opera. Anzi, sposa la risposta che Marguerite Yourcenar ha dato a una domanda simile: "Si consuma molta carta", concetto che riassume nella sua geniale fermezza la difficoltà del percorso di stesura e di labor limae
Se già verso i prosatori Vassalli s'era mostrato critico, verso i poeti si è professato quasi agnostico, citando il pensiero crociano secondo cui i veri poeti sono molti meno di quelli normalmente antologizzati. Proprio per questo ha ironizzato (piuttosto amaramente) che il mondo è pieno di poetastri che non mancano di professarsi lirici, senza cautele. E sul suo viso è nato un sorriso quando ha confessato di ripetere spesso che è molto meglio non essere poeti, perché chi lo è davvero vive senza serenità... Frase a doppio taglio, che rivela lo spirito sottile e pungente dello scrittore, che, come giustamente ha definito Cicala, non si inserisce nella "tradizione", ovvero nelle mode degli ultimi anni, ma si tiene anche nello stile originalmente lontano da qualunque omologazione. 

GMG